Martina Stilo pittrice


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Benvenuta su WSF Martina

“Come Martina Daemon Stilo definirebbe se stessa?”
Mi piace definirmi portavoce della mia anima, artista appunto, amo creare artisticamente perché trovo che sia il modo migliore per diffondere e comunicare agli altri i miei sentimenti e i miei pensieri, è anche una forma di rilassamento e sfogo la pittura per me. Penso che per me sarebbe impossibile ,ora che ho intrapreso questo cammino, tornare indietro; l’arte è diventata il significato della mia vita ma anche un compito, cioè far si che la passione rimanga nel cuore degli “uomini” poiché purtroppo siamo in un periodo dove sembra che tutto sia spento , senza emozioni , ma non solo , privo anche di alcuni concetti che prima invece eran ben conosciuti , è forse proprio questa situazione di psuedo-agio che rende gli uomini troppo avviliti e vuoti , poiché non abbiamo una vera e propria situazione negativa come nelle epoche precedenti poteva essere, basti vedere la rivoluzione francese, li l’uomo aveva bisogno di ribellarsi, di far sentire la sua voce e non aveva paura, l’arte era florida , un celebre dipinto di quell’epoca è “la libertà che guida il popolo” di Delacroix , in quel momento l’artista aveva bisogno di utilizzare l’arte come propaganda dei propri pensieri, diffondendoli. Invece nel secolo che corre adesso , le persone hanno paura, vogliono cambiamenti ma non fanno nulla per ottenerli, piuttosto urlano contro i diritti di altre persone per farglieli perdere piuttosto che protestare per mostrare allo stato che non puo metterci i piedi in testa. E’ per questo che l’arte deve rimanere viva, perché una penna o una matita posson far molto per far aprire gli occhi alla gente e farle reagire .

“Come e quando nasce il tuo percorso artistico?”
Nacque con una folle idea , quella di scrivere una Novel graphic (che tutt’ora sto scrivendo e prima o poi renderò visibile anche al pubblico) , che è un tipo di storia illustrato o fumetto come si voglia dire , basato su una rielaborazione di alcune vicende personali miste e messe in chiave fantasy , con anche l’intento di dare uno specifico messaggio. Da li iniziai ad appassionarmi all’arte, cominciai inizialmente a disegnare ogni tanto, copiando immagini per migliorare la tecnica e successivamente iniziare a creare le mie illustrazioni , e da li mi innamorai dell’arte, capii che era la strada che avrei dovuto percorrere e crebbe da li anche la mia passione per la storia dell’arte .
“Le tue opere hanno una base figurativa profondamente classica rielaborata e rivisitata attraverso il tuo uso molto personale del colore. Come nasce tecnicamente un tuo lavoro?”
I miei lavori diciamo che hanno differenti “nascite” : ci sono quei lavori che nascono da un concetto che voglio comunicare , (la fase ragionativa) , facendo un esempio banale l’amore oppure la libertà , e da li parte il ragionamento sulla composizione e sui colori, (la fase tecnica). Oppure un altro modo in cui creo è il sentimento, faccio una bozza di un disegno che mi viene istintualmente in un momento in cui provo una sensazione specifica , dopo averlo terminato lo rielaboro in “definitivo” su un supporto finale , che puo esser una tela oppure un foglio . Diciamo che aderisco sia al romanticismo e al simbolismo come correnti ma traggo anche appunto come dici tu ispirazioni dal classico. Il colore nei miei disegni è molto importante, perché deve sottolineare la situazione che devo ritrarre, ogni tonalità scaturisce una sensazione differente.

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“La mitologia, il fantastico e la terra appaiono essere elementi costitutivi fondamentali nel tuo modo di creare che messaggi vuoi veicolare?”
Come suggerivo prima , sono simbolista, i miei quadri spesso sono enigmatici e non bisogna fermarsi al loro aspetto tecnico e superficiale, ma andare a scovare affondo i vari simboli che ho inserito, utilizzo elementi fantastici e mitici dandogli una particolare valenza, ogni volta è differente , c’è una particolare iconografia che utilizzo spesso, la rosa, per me non è un semplice fiore ma nasconde dentro se mille sfumature , accostandola in diverse situazioni si ottengono molteplici significati, come la passione se essa è rossa, oppure la purezza se essa è bianca.
Oppure mi ricollego a dei miti antichi , spesso attingendo alla cultura greca e romana per dare un allegoria a quella figura ; Marte , ad esempio, non è solo un dio, può diventare un concetto, un emblema di guerra che potrebbe esser riferito ad una situazione attuale e molto altro ancora.

