Onde di vita Mu.ma Galata museo del mare dal 1 al 23 marzo 2019


Il mare e la sua forza espressiva. L’onda e la sua forza naturale, dispensatrice di vita e di morte. “Onde di vita” è il titolo della mostra che Loredana Trestin propone al Mu. Ma Museo del Mare di Genova. Un viaggio che coglie le due anime dello stesso elemento, l’acqua.

Un percorso tra figurazione paesaggistica e figure astratte. Una mostra innovativa che si trasforma e diventa interattiva con la video installazione dell’artista cinese ZHU Yaning. Un punto di fusione tra l’antico e il moderno in una panacea di opere figurative che si tramutano e si astraggono in altrettante linee di colore.

Possiamo osservare le linee post impressioniste di Gianmarco Crovetto e i colori della Liguria, in un susseguirsi di pennellate decise che nascono da una visione del mondo filtrata dagli occhi dell’autore. Una riproduzione di mondi reali e immaginifici che ci accompagna verso le costruzioni a picco sul mare di Letizia Gregni strutture che si confondono con il contesto, in una strana danza dettata dal movimento pittorico. Si passa poi, ai rilievi e ai colori delle coste deserte di Maristella Laricchia, una commistione di toni che sfumano dal blu al verde. La tonalità blu scuro ritorna sulla tela di Michela Magnani che mostra le profondità più oscure e profonde del mare e dell’animo umano.

Mario Pascali invece, riproduce un mare increspato, ricreando le rifrazioni quasi illuministe della luce e del mare. Le onde si increspano fino a disegnare nuove linee e colori. Daniela Rombo raffigura un mare in tempesta, con linee quasi post-impressioniste che danno all’osservatore la capacità di cogliere l’emozione di una burrasca .

La mostra però, si astrae con nuove voci di artisti che utilizzano l’elemento acqua per ricreare altro. Acquasculture propone una serie di soggetti assolutamente innovativi. Quella che i due artisti (Andrea Amorusi e Simone Giorli) sottopongono alla nostra visione sono delle vere e proprie sculture create dal movimento e immortalate con l’ausilio fotografico. Qui è la sostanza che attraverso il movimento assume forme quasi naturalistiche in un susseguirsi di sagome e colori mai visti.

Il movimento è presente anche della pittura di Sofia Ancillotti. Un’opera astratta che unisce pennellate decise a linee più sottili in una miscela mai banale che colpisce per qualità e tecnica.

L’ing. Carlo Busetti mostra una delle sue opere digitali, ricche di colori ben calibrati e simbolismi che ricordano l’arte di Mirò.

Anna Maria Ferrari propone un’opera duale di purezza e forza che si raffigura con il rosso del fuoco e la delicatezza del petalo che richiama la spensieratezza dell’infanzia.

Menzione d’onore a Fiamma D’Auria che nella sua opera unisce la forza primitiva dell’ onda marina ad un corpo umano che viene ritratto coperto dai flutti. Un’ opera attuale che mostra come la dualità del mare. Una bellezza da osservare, ma anche nemico da sconfiggere per coloro che anelano ad una terra promessa sempre più difficile da raggiungere Una scala di grigi che coprono il viso della figura e si distendono, dilatandosi, verso il corpo.

Beppe Saccomani presenta un’ opera particolare e interessante che ricorda la riproduzione post impresionista di una città osservata attraverso l’occhio storto di un grandangolo. Pennellate tratteggiate danno vista ad un’esperienza visiva nuova e innovativa per contenuti. Il quadro di Renzo Sbolci frammentato e diretto ricrea linee e colori che ricordano l’astrattismo geometrico kandiskiano in una connubio di linee e angoli che creano emozioni contrastanti. L’opera immaterica di Martina Tamberi gioca sulla luce prodotta dalle cromie del colore in una miscela che riproduce il senso del movimento attraverso l’uso del materiale pittorico.

Ultima non per ordine d’importanza è l’opera di ZHU Yaning che attraverso una video installazione riproduce e contrasta gli elementi ciclici della natura in un susseguirsi emozionale carico di pathos.

Dott. Christian Humouda

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Il sogno a mani aperte di Emilio Cupolo dal 5 marzo al 19 marzo 2019 Palazzo Ducale


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Da Arturo Martini a Emilio Cupolo è il titolo della mostra curata da Loredana Trestin per Divulgarti.

La scultura minimale di Martini  si scontra con le tele di grandi dimensioni dell’artista genovese. Un incontro di significazioni che si susseguono passo dopo passo nella narrazione presentata da Loredana Trestin. Una serie d’immagini familiari, spaccati di vita che ricordano da vicino il percorso biblico della famiglia tradizionale. I dipinti fatta eccezione per due grosse tele immateriche di colore rosso e azzurro, presentano linee essenziali che accolgono limitandone la visione della profondità, figure bidimensionali che si accostano le une alle altre in uno strano abbraccio. Una pittura Fauve, diretta, violenta, bestiale nel suo susseguirsi. La belva qui è il colore che si dipana sulle tele, cercando una sua dimensione di esistere.

