Aspettando Stella d’Italia: il pharmakon.


Aspettando Stella d’Italia: il pharmakon.

foto di Cosimo Buono

Comincio ad avvertire un po’ di agitazione, l’agitazione che si ha quando si è in attesa dell’ospite. L’ospite straniero. Una banda di camminatori, stretti dalla morsa del caldo che in questi giorni sta squagliando i brandelli della nostra Italietta, si sta avvicinando alla città. Sulla mia pelle sento scorrere il loro sudore. Massaggio i miei piedi, i piedi mi dolgono. La loro stanchezza mi stanca, anche se me ne sto tranquillo a petto nudo davanti al computer. Camminatori-stranieri sono in arrivo dai cinque angoli dello stivale, dal Veneto, dalla Liguria, dalla Sardegna, Puglia e Sicilia. È Stella d’Italia, l’ambizioso progetto, ideato e promosso dalla rivista Il primo amore e dalle Tribù d’Italia, per ricucire con i passi il disgregato tessuto sociale ed economico del nostro Paese. Poco più di un pugno di persone, guidate da Serena Gaudino, Tiziano Scarpa e Antonio Moresco, che stanno cercando di rimettere insieme i pezzi, diventando essi stessi aghi e filo le loro parole. Ad accompagnarli altri italiani, altri pazzi, ognuno a modo suo straniero nel proprio Paese. Tra meno di due settimane saranno qui da noi, nella città. Quella città che un tempo era chiamata L’Aquila, oggi, nome impronunciabile, divenuta un vuoto di senso, un buco nero con la periferia intorno. Il 5 luglio e per i tre giorni seguenti saranno qui, tra le mie mura. E sono certo verranno carichi di doni, i racconti del loro viaggio, le esperienze raccolte, le persone incontrate, il sangue che pulsa attraverso tutto l’Appennino.

Li aspetto come stranieri, come pharmakos tra le mie mura, come capri espiatori, il mezzo per allontanare il male dal corpo della città. Loro che sono già il male dell’Italia intera perché sono sognatori. Loro che sono uguali ma diversi da noi. Rappresentanti dell’esterno, di tutto il possibile altrimenti, tuttavia covati, mantenuti all’interno. Loro sono la cura. Da pharmakos a pharmakon, sono veleno e medicina allo stesso tempo. Veleno per un Sistema Paese che ormai sopravvive a stento reiterando un meccanismo di adattamento corrotto, marcio fino all’osso, mafioso, vecchio, medioevale, e medicina, unica speranza di salvezza evocata dall’interno stesso del corpo, dal cuore, cura omeopatica, elemento di rottura rispetto al siparietto dei tecnici banchieri, dei politicanti affaristi, dei giornalisti asserviti e degli intellettuali svogliati. Li aspetto come pharmakon nella mia città, nel luogo dove una catastrofe, chiamata terremoto, ha anticipato la catastrofe sistemica che ha portato sul baratro l’Italia intera. Li aspetto, citando Derrida, come traccia, come cura “sempre già presente”, perché da questa crisi ne possiamo venir fuori solo a piccoli passi, uniti, ricucendo lo strappo tra le tante realtà italiane, ricucendo lo strappo tra la realtà e la finzione.

Tra meno di due settimane saranno qui. Accenderemo dei fuochi attorno ai quali parleremo. Ci confronteremo. Ci racconteremo. Per ora, rassetto i pensieri. Penso a come accoglierli. Penso a come accogliere tutti voi che vorrete partecipare. Voi, straziati dal male. Voi che nonostante ciò vi sentite cura del vostro stesso dolore.

Chiappanuvoli

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