LEGAME ETERNO

Legame eterno

“Che cos’è per te la pittura?”
Non la vedo solo come un mero movimento della mano che intinge il pennello in una chiazza colorata, ma è poesia senza parole, la pittura denuda l’uomo ma non delle sue vesti ma del suo involucro, ossia il corpo. Con la pittura si posson compier viaggi senza muoversi di un passo, riscoprendo il proprio inconscio, la pittura è anche riflessione.

“Quali autori hanno maggiormente influenzato la tua produzione artistica?”

Sono stati soprattutto autori romantici e classici, ammiro molto Füssli , con le sue pitture spaventose e simboliche, ma anche Goya, William Blake e il suo amore per i poemi , da cui trasse anche molte illustrazioni; Bouguereau e i suoi romantici dipinti con le sfumature soffici; da Raffaello ho tratto il suo amore verso la composizione studiata dei dipinti; Salvador Dalì per il surrealismo. Un quadro che invece mi ha colpito molto, è stato il “viandante sul mare di nebbia” di Friedrich , potrei guardarlo miriadi di volte ma mai mi stancherei , ogni volta che lo ammiro i brividi mi percorrono… e questo quello che dovrebbero far gli artisti, riuscire a donare la pelle d’oca a chi guarda le loro opere, come se fossimo stati colpiti da una freccia .

SHOAH

Shoah

ANIMAE

Animae

“A quale dipinto ti senti più legata e perché?”
Ci son due opere in particolare a cui mi sento più legata, uno è “Animae “ , un disegno a gessetti su cartoncino 50×70 che feci 2 anni fa circa , quando lo feci volli legare le mie emozioni in quel disegno, come se avessi messo direttamente la mia anima dentro , da qui il nome del titolo, è molto introspettivo… l’unico quadro che mai darei via per nessun motivo, è appeso nel mio studiolo e mi “accompagna” ogni volta che disegno , non voglio spiegare questo quadro, vorrei che ognuno provi ad interpretarlo e vederne in esso cio che loro provano e credono significhi, illustrare il significato di questo mio particolare disegno rovinerebbe la visione dello spettatore, filtrandone cio che avrebbero potuto provare prima che io glielo avessi spiegato e rendendo sterile il loro pensiero a riguardo , quindi lascio spazio all’immaginazione .
La mia seconda creazione più vicina a me , è “fulminea emozione” ,che esposi anche alla mostra che feci a dicembre dell’anno scorso , il significato di questo disegno è più intuibile, se cosi si puo dire, vuole comunicare la forza e il potere che ha l’amore sulle emozioni, come una freccia che ci colpisce che ci causa una ferita da cui non sgorga sangue ma colori che ,sinesteticamente, son diversi sentimenti che all’unisono si creano quando una persona si innamora, una confusione di passioni e impulsi , che rendono sia estasiata una persona ma anche preoccupata spesso.

“Arte e denaro: il connubio è possibile?”
Il denaro è una delle cose che detesto di più al mondo, per quanto possa esser stato utile che l’uomo nella storia abbia creato tale metodo di scambio è anche divenuto la nostra arma di distruzione, l’uomo farebbe di tutto per arricchirsi , è nella sua natura voler prevalere ed essere egoista, come pensa anche Hobbs ,molte delle catastrofi umane son state causate appunto dalla disputa di due popoli che volevano il predominio su una terra che avrebbe potuto fruttare aumentando anche cosi la quantità di denaro detenuto, il denaro ci può mostrare i lati più oscuri dell’animo umano, la guerra rivela una visione di noi che nemmeno potevano immaginare in una situazione di quiete, l’uomo ritorna istintuale e bestiale come un animale. Ovviamente questo discorso potrebbe sembrare totalmente ipocrita, ma il punto focale è che io , come altri, posso semplicemente far una criticare al denaro ma è ovvio che non posso farne a meno vivendo in una società che si basa sullo scambio monetario, sarebbe da stolti pensare di riuscire a fare diversamente, se non provare a vivere come un selvaggio nelle foreste di qualche posto sperduto , ma la realtà attuale è questa e con mio dispiacere il denaro esisterà che io lo voglia o meno tuttavia il mio pensiero non cambia riguardo a questa situazione. L’arte è quindi vendibile se una persona vuole vivere da artista e sfamarsi cosi e deve a malincuore commercializzare la propria arte, ma se la vediamo da un’altra prospettiva il distaccamento da un proprio lavoro non è una cosa negativa, poiché puo divenire visibile ad altre persone, spostandosi da padrone a padrone, come se un proprio sentimento viaggiasse e comunicasse i suoi pensieri , quasi avesse vita propria, ad un maggior numero di spettatori. Io tento sempre di vedere i due lati della medaglia, perché se c’è ombra c’è sicuramente anche il suo opposto, ossia la luce, non esiste nessuna visione che sia una totalità di uno dei due casi .

