Presa Visione: Requiem For A Dream di Antonio Limoncelli


Requiem For A Dream di Darren Aronofsky (2005)

Trasferirsi costantemente, transito d’alienazioni, allitterazioni!
Trasformarsi lentamente, velocemente, d’un tratto normalmente. Le sequenza d’ immagini quasi si ferma inerenza visiva, particolare della partitura allevata come inno. Permane il bisogno di aggiudicarsi la necessità, di violentare l’ essere con l’avere, d’essere “ho”, adesso. Esistere vuol dire appropriarsi senza esitare, tormentarsi fino alla meta. Tutto si ferma stress statico, interazione antalgica con l’assenza, volutamente mancanza, annullamento. Ancora una sequenza di immagini rallentata, geometria che trasfigura, transito
interattivo, occhio dilatato, attenzione. Le cellule dislocate nella struttura dialettica, biologia della retorica, nessi e nevrassi, fibre d’un tessuto sterile, arido bianco di lino, abbaglio. La noia eccede, si riversa, oltrepassa. Dalla quantità ala qualità, dall’apatia statica al gesto lento d’una gioia controversa, la posa antitetica, il vizio antitetanico, sieri e controsieri, la malattia di vivere. Una pausa alla deriva accende la TV, spegne la scatola cranica, asserve il divenire all’esigenza d’apparire, di sparire virtuosismo virtuale, contorsione
eroica nella menzogna pubblicitaria, risposta esatta nel quiz quotidiano. Il sogno si materializza, esalta la connotazione, correzione della figura, troppo larga o troppo stretta, raffigurarsi nell’ideale, esaltarsi ancora, annichilirsi.
Altro divenire transita imperterrito e travolge un posto da occupare, spazio disoccupato, lotta di classe.
La poltrona è comoda, fatta a posta per le attese, per le lunghe attese, quest’ attesa che non si divincola dall’aspettativa; paura d’intersecare la brutalità, la violenza inattesa.
La dicotomia voluta dalla demarcazione, la linea limite, orizzonte generazionale, viaggia parallelamente, visioni adiacenti in giacenza terminale.
Siamo tutti malati di cancro, tutti dopati per affrontare la malattia, asserirne la negazione. L’adepto, TV o LSD, sigle in sintonia, viaggia nella normalità normalizzata all’intento ideologico dell’azienda produttiva o viaggio inverso, nell’essere produzione, atto esistenziale imperativo, smateralizzato. Nel primo caso in abito rosso e nel secondo nudo. Plastica o plexiglas, ne determinano la trasparenza, il riflesso d’intenti sulla verticale inesplorata. Accanirsi alla vetta, in un modo o nell’altro, disgrega, disunisce, aliena. L’abito rosso veste corpi allineati alla linea, evidenza cromatica sulla scena virtuale; la perfezione d’una virtù maniacale adeguata all’esigenza di farsi notare; l’ossessione d’apparire vincente, d’avere il diritto al ruolo d’esistere.

