“Nel tuo immenso sguardo” intervista a Totò Bartoli


 

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Benvenuto su WSF Totò,

Innanzitutto ti ringrazio caro Christian. Sarò lieto di rispondere alle tue domande.

Come il Totò uomo definirebbe il Totò artista e viceversa?

Trovo personalmente l’argomento delicato e profondo; ma sono pronto a far conoscere la mia identità come uomo e come artista. Come “Totò uomo” definisco come un tipo cazzuto, divertente ed intelligente, l’individuo che a modo ho studiato e creato. Il personaggio: “Totò Bartoli”. Trovo in quel soggetto doti artistiche esponenziali che riesce a gestire in più identità musicali in qualità di arista reggaeton, rapper e cantautore pop. Trovo che fa ballare la gente con la sua musica, si sfoga con il rap e sa raccontare in qualità di cantautore storie emozionanti. È un arrangiatore, disc jockey e dj producer. Ha una grande passione per i dischi in vinile, ama la tradizione; ma è allo stesso tempo anche molto tecnologico. Infatti in studio, produce e preferisce produrre musica in suono digitale, però apprezza anche alcune cose del suono analogico. Musicalmente parlando è un artista completo; ma è anche un attore, regista ed influencer sulla piattaforma Instagram. Di fatto ama condividere con il pubblico quello che produce attraverso le sue “Instagram stories”. È un artista moderno con una mentalità molto aperta, giovane, ed è sempre in continuo aggiornamento. Come “Totò artista” definisco invece come una persona attenta, determinata; ma anche buona e sensibile il “Totò uomo”. Trovo che nonostante le difficoltà avute durante il suo percorso, il “Totò uomo” non è mai sceso a compromessi con il rancore verso chi ha calpestato la sua immagine come artista e come persona. Ha imparato a perdonarsi e a perdonare gli altri per restare in pace con se stesso e in automatico con il prossimo. Non ha mai smesso di credere nell’Amore, nella Vita e in quella saggezza infinita che ancora oggi lo sta conducendo sulla strada dei suoi sogni più grandi. Nonostante “Totò uomo” abbia vissuto momenti di difficoltà estreme come la strada e la fame, in qualità di senzatetto in una grande città come Milano, ha continuato a lottare per salvaguardare i suoi diritti in qualità di artista, tutelando e proteggendo nel migliore dei modi il personaggio che appunto ha creato e che ama presentare al pubblico: “Totò Bartoli”.

Quando nasce la tua passione per la musica?

Avevo appena due anni e a Casoria (un comune nell’area nord – est di Napoli), passava un furgone per festeggiare una ricorrenza molto conosciuta nella mia terra: “La Madonna dell’Arco”. Con la musica che proponeva il musicista dalle casse altoparlanti esposte sul veicolo, una mattina trovandomi sotto mano una tastiera della Casio (regalo dei miei genitori) , riproposi suonando con le basi all’interno della tastiera stessa, la solita canzone che veniva suonata sul furgone dal musicista, che con l’autista viaggiava in strada per le vie della cittadina. Quel brano rappresentò per me la svolta. Mi resi conto davanti agli occhi dei miei genitori che quella sarebbe stata la mia strada. Iniziai allora a prendere lezioni di pianoforte dall’età di sei anni sempre nel comune di Casoria; ma smisi presto, pochi anni dopo. Iniziai a fare musica da autodidatta, creando da solo le mie composizioni. Qualche anno dopo aver lasciato la mia città, Napoli, nel 1997 mi sono trasferito a Firenze. Quando iniziai a cantare, si sentiva spesso ed in maniera troppo marcata l’accento della mia terra, decisi allora di studiare e correggere alcune forme espressive nel canto e proprio nel capoluogo Toscano a 16 anni, ho iniziato a prendere lezioni di canto imparando di fatto grazie alla città e all’insegnante stessa, ad avere una perfetta dizione nel canto espresso in lingua italiana. Ad oggi, sono fiero di poter dire che artisticamente si nota una curiosa differenza quando interpreto una canzone in dialetto napoletano ed un brano in italiano.

Quali emozioni desideri veicolare con i tuoi testi?