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ECLISSI

Eclissi

“Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi futuri lavori?”

Ultimamente il mio estro mi sta dando molto da fare, sto lavorando su multiple tele, non sto pubblicando nulla ultimamente poiché dipingo poco a poco su ognuna di esse, senza completarne una sola. I nuovi lavori riflettono soprattutto sui sentimenti e la dualità , spesso tendo a evolvere i miei pensieri artistici. Sono anche molto impegnata col fumetto, che sto tentando di continuare il più possibile , per far in modo di pubblicarne online almeno il prologo e il primo capitolo.

Grazie Martina

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Christian Humouda

Prospettive. Omaggio di Parole a Gianni Berengo Gardin


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Gianni Berengo Gardin è un fotografo italiano tra i più noti.
Il suo modo caratteristico di fotografare, il suo occhio attento al mondo e alle diverse realtà, dall’architettura al paesaggio, alla vita quotidiana, gli hanno decretato il successo internazionale e lo rendono un fotografo molto richiesto anche nel mercato della comunicazione d’immagine.
Gianni Berengo Gardin vive a Milano ed è membro dell’importante agenzia fotografica Contrasto dal 1990 ed è inoltre membro del circolo “La gondola” di Venezia.

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Bologna est – Intervista a Daniele Malavolta


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“Ciao Daniele, benvenuto su words social forum. Bologna est è il tuo ultimo romanzo, ma alle tue spalle hai altre due pubblicazioni, ci vuoi spiegare come e perché hai cominciato a scrivere?”

Ho iniziato a disegnare storielle a fumetti sui quaderni alla scuola media e mi è capitato di scrivere avventure per giochi di ruolo. Ho pensato che scrivere poteva diventare un mestiere e così ho cominciato a studiare come funziona la scrittura per il teatro e il cinema. Dalle superiori al periodo universitario ho fatto laboratori di recitazione e seminari di sceneggiatura e soprattutto ho letto molti romanzi, racconti e fumetti per imparare a smontarne i meccanismi narrativi e creare uno stile personale in cui confluissero tutte le mie diverse esperienze.

“da dove nasce l’idea di prender una città come Bologna, distaccarla dall’Italia e farla diventare una città-stato sotto un regime comunista?”

Ho fatto l’università a Bologna negli anni novanta, una città dove il fermento culturale, artistico e politico dei decenni precedenti era ancora molto vivo. Avevo scritto varie storie per film durante un seminario di sceneggiatura, alcune ambientate a Bologna ma ero convinto che servisse un’ambientazione più particolare e oppressiva affinché i personaggi fossero costantemente sotto pressione, l’ambiente del cazzeggio universitario bolognese non mi sembrava avere un’attrattiva abbastanza forte. Quindi ho pensato di creare un’allegoria dei regimi totalitari dove far vivere i miei personaggi. Ho condotto una serie di ricerche per dare un fondo di attendibilità storica e ho creato questa ucronia.

“Nessuno dei personaggi del libro è un soggetto centrato o in equilibrio  e questo è vero non solo per i protagonisti di Bologna est, ma anche per quelli dei tuoi lavori precedenti. Mi sembra che tu abbia sempre preferito parlare di soggetti al di fuori dei canovacci sociali, cosa ti spinge a descrivere l’alienità?”

Non amo le storie comuni e ombelicali. Mi interessa tutto ciò che può essere fuori dal comune e quindi parlo di quello che conosco prendendo spunto anche da espreienze personali e persone reali. Forse perché Sono un alieno alienato e attiro altri alieni alienati.

“Quali sono i tuo riferimenti letterari, da cosa e da chi vieni ispirato?”

Tra gli italiani ci sono alcuni scrittori noir che sicuramente mi hanno influenzato, e anche scrittori che noir non sono come ad esempio Calvino e Vittorini e poi ci sono Terry Pratchett, Douglas Adams, Jeff Noon e Neil Gaiman che sono classificabili tra il fantasy, la fantascienza e non si sa bene cosa. Sicuramente subisco anche delle influenze cinematografiche e fumettistiche oltre che letterarie. Bologna Est nella mia prima idea avrebbe dovuto essere un film.

“Tu sei anche uno sceneggiatore cinematografico,  il tuo stile narrativo è asciutto e spesso molto pungente, quanto pensi che sia stato influenzato dallo scrivere per il cinema?”

