Elsa Von Freytag Loringhoven: the dada protopunk poet (1874–1927)


Elsa von Freytag-Loringhoven – “the only figure
of our generation who deserves the epithet
extraordinary“
Margaret Anderson, Editor of the Little Review
baroness

« Non posso entrare in un bordello, voglio dedicarmi all’arte »  – Elsa Von Freytag Loringhoven –

 «La baronessa non è futurista: lei è il futuro».  – Marcel Duchamp –

«La baronessa era come Gesù Cristo e Shakespeare fusi in un tutt’uno» Berenice Abbott

«Con gesto regale, aprì i lembi dell’ impermeabile scarlatto. Era in piedi davanti a me, nuda o quasi. Sopra i capezzoli aveva due minuscole lattine di pomodoro legate da un cordino verde dietro la schiena. Tra le due lattine pendeva una piccolissima uccelliera con dentro un canarino vivo e desolato. Un braccio era coperto dal polso alla spalla da anelli di celluloide per tende, che poi confessò di aver rubato nel reparto di arredamento dei grandi magazzini Wanamaker. Si tolse il cappello che era stato decorato in modo grazioso e appariscente con carote dorate, barbabietole e altri ortaggi…»  George Biddle , 1921

 “ Era vestita di rosso, un kilt scozzese appena sotto il ginocchio, una giacca bolero con maniche ai gomiti e le braccia coperte da una quantità di dieci-cento bracciali colorati in  argento, oro e  in bronzo, verdi e gialli. Indossava alte ghette bianche con una fascia decorativa per mobili intrecciata treccia intorno al petto. Appesi al suo busto c’erano due teiere. Sulla sua testa portava  un nero O’Shanter tam di velluto con una piuma e cucchiai vari, tra cui  lunghi cucchiai da gelato. Aveva enormi orecchini d’argento opachi e sulle sue mani portava molti anelli. I suoi capelli avevano un colore simile a quello di un cavallo baio. (Guerra dei miei anni Trenta, New York: Covici, Friede, 1930)

“ Indossa un secchio per carbone come cappello, una grattugia per verdure come spilla, lunghi cucchiai da gelato per orecchini e due teiere al posto del reggiseno. Così ornata indossava spesso un vecchio cappotto di pelliccia, o semplicemente una coperta messicana. (Life between Surrealists  New York: Holt, Rinehart e Winston, 1962)”

In uno dei suoi quaderni personali, la baronessa aveva elencato ciò che portava in visita all’ambasciata francese a Berlino:

” Indossavo  una grande  torta di compleanno sulla mia testa con 50 candele accese fiammeggianti, mi sentivo proprio così coraggiosa e irresistibile! Sulle  mie orecchie avevo orecchini fatti con prugne secche . Inoltre avevo messo  più francobolli come marchi di bellezza sulle mie guance dipinte color smeraldo e le mie ciglia erano fatte di penne dorate porcospino; questo per  civetteria nei confronti del  console. Inoltre portavo  alcune corde di fichi secchi intorno al mio collo per dargli modo di succhiarli al mio ingresso all’ambasciata.”

Djuna Barnes dà della baronessa una fotografia  in “Come gli abitanti del villaggio si divertono”  articolo  apparso a New York nel 1916:

” Esce da un taxi con settanta cavigliere tintinnanti color  nero e viola ai suoi piedi secolari, una busta per lettere di spedizione all’estero e un francobollo posato sulla guancia, una parrucca color d’oro e porpora ricavata dai fili di un grosso cavo che un tempo serviva per ormeggiare le imbarcazioni provenienti dal lontano Chatay, metafora di un sempre perpetuo ritorno a lei come un porto e  sgargianti pantaloni rossi ;  sembra un alieno umano antico su cui sono state scritte tutte le follie di una generazione passata. “

 

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Nevrastenica, cleptomane, omofoba nonostante la sua bisessualità, antisemita nonostante l’amicizia con moltissimi amici ebrei, delirante, giocosamente oscena , dissacrante, spregiudicata. Impossibile ricordare l’esistenza di un’altra personalità dell’epoca che potesse solo vagamente assomigliarle  nel suo proporsi  anche come poeta ,performer, artista . Elsa Von Freytag Loringhoven , la baronessa dal nome impronunciabile, viene a tutto tondo celebrata oggi come la regina del Dada. Lei, la rivoluzione sessuale ed artistica l’aveva fatta già ai primi del 900′.  E’ stata  un’artista appassionata , furiosa con il linguaggio e la vita , un’artista autentica che  lontana dalla volontà di assumere buffi atteggiamenti di ribellione , ha prodotto e lasciato a noi  un lavoro fin troppo intimo ed indimenticabile. Un’artista che anticipa di ben settanta anni i movimenti punk londinesi, la body-art, il design, i collage , scultura e le installazioni fatte con oggetti rubati o trovati per strada nella spazzatura.  La sua poesia si legge come un potente  monologo con se stessa , un flusso di pensieri rabbioso , tempestoso , spietato, radicale in cui spesso ci si ritrova a sorridere per come scimmiotta il linguaggio del profeta-poeta ed i politici del suo tempo  o a rimanere totalmente disarmati  per come vede la figura di Dio che dissacra dipingendolo come un ” cuore di lupo dalla brama di diseccare tessuti “.Poesia la sua anche erotica in cui spesso parla di  eiaculazione, orgasmi e sesso orale.  Poesia passionale e appassionata  che da un certo punto in avanti riflette anche la sua  paura per la morte . Ci troviamo così spesso davanti a poesie che esprimono un tentativo rabbioso e malinconico di dominare questa paura , di lottare  con la sua anima inquieta che chiama ” animale di ghisa ” , ” rospo dorato ” , la sua mente creativa e volitiva che chiama ” cathedral “. Poesia accompagnata da schizzi e disegni , poesia che spesso viene rappresentata graficamente.

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Una vita estrema , intensa , libera ma anche dolorosa , con i suoi matrimoni improvvisati , gli inseguimenti della polizia per i suoi furti continui , le nottate passate nelle balere a recitare poesie con i marinai, i suoi spettacoli porno e l’ estrema povertà . E’ stata una figura d’avanguardia sulla scena artistica di New York dell’epoca in cui è stata la musa di Man Ray, amica di Marcel Duchamp , William Carlos William ed Ezra Pound ad ognuno dei quali , come riportano i giornali dell’epoca non mancò di fare avances sessuali. Una delle riviste più  alternative del tempo ” The Little Review ” consideravano Elsa Von Freytag Loringhoven una delle più importanti artiste del loro tempo. Gestita da una coppia lesbica molto chic , non mancavano mai di pubblicare le sue bizzarre ed incomprensibili poesie insieme alle puntate dell’Ulisse di Joyce con conseguenti sequestri e multe.  La sua biografa Irene Gammel in Body Sweats,  sostiene che il famoso orinatoio di Duchamp fosse proprio di Elsa Von Freytag Loringhoven.  Tradurre e riassumere il lavoro di Elsa Von freytag Loringhoven non è stata facile impresa. Il suo linguaggio poetico  non è solo contaminato da termini tedeschi essendo proprio il tedesco la sua lingua madre , ma anche  dal suo coniare neologismi spesso incomprensibili. Ecco che quando  si stanca di parole esistenti crea parole nuove come ” Kissambused ” , ” Phalluspistol ” ” Spinsterlollipop “.  E daltronde nel fare tanta fatica per  tradurla , ci ha dato conforto la parola del suo editore ” E’ come se scrivesse da una cavità della lingua inglese che nessuno ha mai aperto “. Estremamente litigiosa, caustica, umorale, bizzarra e imprevedibile ne fecero di lei una figura incantatoria ma anche evitata. Traducendola non mancano invettive e critica sarcastica nei confronti di altri artisti . In una delle sue poesie  ” Graveyard Sourraunding Nunnery ”  prende in giro Marcel Duchamp chiamandolo Marcel Dushit :

“Graveyard Surrounding Nunnery”

When I was
Young — foolish —
I loved Marcel Dushit
He behaved mulish —
(A quit.)

Cimitero che circonda un convento

Quando ero giovane — stupida —
Amavo Marcel Dushit
Era testardo —
( L’ho Piantato!)

O ancora in una delle lettere alle editrici di The Little Review leggiamo un’invettiva spaventosa contro l’ipocrisia e l’America , per lei totalmente fuori da ogni cultura :

Hypocrisy stored up through ages !
Rembrandt hypocrite——Shakespeare——Goethe !

……………………………………………………

 Agh——pah ! Carlos Williams——you wobbly-legged business satchel-carrying little louse !

Remembrandt , Shakespeare, Goethe sono degli ipocriti, William Carlos William viene dipinto come un ” portaborse pidocchietto “. Il legato letterario della baronessa Elsa Von Freytag Loringhoven fu ereditato dalla sua migliore amica e amante Djuna Barnes , la quale sebbene volesse farne un’opera unica biografica non realizzò mai il progetto. Attualmente il libro più completo esistente su questa artista è Body Sweats di Irene Gammel ; testo di circa 400 meravigliose pagine di poesia e disegni  da cui sono tratte notizie e testi riportati in questo articolo.  Testo celebrato dal New York Times come il miglior libro d’arte del 2011. 

Ecco come dipinge un temporale a Palermo:

 

Palermo

Down city presses eve deep —
Netted bubble beads ascend
Amethyst cap. Rainsteep —
Pearlskies stand.

Down city presses eve deep —
Lilac mistspew tastes singed.
Bellhens tinweep —
Chastizes lanes — hushtinged.

Down white city press deep
Blanketarms. At western seam —
From smoketopazes yellow peep —
Velveteen mountain brain flaunts dream.

Palermo

Una notte plumbea serra la città —
Gocce come bolle intrappolate
risalgono la volta d’ametista —
Pioggia esorbitante —
vegliano cieli di perla .

Una notte cupa serra la città —
Un banco di nebbia lilla sa di bruciato
Campanucce di latta piagnucolano —
Castiga viottoli —  silenzio sporcato .

Una coltre di rami ammantano
la città bianca. Sulla sponda occidentale —
Dalla foschia spuntano gialli topazi—
un levigato cervello possente sventola un sogno.

Traduzione italiana : Bianca Cecchini C. ( Mezzanotte )

O come dipinge le sue uscite notturne :

APPALLING HEART 

The Little Review, 7 (September-December 1920)

City stir——wind on eardrum——
dancewind : herbstained——
flowerstained——silken——rustling——
tripping——swishing——frolicking——
courtesing——careening——brushing——
flowing——lying down——bending——
teasing——kissing : treearms——grass——
limbs——lips.
City stir on eardrum—— .
In night lonely
peers—— :
moon——riding !
pale——with beauty aghast—
too exalted to share !
in space blue——rides she away from mine chest——
illumined strangely——
appalling sister !