In qualità di cantautore, ho scritto delle canzoni che ancora oggi non sono presenti sul web. Ed è con quelle canzoni che vorrei trasmettere grandi emozioni al prossimo. Sono fiducioso sul fatto che prima o poi riuscirò ad arrivare al pubblico mostrando la parte vera di me, attraverso il cantautorato. Ho scritto canzoni che parlano di me, delle difficoltà che ho vissuto. Le ho scritte in una piena fase di difficoltà vissuta a Milano. Ho scritto una dedica ai miei genitori. Ho scritto un altro brano ispirato al libro “il piccolo principe”; ma il brano più bello però, è stato quello che ho scritto ispirandomi ad una storia realmente accaduta. Sulla storia è stato fatto anche il film dal titolo: Hachiko – il tuo migliore amico. Hachico è un cane che non si rassegna al fatto di aver perso per sempre il suo padrone e nonostante tutto, continuerà ad aspettarlo fino alla fine dei suoi giorni. Mi sono immedesimato nei panni di un padrone, un uomo che scrive una lettera al suo cane dal luogo in cui si trova dopo la morte. Con quella canzone ho regalato emozioni a diverse persone attraverso la trama ed il testo dell’intero contenuto che qualche volta ho esibito dal vivo. Non esiste ancora nessuna produzione arrangiata di questa canzone; ma confido di riuscire a trovare un giorno la possibilità di costruire attorno a questa canzone un vero e proprio cortometraggio musicale.

La collaborazione con Hydra Music ha portato alla luce i brani, “Nell’immenso del tuo sguardo”, è stato scritto in studio nel 2015, mentre “Cosa farai” invece, scritta insieme all’artista Mikone. Com’è nata questa collaborazione e ne vedremo altre in futuro?

Grazie ad Hydra Music, ho avuto modo di far conoscere al pubblico l’esistenza della mia identità musicale. Esatto, Nell’immenso del tuo sguardo è nata in studio mentre “Cosa farai” è nata a Secondigliano (Periferia Nord di Napoli) a casa del collega rapper Mikone. Il brano è nato dall’idea che io ed il collega volevamo divertirci facendo musica e creare di fatto un brano “radiofonico” definito come una produzione “pop-rap”. Non credo che continuerò a collaborare e a scrivere con l’artista di Secondigliano, è stato comunque un piacere però conoscerlo, lavorare e fare musica con lui.

Cosa non deve mai perdere un artista per rimanere onesto agli occhi del suo pubblico?

L’umiltà prima di tutto. L’artista Deve rimanere sempre se stesso e trasparire agli occhi di tutte le persone che lo sostengono. Questo è un passaggio fondamentale.

Quanto il tuo passato e la tua prima Città Napoli hanno influenzato il tuo modo di comporre? Tantissimo. Lontano da Napoli, ho imparato ad amare ancora di più le tradizioni di un luogo che è molto simile al Sud America. Anche per questo amo fare musica “reggaeton”. Lontano da Napoli ho sofferto il razzismo. Venivo spesso emarginato per il fatto di non avere lo stesso modo di pensare in un luogo completamente differente dalla mia città. Ho vissuto momenti difficili nel corso di un adolescenza priva di amicizie. Ero in pieno conflitto con i miei coetanei dai 9 ai 16 anni circa. Con il rap io scrivo e sfogo queste cose, perché con la musica, oggi ho dato un valore a me stesso. Non sono mai stato cattivo, ciò che la gente pensava poiché rispondevo in maniera aggressiva a chi offendeva la mia città. Ho perdonato invece i cattivi ed ho superato il dolore delle offese. Ho superato l’ignoranza del razzismo. Da partenopeo con la faccia di Napoli, oggi sono felice di rappresentare e dare un valore alla mia terra attraverso l’Italia al resto del mondo. E sono fiero di essere di fatto anche un italiano non soltanto di Napoli, poiché mi ritengo un cittadino appartenente ai meravigliosi paesaggi presenti in questo paese. Dai piccoli borghi alle più grandi città italiane.

La musica può essere un mezzo per cambiare le “storture” del mondo?

Assolutamente si. Io amo la trap, la moda di oggi. Amo la trap fatta bene però. In qualità di artista, anche se musicalmente sembrerà un controsenso, uso questo genere in alcune produzioni che sto facendo per comunicare in maniera positiva ai ragazzi più giovani di me. Non parlo di strada e di pistole; ma di come non sono a favore della droga e dei pirati della strada. In un linguaggio musicale apparentemente aggressivo come la musica “trap” io desidero fare la differenza.