Il mio primo romanzo, Il popolo degli dioti, aveva un linguaggio molto più arzigogolato, elaborato dallo stile delle favole per bambini. L’esigenza era quella di esprimere gli stati emotivi della protagonista e non soltanto le azioni. Negli altri due romanzi ho preferito uno stile più veloce e più vicino alla narrazione per immagini, meno descrittivo. Penso che la gente si stia abituando sempre di più alla fruizione di prodotti veloci e seriali. Alla profondità si predilige la velocità. Ho adattato lo stile a ciò che andavo a  raccontare.

“Sei nato a Modena e hai studiato al DAMS di Bologna, conosci molto bene la realtà di cui parli. Come ti hanno formato queste due città, cosa ti hanno lasciato in eredità?”

Ogni angolo di mondo ha le sue peculiarità e io conosco tutte quelle del mondo da cui provengo. Il mio rapporto di amoreodio per la provincia e i suoi abitanti sono un serbatoio infinito di materiale da cui pescare storie e situazioni.

“Attualmente vivi a Roma, credi che l’ironia tipica della romanità abbia accentuato certe tue caratteristiche? In che modo?”

Roma è la città della decadenza, il miglior luogo per aspettare che il mondo finisca. Sto studiando diversi aspetti della capitale da utilizzare come materiale narrativo per altre storie.

“Quali sono i tuoi progetti attuali? Su cosa stai lavorando?”

Sto cercando di realizzare un lungometraggio con il budget di un corto, NOTTE DI QUIETE, un thriller che parla di uno scherzo che finisce male. Sto al contempo portando avanti altri progetti per film e documentari e anche cercando di mettere insieme materiale per un altro romanzo ma il tempo non basta mai e la letteratura, se letteratura può essere definita quella che faccio io, finisce sempre all’ultimo posto nell’ordine delle priorità. Non è facile sopravvivere facendo un lavoro creativo, ma di questi tempi non è facile sopravvivere tout court…

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Recensione Bologna Est a cura di Flavia Morra

Bologna est è uno di quei libri che dovrebbero avere almeno altre 100 pagine, godibile e feroce, divertente in modo amarissimo, è permeato da un’atmosfera di disfatta che solo la buona dose di ironia dell’autore rende sopportabile. Le vicende paradossali narrate si avvolgono su se stesse come i vicoli della città romagnola in cui si svolgono, tetri, puzzolenti e ciechi, delimitati da un muro tanto temibile quanto facilmente violabile. I protagonisti, ragazzi sgangherati prede di sogni troppo grandi per le loro capacità e di tenerissime dipendenze, tentano di sopravvivere al socialismo reale che ha strappato Bologna all’Italia rendendola indipendente dal resto del Paese. La filosofia di regime regola ogni aspetto della loro esistenza, semplificandola, deresponsabilizzandola ed essi vagano in cerchio, metafore di una precarietà non tanto lavorativa quanto esistenziale, affannati eppure immobili, persi nelle maglie di una comunità iper includente e controllante che strozza ogni guizzo di individualità. Nessuno lotta, ognuno sopravvive, tutti provano a capire dove si può andare per poter dare un senso a quello che si è. Il protagonista, Roberto Martinelli, è l’unico davvero curioso di sapere cosa c’è al di là del muro, l’unico ad essere disposto, in modi anche piuttosto maldestri, a correre qualche rischio per trovare un’alternativa a quello che conosce già. La scrittura veloce e pulita garantisce scorrevolezza, trasporta il lettore attraverso le pagine con molta leggerezza, ma senza alcuna banalità. I dialoghi serrati e pungenti strappano spesso un sorriso, così come le sigle dei tanti comitati che imperversano nella storia, rappresentanti di una burocrazia bestia che strizza l’occhio a Kafka in modo sarcastico e disilluso. Regalerei il libro al mio migliore amico, lo rileggerei nel caso avessi bisogno di una sferzata di sarcasmo o, per meglio dire, lo rileggerei in ogni caso.

Flavia Morra

 

La poetica musicale di Luca Isidori


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Benvenuto su WSF Luca,

Chi è Luca Isidori, attore, poeta e..?

Grazie mille Christian dell’ospitalità.
Forse musicista, performer.
Infatti sto portando “in tour” “Nuovosole” ,una raccolta che ha riscosso ottimi consensi, attraverso la formula ormai per me consolidata della “Performance poetica”, in cui si mescolano alla poesia il linguaggio teatrale oltre appunto alla musica con alcuni pezzi per chitarra che ho scritto l’anno scorso e riarrangiati poi per chitarra e clarino per le performances.
Mi piace essere eclettico, appassionato di tutto, delle commistioni tra arti diverse.