Herbstained——flowerstained——
shellscented——seafaring——
foresthunting——junglewise——
desert gazing——
rides heart from chest——
lashing with beauty——
afleet——
across chimney——
tinfoil river——
to meet——
another’s dark heart——

Bless mine feet !

Cuore agghiacciante

Turbinio di città —— vento su timpani ——
danza di vento: d’erba macchiata ——
macchia di fiori——seta fluente —— frusciante——
dal passo leggero—— sibilante —— amoreggiando ——
amor gentile —— aerodinamico —— che sfiora——
che scorre —— distendendosi —— curvando anse ——
provocante —— baciando: le braccia degli alberi —— l’erba
gambe braccia —— le labbra.
Turbine di città sui timpani ——
nella notte solitari
simili ——:
luna —— amazzone!
pallida —— di bellezza atterrita
troppo elevata da condividere!
nello spazio che è blu —— va cavalcando via dal mio
il mio petto ——
illuminata stranamente ——
agghiacciante sorella!

Macchiato d’erba—— macchia di fiori——
dal profumo di gusci —— navigante ——
a caccia per foreste —— come in una jungla ——
sguardo fisso al deserto ——
il cuore s’allontana dal petto ——
con sferzante bellezza ——
via di fretta ——
al di là del comignolo ——
fiume argentato ——
per incontrare ——
d’un altro cuore il buio ——

Benedite i miei, i miei piedi!

Traduzione italiana :  Stefania Paluzzi -Bianca Cecchini C.

Fruit don’t fall far

From Daddy sprung my inborn ribaldry.
His crudeness destined me to be the same.
A seedlet, flowered from a shitty heap,
I came, the crowning glory of his aim.
From Mother I inherited ennui,
The leg irons of the queendom I once rattled.
But I won’t let such chains imprison me.
And there is just no telling what this brat’ll…!
This marriage thing? We snub our nose at it.
What’s pearl turns piss, what’s classy breeds what’s smutty.
But like it? Lump it? Neither’s exigent.
And I’m the end result of all that fucking.
Do what you will! This world’s your oyster, Pet.
But be forewarned.
The sea might drown you yet.

Un frutto non cade lontano

Da un padre molle la mia volgarità innata.
La sua crudezza mi ha destinata ad essere uguale
Un seme abbandonato, fiorito da un mucchio di merda
Sono nata a coronamento del suo scopo.
Da mamma ho ereditato la noia
Per una volta ho scosso le gambe di legno di un regno.
Ma io non lascerò che queste catene mi imprigionino.
E non c’è niente da dire su cosa questa donnaccia farà!
Il matrimonio un affare?
Sottomettiamo il nostro istinto a questo.
Quale perla diventa piscia, quale razza di classe
quale sporca.
Essere così?
Generalizzare vero?
Non essere nemmeno esigenti.
E io sarei il risultato finale di tutto ciò,
che cazzo !
Fai quello che vuoi!
Questo mondo è la tua ostrica, bambina!
Ma sìì prevenuta.
Il mare potrebbe annegarti ancora.

Traduzione italiana : Bianca Cecchini C.

from Mine Soul Singeth

He is hidden like the hidden toad – – – hidden animal – cave-
animal – chiseled animal – animal of shadow! – – goldrimmed
pupils narrowing in light – blinking – thinking dark dreams!
Hidden – lightshy – skinpale – does not perish in flame – I remem-
ber old witchword;
Jewels hidden in its head – – – hidden – hidden – hidden animal!
Splendid – proud – majestic – immobile – – – when it feeds it
moveth swift like thought!

Dalla mia anima che canta

E’ irrivelata come un rospo rintanato —— —— —— animale occultato ——
animale celato —— animale cesellato —— animale d’ ombra! —— pupille d’oro
bordate che si restingono alla luce —— lampeggiando  ——immaginando sogni oscuri!
Eclissato—— restio alla luce —— dalla pelle pallida —— non muore tra le fiamme —— ricordo —— vecchia parola di strega;
Gemme preziose nascoste nella sua testa  —— —— ——arcano —— irrivelato —— animale occulto !
Splendido——  orgoglioso  —— maestoso —— immobile—— —— ——  quando si nutre
si muove veloce come il pensiero!

Traduzione italiana : Bianca Cecchini C. – Mezzanotte –

Astride

Saddling
Up
From
Fir
Nightbrimmed ⎯
Clinkstirrupchink!
Silverbugle
Copperrimmed ⎯
Keening ⎯
Heathbound
Roves
Moon
Pink ⎯
Straddling
Neighing
Stallion :
“HUEESSUEESSUEESSSOOO
HYEEEEEE PRUSH
HEE HEE HEEEEEEAAA
OCHKZPNJRPRRRR

/     \
HÜÜ            HÜÜÜÜÜÜ
HÜ-HÜ!”
Aflush
Brink
Through
Foggy
Bog
They
Slink ⎯
Sink
Into
Throbb
Bated.
Hush
Falls ⎯
Stiffling ⎯
Shill
Crickets
Shrill ⎯
Bullfrog
Squalls
Inflated
Bark
Riding
Moon’s
Mica –
Groin ⎯
Strident!

Hark!

Stallion
Whinny’s
In
Thickets.

A cavalcioni

Sellando un cavallo
Dall’abete
Traboccante notte ——
Tintinnio della staffa!
Corno d’argento
Montato in rame ——
Bramando Confine di brughiera
Vagabondaggi
Luna Rosa ——
Cavalcando
Nitrendo
Stallone:

“HUEESSUEESSUEESSSOOO
HYEEEEEE
PRUSH
HEE HEE
HEEEEEEAAA
OCHKZPNJRPRRRR

/ \

HÜÜ HÜÜÜÜÜÜ

HÜ-HÜ!”

Un impeto
Bordo
Attraverso
Nebbioso
Palude
Si
Muovono furtivi ——
Affondare
Dentro il rimbombo
Col fiato sospeso
Il silenzio
cade irrigidendosi
Grilli Imbonitori stridono ——
Rana
Toro
Grida
Corteccia
Gonfia
Cavalcando
Mica di luna ——
Inguine ——
Stridente!
Ascoltate!
Il nitrito
dello stallone
nel boschetto.

Traduzione : Federica Galetto

Forgotten_1923

Moonstone

Lake——palegreen——shrouded——
skylake——clouded——shrouded——
yearning——blackblue——
sickness of heart——
pomgranate hue——
sickness of longing——
——! you !
In cloud——nay——ach——shroud——
nay——ach——shroud—— !
of——breast——
sickness of longing
gulps
pomegranate hue
from heart in chest——
palegreen lake in chest !
—— you !

 

Pietradiluna
Lago — pallidoverde — velato
lago di cielo oscurato —disteso velo funebre —desiderio  blu-in-nero
malattia del cuore — color melograno —
malato ——  voglioso —
ebbene, tu !
In nuvola — anzi perdiana velo
anzi perdio sudario — !
del petto —
la voglia di desiderio
inghiotte
tinta di melograno —
lago pallidoverde in petto !
—        ebbene tu!

Heart (Dance of Shiva)

Around me hovers presence that thou art,
secretely atmosphere draws cloudy——dense——
perfume athwart mine cheekbone swings intense——smile on mine lip——
I kiss thee——
with mine heart !
Ja——with mine heart——
that can perform fine tricks
since it is housed with wizzardry and art—— !
soul——how enchanted art thou——
by such heart ! !
Ho !——lover far——

Cuore ( Danza di Shiva )
Mi ronza intorno presenza che tu sei, aria segreta
che disegna di nuvole —denso —il profumo
obliquo al mio zigomo oscilla intenso —
sorriso sulle labbra
te bacio te – con il mio cuore!
Sì — con il mio cuore —
che sa esibirsi in giochi raffinati
sì che adibito ad arte per  magia e talento — !
anima —come sei  incantata
da un cuore così!
oh!— amante  lontano—

Traduzione : StefaniaPaluzzi

Wheels_are_Growing_1921

Hell’s Wisdom

<All wisdom is profoundly trivial>
Love is gravitation

My “Derangement” dwells in absence – as – under circumstances existing – normally – it
should be present.
It maintains in circumstance –
There I leave it.
My being in senses right is normal height.
It being uncommon – presents strange – as genius does – uncompanioned.
Victim of circumstance I am not – as I am no dweller in
For me – to be touched – touchably – by circumstance – normal
To vacuous spectres of substance past – should so be abnormal – as to cause revulsion
degree –
Provoking instant insanity – whence I am protected by radius of spiritual emanation

To circumstance I am immaterial – as is circumstance to me.
Diametricaly opposed – alone we leave each other – charmed aloft
Lone I – enhanced shrouded earth – by own atmosphere mine self’s own self – out-of
circumstance cosmic star – volve revolve – evolve -I do – by starshaped pride stygmatized
outcast from circumstanced press – presssure – I am.

Social insanity – cosmic sanity – visible flesh – I am not present.
Cosmic resident .
That means :
Responsibility sublime
Capacity to measure.
Bliss – damnation – alternating until equilibrium attainment
Sway
Balance
Scalefix.

Solution perfect of two in one.
2: 1.
Two in one is nil.
2 : 1 = 

Urstate sublimatedly
Lifted sublime by blood sacrificial power flux :
Radiance suffusion.
Light equals light:
Motion – rise
Impulse. Motion –
Top sun – it

Scalefix.

Matter at ever higher level put
Until cristal state –
Graded circle:

One and all is circle
1 + X = 

All in one is nil.
X : 1 =

Nil is allsum
  =X
Allsum is in nil
X =

Life conquered – emotion solved
Measureless limitless urfigure
Assembled.
Circle
Navel
Nil.

Betwixt :
Swing –
Wheel
Scale
Until:
Shot
Middle
Spot
Hit – :
Radiance
Adash.

La saggezza dell’inferno

<Tutta la saggezza è profondamente banale>
L’amore è gravitazione

Il mio “squilibrio” risiede  nell’assenza —— sebbene ——  sotto circostanze esistenti —— normalmente  —— dovrebbe manifestarsi.
Si sostenta in questa condizione  ——
Lì lo lascio.

Essere nelle mie piene facoltà rappresenta una comune altezza.  Essendo inusuale —— appare strana  —— così come quello di un genio solitario.
Non sono vittima del contingente  —— così come io dentro non vi risiedo.

Per  me —— essere toccata —— in grado di toccare —— questo stato di cose ——  è normale.
Per  fantasmi privi di sostanza  —— dovrebbe  quindi essere così anomala —— da causare un grado di repulsione ——
Provocando un’ istantanea follia —— da cui invece io sono protetta da un raggio di emanazione spirituale.

Per condizione io sono immateriale —— così come il contingente per me.
Diametralmente opposti —— da soli ci lasciamo l’un  l’altro —— Io solitaria —— affascinante in alto —— terra velata accresciuta  —— dalla nostra comune atmosfera  ognuno per se stesso ——  al di fuori del contingente io  stella cosmica —— giro  rigiro —— evolvo ——  agisco ——    grazie al criticato orgoglio a forma di stella liberato dalla  stretta del contingente —— dalla pressione ——    io esisto.

