Visioni di Maurizio Barraco


art

Nelle tue opere c’è una forma di malinconia che emerge forte. Parlacene.

Lo stato d’animo di una persona, viene rappresentata dallo sguardo, dagli occhi, quello che possiamo immaginare e, che forse vogliamo vedere, LA MALINCONIA E’ FORSE UNO STRANO MOMENTO.
Senza dubbio esiste questo stato nella mia arte tutta compresa la video art, gli occhi sono fortemente rappresentati da una vera identità, forse la malinconia BLOCCA questi occhi.
Si, è vero, la malinconia è una forma che trovi in molti miei dipinti, sono donne (e pochi uomini) in cui emergono forti disagi, forti passioni, sono donne forti (a volte anche per paura).
Sono pensieri, sono momenti, sono attimi, la MALINCONIA, può essere anche tristezza, non solo del passato o del ricordo, certamente di un amore, di una emozione, certamente di un piacere non avuto, anche ATTIMI DI INFELICITA’
DONNE CON MOLTA PASSIONE….CHE RICORDANO

Penso che attraverso queste figure, ognuno di noi uomo o donna che sia, PENSI, osservo io stesso cosa il nostro cervello possa ricordare.

La malinconia non è solo tristezza, ma è anche qualcosa che non abbiamo potuto fare.

2013-05-23 19.41.50

Quanto è importante per te il corpo?

Se intendiamo il corpo come potere di immagine e manipolazione di idee, per me, rispondo alla domanda, NO, NON E’ IMPORTANTE, ANZI, mi piace esaltare e trovare difetti di un corpo bello e armonioso per far capire che il corpo, SOLO IL CORPO, e’ la BOLGIA DEL CAOS TOTALE
Il corpo è la visione di oggi, del caos totale, in cui tutto troviamo tranne l’armonia della bellezza e delle idee
Non amo il corpo come atto di imposizione, amo il corpo nella forma d’arte pura, pensiero e immagine insieme, corpo come totale movimento della persona.
Il corpo nella sua illogica visione della luce, totalmente nudo e aperto, senza veli, come si direbbe oggi, nudo e crudo, ma insieme allo SGUARDO PASSIONARIO E INTENSO.
Lo spettatore guarda, come in privato due amanti si guardano
Due amici si guardano, due fratelli, e due sorelle si guardano, come mamma e papà guardano i propri figli, SENZA TABU’, LIBERI.
Il corpo è il nostro tabu piu forte, io lo rappresento libero, ognuno guarda ciò che vuole, o ciò che conosce perché è libero e deve essere libero di farlo.
La mai arte, anche se è molto difficile da spiegare, è per la visione DELLE PERSONE.

2013-05-10 20.21.34

Guardando le tue opere, la prima parola che mi viene in mente è “Carnale”. Tu che parole useresti per parlarci di te.

CARNALE, CARNALITA’, una sensazione che va al di la del sesso, è forse morbosità? Non saprei.
Certo è molto bello sentirselo dire che le mie opere sono carnali, perché significa, INTERIORITA’, quindi pensiero e riflessioni, ognuno si rappresenta ogni donna si rappresenta, con queste donne ogni donna si libera di se stessa.
Sinceramente mi sento libero, libero di non essere chiuso nel BUIO TOTALE, mi sento libero perché rispetto tutto quello che si chiama VITA E MORTE.
Essere carnali è essere interiormente FORTI, esternamente LIBERI.
C’E’ SEMPRE UN PRINCIPIO DI UTOPIA NELL’ARTE E NELL’ARTISTA.
IO SONO
RISPETTARE E’ LIBERTA
RISPETTARE E’ SEMPLICITA’
RISPETTARE E’ EDUCAZIONE
Ma capisco che a volte rispettare è semplicemente UTOPIA.
LA MIA VITA E’ IN CONTINUAEVOLUZIONE, NON SCINDE MAI, tra arte e vita privata o pubblica
Per me arte è vita, in perenne evoluzione si spera sempre, ma non significa avere o chiedere di piu o correre per avere sempre di piu.
Evoluzione del tempo, parlare con se stessi, e osservare tutto ciò che passa davanti ai nostri occhi
La vita è un filo nascosto, un filo forte ma si può spezzare in certi momenti, ma possiamo sempre legarlo….perchè questo filo è eterno.

2013-05-24 12.33.28

2013-05-10 20.21.01

Estemporanea in data 01.06.2013:

M.B: hai posto una domanda che di solito non rispondo mai, vuoi sapere di me.
A.T: Oh!
M.B: come persona, a me non piace molto parlare di me
A.T: si chi sei fuori dalla pittura, cosa ti piace fare, cosa non ti piace…
M.B: è giusto sapere alcune cose che hanno cambiato il mio modo di pensare
A.T: ti lascio carta bianca per parlarci di te, per far capire il tuo percorso.
M.B: il mio percorso è sempre in continua evoluzione. è come un frame. un dettaglio. nel tempo.
come ti scrissi, dopo tanto tempo fuori
sto vedendo il tempo cambiare. tempo che sono le persone
A.T: il tempo non è più a nostra disposizione. siamo noi a disposizione del tempo
M.B: si, il tempo ci ha sempre dato tutto
A.T: abbiamo gestito male il tempo. ed ora dobbiamo pagare pegno
M.B: ma noi siamo convinti che correndo piu veloci possiamo fare tutto, si, hai ragione sono d’accordo te
A.T: in parte si, ma è davvero una corsa contro il tempo. Ora
M.B: io penso che dobbiamo fare tutto con estrema regolarità. in ogni caso mi piace parlare del tempo, tutto
A.T: credo che sia una cosa che abbiamo perso. fretta – tutto di corsa – “presto che è tardi”
M.B: brava è cosi…e poi perché? per noi stessi e non in funzione di una società
A.T: sinceramente? non lo so. dovremmo pensare a noi. assolutamente a noi.
M.B: in funzione di una giusta società, forse si purtroppo siamo troppo materiali e questo ci frena
A.T: già!
M.B: l’arte invece è quel tempo che non finirà mai. buona o brutta che sia, non importa e non finirà mai, MAI
A.T: l’arte non deve finire mai. è una forma di parola che non devono toglierci.
M.B: sai. il pensiero è possibile manipolarlo, tutto è possibile manipolare, ma per fortuna il processo è molto lungo…l’essere umano si è sempre ribellato assolutamente sempre positivo. in funzione per la gente forse stiamo sprofondando ma ci risolleviamo e non parlo in termini economici, ci manca il sorriso
A.T: quello se ne è andato da molto tempo.2013-05-24 12.50.40