Immagini familiari che si esprimono dentro a spazi ristretti che inneggiano alla vita e alla morte di un’ illusione. Una luce di fede che apre all’uguaglianza e al bene e colpisce per intensità e forma. Essenziale come un ricordo, un passaggio, un incontro, che a volte si dimentica.

Dott. Christian Humouda

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Le emozioni dell’anima di Elena Mazzone Spazio 53 Voghera


Le donne di Elena Mazzone. Trasognanti, accigliate, pensierose, ma mai banali. L’artista vogherese espone presso la galleria Spazio 53 di Voghera la sua personale dal titolo: “Le emozioni dell’anima”.

Un’espressività astratta che diventa figurativa quella di Elena, un uso dosato della tecnica pittorica che si costruisce per strati successivi. E’ lo stato d’animo il vero protagonista delle sue opere che si trasforma sulla tela con pennellate dirette ed essenziali. Ogni viso altro non è che la rappresentazione di un particolare momento, una decodificazione della parte più essenziale del proprio io che si astrae e diventa opera prima e figura dopo.

Un viaggio emozionale prima che artistico che trova una cornice morbida composta dagli sguardi degli spettatori. Rendendoli giudici silenziosi di un momento. Come un’immagine che nessuna macchina fotografica potrà mai immortalare. L’essenza di un’emozione.

Dott. Christian Humouda

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In morte di Keith Flint di J.M


I più piccoli, negli anni ’90, senza internet, per conoscere il mondo potevano affidarsi solo a MTV. La Rai era per i vecchi, la Mediaset per i bambini; chiunque volesse chiamarsi fuori da entrambe le categorie poteva guardare solo quel canale, che all’epoca aveva qualità da vendere. Daria, Neon Genesis Evangelion, Celebrity Deathmatch, ma soprattutto video: rock, pop, grunge, punk e boyband si alternavano senza soluzione di continuità.

Fra loro – unici, bizzarri, diversi – c’erano i Prodigy. Keith Flint bucava lo schermo col suo sguardo da folle, truccato come all’epoca quasi nessun uomo osava, aggressivo e mostruoso. I Prodigy spaventavano e affascinavano. Erano quello che i genitori non capivano, quelli che quando comparivano sullo schermo in presenza di adulti si doveva cambiare canale. Ma il ritmo era irresistibile. Ancora oggi, i loro pezzi ventennali fanno ballare e non sfigurano.

Ma soprattutto, la loro potenza live abbatteva ogni confine. Erano eroici, diversi, aggressivi, inclusivi: ai festival era capaci di coinvolgere tutti, anche i non fan. Avrebbero fatto ballare i morti. Si divertivano e facevano divertire. Insegnavano che la musica era libera e doveva far sentire liberi. Insegnavano a spaccare. A essere diversi e belli. Keith era diverso e bello, e se l’è portato via la depressione. Mancherà come mancano Chester e Chris. Mancherà come tutte le anime sensibili davanti a un mondo sempre più triste. Ma la musica resiste. La musica esiste. Si deve continuare a ballare.

J. M.

La visione attraverso il pensiero


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Nella splendida cornice del CAD, Creativity Art Design di Palazzo Salluzzo, è possibile visitare la mostra “La visione attraverso il pensiero”, curata e promossa da Loredana Trestin per Divulgarti.

Una visione quantistica che frammenta le differenti visioni degli artisti presenti particellarizzando la concezione visiva in un’insieme di immagini che passano dalla fotografia all’illustrazione, dall’astratto all’antimaterico, fino a concludersi con lo scultoreo. Le tre teste di donna proposte da Carola Castagna colpiscono l’attezione per l’espressività del loro volto e la delicatezza dei lineamenti. Guardarle ci permette quasi di sentire la loro voce e di capire dai loro copricapi la diversa estrazione. Un inno questo, che rimanda a future integrazioni, in un messaggio di auspicio verso un futuro sempre più comunitario. Seguono i disegni di Elisa De Cesari, giovane illustratrice dal tratto quasi fiabesco, che ricrea raccontandola la storia del mondo, l’emozione del ricordo che passa attraverso l’archivio storiografico della rievocazione che si trasforma in commozione per coloro che la guardano. Uno spazio è dedicato alla fotografia con la spendida opera di Pierangela Aquilina. Un cielo creato a frame successivi, dalle diverse gradazioni di blu a cui si contrappongono i colori caldi di Maria Isopo. Un’ opera quasi rorschachiana la sua che pone al centro del la sua opera l’immagine della sezione di un vulcano. Una particellizzazione del fuoco che esplode in una frammentazione di rosso. Una commistione di grafica e scientificità che punta all’immedesimazione diretta dell’opera.

Con Elena Mazzone ritorniamo nella grafica dell’arte con tre visi di donne. Che rappresentano uno stato d’animo figurativo composto da una base astratta su cui viene disegnato successivamente il viso femminile, solitario, trasognante, ma mai banale.