Che cos’è per te la musica?

Tutto. La musica è la ragione per cui io vivo. Con la musica il mio sogno più grande non è soltanto quello di rimanere in questo luogo; ma vorrei arrivare anche in altri paesi come gli Stati Uniti, ed il Sud America, con lo scopo di valorizzare l’Italia attraverso la mia musica, il mio modo di essere, ed il mio modo di fare arte.

Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi futuri progetti?

Sto preparando progetti rap e reggaeton. Confido di riuscire a farvi sentire, vedere e ballare presto quello che sto producendo. In conclusione, approfitto per ringraziare te caro Christian con tuto il cuore per avermi dato l’opportunità di esprimermi attraverso questa bellissima intervista. Grazie davvero. Viva la musica, il cinema e lo spettacolo. Viva l’arte, buona Vita.

Totò Bartoli

Grazie Totò

 

Christian Humouda

 

 

iTunes: https://itunes.apple.com/it/album/nellimmenso-del-tuo-sguardo-single/1441328174
Amazon: https://www.amazon.it/Nellimmenso-del-sguardo-Tot%C3%B2-Bartoli/dp/B07JYDLLG8/
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“L’equazione mistica” intervista a Vincenzo Gualano 2019


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Benvenuto su WSF Vincenzo,

Grazie per il benvenuto e benvenuto a te nel mio mondo. Ho sempre disegnato da quando ero piccolo alle scuole elementari, ma lo facevo così solo per gusto di farlo e per passare il tempo perché era una cosa che mi faceva stare bene e sentivo la gioia e la libertà assoluta. La mia vocazione effettiva l’ho percepita intorno ai diciassette anni grazie alla scoperta di Vincent Van Gogh. E’ lui che mi ha spronato e il fatto che portasse il mio stesso nome mi esaltava ancora di più! Da quel momento in poi ho pensato: “questa è la mia strada! Ne sono certo”

Cosa dà e cosa toglie creare?

Per me creare non toglie nulla anzi, può soltanto donare tutto ciò che sia inimmaginabile agli occhi dell’ uomo comune che non riesce a guardare oltre. Il colore, la creatività e la follia sono gli unici mezzi che possono sconfiggere il grigiore terreno e il mondo cinico. E’ un’arma che serve per spegnere l’ignoranza e il materialismo cercando di far capire che ci sia qualcosa di soprannaturale che ci ama profondamente.

Quali autori hanno maggiormente influenzato il tuo percorso artistico?

Beh… come dissi pocanzi, non dubito su Vincent Van Gogh colui che mi ha aperto la strada. Ma il merito lo devo molto anche al surrealismo e i surrealisti come Salvador Dalì, Max Ernst e Renè Magritte, forti personalità soprattutto il primo citato che grazie alla loro influenza mi hanno dato la certezza di essere io stesso una droga senza assumere sostanze stupefacenti immaginando tutto naturalmente.

Tira più che puoi!, 2009, Argilla, carta argentata e acrilici d'oro e di argento, misure sconosciute

Inserisci unaTira più che puoi!, 2009, Argilla, carta argentata e acrilici d’oro e di argento.

 

 

Cristo parabolico-catastrofico. 2014, olio su tela, 180 x 125 cm. Firenze.

Come nasce e si sviluppa tecnicamente un tuo lavoro? Nello specifico come riesci a rendere morbide delle forzature rigide?

E’ difficile rispondere a questa domanda perché molte volte non so nemmeno io come faccio. Io infilzo e tutto prende forma. Un gesto così apparentemente violento riesce a dare allo stesso tempo la morbidezza e l’armonia. La tecnica degli spilli è un’evoluzione dello stile precedente chiamato Equazionismo Astromistico. Le pieghe sono rese con l’olio dando l’illusione tramite uno studio approfondito di luci ed ombre come i stessi surrealisti erano abituati a fare. Nella nuova tecnica è tutto vero; non c’è inganno, le pieghe sono reali.

“Equazionismo astromistico” è il termine con cui la tua arte viene definita. Per te essere “categorizzato” è un motivo d’orgoglio o un limite da superare?