 

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Dal demonio alla civiltà moderna – breve affresco sul ‘non detto interiore’


Immagine medievale in cui il diavolo sottrae consensi

Immagine medievale in cui il diavolo sottrae consensi tramite il famoso Patto

Quella del demonio è una storia lunga, complessa e travagliata, a metà tra la religione, lo spasmo irrazionale e le paure ancestrali connesse alla sopravvivenza quotidiana quanto alla paura dell’ignoto. Ma soprattutto la storia del diavolo, del fazioso nemico, è legata al primario bisogno di stabilire un limite esatto tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra ‘noi’ (il bene) e ‘loro’ (il male), in modo da definire i contorni di un potere religioso ben preciso, stabile, effettivo. Sono questi i podromi di quella che forse è la figura fondamentale della religione cristiana (e non solo), Satan, il nemico, la bestia, l’antagonista per eccellenza, senza il quale la storia non può certo dipanarsi: come fa un eroe a dimostrare di essere tale senza qualcuno che gli dia filo da torcere? Gesù, esorcista per eccellenza, come può dimostrare il proprio talento senza diavoli da scacciare o penitenti da purificare? Una volta stabiliti i recinti comunicativi, si può banalmente impiantare una struttura sociale – religiosa in cui il fedele può riconoscersi e programmare la sua vita. Ernesto de Martino nel suo libro “Magia e Sud” descrive la funzione apotropaica della “historiola” che compare spesso nei canti usati per gli scongiuri: ‘come Gesù ha salvato tizio dal mare così io ti salvo da questa malattia’ che evidentemente ha una connessione specifica con l’acqua. Narrando un brevissimo racconto si destoricizza la situazione dell’oggi, la si lega al potere del nome di Gesù e tramite esso si annulla il male. Ma perché questo tipo di scongiuro possa funzionare, occorre chiaramente che il suo valore sia riconosciuto a livello comunitario. Cioè occorre che esorcista ed esorcizzato facciano parte del medesimo nucleo religioso-sociale. Secondo Ernesto de Martino, questo è un modo tipico delle civiltà moderne e non, per rinchiudere il male dell’ignoto, la paura del non riuscire a sopravvivere in elementi chiari, precisi, strumenti atti e riconosciuti dalla società con cui eliminare i problemi. E’ la stessa funzione del demonio all’interno della struttura religiosa del cristianesimo. Satana racchiude in sé tutto il terrore legato alla morte e al decadimento, chiamato peccato. Gli dà un nome, un volto e di conseguenza gli assegna una controparte buona, amorevole, misericordiosa che fa da scudo al “male di vivere”, e permette di far ricorso a metodi precisi per estirparlo. E’ chiaro che questo discorso sussiste in un tipo di religione come quella cattolico-cristiana e che difficilmente si ritrova nelle religioni antiche, in cui il concetto di male è diversamente inteso. In primo luogo non c’è una differenziazione così netta come nelle strutture orientali. Non ci sono combattimenti o lotte intestine tra due fazioni ben definite (persino presso il mondo del nord, per quanto Vani, Asi e Giganti si odino, ci sono incursioni amorose, dispetti ma anche nobili battaglie combattute insieme) ma deità che portano ordine sul caos (vedi Zeus ordinatore del kosmos che relega i titani nel Tartaro). Tutto ciò ha un motivo ben preciso: gli dei precristiani sono immortali ma non imperituri, cioè per quanto non possano perire (anche se i nordici parlavano del disastroso Ragnarök, la battaglia finale durante la quale il piano del Múspellsheimr avrebbe distrutto tutto e gli elleni parlavano di tre età con un Zeus ordinatore appartenente alla seconda e un Dioniso dal sapore messianico avrebbe dato il via alla terza), sono comunque nati e soggetti al fato e alla natura in un ritmo ciclico presente e perfetto, in quanto finito. Il dio cristiano è un dio imperituro che muove  tutte le cose. Egli è inizio e fine e nella perfezione della sua esistenza (chiamiamola così) egli è il motore immobile dell’Universo e ha chiaramente il suo da fare contro quelle che sono le energie che portano squilibrio all’interno dell’Ordine: i demoni. In realtà il discorso è molto più complesso, perché se gli antichi avevano compreso che male e bene sono discorsi alquanto relativi e relativisti, che si incontrano e scontrano nei vari piani (Democrito parlava già di mondi infiniti e pensabili mentre Eraclito adduceva al Logos come alla legge universale che fa da transfer tra vita e morte, in una guerra sempiterna tra opposti, senza la quale l’universo così creato non potrebbe esistere), i cristiani rifiutano a priori l’esistenza del male, quasi negandolo, ripudiandolo. A livello psicologico questo apporta alla figura di Satana il valore oscuro, tetro e profondamente demoniaco ma soprattutto, la sua negazione è causa di profondo malessere a livello non solo sociale, ma anche mentale. Mi spiego meglio. Nell’antichità esistevano strutture sociali ben definite con il solo valore di supportare l’individuo e permettergli di crescere in modo corretto rispetto alla civiltà di appartenenza. Stiamo parlando dei gruppi che accudivano il soggetto e lo sottoponevano ai cosiddetti ‘riti di passaggio’. L’idea ciclica del tempo veniva in sostanza applicata anche alla vita della persona, scandita da lancette invisibili che ogni tot richiedevano una trasformazione e quindi un salto in avanti, un passaggio per l’appunto. Un esempio sintetico e valido, è il menarca, la prima mestruazione che separa l’infanzia dalla pubertà e che portava la bambina alla metamorfosi in donna. Nel passato, esattamente come il momento del parto, era un periodo estremamente delicato in cui la protagonista doveva adottare tutta una serie di precauzioni e atteggiamenti perché da li in poi la sua esistenza sarebbe mutata e doveva abituarsi a tale novità. Le donne, fanno gruppo intorno alla giovane e la istruiscono. Le fanno comprendere cosa accadrà, le spiegano le loro esperienze e la portano in una condizione mentale in cui, non solo la ragazzina inizia a sentirsi adulta ma anche e soprattutto parte del gruppo. Accetta quindi le sue responsabilità esattamente come i suoi