Insanità sociale —— sanità mentale cosmica —— carne visibile —— io non sono presente.
Abitante cosmica.
Ciò significa:
Responsabilità sublime
Capacità di misura.
Beatitudine —— dannazione —— che si alternano fino al raggiungimento dell’equilibrio
Ondeggiano

Si equilibrano
Scalano altezze

Soluzione perfetta di due in uno.
2: 1.
Due diviso uno è zero.
2: 1 = 

Stato di sublimazione
Sublime potenza di flusso sollevato dal sangue sacrificale:
Soffusione che splende.

Luce eguaglia luce:
Moto —— crescita
Impulso. Azione ——
raggiungimento dell’apice del sole –

Scalata.

La questione posta ad un livello sempre più alto
Fino allo stato di cristallizzazione ——
natura del nulla:

Uno e tutto è nulla
1 + X =

 Tutto in uno è il nulla.
X: 1 =
 

Il nulla è somma completa
X =

La somma completa è nel nulla
X =: 

Vita conquistata —— emozione spiegata
Smisurata iperfigura illimitata
che si riunisce.
Cerchio
Ombelico
Nulla

In mezzo a:

Altalena  ——
Ruota
Scala
Fino a:
Colpo centro
punto
urto—— :
Splendore
tratto.

 

 Traduzione italiana : Bianca Cecchini C.

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Note BIOGRAFICHE di Anna Chiara Cimoli presente su enciclopediadelle donne.it

Elsa Von Freytag Loringhoven – Swinemunde (Pomerania) 1874 – Parigi 1927

Nata nel 1874 a Swinemunde, in Pomerania, Elsa si trasferisce a vent’anni a Berlino rifiutandosi di vivere con un padre violento, accusato di aver trasmesso alla madre la sifilide e di averne causato la follia. Qui, grazie al suo fascino ambiguo e alla spregiudicatezza, lavora nello spettacolo di tableaux-vivants di Henry de Vry, una sorta di vaudeville di moda all’epoca, e poi in quello di Richard Schulz al Zentral Theater. Gli spettacoli sono per lei occasione per mettersi in mostra, per conoscere uomini che la aiutino a far fronte alla povertà e insieme siano oggetto di una sistematica e compulsiva sperimentazione erotica, e infine per verificare la sua identità bisessuale con le colleghe chorus girls. La relazione con l’artista Melchior Lechter proietta Elsa nel circolo del carismatico poeta Stefan George, strappandola allo squallore dei bassifondi e facendo di lei, tutt’a un tratto, una musa, avvolta in velluti e ornata di gioielli, in perfetto stile nietzchiano. Il romanzo Fanny Essler, scritto in gran parte da Elsa nel 1905 e firmato da uno dei suoi mariti, sarà una forma di critica satirica – non priva di aspetti vendicativi – del circolo di George.
Dopo due anni trascorsi in Italia, alla svolta del secolo Elsa si trasferisce a Dachau, dove conosce l’architetto August Endell, suo primo marito, esponente di uno Jugendstil molto personale ispirato a elementi organici e ricco di riferimenti spirituali. Nel 1901 la coppia torna a Berlino, dove l’architetto ottiene progetti importanti soprattutto nell’ambito della progettazione di teatri, caffè e luoghi di ritrovo. Due anni dopo Elsa si innamora di un amico di Endell, il traduttore e scrittore Felix Paul Greve. Il ménage à trois si interrompe durante un viaggio nel Sud Italia, quando Elsa e Felix continuano, da soli, alla volta di Palermo. Poco dopo, Greve viene richiamato in Germania e arrestato con l’accusa di frode; scontata la pena, nel 1904, lui ed Elsa vagabondano per diverse città, componendo a quattro mani poesie firmate con lo pseudonimo Fanny Essler, per tornare a Berlino nel 1906. Un colpo di scena smuove ora le acque: Greve, inscenando un finto suicidio per sottrarsi ai creditori, parte alla volta del Canada, dove si ribattezza Frederick Philip Grove e inizia una seconda vita. Quando Elsa – complice del finto suicidio – lo raggiunge, si trasferiscono in una fattoria nel Kentucky; ma la vita da agricoltori non fa per loro: Greve/Grove lascia Else (che rivendicherà gran parte della produzione letteraria dell’ex-marito), la quale subito fa rotta verso la grande città, questa volta Cincinnati, dove lavora come modella.
Dopo molto vagare, il sipario si alza ora su New York, e in particolare sul Greenwich Village, il cuore pulsante dell’esperienza dada. Qui, nel 1913, Elsa conosce e sposa il barone Leo von Freytag-Loringhoven, ricco ma evanescente rampollo di una famiglia tedesca con cui vive una stagione spumeggiante abitando al Ritz e conducendo un’intensa vita mondana. Allo scoppiare della guerra Leo parte alla volta della Germania per non tornarne più: si suicida, infatti, secondo quello che Elsa definirà «il gesto più coraggioso della sua vita».
Ed ecco la baronessa ormai non più giovane, con tre matrimoni e molti colpi di scena alle spalle, bisessuale, sempre più eccentrica nel modo di presentarsi (come quando si rasa il cranio o si adorna con oggetti pescati nei cassonetti della spazzatura) e, pare, affetta da incurabile cleptomania. La sua fama si deve soprattutto alle performance che in quegli anni inscena, seminuda o vestita di lattine, nei luoghi più inconsueti, fra cui bettole mal frequentate o strade e piazze newyorkesi. Le poesie che Elsa sottopone alle più avanzate riviste letterarie dell’epoca («Little Review», «Transition», «Liberator», «Transatlantic Review», su cui pubblica grazie a Ernest Hemingway, e altre) riscuotono un certo interesse. Alcune di esse sono dedicate al folle (e non ricambiato) amore di quella stagione, quello per Marcel Duchamp, che di lei disse: «La baronessa non è una futurista: lei è il futuro». Duchamp e Man Ray coinvolgono Elsa in un video, intitolato The Baroness shaves Her Public Hair (La baronessa si rade i peli pubici), di cui purtroppo sopravvivono solo pochi fotogrammi. La vicinanza all’ambiente dada è testimoniata anche dai ready-made confezionati da Elsa a partire da materiali poveri e di scarto, come l’irriverente God, del 1917: nient’altro che un tubo piegato, dall’evidente allusione sessuale, montato su un piedistallo in legno.Nel 1923 Elsa torna a Berlino dove, diseredata dal padre e ridotta in estrema povertà, finisce per vendere giornali sul Kurfűstendamm e per trascorrere un periodo in una clinica psichiatrica, sempre implorando i vecchi conoscenti, fra cui Peggy Guggenheim, di prestarle del denaro. È Djuna Barnes, una delle amiche più fedeli, a pagare l’affitto dell’appartamento parigino in cui la baronessa si trasferisce nel 1926. Qui, in rue Barrault, muore nel 1927, soffocata dal gas lasciato aperto. Disattenzione o suicidio? Djuna Barnes lavorò per diversi anni a una biografia dell’amica, che non condusse mai a termine: su Elsa è così calato un silenzio rotto solo in anni recenti, quando la critica si è accorta di lei. Dai nuovi studi è emersa la figura di un’artista indipendente, fonte di ispirazione per molti, e non certo di un’epigona: lo dimostrano i versi moderni e graffianti fitti di riferimenti sessuali, le sculture piene di personalità e ironia (il vaporoso Ritratto di Marcel Duchamp in cui un assemblage di piume fluttua entro una coppa di vetro), la volontà di fare del suo corpo un’opera d’arte anticipando di almeno quarant’anni la performance art, e perfino, nella radicalità delle scelte espressive e nella rilettura del concetto di femminilità, il punk. Berenice Abbott, la pioniera della fotografia statunitense, di lei disse: «La baronessa era come Gesù Cristo e Shakespeare fusi in un tutt’uno».

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NOTA : Le traduzioni qui riportate per la prima volta  in lingua italiana sono ad esclusiva di WSF. Qualsiasi riproduzione dell’articolo o delle traduzioni stesse deve essere autorizzato dall’ admin del presente sito e dai rispettivi autori.

Fonti bibbliografiche :
1. http://www.lib.umd.edu/dcr/collections/EvFL-class/
2. Body Sweats – the uncensored writings of Elsa Von Freytag Loringhoven  di Irene Gammel e Suzanne Zelazo

ARTICOLO di Mezzanotte

Nel punto critico – Lezioni romane di Critica Impura


Gli elementi della critica e non solo, lo stato dell’Arte magari e non è abbastanza, una possibile mappatura del lavoro critico immediatamente inserito nella magmatica letteratura attuale, forse. Di molto si è parlato negli interventi di Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli,  le due anime del blog Critica Impura, tenuti a metà gennaio e riproposti in schede visuali sul canale di YouTube.

critica impura
1) Lezioni di Critica (Impura, come il blog esige) alla Scuola internazionale di Comics. Riconoscere o (provocatoriamente) conoscere la funzione critica del testo nella grande offerta che questi anni sta emergendo è una funzione curabile da strumenti oggettivi del critico, oppure ci si lascia sovrapporre da incurabili scelte di personalismo di lettura?

antonella pierangeliAntonella Pierangeli: Formalizzare il risultato di un’esperienza di lettura critica della realtà e di condivisione  intellettuale attraverso la forma della lectio è stata per noi innanzitutto un’esperienza di grande coinvolgimento emotivo. Aver avuto la possibilità di comunicare la nostra idea di critica impura ci ha permesso inoltre di affinare al meglio gli strumenti ermeneutici per vedere più nitidamente in noi stesse prima ancora che nei testi. Oggi che la poesia sembra “non stare più nelle cose” come diceva Pascoli e che la critica letteraria, che dovrebbe rintracciare invece il senso del poetico nelle pieghe più nascoste del textus, non è solo malata ma addirittura nella sua fase terminale, è sempre più urgente agire, almeno ermeneuticamente e criticamente parlando. Quel po’ di autenticità e di autonomia scevra da condizionamenti da merchandising, o peggio ancora da logiche di vassallaggio letterario, si esprime ancora, secondo noi, principalmente nel dialogo con scrittori ancora degni di tale nome, del passato o del presente, piuttosto che in tante pagine sgangherate, narrative e poematiche, di un tristissimo oggi in cui grazie alla galassia tritatutto della rete, bivaccano con malcelata tracotanza “uomini, mezz’uomini, ominicchi e quaccuaraquà” come afferma Sciascia nella sua feroce classificazione dell’umanità..

Questa mia osservazione però non è di ostacolo, sia ben chiaro, a nessun discorso teorico. Ragionare sull’essenza e sulla pratica della critica, sul rapporto tra oggettività e soggettività nella fruizione dell’opera d’arte, chiedersi se esiste e, se mai, che cosa sarebbe o che cos’era o sarà, in tempi forse migliori, la letteratura è sempre prioritario. Interpretare testi e dispiegare arsenali ermeneutici eterogenei e eterodiretti costituisce un’operazione difficile da orchestrare: le passioni personali e il gusto individuale con le sue asprezze e abissi di senso o l’oggettività cruda di regole tracciate da solide scuole di pensiero?