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Nel tuo ultimo lavoro “Nuovo Sole”, leggiamo delle poesie brevissime. Un misto tra ermetismo ungarettiano e haiku. Come nasce questo lavoro e cosa dice di te?

“Nuovosole” è un lavoro particolare. Rappresenta per me un riscatto. Un segnale vivo di tenacia. Il primato della volontà personale rispetto agli eventi esterni. È una riflessione sul tempo, sul senso della vita, sul senso della vita nel tempo, sulla precarietà dell’esistenza umana. Sulla voglia di dire la propria, a testa alta, nonostante tutto. E’ un lavoro, sì, a tratti ermetico. Ci sono attimi totalmente essenziali in cui il senso dell’esistenza si condensa in poche parole, quasi d’improvviso il rivelarsi, risvegliarsi di un segreto. A questo, si alternano componimenti che sono dei veri e propri monologhi, dove il flusso delle parole scorre e scorre alla ricerca di una risposta riguardo la vita e il tempo ad esempio. Questo è un lavoro più riflessivo, se vogliamo, rispetto a quello precedente “Diario Costante dei giorni”, anche se rimangono forti slanci vitalistici. Un lavoro soprattutto esistenzialista, leopardiano. L’essere umano con tutte le proprie paure e aspettative messo di fronte a tempo storia esistenza. Le liriche “Carpe diem”e “Liberi” riassumono benissimo iI senso generale dell’opera. C’è tutta la “rivolta” di Camus, in cui, dopo aver capito come stanno le cose nella vita, un uomo (io, generalizzando a tutti gli esseri umani, uomo o donna che siano) non deve mollare, deve continuare a trovare il modo per farcela, per risollevarsi, per emanciparsi, per lasciare un segno nell’infinito. I componimenti risalgono, tranne alcuni, al 2011. Però all’epoca li sentivo troppo pesanti, che non rispecchiavano il mio stato d’animo di allora. Così li tenni da parte, finché non mi successero (recentemente) fatti che mi portarono a voler dire certe cose, perché mi sentivo più maturo. Così vennero corretti e ampliati. E finalmente ad ottobre sono stati pubblicati e da lì è iniziato questo entusiasmante viaggio. Idealmente quest’opera fa parte di una sorta di trilogia dell’individuo assieme a “Diario costante dei giorni” e a “Dittico dell’assedio” (testo teatrale “politico” di denuncia, che vedrà le prime messinscena ad aprile a Piacenza.

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Come ti sei avvicinato al teatro e come alla poesia?

Scrivo da quando ho sedici anni. Iniziai da prima a tenere costantemente un diario in cui annotavo pensieri finché un giorno, d’improvviso, e in maniera del tutto naturale, uscirono le mie prime due poesie “Sempre pioggia” e “Parlami”mentre ero in classe, alle superiori. Sentii queste parole arrivarmi come dettate da una voce interiore, un flusso che si condensò sulla carta del mio diario di scuola. Successivamente, la nostra professoressa di italiano, organizzò un cenacolo poetico (avendo scoperto in me e in altri ragazzi la passione della poesia. Fu un’esperianza bellisiima, con confronti e letture personali).
Per quanto riguarda il teatro invece, iniziai ad interessarmi a vent’anni e volevo frequentare un’accademia a Torino, ma problemi familiari cambiarono le carte in tavola. Così iniziai a 29 anni, sentendo che fosse una sorta di ultimatum che mi davo. Il teatro mi ha dato tantissimo, quanto la poesia. Mi ha permesso di affrontare e sconfiggere alcune difficoltà interiori che avevo e di sperimentarmi nelle mie mille sfaccettature, crescendo. Ho cambiato molte compagnie fino ad iniziare la carriera “solista”, proprio facendo leva sulla capacità di un multilinguaggio. E poi, nel 2014, la possibilità di poter recitare nell’ultimo film di Marco Bellocchio “Sangue del mio sangue”, è stato qualcosa di indescrivibile.

Il tuo essere attore ti ha aiutato nella creazione poetica?

Tantissimo, e mi ha anche cambiato. Facendomi percorre forme poetiche vicine al monologo teatrale, aiutandomi a far sgorgare dalla mia fonte un proliferare sempre maggiore di parole e situazioni, anche grazie all’immedesimazione teatrale nello scriverle. E poi mi ha permesso di poterle rendere di carne, agite nello spazio, vere, faccia faccia con il pubblico, i miei testi. Rendendole interpretate, valorizzate dall’azione teatrale in un vero e proprio spettacolo come in una performance, raggiungendo e interessando molte più persone, svecchiando la classica forma della lettura drammatizzata, del reading, creando suggestioni scenografiche, registiche, musicali un po’ come il Teatro Valdoca.