doveri. Le paure, i turbamenti, anche legati nel nostro esempio al sesso e alla metamorfosi del corpo, vengono dissipati secondo le regole sociali e/o religiose, nella calda ed accogliente idea del ‘è sempre stato così e sempre così sarà’. Nel cristianesimo invece la totale asseverazione al dio implica la negazione totale della paura, che per essere cancellata non viene semplicemente accettata e quindi estirpata, ma eliminata nel nome di dio. La paura del sesso, per mantenere il discorso, in una giovane adolescente appena mestruata, invece di essere compresa, accudita e scandagliata viene semplicemente catalogata come male, come immessa da un ipotetico demone e quindi sconfitta solo appellandosi a dio. Il discorso assume una luce più chiara se si pensa al bambino che teme la notte. Un conto è aspettare l’alba da solo nel proprio letto, altro è andarsi a rintanare dai genitori. Il piccolo dissipa la paura tra le braccia della madre, allontanando i mostri che pullulano la sua fantasia. Lo stesso discorso vale per il cristiano che quando arriva a configurare le nome di Satana tutto ciò che è sbagliato, maligno e perverso e che quindi teme, altro non rimane che gettarsi nella misericordia divina. Da questo semplice strattagemma nasce la forza della Chiesa, che ha strutturato nei secoli ad hoc l’immagine di Lucifero in modo da creare una netta separazione tra il giusto, la madre chiesa e lo sbagliato, il paganesimo. Non è una forma di accusa questa, perché è così che funziona quando una cultura antica si scontra con una passata. Quel che serve rimane, quel che non serve è negato e su questi binari si struttura la nuova società. Il problema sorge però a livello psicologico, perché, e oggi si nota molto facilmente, la paura del diavolo ha castrato le nostre menti. Abbiamo dimenticato come esorcizzare ciò che temiamo e semplicemente affidandoci ad un grande, benevolo padre con una risposta per tutto, abbiamo smesso di imparare anche ad aver paura in modo da poterla affrontare quella paura. Da poterla discutere e sciogliere in una risata. Nello stesso tempo la figura del demonio, che ha una splendida esegesi alle sue spalle, dalla Bibbia (in cui attenzione Lucifero non è citato nel modo in cui tendiamo a parlarne, dato che sostanzialmente è un impalcatura della stessa Chiesa) in poi, si è mostruosamente ingigantita, e più cresceva più lasciava intendere che nessuna via di scampo c’era se non tra le braccia di madre Chiesa e padre Dio. Senza contare le accese ostilità che ha ovviamente fatto maturare, perché le catalogazioni del male sono comunque infinite e personali e hanno dato origine a fenomeni come l’inquisizione o i genocidi delle popolazioni precolombiane. Eppure, proprio questo apparato, ha segnato in età moderna la fine della Chiesa stessa, ridotta di per sé ad adattarsi ai tempi pur di non morire. Nel medioevo in cui Roma tuonava come unica voce, nonostante le battaglie tra Impero e soglio di Pietro, tra misticismo e potere temporale, era più semplice accettare l’idea quasi gnostica di male e bene. Ad ora le cose sono mutate, perché non ci sono solo due voci ma un coro costante di voci diverse anche in antitesi. Affidarsi totalmente a dio contro un ipotetico diavolo, oggi giorno è quasi assurdo per la maggior parte delle persone per il semplice fatto che il bambino è cresciuto e trova ridicolo nascondersi nel lettone dei genitori. Il problema però, è che deve fare i conti con secoli e secoli di paure ricacciate in gola che hanno sedimentato e prodotto drammi esistenziali, psicologici e depressivi, e la nostra cultura occidentale non dispone più di strutture sociali accomodanti, accoglienti che davvero possono ricomporre l’identità della nostra civiltà. Padre Amorth, Papa Francesco e tanti come loro, affermano che la grande astuzia del diavolo è quella di far credere non esista. E’ vero. Lui c’è e se è così grande e pauroso è perché lo abbiamo negato fino ad ora, rinchiudendoci tra le ali ecclesiastiche. Il terrore è un sentimento come tanti altri. Va fatto emergere, va compreso, studiato nel senso latino, affrontato e poi estirpato. Nel gioco dei Tarocchi il Diavolo è la carta XV, ed è posizionato tra la Temperanza e la Torre non a caso, perché indica quel muschioso sottobosco di energie che noi tutti possediamo. E’ la pluralità dell’istinto, della bestialità, della forza degenerativa e rigenerativa della natura. E’ il principio che da origine al Kaos (la Torre che ha anche un simbolo fallico. In questa luce il Diavolo è anche quella passione sessuale che scatena l’amplesso e quindi da origine al coito e alla generazione – Le Stelle-). E’ l’estasi mistica che mette in contatto il naturale con il soprannaturale, dopo il periodo di comunione con la natura portato dalla precedente Temperanza. Non è un caso se il demonio porta zoccoli e corna da capra perché questa è propria la base del mito orgiastico di Dioniso, che vale ricordarlo, è il dio ‘dell’uscir fuori di sé’. Il vino è un mezzo, un tramite come il teatro. Ogni volta che il raziocinio smette di agire sull’uomo entra in gioco Dioniso che spinge a ballare, ridere, cantare ma soprattutto diventare qualcosa che non si è. Questa è la linea guida anche per comprendere le feste orgiastiche in onore del dio, e il senso mortuario di passaggio e traslazione che ne pervade il mitologema. Perché come si diceva prima, le paure, i passaggi, i terrori si affrontano lasciandosi conquistare da loro stessi, lasciando possedere. Le donne in onore di Dioniso impazzivano letteralmente e correvano nude per i boschi della Grecia squartando come bestie gli animali in cui incappavano, per poi chiudere in orge la giornata. Accadeva soltanto un giorno all’anno ma quando succedeva il senso di liberazione era totale, perché nel momento in cui la follia ti pervade, ti ha anche affrancato dal suo cappio. Non è rimasta li a cuocere, a bollire fino allo scoppio violento. Va da sé che stiamo parlando di un tipo di società incastrata in un periodo storico antico con determinati sistemi logici. Ma è anche vero che, dovremmo imparare un po’ di più dal mondo antico e riprenderci le nostre paure, con serenità.