Ho sempre voluto superarmi e ho sempre cercato disperatamente una mia strada battendo la testa contro il muro. Se non fosse stato per il mio professore di decorazione all’Accademia forse non ci sarei riuscito. Certo, ho cercato tutto questo per non essere etichettato in alcuna corrente che mi ha preceduto. Forse prima o poi arriverò ad un limite ma sento che dentro di me ci sia ancora benzina da buttare e che qualcosa di grandioso arriverà col tempo sperando. Adesso non sono ancora a nulla.

Guardando i tuoi lavori su stoffa mi viene da coniare un nuovo termine: “Impressionismo astratto” ovvero un astrazione che prende i contorni della figura. Qual’è la tua opinione in merito?

Effettivamente ci ho pensato molto a riguardo, e ho cercato di definire questa nuova tecnica ma non mi è mai venuto nulla in mente. Non sono mai riuscito a trovare un nome che possa distinguerla dagli altri. Beh… potrebbe essere un’idea perché le stecche senza dubbio sono elementi astratti e le figure sono appena accennate non ben definite, quasi spettrali che danno l’impressione di una determinata figura.

Qual’è il messaggio che desideri veicolare attraverso i tuoi lavori?

Il messaggio è quello di non limitarsi mai, e questo lo dico soprattutto ai giovani come me. Non è vero che tutto è già stato inventato. L’Arte è illimitata e c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire solo se noi stessi lo vogliamo. Quindi creiamo e scopriamo il più possibile perché il mondo ha un bisogno disperato di cose nuove infrangendo ogni regola.

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Arte e denaro, il connubio è possibile?

E’ un connubio possibile ma complicato soprattutto per gli artisti innovatori perché non sono commerciabili soprattutto agli inizi. Quando qualcuno propone qualcosa di nuovo è difficile che la società lo accetta subito senza problemi. Quasi tutti gli artisti innovatori hanno avuto parecchie difficoltà economiche a causa dell’ignoranza della gente comune che non riesce a comprendere. Non a caso un esempio è Van Gogh.

Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi futuri progetti?

Per quanto riguarda la mia evoluzione artistica non ne ho idea. Non so nemmeno io cosa tirerò fuori da una tela o da un supporto domani o tra un anno. So solo che sono ambizioso e vorrei puntare molto in alto. Non mi interessa la ricchezza in denaro o avere una bella macchina ma vorrei essere ricordato per sempre quando me ne sarò andato da questo mondo. Questo è il mio obbiettivo.

Grazie Vincenzo

Grazie a te. Bella intervista. Sono onorato.

Christian Humouda

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L’equazione mistica di Vincenzo Gualano


 

Da venerdì 1 a venerdì 15 febbraio 2019, presso Divulgarti a Palazzo Ducale di Genova (piazza Matteotti, 9)

Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita.”

Co le parole di Shakespeare possiamo aprire la personale di Vincenzo Gualano, giovane artista che nella splendida cornice del cortile maggiore di Palazzo Ducale espone la sua prima personale curata da Loredana Trestin per Divulgarti.

Una tecnica innovativa la sua, che nonostante cerchi di mescolare un astrattismo concettuale a un surrealismo onirico non dimentica i canoni di una pittura classica seppur nella sua ipermodernità più oggettiva.

Nelle opere di Gualano si evidenzia l’evoluzione matematico stilistica di un giovane artista nella ricerca continua di un sé indefinito. Qui l’arte si trasla, si mescola e sottostà a delle barriere concettuali volutamente rigide che nel loro divenire non si sottraggono alla fluidità di nuove forme creative di “figure umanoidi” nell’atto umanissimo di due entità che si toccano, si baciano e vivono tra le pieghe di una stoffa colorata. Linee curve, simboli matematici ed equazioni contemplative s’imprimono radicalmente sulle tele scivolando e perdendosi in una nuova concezione di figurativo. dove la recherche du temp perdu si unisce a quella della gravità.

Una riscoperta del vecchio per trovarci del nuovo”, uno spaccato del passato personale e artistico dell’autore che s’imprime sulla tela prima e sulla stoffa poi, in un abbraccio commovente.

Christian Humouda

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Cosmographia – Lucia Boccalone


Anthozoa V

Anthozoa V

La malattia della società liquida e la sua cura.