Per noi impuri, una lettura in senso estetico è già un’interpretazione e un testo non esiste affatto al di fuori di un’interpretazione o di una comprensione, se non come oggetto materiale. Di conseguenza se l’interpretare e comprendere non possono essere abbandonati all’arbitrio interpretativo assoluto, è pur vero che la possibilità di una teoria inamovibile sia da escludere totalmente. Appare allora con evidenza che è indispensabile uno sforzo di riflessione che, anche se non è una teoria ermeneutica vera e propria, porta piuttosto ad una felice intuizione: l’interpretazione non è, e non può essere, solo soggettiva e momentanea e neppure legata soltanto alla relatività e alla puntualità della contingenza storica. Anzi proprio perché l’interpretare include non solo l’interprete e gli oggetti dell’interpretazione ma anche se stesso, esso è una condizione sintetica, non un fatto isolabile, chiuso nella sua entità relativa. Così, impuramente, leggere-interpretare non è semplicemente aggregare i tanti significati come fatti analitici ma supporre, del testo che stiamo leggendo, in qualche modo già un’anticipazione del suo senso complessivo. Ma come passare da un solitario, opaco, aggregato di significati ad un senso contestuale che ci metta al riparo da qualsiasi comprensione arbitraria e fuorviante, sempre in senso estetico? La via è ardua, irta di ostacoli e strapiombi. Forse qualcosa come “l’afferrare di colpo” (mit einem Schlage) di Wittgenstein? Cioè la folgorazione improvvisa che scatta già alla prima frase, con l’anticipazione di tutte le altre? O piuttosto non ci si deve forse abbandonare alla tirannia della sovranità del testo in cui esso stesso e le sue regole siano il riferimento primario dell’atto interpretativo testuale e in cui perfino l’interpretante e i suoi oggetti siano a loro volta passibili di interpretazione?

Forse Critica impura si assume la responsabilità di parlare di teoria dell’interpretazione testuale semplicemente facendola, presentando così il textus come correlato oggettuale contenente il suo stesso principio regolativo. Siamo consapevoli della sfida: accettare in pratica l’ossessione e la condanna alla lettura e alla ricerca del senso estetico, le due polarità in cui si determina ciò che avvertiamo essere l’arte e i suoi territori, la conoscenza e la bellezza stessa.

2) Lezioni di Critica Impura è frammentata in vari capitoli, tutti con titoli altamente qualificativi. Ne cito alcuni: la malattia dell’epigonismo, la letteratura di genere, lavorare nelle tenebre. La critica può divenire una lingua organica universalmente scelta, se oggettivata in ogni sua potenzialità analitica?

Immagine 080Sonia Caporossi: l’oggettività analitica della critica è un quid utopico il cui ottenimento può e magari deve essere perseguito attraverso la sana abitudine di fondare i propri giudizi critici su criteri estetici esplicitati, chiari, distinti e manifesti, ovvero sulla necessità, da parte del critico, di possedere una solida teoria  estetico – filosofica retrostante, meglio se personale o personalizzata; altrimenti si cade nel puro de gustibus e si rischia di parlare ogni volta di aria fritta. Il problema, piuttosto, è che esistono in senso estetico tante diverse idee di bellezza e di bruttezza, e questo fa sì che la critica debba spesso fronteggiare casi e situazioni completamente opposte nel passaggio da un’arte all’altra, da una corrente all’altra, da un’opera all’altra. Il semplice giudizio estetico espresso col “mi piace”, tuttavia, dà luogo abitualmente ad una vexata quaestio. È un discorso lungo, ma posso sintetizzarlo così: l’indagine estetica propriamente detta non deve prendere proprio in considerazione il de gustibus, perché il “mi piace” non esprime un giudizio estetico, che è sempre universalmente soggettivo (Kant), bensì esprime un giudizio pratico, che è individualmente soggettivo. Io tento sempre di basare la mia critica letteraria sui principii estetici, altrimenti divento come un critichino dei tanti, che scrivono tomi e tomi su ciò che a loro piace perdendo di vista l’idea stessa del bello e del brutto che pure dovrebbe essere sempre perseguita: è questa infatti la differenza fra il critico e il semplice storico o cronista di fatti culturali del proprio tempo, che invece è un critico per finta. Inoltre, utilizzando il de gustibus si può dire tutto di tutto, cosa che equivale a non dire niente di niente. E stiamo sempre lì: dal punto di vista eminentemente estetico è importante ravvisare in un’opera in primis l’aspetto formale, ma qui occorre chiarire che non si intende la forma come tecnica, e neanche la forma nel senso esclusivo del formalismo russo. Molti infatti la scambiano per l’aspetto tecnico, per la bravura prattica (con due t), ma si tratta piuttosto proprio della forma in senso estetico (Brandi, Kant, Croce, Garroni, perdonate il chiasmo concettuale e storico), cioè l’aspetto, la modalità fenotipica in cui prende figura il contenuto: e qui figura, non contenuto, è parola pregnante, dato che il contenuto può essere oggettivamente qualsiasi cosa. La forma insomma manifesta concretamente la modalità dell’espressione compiuta di un’intenzione, laddove l’intenzione, per quanto titanica possa essere, da sola non fa e non farà mai un’opera d’arte come tale. Per quanto riguarda poi il rischio del critichino di cui parlavo poco fa, nell’esercizio quotidiano della critica non bisogna confondere il piano di rappresentatività storico, culturale, sociale eccetera che un’opera detiene sempre e comunque in quanto testimonianza e documento del proprio tempo, col piano estetico vero e proprio. Attenzione: sono cose completamente diverse, e qui non stiamo parlando di norme o canoni. Le regole classicistiche o quelle di rottura e d’avanguardia (ché alla fine divengono, da rottura di schemi che erano, norme anche quelle, non foss’altro che norme su come si rompe uno schema), dicevo, le regole non c’entrano proprio niente, non valgono in questo senso modelli o parametri prestabiliti; c’entra, piuttosto, la percezione del bello o del brutto come aisthesis, che si determina anche in virtù di modificazioni sociali e culturali di tipo diacronico, certo, ma che tuttavia debbono essere sempre analizzate dal punto di vista psicologico ed estetico del fruitore dell’opera d’arte in questione. In poesia ed in arte figurativa, ad esempio, si hanno fin dalle avanguardie del Primo Novecento due percezioni molto diverse di bellezza, quindi a rigore, dal punto di vista dell’indagine estetica, neanche possono essere messe sullo stesso piano. Ad esempio, di fronte all’armonia che percepisco nei versi di una poesia non ho la stessa sensazione estetica che posso avere di fronte alla disarmonia di un quadro cubista, nonostante ad ambedue ognuno di noi possa essere portato a collegare un’idea di bellezza come “adeguazione della cosa all’idea”, idea di bellezza che però è di natura completamente diversa, perché nel caso della poesia ricerco come discriminante la forma poetica che tendenzialmente m’aspetto dalla poesia, cioè l’armonia, la musicalità, il metro, il ritmo, le figure di suono e di significato, e nel quadro cubista invece ricerco la forma figurativa che tendenzialmente m’aspetto, cioè la disarmonia, la quarta dimensione, il poliprospettivismo, la deformazione, la dis-grazia, il brutto come bello. Non ci sono insomma parametri assoluti e la critica è un po’ come l’idea stessa del bello, deve adeguarsi costantemente ad una condizione di perpetua autocontraddittorietà fondante, affidarsi ad una percezione estetica che sia contemporaneamente universale e soggettiva: è questo il bello (è proprio il caso di dirlo!).

3) La Critica e l’arte del ritaglio. C’è il risvolto di aggregazione pronto a superare il limite della critica oggettiva, altrimenti Il proliferare di mappature di correnti letterarie, di liste generazionali, e via dicendo non avrebbe tutto questo spazio nei luoghi deputati della lettura. Su questo tema, quale può essere l’importo oggettivo di un critico impuro?

Immagine 080Sonia Caporossi: Trovo che sia un errore concettuale abbastanza grossolano il metodo di catalogazione poetico, letterario o artistico per via generazionale od anagrafica, l’ho anche cercato di spiegare recentemente all’interno di un articolo molto dibattuto (http://criticaimpura.wordpress.com/2013/03/18/i-gruppi-poetici-e-gli-insiemi-di-cantor-una-riflessione-sullindeterminatezza-poetica-doggi/) su Critica Impura. Commentando in calce, ho chiarificato il mio punto di vista. Che una lista di poeti come ad esempio quella di Pordenonelegge, ma anche antologie come I Poeti degli anni Zero qui o l’elenco di Poetarum Silva lì abbia un valore sociale, del resto evidenziato nel mio articolo, è ovvio. I gruppi si aggregano per emergere dall’indistinzione, ma il punto è che, invece, ottengono così facendo il risultato esattamente opposto non solo in mancanza spesso di una vera e propria poetica differenziale ma anche perché si aggregano “i poeti di x anni” con poetiche, stili e tematiche fra loro diversissimi: e allora che senso ha farne l’elencatio per criteri anagrafici? Un elenco anagrafico non fa corrente, perché è composto da poeti anche molto diversi l’uno dall’altro sul piano scrittorio; per questo non detiene una poetica unitaria, che è condivisa, all’interno di un eventuale gruppo – corrente, ma è differenziale fra una corrente ed un’altra. Ora, gli outsider, quando va bene, fanno corrente a se stante, ma è uno stato di grazia abbastanza raro. Inoltre, ci sono correnti e correnti, ma il giudizio critico su di loro avviene dopo questo primo sfrondamento concettuale, ovvero dopo la distinzione fra un gruppo di Cantor, come io lo definisco, caratterizzato appunto dall’indistinzione di cui sopra, e un gruppo poetico propriamente detto.
Secondo me, comunque, un’opera come tale detiene sempre al suo interno contenuti forme e stili determinati, quindi il concetto di opera, a mio parere, è indissolubile da quello di poetica; e tuttavia, “poetica” non è lo stesso che “corrente”, essendo la corrente la fenomenologia aggregativa e sociale che parte da una poetica definita e condivisa da un gruppo. Benintesto, per me sono rilevanti le opere sopra ogni cosa, ma in base al principio della centralità del testo l’analisi critica di quelle opere avviene tramite tratti definitorii. Questo non significa dover incasellare ogni testo necessariamente all’interno di una poetica preconfezionata, ovviamente, né che ogni gruppo debba rientrare in una corrente (a me le correnti dopo un po’ sembrano anche anguste), né tantomeno che debbano necessariamente esistere i gruppi di contro ai singoli. Il critico, in tutti questi casi, osserva un gruppo di poeti i quali, oltre a possedere caratteristiche comuni a livello di poetica e stile, si riuniscono, fanno incontri, reading, antologie, eventi. In questi casi, gruppo e corrente vanno di pari passo, in quanto determinazioni consapevoli e volontarie che non abbisognano di ipotesi di lavoro: e tuttavia, molto spesso, troppo spesso sono proprio alcuni gruppi poetici a togliere la penna di mano al critico e ad autoinvestirsi come espressione di una poetica comune, a definirsi, bruciando i tempi legittimi della meditazione critica che ragiona giustamente per ipotesi di lavoro, dandosi l’alone di “correnti” in modo completamente autoreferenziale; e allora, spesso, con questi soggetti si è avuto e si ha a che fare. Altri gruppi, invece, non fanno corrente affatto e lasciano il tempo che trovano. Quanto a me, il fatto che un certo gruppo abbia una poetica differenziale e un altro no pare rilevante in primis dal punto di vista poetico, in secundis anche dal punto di vista sociale (in senso logico, non cronologico), dato che in senso estetico – critico le opere si scrivono in base a contenuti, poetiche e stili, che sono appunto quei fattori atti a distinguere un poeta da un altro su tutti i piani, compreso quello sociale; distinzione che però dilegua inesorabilmente, anche e soprattutto sul piano sociale, se li si mette tutti insieme in un calderone senza badare, appunto, a ciò che ne determina la differenza scrittoria: e questo è un pessimo favore alla poesia in quanto poesia, che consiste in un apparente favore ai poeti per la propria momentanea visibilità, ma a lungo andare attua una ricaduta nell’indistinzione e nell’oblio del textus, delle poetiche, dei linguaggi, dei versi, dell’opera stessa.