Terrei a far notare i lettori che quanto scritto non è un inno alla violenza nè nei confronti di sè stessi che degli altri. La dialettica tra bene e male, giusto e sbagliato è sempre e comunque strutturata dalla società in cui si vive e della quale, dovendoci vivere, si accettano le regole comportamentali. Questo vuol dire che se si parla di far esplodere il proprio universo interiore, bisogna comunque rendersi conto del modo in cui lo si fa. Per noi moderni la sfida è molto più dura perchè il mondo antico metteva a disposizione dei comparti sociali adatti come feste, rituali e simili. Oggi non ne abbiamo. Ma sicuramente, non è alla violenza gratuita o verso i più deboli che si fa omaggio.

Roberta Tibollo

La lama dei Tarocchi rappresentante il Diavolo

La lama dei Tarocchi rappresentante il Diavolo

Comunicato stampa – Un calcio alla SLA


ImmagineANANKE

PRESENTAZIONE DEL LIBRO

Un calcio alla SLA
Il fondatore dei Nomadi testimonial
della campagna di sensibilizzazione

Domenica 24 novembre alle ore 17.30, presso la Libreria Belgravia, via Vicoforte 14d, Torino, la casa editrice Ananke, in collaborazione con il fan club dei Nomadi “I vagabondi della Mole”, organizza la presentazione del libro di Gabriella Serravalle Un calcio alla SLA. Marco Scelza: la mia storia.
Con il contributo eccezionale del fondatore dei Nomadi, Beppe Carletti, testimonial della campagna di sensibilizzazione sulla SLA, e quella di Marco Scelza, protagonista del libro, l’appuntamento si propone di portare l’attenzione su questa grave malattia, di cui ancora oggi si ignorano le cause e i rimedi.
Con Un calcio alla SLA Ananke scende in campo per aiutare concretamente la ricerca scientifica: per ogni copia venduta 1 euro sarà destinato ad AriSLA (Fondazione Italiana di Ricerca per la Sclerosi Laterale Amiotrofica).
Insieme all’autrice Gabriella Serravalle, attiva da anni su questo fronte, dialogherà Salvatore Sblando e Giorgio Brezzo.

Caratteristiche tecniche:

TITOLO Un calcio alla SLA. Marco Scelza: la mia storia
ARGOMENTO Attualità
AUTORE Gabriella Serravalle; prefazione di Gianluca Vialli
DATI TECNICI Brossura, 135 pagg. 14.5 x 21
ISBN 978-88-7325-523-9
PREZZO 13,00 euro
USCITA marzo 2013

Rimaniamo a disposizione per qualsiasi informazione.

Ufficio Stampa – ANANKE EDIZIONI – Via Lodi, 27/C – 10152 Torino
Tel. 011.2474362 – http://www.ananke-edizioni.com
Email: press@ananke-edizioni.com

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Confini: Il dove della poesia italiana – Margherita Rimi


margherita rimi

Poesie tratte da “Era farsi – autoantologia 1974-2011”

Paginatura

I tempi dei bambini
mi fanno zoppicare
mi segnano col dito

E quando toccano le cose
l’aria comincia a respiare a disegnare
la sua punteggiatura

Di quello scorrere

Di quelle corse che partivano con noi
di quei tre cerchi di rotaie e cielo
Di quello scorrere sugli occhi il passatempo
al sole che riempiva scarpe e vigne.

E cosa su cosa si sarà fermato
nel bicchiere di vino di mio padre
Notti da passare a notti
e figli da sprecare di premura.

Drammatica del foglio

Si fanno passi perchè si rassomiglia
perchè si torna in mente all’illusione
al sogno che ha tenuto labbra e veglia

A ventagli si aggiungono le mani
le ossa le vertigini dell’anno

a muovere questo giuramento
alla bellezza.

*

E’ sbandamento il tempo.

Il corpo è a dismisura
ovulo bianco
gestazione vuota.

Le voci dei bambini

per Agota Kristof

I

La madre pettinava la bambina
lavava la sua faccia
– Mi fai male nella testa –

E lei chiudeva gli occhi
Nascondeva le bambole
prima di addormentarsi

E a chi nascondeva gli occhi
era un segreto
bianco sul foglio bianco.

II

Vado piano per la strada

Gli aquiloni lo chiamavano
per nome

potevo nascere due volte.

– Papà dove mi porti? –

III

Il bambino cattivo

La storia nascosta
ricompare
patto di gomma e di matita

Neanche mia madre se ne accorge

A disegnare quelli che sono veri
ti voglio dire questo “gioco”

Qui ho il vetro nella gola

A disegnare quelli che sono veri:
a disegnare per ultimo mio padre.

IV

Hanno detto che era una bugia
o forse che era un sogno

“Io. Sono. Il bambino cattivo.”