Così potremo riassumere la personale di Lucia Boccalone che con Cosmographia, presenta, svelandoli, i limiti della società postmoderna.

I suoi scatti giocano su due temi focali che si snodano nelle sale del Palazzo Reale di Genova come una nuova e moderna carta del territorio, mostrando il nostro pianeta o parte di esso con fogli di giornale e carte geografiche. Un simbolismo immediato e prigioniero di sé stesso il suo in linea con il mondo che vuole rappresentare. E’ infatti sul piano contenutistico che si gioca la battaglia più importante. Una rappresentazione geografica che diventa prospettiva d’indagine e lega indissolubilmente il nostro pianeta a chi lo abita. Le pagine di giornale modellate a forme geometriche quasi continentali, sono la rappresentazione simbolica della prigione di bugie in cui la società dell’informazione è caduta, una spirale di clientelismo e pensiero unico di difficile risoluzione, a cui si unisce un altro tema caro all’artista, la migrazione dei popoli.

Tutto il materiale presentato prende vita, chiudendosi, nella parola Cosmographia forma latina del greco kosmographía intesa come descrizione del mondo, dello spazio e della scrittura. Questi elementi si uniscono perfettamente nelle composizioni dell’artista che rende solidi gli atomi del cosmo rappresentandoli come una serie di coralli. Milioni di piccoli organismi disposti su una scacchiera più grande in cui non è più possibile vivere se non cercando nuovi luoghi da colonizzare. Cosmographia è dunque un bellissimo quanto chiaro spaccato su un preciso periodo storico, l’oggi. Un presente sempre più grigio in cui l’unica ancora di salvezza resta il sapere, la conoscenza del passato che ci permette di comprendere il presente e modificare il futuro. Perché è proprio quando il sole della cultura è basso che i nani hanno l’aspetto di Giganti.

COSMOGRAPHIA

di Lucia Boccalone

A cura di Virginia Monteverde

Christian Humouda

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Finale di partita IV

Finale di partita IV

Lucia Boccalone autoritratto

All images are property and copyright protected to Lucia Boccalone

“Materia e antimateria” di Milena Demartino


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La luce, il colore, i sentieri dello spazio, materico e antimaterico. Tutto questo è presente nelle opere di Milena De Martino. Una sorta di Action painting al contrario che si sviluppa per addizione. Un’astrazione gestuale che unisce l’acrilico alla resina, in una danza gestuale che rende la tela più simile ad una scultura che non a un dipinto.

Un segno nervoso quello di Milena che ricorda i tratti decisi di De Kooning traslando però i visi nevrotici dell’autore statunitense in stelle e vie lattee sconosciute. Un gioco cromatico di colore che porta ad un’ estasi spaziale formata da stoffe e Swarovski.

Tra le pieghe del colore c’è la volontarietà dell’esistere, la forza della gioia creativa che si sprigiona ad ogni passaggio. Un’ arte astratta e concettuale che rimane significazione senza mai completarsi in concetto.

Siamo di fronte ad un viaggio umano e artistico che, Milena Demartino, innova attraverso la ricerca del sé. Che avviene attraverso una forma espressiva classica quanto moderna per modi e tempi.

Le sue opere ci catapultano infatti, in un viaggio personale e infinito che si ricrea nella ricerca dell’ignoto. In quell’aurora sconosciuta, che solo gli artisti sanno creare.

Dott. Christian Humouda

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Biennale Arte Dolomiti 2018


Nella splendida e austera cornice dell’ex Caserma Monte Rite prende vita la seconda edizione della Biennale arte Dolomiti, promossa e organizzata dall’Ass.Culturale Biennale Arte/PaiviProArte.Com.

La mostra dopo il grande successo della prima edizione ritorna con un tema molto particolare ed emblematico chiamato: il “Rosengarten” – il giardino delle rose. La delicatezza del petalo che si contrappone alla durezza della roccia nell’infinito scontro tra natura e uomo.

L’idea del giardino delle rose prende spunto da due elementi, la volontà di ricreare una zona di pace in cui mostrare le visioni artistiche dei quarantaquattro autori provenienti da ogni parte del mondo e recuperare, mostrandola, una parte della nostra storia recente.