In questo senso dico che i gruppi poetici hanno piena ragione di esistere, di organizzarsi e di mettersi in evidenza in quanto tali, ma su altre basi che la mera anagrafe, insieme di Cantor in cui gli elementi posseggono una tale indeterminazione che il contenuto, la chose stessa insomma, dilegua.

4) Le Lezioni sono tutte presenti nel vostro blog. E due anni di blog è appena passato. Il motore è appena acceso, dove porterà ora Critica Impura?

antonella pierangeliAntonella Pierangeli: Le passioni che ci muovono hanno generato Critica Impura e più che un motore abbiamo acceso un fuoco inestinguibile. Fatichiamo a tenere testa a noi stesse e alla fornace che abbiamo creato ma il percorso di maturazione di quest’organismo complesso e sempre più tentacolare che è la nostra galassia impura ci sorregge sempre, in ogni momento, anche quando un sottile senso di nausea ci arriva alle soglie della coscienza sotto forma di quell’indignazione dolorosa che però che ci consente di andare avanti con rigore e coerenza intellettuale. Due anni di blog sono passati in fretta, molto abbiamo imparato e qualcosa abbiamo “lasciato” dietro di noi (il nostro e-book Un anno di Critica Impura, Edizioni Web-Press Edizioni Digitali, Milano, 2013,  con la nostra migliore saggistica riveduta e corretta relativa al primo anno di pubblicazioni) ma la cosa più vivificante è che siamo ancora in movimento: progettiamo nuove sezioni impure, a breve infatti inaugureremo Segnalazioni Impure, elzeviri in cui scannerizzeremo in un lampo e proporremo in lettura opere di recentissima uscita o di antichissima rimozione; abbiamo inaugurato da poco il nostro canale YouTube Impuro (http://www.youtube.com/user/CriticaImpura?feature=guide) dove per ora sono visibili le nostre lezioni alla Scuola Internazionale di Comics di Roma ma che in futuro potrebbe divenire una sorta di mappatura iconografico – parlante del blog. Quindi un cantiere, un laboratorio ma soprattutto un esperimento: togliendo infatti personaggi e concetti dal mondo chiuso dei libri e dell’ombra, sì amata, necessaria e accogliente ed  eleggendo le proprie passioni fra quelle evanescenti dell’universo della scrittura e della riflessione, Critica Impura volge le spalle, impuramente, alla corposità vacua delle cose per rivolgere lo sguardo alla loro rappresentazione – interpretazione, dantescamente scrivendo di Ragione, Bellezza e Ineffabile Umanità. Un progetto ardito, certo, ma assolutamente spontaneo: sogno frammentario e inattingibile per tutti, indomito esercizio dell’esporsi per noi Impuri.

Tutto questo però, senza mai avere la tentazione dell’autoreferenzialità e dell’egotismo delirante di alcuni, dovrei dire troppi, maestri incantatori che pensano di essere esegeti del mondo.

Noi ci consideriamo soltanto parte di una mandria di cavalli di razza, questo sì, che è però uscita dalla logica del giogo per pascolare senza briglie e basto in praterie ampie e libere, ma mai uniformi. Se devono trascinare qualcuno, oltre che se stessi, lo faranno sempre e comunque meglio sciolti che legati.

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http://criticaimpura.wordpress.com/

Letteratura e prigionia: dal Marchese De Sade a Oscar Wilde


L’arte in ogni suo aspetto, intesa come pura forma di comunicazione umana, non è solo un’espressione di bellezza o della sua ricerca; è anche sofferenza, paura, drammi irrisolti, malinconia. È un percorso spirituale che non si ferma alla conoscenza della tecnica, o all’allenamento, o al talento. E non può concedersi pause. Esistono molti tipi di dolore, tutti molto diversi e impossibili da mettere sullo stesso piano, così come lo sono gli artisti e le loro forme di espressione.

In una società tesa verso la standardizzazione degli uomini e le cose, un simile percorso è quasi un affronto; ma, al tempo stesso, è proprio la sua volontà livellatrice a spingere l’artista a fare il suo percorso, rendendosi così necessaria al suo svolgimento, facendosi parte attiva nella sofferenza dell’artista. È “nemica”, sì, e proprio per questo indispensabile.

Riflettendo sulla società nemica e, per contrasto, creatrice d’arte, si possono mettere a confronto due esempi estremi di soppressione socialmente approvata e delle sue conseguenze: l’esperienza in carcere del Marchese Donatienne Alphonse François De Sade e di Oscar Wilde, condannati rispettivamente per libertinaggio e sodomia, raccontata dagli stessi autori in forma di lettera.

D.A.F. De Sade a Vincennes

“Quando una detenzione deve essere lunga come la mia, non è un’autentica infamia accrescerne l’orrore con tutto ciò che piace a vostra madre di inventare per moltiplicare i miei tormenti? Non basta esser privati di ogni cosa che rende la vita dolce e piacevole, non poter neppure respirare l’aria del cielo, vedere quotidianamente ogni nostro desiderio spezzarsi contro quattro mura, non basta passare giorni dopo giorni in tutto simili a quelli che ci aspettano quando saremo nel sepolcro? Questo orrendo supplizio non basta, secondo quella creatura terribile: bisogna ancora aggravarlo con tutto quello che è possibile immaginare per raddoppiarne l’orrore. Solamente un mostro, confessatelo, può essere capace di spingere ad un tale eccesso la sua vendetta…”

[Lettera di De Sade alla moglie, 20 febbraio 1781]

Vittima di un piano diabolico della suocera, la “presidentessa” Madame de Montreuil, De Sade finì nel carcere di Vincennes, dove avrebbe passato molti anni della sua vita, e in cui avrebbe visto la luce il Marchese conosciuto ai più. Questa trasformazione umana e spirituale è visibile e chiara nelle lettere scritte dal Marchese in quegli anni, indirizzate principalmente alla moglie e alla suocera. L’ingiustizia della propria condanna, l’insofferenza verso la propria vita da detenuto, i continui pensieri tormentosi sull’infelicità della propria condizione formarono il nuovo De Sade, sia a livello umano che letterario e filosofico.

Il bene per me costituisce uno stato di fastidio e malessere, per cui non domando di meglio che di rimanere immerso nel mio brago, in cui mi beo. […] Si presentano mille occasioni in cui tollerare un male può evitare un male peggiore: ad esempio, chissà quale pensata sublime credete di aver fatto riducendomi alla più feroce astinenza sul peccato della carne; ebbene, avete sbagliato, raggiungendo l’unico scopo di riscaldarmi il cervello e di spingermi a dar forma a certi fantasmi che un giorno dovrò realizzare.”

[Lettera di De Sade alla moglie, luglio 1783]

De Sade e i suoi "fantasmi"

De Sade e i suoi “fantasmi”

Fu in questi anni di detenzione, diviso fra i sentimenti d’amore per la moglie e l’odio feroce per la suocera, che De Sade completò “Dialogo fra un prete e un moribondo” e la prima stesura sia delle “120 giornate di Sodoma” che di “Justine”.

Seguendo il corso delle sue lettere, troviamo i passi che lo hanno condotto lungo il cammino della sua battaglia contro l’uomo in ogni sua forma esistente e ai temi che avrebbe ripreso appunto nelle sue opere: nel Dialogo ritroviamo l’estremo contrasto fra il libertino morente e il prete, che possiamo identificare rispettivamente come De Sade e la sua visione dell’uomo in genere: ottuso e facilmente corruttibile.

Nelle “120 giornate”, invece, ritroviamo il tema della reclusione: quella volontaria per i quattro libertini della storia, quattro dei “fantasmi” citati nella lettera di luglio del 1783 – liberi di allontanarsi dalla società per dedicarsi alla propria lascivia, determinati a porre un limite eterno ai contatti esterni – e quella forzata dei servi, sacrifici da offrire alla libertà dei potenti.

È chiaro il desiderio di invertire la situazione che il Marchese sta subendo: dove lui è vittima di un complotto, calunniato, imprigionato e messo a tacere, nel romanzo è signore e padrone incontrastato, diviso nei volti dei protagonisti; dove nella vita vita vera i suoi persecutori, gli altri, sono liberi di decidere della sua vita, nel romanzo non hanno potere neanche sulla propria.

La prigione ha, in un certo senso, “liberato” il De Sade letterario. Leggendo le sue lunghe lettere dalla prigione, chiara testimonianza del percorso spirituale che questa gli ha imposto, è possibile vedere il “semplice” aristocratico libertino trasformarsi nel Filosofo De Sade, l’infaticabile narratore della perversione, teorico della distruzione, conoscitore del buio profondo che agita l’animo umano.

Oscar Wilde nel carcere di Reading

Il mio solo errore fu di limitarmi esclusivamente agli alberi del lato soleggiato del giardino e trascurare gli altri del lato ombroso e triste.

Insuccessi, infamia, povertà, dolore, disperazione, sofferenza, le lacrime persino, le parole spezzate che mormorano le labbra di chi soffre, il rimorso che costringe a camminare sui rovi, la coscienza che condanna, l’umiliarsi che avvilisce, la miseria che ricopre i suoi capelli di cenere, l’angoscia che si avvolge nell’abito di sacco e versa fiele nel suo bicchiere: tutto ciò mi spaventava. E così come avevo deciso di non conoscerne nessuna, fui poi costretto ad assaporarle tutte, a una ad una, a nutrirmene, a non avere altro cibo all’infuori di esse per un’intera stagione della mia vita.