“Non devo parlare”
“Non si tradiscono i segreti”.

Misure

Colpevole di me
mi giro intorno
mi prendo per la taglia e per il collo

Faccio di mani e non fingo intese
orecchio che sibila, ecchimosi di prova.

Non posso nulla. L’altro non somiglia
Vuole risposte e in più misure
al corpo che voleva.

Il figlio delle “donne”
Il figlio cambiato

Io sono il figlio dalla nascita rubata
sono il codice mancato di mia madre
La lettera distonica del soma

Acqua nello specchio
anomalia del rifiuto.

Talé-talé

Talìa talìa
è l’ùmmira ca passa
e occhiu nunn’arridedi

Me matri facìa tanti pinzera
cummigliava la notti e lu spavuntu

E ora
abbissa stu mmurmuriarisi
di corpu
di fogli
a li spartenzi.

Guarda guarda
Guarda guarda / è l’ombra che passa / e occhio non si ferma // Mia madre faceva tanti pensieri / copriva la notte e lo spavento // Ed ora / indovina questo lamentarsi / di corpo / di foglie / ai distacchi.

Il femminile tra mito e logos – Tra femminile e femminile di Gabriella Laconi Vascellari – 2° parte


“…(si dice) del narciso su cui Kore sbigottita si precipitò. Ed ecco, mentre essa vuole strapparlo, la terra spalancarsi ed Aidoneo, salito fuori da quella sul cocchio ed avendola ghermita, portarla via sui cavalli.”[1]

Il mythologhema di Kore (fanciulla – pupilla) rapita da Ade e restituita alla madre, demetra, nell’attivazione di sovrassenso, quasi “fabula aperta”, apre a diversi logoi l’epos simbolico dell’eterna ierogamia dell’essere e del non essere.
Nel logos genetico e sanza fine della vita svela la forma che appare, scompare e riappare, come dire il ritorno ciclico del finito nell’infinito e di questo in quello nella stagione della rinascita.

Ade

Ade

Dice il tempo e le sue connessioni alle fasi lunari e vede Kore, tessitrice[2], incrociare i fili nelle unioni sessuali che ritualizzano l’incontro tra il mondo maschile dell’io e quello femminile, perpetuando della vita i fini suoi nuovi germogli. Vede Kore decidere del destino del mondo nell’interminabile rigenerarsi dal sacrificio della morte per un fine cosmogonico, che si realizza nell’acquisizione di una rinnovata natura. Da qui l’inevitabile richiamo alla famosa similitudine omerica cui inerisce un sentimento di malinconico rammarico per la sorte degli uomini, tutti destinati al non esser-ci, “quale la generazione delle foglie, tale anche quella degli uomini”[3]
Vi è ribadita l’universale necessità dell’assenza per la presenza, la morte del seme per la gemma che nasce ed è messa in risalto la persistente mistica fra l’uomo e la Natura. Del mithologhema i misteri elusini, ferita che si apre nell’intatta epidermide olimpica, rievocano – in una mimesis che relaziona gli dei agli uomini agli dei – i grandi motivi del rapimento, dello stupro, del matrimonio di morte, suggerendo, nelle valenze simboliche, prospettive psicologiche.
Della fascinazione sessuale non è sottaciuta, nei simboli – entrambi sacri al dio Ade, del narciso, dall’intenso profumo e dalla breve vita, e della melegrana, prolifica nei molti semi purpurei[4] – la funzione rilevante di impulso fecondo ad inverare nel finito il carattere di infinito dell’Eterno Femminile. Questo, come la Natura, ha il pregio di rinnovarsi, rimandendo essenzialmente se stesso in tempo senza vecchiaia, avvolto dalla presenza del divino. Nello stesso mithologhema, per immagini, si esprime il mistero tutto femminile dell’eterna coesistenza della Madre e della Figlia nella reciproca mutazione per la quale la vita è un necessario trascorrere dall’una all’altra, nel frutto e nel seme.
In quest’ottica “ingenua” (nel senso positivo del naturale) l’irruzione di Ade nel recinto sacro a Demetra, il rapimento di Kore e la ierogamia sacrificante che ne segue – parzialmente vanificata negli effetti dal ritorno periodico della Figlia alla Madre – fa risaltare, del maschile, l’alterità completiva rispetto al femminile, nel carattere di strumento fecondatore edonisticamente invasivo e trasformante.
Proprio questo carattere ne inaugura l’affermazione affettivo culturale nel ruolo di partner, quando egli non sia aratore d’un lontano campo che vede solo quando semina o miete.
In sintonia col simbolico che riconduce alla “Parola” prima delle parole, dicendo l’uomo oltre l’uomo e scoprendo sensi che non potrebbero essere detti altrimenti, la ierogamia dice il compito e l’apice di un’iniziazione all’esser-ci nei riti segreti e nella visione suprema del mistero di una vita e di una morte che si con-prendono.
In questa iniziazione, l’immersione nella notte (velamento) ed il ritorno alla luce (svelamento), risultano fortemente allusivi ai rituali che vogliono, nelle nozze con l’uomo, la donna velata e poi svelata; e, similmente, in quelle con la morte che, coi segni di una sacralità separante, rievoca, nella soggezione al tempo, il tramonto dell’adolescenza ed il graduale esaurisi nella filiazione.