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A quale lavoro ti senti più legato?

Un po’ a tutti. “Diario costante dei giorni” è stata la prima vera prova della maturità, mentre “Nuovosole”, portarlo in scena, come ho già accennato, ha rappresentato una sorta di riscatto rispetto a fatti di natura sia privata che artistica avvenuti recentemente. Un segnale forte di carattere e determinazione che volevo mandare. Un punto di ripartenza. Senza dimenticare “ Dittico dell’assedio”: scritto di getto da un nucleo di pochi versi del 2011, l’indomani del “Premio Internazionale Città di Cattolica” , è stato un togliermi il tappo dalla bocca per dire finalmente tutto quello che sentivo rispetto a tutto quello che secondo me non va, che non mi va nella nostra epoca, in cui l’individuo singolo e la società tutta è “sotto assedio”. Una denuncia sociale e politica, partendo dal dolore e dal riscatto dell’individuo nel mondo. In maniera sofferta e lucida, senza saccenza. Solo per dirlo. Perché lo sentivo. In ogni modo, parlando delle mie opere, a volte rileggendomi, ho quasi la sensazione di trovarmi di fronte all’opera di qualcun altro, provando così nuove suggestioni. E’ un fenomeno particolare, strano e bello che, quando capita, mi affascina.

Che cos’è per te la poesia?

È profonda indagine verso la conoscenza di sé e del mondo, per elevare tutto ad uno stato più puro, più intenso, più vero. Fuoco interiore, vocazione, voce interiore che vuole sapere tutto, vivere tutto , ricerca di senso , di verità. Partecipazione. Resistenza attiva per esistere.

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Quanto si deve essere “nudi” quando si recita su un palco?

È fondamentale: meglio qualche imprecisione tecnica (solo qualche, ad alti livelli) ma grande verità e pathos e carisma che ti tiene gli occhi incollati alla scena rispetto a tutta tecnica (bravissimi) ma in assenza di trasporto-cuore-dimenticanza in scena. Il recitare “di maniera”, per intenderci, sia per la tecnica, la dizione che per il ritmo, andrebbe evitato. Ma tutti poi in fondo hanno la propria maniera, anche i più grandi… Per risponderti meglio sull’essere “nudi” , Carmelo Bene diceva che l’attore in scena deve arrivare a “non essere”, essendo totalmente, vero, “nudo”, appunto, nel personaggio (traendo spunto, in un dibattito, dall’”esser-ci” di Heidegger).

In moltissimi tuoi testi hai usato il self publishing per dare al mondo le tue opere. Come descriveresti quest’esperienza e soprattutto ti sentiresti di consigliarla?

Ho deciso di utilizzare questa modalità, perché mi permette di controllare nei minimi particolari il lavoro di creazione dell’opera, dai testi all’impaginazione alla copertina. In più, non sono vincolato al pagamento di cifre spropositate per la pubblicazione di un libro, ma di volta in volta posso ordinare il numero di copie che mi serve per ogni singola presentazione o spettacolo. E poi il risultato finale, anche graficamente, è ottimo, alcune volte migliore rispetto alle produzioni di varie case editrici medio-piccole. È un’esperienza che consiglio caldamente a tutti, appunto perché permette di essere più liberi (i diritti dei singoli libri rimangono a te) e di subire molto meno il peso economico di una pubblicazione. Grazie a tutto ciò ho potuto pubblicare sei libri in tre anni, impensabile per costi e contratti con case editrici tradizionali.

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Cosa dobbiamo aspettarci dalle tue future produzioni artistiche?

In aprile e maggio porterò in scena, a Piacenza, in forma ridotta, performativa, “Dittico dell’assedio”, il mio primo testo teatrale, mentre mercoledì prossimo alle 21 in un circolo culturale sempre di Piacenza sarò in scena con una “Performance Poetica” tratta dalla mia nuova raccolta “Notturni – Poesie e prose liriche”. Nata quasi per caso, circa due mesi fa, nel progettare eventi con il ragazzo che gestisce il circolo. Intanto, ho iniziato l’elaborazione di un prossimo lavoro tra poesia e teatro. Per quanto riguarda la musica invece, inizierò le registrazioni del mio primo mini cd, con calma, senza fretta. Vediamo.

Grazie Luca

Grazie mille ancora Christian, a te e a tutto il Words Social Forum per l’interesse e l’ospitalità!
A presto!