Il tema proposto dall’organizzatrice Paivi Tirkkonnen va però oltre. La sua infatti, pare essere una ricerca più profonda, che sfocia nella semiotica del segno, inteso come interstizio, cicatrice fisica o mentale che l’uomo lascia su se stesso e su ciò che lo circonda.

L’esposizione si apre con la testimonianza diretta dell’artigliere Elio Humouda che ci svela e racconta della sua permanenza all’interno della Caserma Rite in uno dei numerosi campi invernali svolti durante il periodo di leva. L’inchiostro si unisce ben presto però al murales dell’artista brasiliano Andruchak. Un segno vitale e pieno di vita il suo, che attraverso arabeschi e simboli riesce ad inserire, trasformandolo, il significato di libertà e unione dei popoli che l’uomo troppo spesso dimentica di avere.

Proseguendo il nostro viaggio all’interno delle sale restiamo colpiti dalla quantità e varietà di opere presenti. Dalla fantastica installazione video performativa: “In Between” di Veronica Fernandes Schell e Pierre do Vale alla performance di Uko Sepsivart. Opere lontanissime per genere e forma che vengono accomunate dalla volontà di esplorare il mondo delle emozioni e della scultura. Il coro di voci però non si conclude qui e passando per l’australiana Karee S Dahl si arriva all’opera regina di questa kermesse, quella dell’austriaco Reinhald Schell. La sua installazione chiamata “Peace” del 2018 altro non è che una colomba composta di filo di ferro dentro ad una gabbia troppo stretta.

Proseguendo al piano superiore troviamo l’estone Kristin Reiman, che con la sua opera: “Dolby Toblerone” riproduce centinaia di piccole copie del monte Cervino formando una struttura piramidale che ha il duplice scopo di occupare lo spazio e produrre silenzio. E’ qui che si svelano le illustrazioni puntiniste e antropomorfiche di Daniel Torres che ci accompagna con il suo stile realistico e grottesco verso l’opera regina presentata da Yoko Ono.

Nutopia” pur nella sua semplicità è un appello alla pace. Un addio alle armi, in favore di una tregua ormai sempre troppo fragile fra i popoli e le religioni. Una carezza silenziosa che chiude una Biennale ricchissima e ben organizzata che ci lascia dopo la visione il suo coro di voci. Che rimangono dentro di noi in quell’interstizio cavo, chiamato memoria.

Christian Humouda

Terra e mare di Liguria – I “paesi” di Maurizio Duranti


Galata Museo del Mare

Saletta dell’arte Calata De Mari, 1 Genova

Dal 17/1 al 16/2 2019

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La bellissima cornice della Saletta dell’arte di Galata Museo del Mare ospita la personale di Maurizio Duranti dal titolo: “Terra e Mare di Liguria”. Mostra proposta e curata da Loredana Trestin.

Le opere di Maurizio Duranti sono un viaggio nei luoghi della costruzione. Una percezione che diventa esperienza visiva. La rappresentazione iconica dell’agglomerato come ritratto costruito dalla prospettiva più esterna della sua dimensione complessiva. E’ proprio l’ambiente ad essere assente nella costruzione dell’artista. L’architettura creata dall’uomo viene estrapolata dal contesto e ridisegnata in modo cartesiano attraverso un processo di astrazione riproponendo l’oggetto/soggetto in uno spazio bianco. Il colore diventa un punto forza essenziale nella rappresentazione artistica del mondo che ci circonda.

Valenza insostituibile nella narrazione dei frammenti o unità di un paese. Il rosso timbrico asseconda e segue l’idea gestaltiana di percezione ed esperienza in cui la volontà e la rappresentazione dell’oggetto diventano valenze superiori all’oggetto stesso.

Una rielaborazione paesaggistica quella dell’artista che rompe con la consuetudine propria della figurazione paesaggistica naturale, Duranti riconduce in primo piano l’immagine nella sua forma più primitiva trasferendo idealmente il concetto sulla rappresentazione, che si unisce e si trasforma in emozione negli occhi di chi guarda.

Curatrice mostra: Loredana Trestin

Divulgarti Eventi Ducale: Divulgarti Eventi Ducale

Sito: www.promotrimuseimare.org

Mail: Info@promotorimuseimare.org

Christian Humouda

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