nightanddaywsf

Di Kore si legge l’intimo e temporaneo desiderio del dominio conservativo della Madre, femminile ritenuto materiale, per un maschile spirituale che l’accompagni negli inevitabili azzardi dell’esser-ci, magari rendendola gravida di altro femminile o di altro maschile.
Una volta ingravidata, lei sente di dover ritornare “nobile seme” di Demetra, come dire Figlia di quel Femminile materno nel quale, fin dal suo iniziarsi all‘esser-ci, è incline a identificarsi, dileguando ogni ombra di timore e ripristinando, una una diade legata, l’indiscutibile superiorità genetica. Non si vuole dominata per sempre da un dio, per giunta leta-proiezione umana – donna soggiogata da uomo[5].
Dalla conclusione dello stesso mythos che vede Demetra donare all’uomo e non alla donna le spighe del grano, affidandogli senza riserve il sacro incarico di coltivare la vita, si evincerebbe per l’appunto uno spontaneo traferimento di potere, non insignificante preludio alla fallocrazia.
Quest’ultima, al di là della gestione patriarcale degli interessi comuni, farebbe risultare il femminile oggettuale in senso lato a meno che, senza snaturarsi, eso si affermi come Persona, adeguandosi all’hic et nunc del mondo e non certo relegando nelle tenebre il proprio io, come dire confinando nella oscurità dell’inconscio i suoi valori non solo conflittuali.
Tutto considerato, il femminile, guidando il maschile a farsi guidare, lo spinge ad un’esistenza che tende a sublimarsi nella cultura, superando l’inquietudine relazionale con la Madre ed emancipandosenenelle influenze transpersonali, a vantaggio di un’appropriata strutturazione egoica.
Per diventare autonoma coscienza, qualunque sia il segno sessuale, ci si dovrà sempre liberare da una lei che pure ha il destino di sperimentarsi in un lui che, soprattutto dai ruoli riconosciutigli nel sociale, ha maturato la propensione economica ad oggettivarsi, non legandosi più di tanto alle cose ed alle persone.
Dello stesso mythos, non è da meno il logos più ermetico che interpreta Kore (pupilla) come il riflesso che si distacca dall’orifizio dell’iride per tornarvi come immagine acquisita di un lui che si rispecchia in una lei o viceversa ad esprimere in questo approccio cognitivo un forte desiderio di possesso.
Questa per Dioniso, dalla duplice natura maschile e femminile, è realtà immediata. Per Apollo, cui è caro il seme e l’aratro, è conquista. Per gli uomini è Eros che, nato dall’unione ossimorica di Ricchezza e Povertà, determina felice compensazione nel reciproco desiderarsi ed aversi e non per una improvvisa esplosione sessuale propria del maschile così poco incline ai legami emotivi.

Dioniso

Dioniso

Apollo

Apollo

Eros

Eros

Appunto Eros, mediando tra immanente e trascendente quella energia per la quale domina il mondo, gestisce la sessualità come realtà biologico-culturale, fino a renderla determinante nei ruoli sociali e nelle regole etiche che, in un contesto maschilista, come nulla, diventano inibitorie se non denigratorie dell’espansività e della sessualità femminile.
Sta di fatto che l’energia erotica, così implicata nella complicità creatività dualistica e di segno contrario, pervade tutti i territori dell’esser-ci, animando un gioco il cui senso, sfuggendo all’ordine della ragione, risulta atopico.
Nè uomini nè dei ne sono esenti, non ugualmente le dee Artemide, Athena ed Estia, impersonando, del femminile, la natura libera,  selvaggia e ritrosa all’amore, la rinuncia a sé, nella competizione col maschile, la fedeltà oltre ogni divenire al sentimento non conflittuale, in un ambito ben protetto dai giochi enigmatici di Afrodite.

Athena

Athena

Eros, a buona ragione maschile e femminile come Dioniso, ha potere soprattutto nella capacità di mediare le opposizioni e, laddove lo siano, anche il maschile ed il femminile, concedendo ad ognuno dei due partner di ritrovare nell’altro ciò che di per sé ciascuno non ha. Mai sarebbe motivante una vaga risposta ad una aspettativa di reciproco piacere.
Amare è trascendere la dualità in un’unità che pure la con-prende, a riprova, peraltro, della forza e della debolezza di entrambi e della diversità qualitativa del desiderio: quello femminile più implicato nell’Eros e, quindi, più relazionale, anche nella consapevolezza del senso della vita contaminato dal non senso; quello maschile più egoista e conteso dal Logos, che lo allontana dall’inquietudine enigmatica dell’amore per la quiete d’un sapere epistematico.

Afrodite

Afrodite

Sta ad Afrodite – la dea “che fa nascere il desiderio”[6] – e scopre, nella pulsione sessuale, l’elemento unificante comune all’esistenza vegetale, animale, umana e divina – tutelare l’equilibrio erotico nel reciproco scambio: “…se non ti ama presto ti amerà”[7].In lei si dissimula la rivelazione della sessualità come trascendenza e sacro mistero.
Eros, deputato a gestire le risorse spirituali dell’amore non di meno deve potersi rispecchiare in qualcuno che ne ricambi il sentimento, cioè in un Anteros che non a caso il mythos dice suo fratello.
ci si può illudere di sperimentare, nell’autosufficienza, l’intenso piacere d’amore, presi e confusi dalla vaghezza del riflesso del proprio io che si enfatizza come altro da sé, rendendolo esclusivo nel desiderio e letale nel raggiungimento vanificante; si conferma così l’opportunità di un’autentica relazione erotica duale e di segno contrario.

articolo presente sulla rivista di cultura poetica, Erbafoglio, Anno X – n.19/20 – luglio 1997

[1] Papyrus Berolinensis 44.
[2] Cfr. F 182K; Porphirius, De antro numph.
[3] Hom., Il. Z.
[4] Cfr. Hom., Inno a Demetra.
[5] tutto ciò quasi a perpetuare quel matriarcato il cui declino è colto anche quale regressione femminile nell’acquiescente arrendevolezza al maschile.
[6] Cfr., Hom., Inno ad afrodite.
[7] Cfr., Saffo.