Chiara Monaco gioca con due opere esposte che appaiono simili nella forma ma diverse nella sostanza. Due dipinti che uniscono l’astratto al geometrico. Una dualità tra terra e cielo. La forza terrena che è alla base dell’opera e l’astrazione verso l’alto che compone una serie di forme quasi acquose in cui perdersi.

Le tele di Alberto Mussi si concretizzano con pennellate ricche di colore, che si muovono attraverso una vera e propria esplosione di tinte proprie dell’espressionismo astratto. Un mondo interiore, che si ricrea in un viaggio personalissimo ed elaborabile attraverso la nostra intimità.

Le quattro opere di Giacomo Ponzi ci permettono di osservare uno sketch multicolore che dà vita a immagini e figure che colpiscono per l’immediatezza e la cura della rappresentazione. Ultima artista non per ordine d’importanza è Giulia Previtali, che con la sua opera vuole ridefinire, mostrandoli, i confini della memoria. I materiali sono di diversa forma e consistenza. Una carta fatta a mano che s’intrreccia alla tela con un filo è la rappresentazione dell’unione di più elementi che si sovrappongono l’uno sull’altro, come una serie di esperienze che una volta vissute continuano a rimanere nella nostra mente.

Dott. Christian Humouda

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“The house that Jack built” La psicopatia secondo Lars Von Trier


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The house that Jack built è il testamento artistico del genio danese. Costruito per essere la summa e il riassunto di tutta la produzione artistica del regista diventa altresì un viaggio infernale nella parte più oscura e profonda dell’animo.

Jack è un serial killer affetto da OCD, il disturbo ossessivo compulsivo da pulizia, che nel corso del la pellicola andrà diminuendo lasciando sempre più spazio al suo complesso narcisistico. Il protagonista è un ingegnere con il segreto desiderio di diventare un architetto e la casa che cercherà di costuire altro non sarà che la volontà di creare una dimora in cui poter custodire la sua anima. La casa diventa pertando domus aurea, luogo e spazio in cui creare e sfogare le proprie frustrazione rappresentate dalla raffigurazione animata dell’ombra che cammina sotto i lampioni. Ma più che la trama nel cinema di LVT è il concetto a farla da padrona.

The house that Jack built in uscita in Italia con l’osceno titolo: La casa di Jack è l’ennesima visione di un regista che ritorna a rappresentare la parte più selvaggia dell’essere umano. Un film questo, che si avvicina concettualmente a Nymphomanic per il desiderio di affermare, mostrandola, una patologia simile nella forma, ma diversa nei contenuti. Nymphomanic vuole essere un trattato sulla sessualità e sul suo eccesso, una coazione a ripetere usata solamente per mettere a tacere l’ansia. La stessa spinta e matrice si ritrova nel film attraverso gli omicidi ripetuti del protagonista. Già con Dancer in the dark, Dogville, Manderlay, Von Trier attaccava la società americana che diventa oggi con l’avvento di Trump nuovamente fragile e assonnata nei confronti del potere. Sono i reietti i personaggi che il regista predilige, persone che credono, amano, fanno sesso compulsivo e uccidono in una petit mort che si ripete all’infinito. La pellicola però, non deve essere guardata soltanto come una serie di nefandezze degne del miglior cinema estremo, ma come un inno al processo creativo.

Creare è a prescindere un atto violento che nasce da un trauma infantile, una sofferenza interiore che dev’essere sfogata attraverso un estro più o meno sviluppato. Jack pertanto uccide, perché incapace di empatia con il mondo. Elimina per creare e usa la carne per farlo, incapace com’è, di uscire dalle linee rigide e ripetitive della sua forma mentis. Un essere umano Jack, incapace di creare una bellezza universale se non cadendo vittima delle sue stesse manie. Una necessità creativa che si tramuta in forza autodistruttiva come una scala di Escher che non conosce fine.

Dal punto di vista tecnico il film segue la perfezione stilistica e didascalica di tutte le pellicole precedenti del regista. In alcuni momenti assistiamo al ritorno alla camera a mano, una ricerca quasi maniacale del realismo del dogma con velocizzazioni già viste nel cinema miikiano. Seguono immagini post-impressioniste dei campi Elisi, terreno ormai troppo distante per chi si è macchiato l’anima.

Al centro del nostro viaggio troviamo una serie d’intermezzi variegati e interessanti che insieme a lunghe discussioni su architettura, fede e nazismo si uniscono alla storia della tigre e dell’agnello. Un omaggio particolare va a “Subterranean Homesick Blues” di Bob Dylan con il protagonista che racconta le sue psicosi attraverso dei cartelloni con delle scritte.

La violenza acquisisce forza espressiva capace di creare e distruggere. La casa che Jack ha costruito è pertanto l’ultimo tassello in ordine temporale, che ci conduce a comprendere la visione escheriana di un uomo penitente. Un viaggio nell’inferno della nostra anima che dona il suo corpo all’inferno e l’anima al paradiso.

Christian Humouda

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