Abito rosso, plastica, dieta.
Nudo, plexiglas, piacere
DROGA

Il gioco della visione s’insinua nelle viscere, digerisci l’impressione d’aver mangiato. La sazietà d’essere saturo alimenta la tentazione, trama intessuta dalla variante. Voglio restare quel che sono ma in volo, librarmi sulla mia animalità con una posizione insolita, accedere alla sessualità delle menti. Quando lei a quattro zampe grida il piacere primordiale, io, bipede, analizzo l’inconveniente, l’astrazione definitiva, il potere della visione. Per aggiudicarsi la necessità bisogna sbattersi, prendere tempo, occupare lo spazio adeguato. E il contesto eccede dal sito riversando l’intero panorama nel particolare, gioco d’ombre successivo, sequenza grigia sul muro cancellato. Nulla separa il sogno dalla realtà: capelli rossi, arancione, smalto blu sulle unghia, volto/volto, dito/labbra, parole/parole, non voglio comunicare, voglio subire il nulla, sudare l’impossibile. Quella di aprire un negozio, tentazione nella nebbia, è l’esigenza di vendere, di vendersi per riacquisire il diritto ad identificarsi, inserirsi nel risvolto sociale. Intanto, la droga, divora la volontà ed io, ancora una volta, voglio subire il nulla, raccontare il silenzio, dimenticare che esisto. La vertigine dello spostamento incrina la validità del baricentro, il nuovo equilibrio non s’ avvera; menzogna è la calma apparente; sereno il giorno anche se l’astinenza di luce (estinzione della notte, astensione) turba i percorsi quotidiani, lo sguardo alle vetrine luccicanti; troppo lunga è stata la notte! Il suonatore d’ arpa accorda fasci di nervi. Sublima l’impotenza esaltazione anoressica. Niente carne rossa, niente zucchero raffinato, niente oltre l’apoteosi della magrezza. Il sole in dieta di luce impressiona il giorno, il burro sul davanzale si scioglie appena, la normalità s’insinua con l’amore, ristabilisce i contatti con la realtà, allucinazione collettiva, e il tempo incatena alla visione successiva.
Stressati dalla conseguenza in viaggio verso la speranza.
L’occasione impegna completamente ed è necessario farsi per ristabilire il confine, spararsi nelle vene il limite abbagliati dalle coesioni non coerenti correlati dalla sintesi. Le anfetamine sostituiscono la volontà, alterano il messaggio dell’emergenza funzionale, creano la disfunzione, lo spazio dell’esigenza limite, l’eversione diagnostica. La medicina che cura gli effetti occupa tutti gli scaffali dell’ emporio, distribuisce la follia generazionale; in ogni spazio commerciale si trova l’esperienza da vivere.

Di Antonio Limoncelli

12 pensieri su “Presa Visione: Requiem For A Dream di Antonio Limoncelli

  1. non sono mai riuscita a vederlo completo questo film, che mi affascina parecchio direi.
    ha il potere di toglierti il respiro, dalle sole poche sequenze viste in giro e poi ammetto che sono tremendamente innamorata da jared leto 😀

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    • La sottigliezza cerebrale che argomenta le visioni di Darren è idea pura, un improvviso metallico, la sintesi dei sensi su recettori elettronici. Riesce a correlare spazio e moto senza l’avallo del tempo. In altre parole, l’eleganza del divenire filmico, è la sequenza d’attimi e d’abbagli che illuminano senza il bisogno delle congetture; un sospeso tra razionale e irrazionale capace di svelare l’ignoto possibile.

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  2. Requiem for a dream, forse quasi completa parafrasi della fragilità umana e del costante attingere al condizionamento, condizionamento, condizionamento. Tre volte, per essere sicuri. Gli abissi sono spesso difficili da “dipingere”, e quanto ancora è più difficile spesso collegarli ai sogni.
    Un grande film, forse immenso per quanto reale, nel suo genere. Ma si sa che son sempre opinioni personali.

    ps: Cerca di arrivare alla fine Morfea…ne vale la pena!
    ps2: e poi son belli tutti e due, sia lui che lei. Ce n’è per tutti i gusti insomma. 😀

    I.M.

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    • Solo nella consapevolezza della dipendenza si possono scavare nuovi abissi, altre profondità in cui perdersi, frammenti d’io e d’altro, generazioni intere. Ed è meglio smarrire la strada se la meta è l’incubo d’esistere per dissolversi nulla nell’eremo esistenziale, soli per volere divino, assoluto parziale fino alla segregazione. Il nostro inferno è la superficie, il riflesso che s’ispessisce, l’effetto che diviene causa.

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  3. Io invece non conosco il film. Fortunatamente il WSF si occupa anche di questo e sarà mia premura rimediare a questa deficienza…cinematografica. Grazie anche a TaccuinoallIdrogeno per aver stuzzicato la mia curiosità con le sue parole.

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  4. emm questo film me lo ricordo come un pugno (anzi tre) che bussa alla porta del Purgatorio. Ma la recensione, ecco, è un altro morso nel ricordo. Showtime! come dicevano cominciando a scommettere…..

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    • Nel dubbio d’aver sentito apro la porta e mi chiedo se sono stato io stesso a bussare. Il susseguirsi di rotture, ostile alla conseguenza, impacchetta una serie di emozioni inassimilabili, neuro- correzioni sull’orda didascalica che attraversa il destino di tutti e tutto scivola nell’abisso dalle pareti levigate d’una visione scabra.

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