Christian Humouda

Beato il tempo in cui il mio e il tuo non ci separavano di MariaGrazia Patania


Mi chiamo Youba e vengo dal Mali. Ho 17 anni e amo giocare a calcio. Sono arrivato ad Augusta l´1maggio 2014 e non capivo niente.

Youba si presenta cosi e parlando francese invece che inglese era forse anche più isolato degli altri. Ci conosciamo il primo giorno che vado al centro e da subito capisco che di lui posso fidarmi. Youba non terrà mai per sè il panino in più, ma cercherà sempre qualcuno più affamato o anche solo più piccolo a cui darlo. Dorme nella stanza peggiore della scuola: grande, sovraffollata e estremamente disordinata. Ma la sua brandina sembra un piccolo angolo di decoro.

Non ricordo il momento esatto in cui l´ho conosciuto. Ho più l´impressione che si sia materializzato per aiutarmi a sopportare le barbare conseguenze della mia vita agiata. Youba veniva a fare la spesa, aiutava nella distribuzione di vestiti e cibo quando il crollo di nervi era più probabile, c´era sempre con scopa e secchio per pulire. Soprattutto c´era sempre nella stanza del dottore. Teneva a mente se qualcuno aveva bisogno di cure mediche e appena arrivava la dottoressa, compariva col paziente dolorante e si metteva in fila. Sempre calmo. Sempre sorridente. Una volta entrati ci barcamenavamo in difficili conversazioni siciliano-francese-arabo, convincevamo il malcapitato che doveva seguire la terapia eventualmente assegnata e poi tornavamo a fare altro.

Un giorno il malcapitato fu lui e la dottoressa senza troppi preamboli mi spiega che deve fargli una puntura. Ora -un anno dopo e alla luce del fatto che scoppia di salute- non riesco a non ridere ripensando alla sua espressione di panico e al gesto istintivo di prendermi la mano. Un gigante tutto muscoli terrorizzato da un ago. Di pomeriggio andiamo dal dentista con un suo amico afflitto da mesi dal mal di denti. Mi aspettano davanti il cancello della scuola puntuali e precisi e nel caldo del pomeriggio camminiamo per le strade deserte. Mentre aspettiamo facciamo amicizia con una coppia di anziani inizialmente ostili ai ragazzi. Poi ci lasciano entrare per primi e ci regalano dei soldi per « farli mangiare ». Che i ragazzi decidono però di spendere a beneficio di tutti e comprando prodotti che sarebbero serviti alla scuola.

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007 e le colonne sonore.


Circa un annetto fa avevamo parlato dei vari volti che avevano vestito i panni del mitico agente 007, oggi affronteremo la parte musicale dei film dell’agente, le colonne sonore.
Da sempre calzanti, un biglietto da visita che è una garanzia, buona lettura!

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Inizierei da Goldfinger, cantata da Shirley Bassey.
Dopo tre film, la saga spionistica diventa mito. Merito soprattutto del volto di Sean Connery e dalla voce inimitabile e meravigliosa della Bassey.

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Lo strano mondo di Hurricane di bizzarrobazar


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Ivan Manuppelli, in arte Hurricane, è un disegnatore, editore e cartoonist che porta avanti da anni la sua visione di fumetto underground. Il suo mondo sgangherato e weird è affollato di personaggi la cui anatomia è ufficialmente in crisi, corpi sciolti sotto la cui pelle si agita una moltitudine di esseri mostruosi che cercano di emergere. Esilarante e violento, Hurricane non rinuncia mai a quel gusto un po’ infantile della provocazione; rispetto ai simboli del capitalismo e della vita odierna il suo è più sberleffo che satira, una sorta di assalto lisergico al buon costume, uno spernacchiamento catartico.

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Eppure nei sorrisi posticci che spuntano da questi ammassi di carne e budella è facile intravvedere, in filigrana, tutta l’angoscia, lo spaesamento e l’impotenza di un uomo contemporaneo che sembra condannato a un perenne, grottesco inferno.

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Hurricane pubblica le sue tavole su Linus, Il Male, Frigidaire. Ma “clandestinamente” ha dato vita alla rivista Puck, la cui più straordinaria incarnazione è Puck Comic Party, un progetto ambizioso e sorprendente che ha coinvolto più di 170 autori underground italiani, europei e americani. L’idea è simile al “cadavere squisito” dei surrealisti: a ciascun disegnatore vengono mostrate le vignette precedenti, a cui egli aggiunge due o tre quadri che proseguono la storia. La trama, com’è prevedibile, si presenta fin da subito delirante e onirica, e fa da pretesto per una sciarada visiva davvero unica. Il bello di ogni pagina sta nel gustarsi il nuovo cambio di stile, nello scoprire come il prossimo autore rielaborerà gli elementi a disposizione. Piacere metanarrativo, certo, e gioco per intenditori; ma anche un esperimento folle che assomiglia a una grande festa collettiva. E non può non scendere una lacrimuccia quando si incrocia fra le vignette il segno inconfondibile del compianto Carlo Peroni di Zio Boris.