Prima Parte: http://wordsocialforum.com/2013/10/14/il-femminile-tra-mito-e-logos-la-grande-madre-dalla-nascita-al-ritorno-di-gabriella-laconi-vascellari/

Debora Barnaba: un delicato cuore messo a nudo


La sfera microcosmica e privata dell’uomo si trasforma spesso in una esperienza universale: non è quasi mai un errore, soprattutto se tale trasformazione è volta a comprendersi capendo ciò che ci circonda. In questa particolare direzione sembra andare la fotografia di Debora Barnaba: svelarsi e scoprirsi, corrisponde a svelare e scoprire un mondo femminile che si riflette ed influisce anche sulla sfera maschile.
Le foto sono attimi pieni di estetismo comunicante, opera di un delicato cuore “mis à nu”.
Ogni selezione esprime una precisa idea, che si evolve cronologicamente scatto dopo scatto e che porta a procedere insieme all’Artista in ragionamenti esteticamente incantanti, ma che dis-incantano e ci costringono a giungere ad una personale conclusione e traduzione delle foto.

“His Lunch” è un set che rappresenta schiettamente il sentimento, che prova una donna, dopo essere stata “divorata” e sventrata da un uomo a cui s’è concessa nuda, senza veli. Il cibo gradualmente sventrato; una bottiglia ed un calice ormai vuoti; poche briciole sul tavolo; ed un corpo che si accartoccia e si scartoccia, sono quello che resta del Suo passaggio.

“Kissing” è un riferimento alla violenza che può essere generata “dal fraintendimento di un bacio”. Il rossetto, che è una metafora del Sangue, in certi punti del corpo lascia lo spettatore emozionato dalla crudezza e dalla sensualità celata dal forte estetismo.

“Empty” e “Places” invece sono magnifici esempi di fotografia che riesce a comunicare e trasmettere emozioni, anche privandosi della presenza di figure “umane”.

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Sei spesso protagonista delle tue foto, come mai questa scelta?

È nata per caso, inizialmente mi era difficile trovare qualcuno disposto a posare per me, mi piace molto lavorare di notte, e anche per una questione di costanza. Per poter capire fino in fondo il corpo e il suo modo di comunicare ci vuole una gran continuità nello sperimentare e difficilmente si trovano persone disposte a scavare così a fondo per così tanto tempo.

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Cosa rappresenta per te la fotografia?

E’ il mio modo di comunicare, di parlare. Di dire qualcosa al mondo.
Ho sempre disegnato e per questo odiato la fotografia, fino al momento in cui, passata alla pittura, mi sono ritrovata senza soldi, tele e colori. Quindi ho iniziato a fotografare quello che avrei voluto dipingere: corpi e quindi me stessa.
Da lì è nata la passione: il mezzo fotografico non rende meno importante un contenuto rispetto alla pittura.

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Che valore dai ad un corpo nudo? Da cosa nasce l’esigenza e la voglia di privarsi di veli davanti all’obiettivo?

Il corpo nudo è meraviglioso, mi ha sempre intrigato capire i movimenti, gli slanci del corpo. Il modo di esprimere quello che si ha dentro se lo si sa usare. Ho fatto anni di nuoto sincronizzato che mi hanno insegnato ad usarlo per poter dire qualcosa, comunicare attraverso di esso. E’ stata una scoperta stupefacente. Scelgo il nudo nel mio lavoro per togliere qualsiasi idea di gusto, moda, classe sociale e tempo storico a cui fare riferimento. Voglio essere universale, un corpo nudo lo è. In un corpo nudo ci siamo tutti, di qualsiasi classe o gusto, o epoca storica.

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Molto toccante è la serie di foto intitolata “Kissing” (2010), da cosa è nato il set?

E’ nata per caso, baciandomi con indosso un rossetto rosso un ginocchio. Lì ho notato un segno, e mi è piaciuta subito l’idea di poter segnare il mio corpo con i baci. E’ stata una forte esperienza, mi segnavo baciandomi, ma con la curiosità di vedere fin dove ci si potesse baciare. Volevo scoprire i miei limiti fisici. Mi sono accorta che ne abbiamo molti. Che possiamo baciare pochissimo di noi stessi. Ma non è stato un atto di amore verso me stessa. Erano baci usati per segnare, non per apprezzare o amare.

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Quali sono le sensazioni che ti spingono a prendere la macchina fotografica tra le mani e iniziare a scattare?

Di solito sono forti emozioni, che mi porto dietro da tempo. Per arrivare a pubblicare una serie ce ne sono moltissime altre di studio in precedenza. Ma quello che deve arrivare alla fine non è uno sfogo personale, quanto una elaborazione di emozioni e stati d’animo. Ne devo uscire e vederle da fuori per poterne parlare in modo meno personale e più universale possibile.

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Ci sono fotografi che ti hanno ispirato particolarmente, o personaggi del mondo fotografico di cui hai molta stima?

Sicuramente! Moltissimi mi ispirano e mi piacciono particolarmente. Andiamo da Newton, a Mapplethorpe, a Friedlander. Fotografi molto diversi che mi danno forti emozioni. E’ importante per me studiare il loro lavoro, rielaborarlo, assimilarlo e farlo mio.

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Che impatto noti nel pubblico a cui proponi le tue foto?

Reazioni molto diverse: c’è chi si sente parte del lavoro, preso da quello che vede, da quello che esprimo, lo sente proprio. E c’è chi mi vede come una narcisista che non fa altro che scattarsi per sedurre lo spettatore. Dipende dalla sensibilità delle persone.

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Il valore estetico delle tue foto è molto curato. Cosa percepisci come Bello e cosa come Brutto?

Mentre lavoro non me lo domando, cerco l’armonia. Credo che sia questo a rendere qualcosa bello o brutto. Non credo che possa esistere una definizione reale di bello o brutto. Credo che si distinguano per questo. L’armonia è fondamentale nel mio lavoro. Anche se ci sono contrasti devono essere comunque armonici nel contesto.