Neppure per un attimo rimpiango di aver vissuto per il piacere. Ho vissuto per il piacere fino in fondo, poiché tutto ciò che si compie lo si dovrebbe compiere fino in fondo. Non ci fu piacere che non sperimentai. Gettai in una coppa di vino la perla della mia anima. Scesi il sentiero fiorito al suono dei flauti. Vivevo nutrendomi di miele. Ma continuare a vivere la stessa vita sarebbe stato un errore, perché mi avrebbe limitato. Dovevo andare oltre.

Anche l’altra metà del giardino aveva dei segreti per me.

[Lettera di Oscar Wilde ad Alfred Douglas, 1897]

In una situazione curiosamente simile sotto certi aspetti si ritrovò Oscar Wilde, che nel carcere di Reading compose “La ballata del carcere di Reading” e una delle sue opere più famose, il “De Profundis”: un’altra lunga lettera, altra testimonianze dal vivo dei cambiamenti interiori dell’artista in condizioni di prigionia, in cui si narra di un’altra cocente ingiustizia e di una trappola tesa ai danni dell’artista stesso. Trappola tesa, nel caso di Wilde, dal padre dell’amico Alfred Douglas, che lo avrebbe fatto arrestare per sodomia.

Oscar Wilde ed Alfred Douglas

Oscar Wilde ed Alfred Douglas

A differenza di De Sade, però, la prigionia arrestò quasi del tutto la produzione letteraria di Wilde, che morì in miseria tre anni dopo la scarcerazione. Le sole due opere sopracitate che hanno visto la luce in quegli anni sono considerate il capolavoro ultimo di Wilde, le sue opere più ricche e complete, piene di tragica consapevolezza del sé.

Non ci è dato sapere se, vivendo più a lungo e scampando alla miseria, Wilde avrebbe continuato a scrivere o se la prigione gli avesse dato o tolto troppo per continuare a scrivere. Non a caso, forse, a poco meno di un anno dalla morte, disse: “I wrote when I did not know life; now that I do know the meaning of life, I have no more to write.” [Scrivevo quando non conoscevo la vita; ora che ne conosco il significato, non ho più niente da scrivere]. Il quasi assoluto silenzio letterario di Wilde può essere interpretato in molti modi diversi, quasi sicuramente tutti sbagliati; ma si può apprendere molto dalle lettere raccolte nel De Profundis, in particolare nell’ultima parte, dove Wilde saluta Douglas con una rinnovata consapevolezza:

Ciò che mi si spiega davanti a me ora, è il mio passato. Devo riuscire a guardarlo con occhi diversi, devo costringere anche il mondo, devo costringere anche Dio a farlo. Ma ciò non può avvenire se ignoro il mio passato, o lo riduco, o lo lodo, oppure lo rinnego. Potrà avvenire solo se lo accetterò come parte inevitabile dell’evoluzione della mia vita e del mio carattere: chinando il capo di fronte a tutto quanto ho patito. Ma come io sia distante dalla vera essenza dell’anima te lo dimostrerà assai chiaramente questa lettera, nei suoi umori mutevoli e incerti, nel suo sdegno e nella sua amarezza, nelle sue aspirazioni e nella sua incapacità a realizzarle. Non dimenticare in quale terribile scuola io sto svolgendo questo compito.

E, per quanto incompleto, imperfetto io sia, tuttavia da me puoi avere ancora molto da imparare. Venisti da me per conoscere i piaceri della vita e i piaceri dell’arte. Forse io sono destinato a insegnarti una cosa assai più splendida: il significato del dolore, la sua bellezza.”

[Lettera di Oscar Wilde ad Alfred Douglas, 1897]

Daniela Montella

Ps: mi si può obiettare che quella di De Sade non è arte; l’uso della parola, in questo caso, può considerarsi sconsiderato. Tengo quindi a precisare che, per me, De Sade è un filosofo; e, per me, la filosofia è una forma d’arte.

Le citazioni del Marchese de Sade sono tratte da “Lettere di Vincennes e dalla Bastiglia”, ed. Classici dell’Eros, a cura di Luigi Baccolo
Le citazioni di Oscar Wilde sono tratte da “De Profundis”

Presa Visione: Le streghe Mélièsiane di Rob Zombie – Le streghe di Salem – Christian Humouda


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“Le streghe sono tornate”.
Salem, Massachusetts, luogo di roghi e credenze, nonché città natale del regista Rob Zombie. La cittadina della contea di Essex fa da sfondo alla quinta fatica registica del rocker. Heidy (Sheri Moon Zombie) dj di una piccola radio locale, entra casualmente in possesso di un vinile, la cui copertina recita come titolo: “I signori”.
Inizia così il viaggio “acido” di colei che già nel cognome, Hawthorne, possiede la predestinazione all’oblio. Il passato ritorna ad incombere sui discendenti di coloro che trecento anni prima hanno condannato le meretrici di Satana alle fiamme purificatrici.

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Menzione d’onore alle tre sorelle. Vecchie, ma mai così attuali glorie del cinema di Serie B. Dee Wallace, Patricia Quinn e Judy Geeson capitanate da Meg Foster (Margaret Morgan) che accompagnano come madri putative la protagonista in questo lungo viaggio.
Citare Caroll non é per nulla eccessivo o sacrilego. Il viaggio con i tre “bianchi conigli” sporchi è dunque pronto a partire. Zombie gioca con i generi, mettendo in scena un classico film anni ’70.
I rimandi a pellicole come Rosemary’s Baby di Polansky, Satan’s Cheerleaders, e il corridoio dell’Overlook Hotel di kubrickiana memoria, fanno da scenario ad un’opera personalissima, che tutto cambia, ma nulla distrugge.

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Le similitudini con le opere di Kubrick non si riconoscono soltanto in pellicole come quelle di Shining o Arancia Meccanica, quanto più nelle cadenze musicali dell’ultima opera del maestro americano: “Eyes wide shut”. Il “doppio sogno” di Schnitzler é infatti, alla base del dualismo visionario che intreccia America e diavoli, caproni e croci al neon. Il duplice sogno diventa quindi un trip allucinato ed allucinogeno attraverso una Sheri Moon Zombie sempre più fragile.
Bellissime le musiche, e i rimandi al cinema di genere, con quei piccoli simbolismi che si suddividono fra: lune di Méliès, preti blasfemi, figure messianiche ed immagini sacre, che ci accompagnano verso un finale non dissimile da quello della sua opera migliore: ”I reietti del diavolo”.
Il film é dunque una sorta di Giano bifronte, ed i personaggi che lo popolano altro non sono che gli assassini seriali, figli di un’ America sempre più madre matrigna, che ama ed allo stesso tempo allontana.
Di queste piccole molliche di pane, sparse come mine antiuomo, tra un saluto arabo ed una bottiglia di vino é costellato il film, che trova la sua collocazione tra i capolavori del cinema di genere.

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articolo a cura di Christian Humouda

Visioni di Sebastiano Cautiero


Cos’è per te la fotografia?

La fotografia, tra i vari linguaggi dell’arte, è apparentemente quello più immediato, questo non vuole dire che sia semplice o banale. Ho trovato nella fotografia la possibilità di rappresentare non solo ciò che mi circonda ma anche ciò che immagino; facendo di essa il mio strumento d’espressione e soprattutto di sfogo.

Come ti sei avvicinato al mondo della fotografia?

 Sono stato da sempre attratto da questa forma d’arte, e così a 15 anni decisi di iscrivermi ad un Istituto di fotografia. L’approfondimento delle varie tecniche, dall’ analogico al digitale, ha fatto sì che la mia non restasse solo una passione , ma che diventasse un vero lavoro ed un perfetto  strumento d’espressione.  Negli anni ho sempre cercato di realizzare varie collaborazioni, di fatto sono entrato a far parte di un associazione di artisti : “MAGMART”, di cui fanno parte fotografi e videomaker, DJ, musicisti, tra i quali Daniele Fùrest, Manuela Russo, Raffaele “Dubolik” De Mato e tanti altri. Questo team si occupa della creazione e della produzione di lavori degli artisti che ne fanno parte, dalle fotografie, ai video, agli eventi.

In base a cosa scegli i tuoi soggetti?

Spesso la scelta di un soggetto è relativa alla situazione in cui mi trovo, da ciò che voglio immortalare, e questo dipende molto dal mio stato d’animo di quel momento. Gli “ingredienti” principali che utilizzo, tenerezza sofferenza armonia uniti naturalmente alla tecnica, vanno poi a completare l’ immagine che mi ero prefisso di creare.

L’artista ci ha “donato” il suo progetto intitolato Natural Harmony che descrive in questo modo:

Il progetto “Natural Harmony” ha l’obiettivo di fondere la fotografia alla musica, attraverso l’utilizzo di luce naturale e morbida accompagnata dalla ricercatezza delle location e dell’abbigliamento dei soggetti.

Photographer: Sebastiano Cautiero
Models: Sophia Chotyrdok, Alessio Zanfardino
Make Up: Maria Elena Aprea
Assistants: Alessandro Matera, Andrea Nocerino, Alessandro Castiello

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Mi presento, mi chiamo Sebastiano Cautiero e sono un fotografo, ho iniziato a coltivare la mia passione per la fotografia nel 2006 quando mi iscrissi all’istituto professionale di Fotografia. Nei primi anni di studio mi sono appassiona alla fotografia analogica approfondendo anche le tecniche di sviluppo e stampa, per poi passare allo studio del digitale. Nel contempo ho sempre affiancato alla fotografia la mia passione per la musica e per il cinema.