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LA RIVINCITA DI PINCO PANCO

CASA, s.f. Edificio cavo eretto come abitazione per l’uomo,
il ratto, il topo, lo scarafaggio, la blatta, la mosca,
la zanzara, la pulce, il bacillo e il microbo.
(Ambrose Bierce, Il Dizionario del Diavolo, 1911)

Ovunque appoggerò la testa, amici
Quella sarà casa mia.
(Tom Waits)

La casa, nata come rifugio e tana del mammifero-uomo, da tempo ha trasceso questa sua funzione basilare. La casa è un’estensione concreta del fisico e della mente di chi la abita, prolungamento psichico nell’impulso di riorganizzazione del mondo, barriera contro il caos. In casa, tutto ha un senso, un’economia, un motivo. Nella casa, tutto è rassicurante, ci rincuora – sì, ogni cosa è al suo posto. Non come là fuori.

La casa è una bolla. È la nostra personale capsula all’interno della grande Astronave Terra che sfreccia nel vuoto, il cui suolo è stato parcellizzato dagli esseri umani in infinite sub-unità abitative. La casa delimita i confini della nostra vita, della cosiddetta privacy, è il luogo sacro e inviolabile in cui siamo noi a decidere a chi è concesso o non è concesso entrare. La casa è un filtro.

Nella solitudine della casa, in grado di tenere lontani gli estranei (“l’enfer, c’est les autres”), possiamo andarcene in giro nudi come prima che ci fosse inculcata qualsiasi vergogna, come prima della società. Non ci è proibita alcuna bassezza, né alcuna ascensione mistica, svanisce il timore di venire giudicati.

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E poi. La casa deve essere anche funzionale, come uno strumento. Efficiente nel liberarci dalle fatiche superflue. Ipertecnologica, con i suoi utensili robotizzati e le macchine che lavano, cuociono, asciugano, sterilizzano, regolandosi e programmandosi da sé. La casa lavora per noi. Ci solleva dagli ammennicoli quotidiani, di modo che noi possiamo dedicarci a ben più solenni imperativi…

La casa è una protesi; ma non ci si può illudere di usare una protesi senza che essa ci cambi, che rivoluzioni i limiti della nostra identità. Il cieco si orienta e sente la strada con la punta del bastone: dove finisce l’uno e inizia l’altro, resta un mistero.
Di (con)fusioni tra organico e meccanico, fisiologico e tecnologico, sapeva qualcosa J. G. Ballard, secondo il quale dimensione interna ed esterna non sono mai separate ma anzi si compenetrano senza soluzione di continuità. Nel suo racconto L’enorme spazio (1989), l’abitazione del protagonista si curva e si allunga fino a raggiungere distanze siderali, tanto che per passare dalla cucina al salotto ci vorrebbero secoli di cammino. Siamo sicuri di essere dentro la casa? O la casa sta dentro di noi? Abitiamo o siamo abitati?

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In fondo, forse, la casa dovrebbe semplicemente proteggerci, ma ha fallito. Ciò che è là fuori – la violenza, la disumanizzazione, la psicopatologia, la miseria umana – ha finito o finirà per fare irruzione fra queste fragili quattro mura. Non basteranno le porte blindate e i sistemi di sorveglianza per impedire che l’assurdo del cosmo faccia irruzione nel nostro baluardo, nel nostro bozzolo privato. L’assurdo è Pinco Panco che si ostina a incendiare laCasetta in Canadà, mentre il solerte Martino della canzone lavora sodo per ristabilire il decoro piccolo borghese, ricostruendo infinite abitazioni.

È una lotta contro i mulini a vento, sembrano suggerire i quadri apocalittici e gioiosamente sovversivi di Hurricane: la casa forse non è mai veramente esistita, è soltanto un’illusione, miope e meschina, che prima o poi si ritorcerà contro chi vi ha visto un ideale di vita, un’oasi finale – giardino all’inglese e bianco steccato inclusi.
Perché le piaghe d’Egitto, in realtà, non sono nulla di miracoloso o eccezionale.
Sono ovunque, in ogni luogo e in ogni tempo.
Sono la vita, che si fa strada.

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Bizzarro Bazar