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BIOGRAFIA

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Debora Barnaba, artista e fotografa, è nata a Milano nel 1985 e risiede attualmente a Varese. Oggi è rappresentata internazionalmente dalla galleria di arte contemporanea Theca Gallery di Lugano. Dopo aver frequentato studi artistici in disegno e pittura si accosta da autodidatta al medium fotografico che, dal 2006, diviene la sua principale forma espressiva. È allieva di nomi prestigiosi quali Maurizio Montagna, Roger Weiss e nel 2009 di Oliviero Toscani, con cui collabora alla realizzazione di un progetto riguardante la città di Firenze, poi pubblicato nel catalogo: “Santo Spirito”. Nel 2010 la rivista “il Fotografo”, importante testata di settore, le dedica la cover story e pubblica la serie completa di scatti della performance Kissing. Nello stesso anno l’Università di Bologna la invita a tenere una lezione riguardante il suo lavoro sul corpo attraverso fotografia e performance. Nel 2011 esce la sua prima monografia “Visioni del Vuoto: Varese”, un catalogo, comprendente i testi critici di Riccardo Crespi e Sandro Iovine, che documenta in modo originale e inedito la Città Giardino.

Mostre personali

Debora Barnaba: Untitled Show, Theca Gallery, Lugano, Svizzera, settembre 2013

Mostre collettive

Il paesaggio contemporaneo, Deodato Arte, Milano, Italia, 2012
Nonsolocorpisoli, I Macelli, Firenze, Italia, 2012
Circuiti dinamici, Circolo culturale Bertolt Brecht, Milano, Italia, 2011
Locus animae, Palazzo del Turismo, Jesolo, Italia, 2010
Artparty, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea, Castello di Masnago, Varese, Italia, 2010
Cristalli di Rocca, a cura di Carolina Lio, Rocca Grimalda, Italia, 2008
Body-il corpo umano nell’arte contemporanea, Spazio Expo Culturali GB Design, Firenze, Italia, 2007

Riconoscimenti
Finalista Premio Giovani Artisti Borgomanero, III edizione, 2012
Terza classificata, Premio Ghiggini Arte Giovani XI edizione, 2012
Menzione speciale della giuria, Giovani Artisti Borgomanero, II edizione, 2011

Cataloghi
AAVV., Premio giovani artisti, cat. Mostra, Italgrafica Editori, 2012
AAVV., Ghiggini arte, cat. Mostra, 2012
CRESPI Riccardo, IOVINE Sandro, MANZOTTI Riccardo, Visioni del Vuoto: Varese, Arterigere Edizioni, Varese, 2011
BARNABA Debora, Visioni del vuoto: Varese, Arterigere, 2011
AAVV., Premio giovani artisti, cat. Mostra, Italgrafica Editori, 2011
IOVINE Sandro, Il Fotografo, Kissing me, rivista mensile, Sprea Editori, 2010
AAVV., Locus animae, rassegna d’arte contemporanea quinto episodio, cat. Mostra, Nextitalia, 2010
AAVV., Artparty, sferica, cat. Mostra, Quir Editore, 2010
AAVV., Circuiti dinamici, cat. Mostra, Seriart Editore, 2010
AAVV., Ghiggini arte, cat. Mostra, 2010
TOSCANI Oliviero e ALTRI, Santo Spirito, La Sterpaia, Firenze, 2009
AAVV., Cristalli di Rocca, cat. Mostra, 2008

LINKS
http://www.deborabarnaba.it
http://www.facebook.com/pages/Debora-Barnaba/42389720737

Corrado Altieri: la storia dell’elettronica cagliaritana


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Come nasce il Corrado Altieri artista – sperimentatore? Parlaci del tuo legame con la musica e con la sperimentazione di essa.

Durante i primi anni novanta, dopo varie esperienze in ambito post-punk/wave, ero davvero stanco dei derivati del rock e sopratutto del formato canzone all’interno di una composizione. Ho comprato un campionatore, un mixer e poche altre cose ed ho cominciato a sperimentare su sonorità poco convenzionali, registrando con un DAT tutto quello che veniva fuori. Forse inconsciamente volevo tornare a certe suggestioni del passato, visto che da molto giovane mi piacevano di più Throbbing Gristle e Cabaret Voltaire del punk-rock.

In poco tempo ho seguito l’evoluzione da Monosonik – Candor Chasma ed ora Uncodified, il tuo ultimo lavoro da solista. Parlaci di questa tua evoluzione, della scelta al lavoro solista, da dove nasce e dove vorresti arrivare.

I punti di arrivo non mi sono mai piaciuti e credo proprio che quando arriverò a questa fase sicuramente smetterò di suonare. Tutti i miei progetti fanno parte di un percorso e nessuno di essi è un capitolo chiuso. TH26 è stato il primo passo davvero importante, senza il quale non sarebbe successo nulla di tutto quello che ho fatto dopo. Uncodified è l’unico mio solo-project ed è nato come una specie di sfida con me stesso : volevo vedere cosa sarei riuscito a fare in solitudine con il suono elettronico estremo, sopratutto dal vivo. Posso dirti che sono molto soddisfatto, in più i riscontri da parte di pubblico e critica sono stati davvero ottimi.

La sperimentazione oggi come la classifichi?

Un mondo in costante evoluzione. Non sono d’accordo con chi dice che è già stato detto tutto…a questo punto ci si sarebbe dovuti fermare con la musica tedesca dei primi anni settanta. Seguo e compro molta musica in quest’ambito, secondo me non è finito un bel niente!

Sei legato alla letteratura? C’è l’influenza di essa nella tua musica?

Assolutamente. La letteratura è sempre stata un elemento molto importante nel mio lavoro. Alcune produzioni sono più influenzate da libri piuttosto che da dischi o cinema. Mi piacciono molto : Clive Barker, Dino Buzzati, Giorgio Scerbanenco, Paolo Di Orazio, Petronio, Thomas Pynchon e molti altri.

Eventi Futuri?

La sonorizzazione di un film a Massafra alla fine di novembre, la terza edizione di “Solo Il Mio Nero” a Cagliari in dicembre ed il Destination Morgue a Roma in gennaio. Tutto con Candor Chasma, progetto che porto avanti da un paio d’anni con Simon Balestrazzi.

Soudcloud: http://www.soudcloud.com/uncodified