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Prospettive. I fotografi che hanno fatto la storia della fotografia: Man Ray – Omaggio di parole


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Malinconia

Stava ferma.
Ferma immobile, addossata alla porta della cucina, reggendosi con la maniglia d’ottone e il cardine centrale.
Respirava col naso trattenendo l’aria nelle narici, quindi la espelleva di getto per farne entrare di più – e ancora sembrava poca, sembrava debole e pullulante di scorie, di moschini, di frammenti di carta.
Il cuore le martellava sotto la cassa toracica. Colpiva i polmoni e lo sterno. Si sfracellava dentro le vene, insieme al bollore del suo stesso sangue.
Sentiva una lastra di metallo sugli occhi, tra la fronte e gli zigomi , che le ottundeva la vista e rendeva difficoltosa la concentrazione.
Quando trovò la sicurezza necessaria, lasciò andare uno dei due sostegni:le dita, che prima erano aggrappate al cardine, sfiorarono il solco molle alla base del collo, quindi scivolarono verso il basso – seno pancia fianco –  risucchiate dal braccio e dal vuoto.
Uno spezzettato binario cremisi, il passaggio delle dita sulla pelle: ma lei non lo notò.
Spostò il peso del corpo in avanti, sul piede sinistro, scarpa numero 36. La caviglia sembrava dissociata dal resto dell’arto; il ginocchio pulsava e tremava come una lucertola nella sabbia.
Unì all’altro il piede destro. Calzava scarpette da ginnastica nere con le bande bianche, cerate di gomma, leggerissime, puzzolenti di sudore e scarto, dozzinali come il resto del vestiario – come quella maglietta bucherellata ad arte acquistata su un banco fuori dalla metro; come quei  jeans neri che, per quanto li lavasse , odoravano sempre di tintura; come quella colonna spuria di braccialetti tintinnanti che le sfiorava il gomito. Per risparmiare, aveva colorato da sé i capelli e li aveva tagliati appena al di sopra delle spalle – ricordava che, mentre le forbici scomparivano tra le sue chiome piene e con uno scatto secco le disossavano, lei aveva osservato con un distacco quasi surreale le ciocche corvine piovere sul lavandino sporco, sui suoi piedi ingolfati in quelle scarpette.
Il riflesso del vetro in penombra le rimandò un’immagine improvvisa e sconosciuta che la fece sussultare. Poi si vide, e si riconobbe, e si sentì ridicola, si sentì nuova, inappropriata e zigzagante – sorrise al vetro cosparso di lucciole e fumo – sorrise alla striscia sulla guancia,  magnifica di vissuti nascosti, eccitante, viola – sorrise alla consapevolezza di viversi e guardarsi attraverso un vetro .
Con la lingua umettò l’esterno delle labbra secche. Avvertì la pesantezza dell’alito data dallo stomaco vuoto e dalla tensione che aveva accumulato.
Lasciò la porta: poteva permetterselo, ora.
Poteva perfino accendere una luce e farsi una doccia.
Cambiare quegli sporchi vestiti economici con altri puliti vestiti economici. Abiti che non sapevano cosa fosse successo agli altri. Abiti vergini e logori, profumati di fuliggine e borotalco.
Scalciò lentamente le scarpe, senza scioglierne i lacci ; rimase ipnotizzata per pochi istanti dal vermiglio che punteggiava le suole color marrone chiaro.
Si tolse i jeans e la maglietta, tremò al contatto con le mani gelide, incrostate di liquido scuro. Rimase in biancheria intima. Senza accendere una sola luce andò nel bagno, aprì l’acqua della doccia, entrò, si lasciò inondare di ghiaccio prima e di bollore fumante poi.
Il cubicolo si riempì del sentore metallico del fango, dello sterco dei cani, di qualcos’altro.
Si deterse il viso, le cosce, l’addome, la testa – più e più e più volte. L’acqua diveniva spesso  tiepida, poi d’improvviso spruzzava saliva bollente. La sua unica reazione era quella di continuare a strofinarsi.
Quando uscì, i piedini smaltati incontrarono le mattonelle gelide. Spinse con un dito l’interruttore a lato dello specchio: un perplesso giallo graffiò le pareti grigie, il suo visetto magro e pallido.
Si asciugò con lentezza, senza cessare di osservarsi nello specchio. Ora era pulita e disinfettata: poteva guardarsi ancor meglio, poteva scrutarsi, rimirarsi, accoccolarsi nella sua pelle, incontrarsi in una carezza. Poteva pettinarsi – a lungo, a lungo – abbagliare di nero il nero degli occhi, tatuare con ombre cinesi il neon della pelle, essere il suo braccio, essere la spazzola che scalava i nodi tra i capelli, essere le ciocche che si scomponevano libere sulle spalle.
Quando finì di pettinarsi, posò la spazzola sulla mensola e urtò un flaconcino color ambra, pieno a metà di pillole oblunghe, che ondeggiò brevemente e poi si fermò. Un’espressione di timore e sfida le attraversò i lineamenti: la chiostra bianca dei denti si esibì in un sorriso storto e acerbo.
Spense la luce, lasciò la stanza.
Nuda e asciutta, redenta dalla doccia, raggiunse l’armadio e indossò una camicia da notte con i risvolti di pizzo e i bottoncini di madreperla, appartenuta a sua nonna anni e anni prima.
Ora era morta, la nonna, morta come la mamma e il papà, e lei era sola – sola sola sola, sola come il sole, come un’ape regina,  come un guerriero in trincea, come uno specchio e una spazzola, come un muro e un’ombra, come la sete che le gorgogliava tra i denti e in gola e tormento, tormento, la sete – bere, meglio bere, bere adesso e sola – e un brindisi a chi non c’era – o bruciava nell’armadio  – o si nascondeva tra le radici di un salice.
Tenendo l’impolverata bottiglia di whiskey con una mano, accese la televisione, tolse l’audio – non notò che il film era muto -, allungò le gambe magre e corte sul divano e accese una sigaretta.
D’improvviso, l’odore metallico che aveva infestato il bagno arrivò con una zaffata che le afferrò gola e ossa.
Colse con la coda dell’occhio un’ombra sulla parete: un movimento circospetto: il deragliare felpato di passi a ridosso del divano. Si sentì gelare. La sigaretta implose in se stessa.
Restò ferma, con gli occhi sbarrati.
– Come hai fatto a seguirmi? – chiese, con la voce rantolante di terrore e trepidazione.
– Hai una casa a prova di brina e di sole, Malinconia. –
– Come hai fatto a entrare? – insistette.
– Hai una casa dove la pioggia semina ginestre e pareti di nuvole senza tramonti-
Lei tirò su le gambe, si sfregò i polpacci con furia, e di nuovo gridò, bisbigliando:
-Vattene, ti dico. Vai via. – (Voce color whiskey, catene di ovatta sulla lingua – parlare: lusso e abominio – lo sai, no?)
– Ti appartengo come il cane appartiene al suo guinzaglio. –
Lei sciolse gambe, braccia e voce; il terrore le chiazzò d’umido il mento e le cosce – ma la scaldò :
– Facciamo l’amore, allora.-
– Non posso. Ti amo troppo per insultarti col mio sesso. Per farmi insultare da te. Voglio solo sorriderti di odio e orrore, sapendoti uccidere senza che tu te ne accorga.-
Lei si agitò. Il divano pullulava di serpenti e pozzanghere, il divano la cacciava.
– Vuoi un tè? O un uovo fritto, magari? –

Silenzio. Troppa fine, troppo inizio nel silenzio.

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– Non voleremo più stringendo in bocca la paura.-

Lei si rilassò, udendo di nuovo la sua voce. Voleva fare conversazione, cambiare discorso e tono, tempo e possibilità. Invece sprofondò nelle proprie parole – ‘L’ottimismo è vigliacco’: chi lo diceva? La mamma?La nonna?- :
– Cos’hai negli occhi? Cos’hai in bocca? Cos’hai tra le gambe?-
– La brama di rimorso e potenza. Ti desidero, Malinconia.  Perdimi, preferisco non averti accanto.-
– Sei tu che mi vieni a cercare. –
Il silenzio echeggiò tra i due contendenti, che si fronteggiavano senza vedersi.
Altro tempo incalcolabile. Quindi l’intruso mormorò, quasi divertito:
– A chi è toccato, oggi? –
Lei alzò gli occhi al cielo.  Quello era il suo territorio, in fondo.
– Quisquilie. – Bevve una lunga sorsata di whiskey, senza smettere di guardarlo. Lui la osservava in silenzio.
– Dormi con me, qui sul tappeto. – La invitò, andando più vicino.
Lei mosse un passo –  col corpo, con la voce:
– Voglio che tu entri in me. Voglio sentirti fino in fondo. –
– Come ogni volta. Sei un’oscena, strabiliante creatura. Devo attraversarti. Voglio che tu sia la mia nebbia. –
Il coltello affondò nella gola bianca. Lei inarcò la schiena e sorrise. L’eruzione di sangue che spillò sulla camicia della nonna fece da contraltare al nitore della lama, all’oscurità interrotta dai chiaroscuri del film muto.

Ogni mattina, ogni volta la stessa scena, Malinconia.
Tu chiudi la porta con un piede, ti siedi,  accavalli le gambe.
Parli senza sosta per ore, inanellando le tue fantasie di sesso e morte come se ti potessero davvero liberare.
Sei in questo posto da quindici anni e io … io resto qui solo per te, per ascoltare questi sogni ad occhi aperti, queste ricostruzioni surreali in cui per difenderti ci uccidi tutti – tutti- e poi torni a casa, la tua casa sotto al salice; la casa dove a quindici anni hai massacrato la tua famiglia; dove, dopo averli squartati uno a uno -mamma papà nonna-  hai fumato erba e bevuto, sola, fino al pomeriggio del giorno dopo, quando hai deciso di dare fuoco a quello che avevi intorno a cominciare dai tuoi e magari per finire con te se non fossero arrivati i vigili del fuoco, se non fosse arrivato quel vigile che ti ha tirata via dal divano e che ora vorresti ti uccidesse
Come se, Malinconia …
Come se la morte data da chi ti ha salvato fosse la giusta redenzione;  come se la morte dopo il sesso – quel sesso che tu non conosci, Malinconia, perché non hai mai incontrato nessuno con cui valesse la pena davvero, perché sei entrata qui troppo presto, anima scellerata; perché non ti interessava né  ti interessa sentire addosso l’amore e il desiderio di un’altra persona, perché quel che a te interessava  era solo
È solo.
Poter parlare per ore e ore e giorni e anni dei tuoi sogni di amore e di morte, di acqua e di sangue, in una litania che non conosce assoluzione né soluzione e che mi dà la speranza di poter, un giorno, aiutarti  –  o forse di aiutarmi, di vedermi per quel che sono e temo; che mi dà la speranza di poter, un giorno, svellere tutte le ipocrisie con cui mi abboffo e che mal digerisco—-
—-di poter, un giorno, farti conoscere le meraviglie che nemmeno immagini, amandoti come un medico non può amare la sua paziente – il cielo il sesso il mare il prato baciarti soffocarti stringerti annullarti dissolverti —
di poter, un giorno
diventare —
come te .

Alba Gnazi 12.11.11- 3.03.13

1968-sonia

L’ho fatto, si…non chiedermi come, non lo so, sento l’odore del sangue rappreso che ingessa le mie dita e ferma i pensieri su di te, sacrificio del vizio e ossessione, ti piaceva. Oddio…l’ho fatto si, crollo sulle ginocchia, pancia stretta tra le braccia e bocca di grida, sforzi di paura e della nostra cena. Sento ancora il peso del tuo corpo, della stretta sui fianchi (lividi) il sapore addosso. Forza – mi dico – trova il coraggio di ri-alzarti, stai dritta e ancora per gioco mi appendo al supplizio della ruota, ricordi? Non guardarmi, lo so che vorresti vedere i miei occhi, se hanno paura del freddo respiro e ti rispondo: no. Non ho paura della tua carne (ormai ghiaccio) e neanche di chi busserà alla porta e mi porterà via da qui, da questa stanza-performance-d’artista, pennellate e schizzi di umori, corde e sculture (le tue) che ora ti hanno tradito, come me. E’ tutta colpa del peso, cardiomegalia che ha invaso il petto fino a stringerlo, soffocarlo e non c’è più spazio per niente, neanche per le parole: solo voci, morte del sentimento. Ora sono libera, non odiarmi e non avere quell’aria stupita di chi non ha capito, perché il dolore, i vuoti e le partenze, l’abbraccio respinto di ieri sono stati la sentenza, la tua fine. Rido di te, che credevi di essere il “per sempre” e ora non sei più nulla: inanimato (ma l’hai mai avuta un’anima?) carne in putrefazione- materia inerme- cibo della terra .

Sonia Lambertini

manraywsfpallaracci

come giacere
tra un mondo appena nato e il silenzio
delle autocombustioni
sento propagarsi l’arco che
da me a me
resiste

forse è un cedimento
rovinoso di rossori
o un ritrovamento di labbra
tra le screpolature midollose dei non
ritorni
quest’odore di arterie che rifluisce- pezzi
di ricambio per gli stravasi di cocci-
e mi assicura
la spasmodica tregua dalla neutralità fatale
nel tratto bicefalo in cui io
quasi viva
quasi morente
quasi
esisto

Sylvia Pallaracci

Man Ray 1934 illustrazione per L'amour fou di Andre' Breton

Man Ray 1934 illustrazione per L’amour fou di Andre’ Breton

amour fou di Claudia Zironi

Aderire, inventare la tua bellezza, strusciarmi,
inebriarmi di un casto bacio sulla guancia, penare,
pendere dalle tue labbra, appendermi, suonare
a festa e poi suonare a morto, sospendermi,
studiare l’estetica del ventre, sospirare, indovinare
ciò che rende corto il tuo respiro, poi fare
come il cane innamorato: annusare il tuo arrivo,
rispolverare i miti greci e la sinologia, attendere
con stupore o palpitare, per una parola, per ore

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mi raddoppi l’animale
nel territorio del sottopelle
la scappatoia è una discesa
anatomica, una sboccata
di bianca esagerata
che sfiamma il fuoco
dell’ora esatta in cui
curva sul mio inferno
ti sgoli di luce

di Enzo Moretti

Donizete Galvão


La mia poesia non è diversa dalla poetica dei resti delle stoppie

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Donizete Galvão è nato a Borda da Mata, una piccola città nel sud di Minas il 24 agosto 1955, da una famiglia di condizioni economiche molto modeste: la cultura, i libri erano per i ricchi. Per i poveri non c’era nemmeno una biblioteca pubblica.
A diciotto anni perde il padre, assenza che segnerà definitivamente la sua vita. La nonna, Ana Marques Moreira (Anita) dalla città di Rio Conservatorio, è stata la figura che più ha influenzato la sua infanzia, donandogli amore e aiuto.
Il suo primo contatto con la poesia è stata la lettura della poesia “Infanzia”di Carlos Drummond de Andrade in seconda elementare.

Mio padre montava a cavallo, e andava nei campi.
Mia madre restava seduta a cucire.
Mio fratello piccolo dormiva.
Io bambino solo tra i manghi
leggevo la storia di Robinson Crusoe.
Lunga storia che non finisce mai.

Più tardi scopre la poesia di Fernando Pessoa, Manuel Bandeira, João Cabral de Melo Neto. Donizete Galvão inizia a pubblicare nel 1988. La sua prima raccolta è “Azul Navalha, a cui seguirono As faces do rio (1991), Do silêncio da pedra (1996), A carne e o tempo (1997), Ruminações (1999) Mundo mudo (2003) e “O homem inacabado” (2010). Il diciassette febbraio 2003, in un’intervista rilasciata al Professore Jardel Dias Cavalcanti, Donizete Galvão dice che non ama essere chiamato poeta, quanto autore di libri di poesia e di cercare nella poesia un modo per sopportare il mondo, come il bue il suo giogo. Infatti, una delle caratteristiche della sua poesia è l’adesione alla realtà. Egli sa che più che il cantare è il vivere. Ed è quello che suggerisce alla fine di una delle sue più belle poesie tratta dalla raccolta Ruminações (2000).

Mappa

senza conforto né speranza
con la pazienza di un bue
segui la tua strada sbagliata
la via delle parole
segna i passaggi
delle frasi lo strisciare
le mappe del dolore e del dispiacere

Sempre dalla stessa raccolta: AUTO-RITRATTO DI BUE

Io bue.
Bue di me stesso.
Bue scaltro.
Bue da giogo.
Bue da carro.
Bue da bus.
Bue da aratro.
Bue sanguinante per un pungiglione.
Bue da trasporto.
Bue in palazzo di vetro.
Bue con distintivo e posto assegnato.
Bue validato.
Bue tra il bestiame della città.
Bue messo al bando.
Bue infestato.
Bue in ginocchio senza un muggito
al buio.
Nel recinto dell’insonnia,
rumino parole pascolate
sul precipizio dei giorni.

La raccolta Mundo mudo, lo vede osservatore vigile e critico del mondo simbolico della provincia e lo intreccia a quello urbano. Senza cedere a facili giochi verbali o a facili ironie a buon mercato, affronta temi sociali, con la densità metaforica che gli è propria: riflette sulla condizione dell’essere umano che dal fieno passa all’asfalto, dalle pietanze cucinate sul fuoco passa ai fast food, con l’intenzione di rompere l’indifferenza che attanaglia un “mondo muto”.La raccolta si divide in tre parti.
Nella prima parte, “la notte delle parole”, predomina l’universo poetico dell’autore, il suo proprio mondo muto

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un corpo che pesa
fatto di pietra e ferro
un corpo spesso
con articolazioni calcaree
un corpo che si esaurisce
dal tanto dolore
un corpo muraglia
impenetrabile
allo spirito che ronda
senza riuscire ad abitarlo

Nella seconda parte, “gli uomini e le cose”, il poeta volge lo sguardo principalmente agli oggetti e alle provocazioni estetiche:

senza gli oggetti
il corpo non ha gravità
diapason
equilibrio
il corpo ha bisogno di contrappesi :
il tavolo
la porta
il letto
cavità dove lancia i suoi chiodi
senza gli oggetti
il corpo si perde nei buchi
inghiottiti dalla mente
si disperde in cerchi centrifughi
il corpo ha bisogno degli oggetti
perché questi confermino
la sua esistenza in fuga

Nell’ultima parte, “gli uomini senza dimora”, l’attenzione è rivolta a coloro che abitano nelle strade, sotto i ponti come già aveva fatto nel libroA carne e o tempo (1997) 

Fermo nel traffico della Marginal(…)
Ah, che triste figura facevi, amico!
Tu eri poco più di un topo.

In Mundo mudo, il poeta sembra ricordarci che, anche se possiamo fare poco per rompere l’indifferenza del mondo muto, possiamo per lo meno dedicarci alla salutare, benvenuta e rara pratica dell’attenzione, da lui definita “forma naturale di preghiera”. I versi suonano come un grido disperato, d’accusa, dato che il libro viene pubblicato nell’esatto periodo in cui  vari senza tetto della città di San Paolo vengono assassinati, senza che mai si sia potuto risalire ai colpevoli. Come dire che il mondo, di fronte a certi avvenimenti, ammutolisce o viene zittito.

Mondo muto

Salta, mondo
fuori da questo grumo di pietra
in cui
sei intrappolato
ogni strada finisce in un muro
ogni parola è
colpa


salta, mondo
fuori da questo grumo
di pietra


gli strati alluvionali
sembrano sollevare
un granello
un bocciolo
il grido di coloro che sono
stanchi di ascoltare
il tuo corpo
ferito

In quello stesso anno, Manoel Mattos, vicepresidente del partito dei lavoratori dello stato di Pernambuco e attivista per i diritti umani, in un documento elaborato in collaborazione con la procura, forniva testimonianza di oltre cento omicidi, compiuti da membri degli squadroni della morte locali, al Relatore speciale dell’ONU in visita in Brasile. Manoel Mattos venne poi assassinato il 24 gennaio del 2009, come a voler ristabilire la regola del silenzio che il poeta Donizete Galvão denunciava.

doni4Nel suo ultimo libro “O homem inacabado”, lo sguardo del poeta è all’uomo incompiuto, frammentato del XXI secolo, diviso tra il tempo che corre velocemente e che offre migliaia di possibilità da cogliere, altrimenti perse, e punti saldi e immutabili: il passato, il lavoro, la vecchiaia, il dolore. Attraverso una serie di relazioni intertestuali e collegamenti di idee e di immagini, egli cerca di fermare quest’uomo, che  vive in catene d’abitudine e “muore un po ‘/ alla fine di ogni giorno” (Galvão, 2010, p. 50) o è sempre in transito, in “conflitto con il mondo” (Galvão, 2010, p. 53), non trova una completezza che gli dia il senso del suo stare in vita.

I temi principali sono: il lavoro, l’insonnia, la vecchiaia, l’oscurità, la caducità della vita, il passato, il dolore, ma ogni tema non è nucleo isolato, bensì interconnessione di associazioni, immagini o idee.

In questo libro, il poeta non scava solo il mondo, ma anche l’animo umano, di cui ne mette a nudo le sofferenze, le frustrazioni e lo fa con la bellezza straziante dei suoi versi, con l’incanto prodotto dal riflesso del suo specchio interiore. Ne viene fuori un mondo schizofrenico, perché mentre cura indebolisce, mentre incanta, offende e l’uomo che lo popola è pieno di sentimenti contrastanti:

lontano da te

quest’altro che sono
riceve un soffio di fogna
dal fiume
dalle acque di piombo,

nel treno, chiude gli occhi
alla vista pesante

non fa male
non più di quello che già ferì

vaga per i marciapiedi
in cerca di ragioni murate

e per questo vagabondaggio
senza pace
consulta la religione oscura degli uccelli
e una ragione di gioia per cantare

Dal suo guardare, osservare, cercare, Donizete Galvão con tratti nitidi e che non offrono alcuna scappatoia ci fa la sintesi dell’uomo del nostro tempo nella poesia che dà il titolo a questa sua ultima raccolta:

L’uomo incompiuto

non ha posizione
a letto
che gli dia conforto.

Le notti intere lotta
con il materasso
senza che il suo corpo
storto
possa trovare riposo.
L’uomo incompiuto
gira a vuoto il pensiero
come di una macchina
le ruote
bloccate nel fango.

Sitografia:

www.digestivocultural.com/colunistas/coluna.asp?codigo=942&titulo=Luz_no_breu:_entrevista_com_poeta_Donizete_Galvao

www.rosanycosta.com.br : [PDF]Donizete Galvão – Rosany Costa

http://www.algumapoesia.com.br/poesia/poesianet019.htm

http://www.textopoetico.com.br/index.php?option=com_content&view=article&id=184&Itemid=39

http://www3.unisi.it/semicerchio/upload/sc32-33_Brasiliana.pdf