“The house that Jack built” La psicopatia secondo Lars Von Trier


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The house that Jack built è il testamento artistico del genio danese. Costruito per essere la summa e il riassunto di tutta la produzione artistica del regista diventa altresì un viaggio infernale nella parte più oscura e profonda dell’animo.

Jack è un serial killer affetto da OCD, il disturbo ossessivo compulsivo da pulizia, che nel corso del la pellicola andrà diminuendo lasciando sempre più spazio al suo complesso narcisistico. Il protagonista è un ingegnere con il segreto desiderio di diventare un architetto e la casa che cercherà di costuire altro non sarà che la volontà di creare una dimora in cui poter custodire la sua anima. La casa diventa pertando domus aurea, luogo e spazio in cui creare e sfogare le proprie frustrazione rappresentate dalla raffigurazione animata dell’ombra che cammina sotto i lampioni. Ma più che la trama nel cinema di LVT è il concetto a farla da padrona.

The house that Jack built in uscita in Italia con l’osceno titolo: La casa di Jack è l’ennesima visione di un regista che ritorna a rappresentare la parte più selvaggia dell’essere umano. Un film questo, che si avvicina concettualmente a Nymphomanic per il desiderio di affermare, mostrandola, una patologia simile nella forma, ma diversa nei contenuti. Nymphomanic vuole essere un trattato sulla sessualità e sul suo eccesso, una coazione a ripetere usata solamente per mettere a tacere l’ansia. La stessa spinta e matrice si ritrova nel film attraverso gli omicidi ripetuti del protagonista. Già con Dancer in the dark, Dogville, Manderlay, Von Trier attaccava la società americana che diventa oggi con l’avvento di Trump nuovamente fragile e assonnata nei confronti del potere. Sono i reietti i personaggi che il regista predilige, persone che credono, amano, fanno sesso compulsivo e uccidono in una petit mort che si ripete all’infinito. La pellicola però, non deve essere guardata soltanto come una serie di nefandezze degne del miglior cinema estremo, ma come un inno al processo creativo.

Creare è a prescindere un atto violento che nasce da un trauma infantile, una sofferenza interiore che dev’essere sfogata attraverso un estro più o meno sviluppato. Jack pertanto uccide, perché incapace di empatia con il mondo. Elimina per creare e usa la carne per farlo, incapace com’è, di uscire dalle linee rigide e ripetitive della sua forma mentis. Un essere umano Jack, incapace di creare una bellezza universale se non cadendo vittima delle sue stesse manie. Una necessità creativa che si tramuta in forza autodistruttiva come una scala di Escher che non conosce fine.

Dal punto di vista tecnico il film segue la perfezione stilistica e didascalica di tutte le pellicole precedenti del regista. In alcuni momenti assistiamo al ritorno alla camera a mano, una ricerca quasi maniacale del realismo del dogma con velocizzazioni già viste nel cinema miikiano. Seguono immagini post-impressioniste dei campi Elisi, terreno ormai troppo distante per chi si è macchiato l’anima.

Al centro del nostro viaggio troviamo una serie d’intermezzi variegati e interessanti che insieme a lunghe discussioni su architettura, fede e nazismo si uniscono alla storia della tigre e dell’agnello. Un omaggio particolare va a “Subterranean Homesick Blues” di Bob Dylan con il protagonista che racconta le sue psicosi attraverso dei cartelloni con delle scritte.

La violenza acquisisce forza espressiva capace di creare e distruggere. La casa che Jack ha costruito è pertanto l’ultimo tassello in ordine temporale, che ci conduce a comprendere la visione escheriana di un uomo penitente. Un viaggio nell’inferno della nostra anima che dona il suo corpo all’inferno e l’anima al paradiso.

Christian Humouda

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Heart Beat di Milovic + Vera Vera


Il battito di un paio di ciglia, di un cuore che spinge il sangue nella arterie, di un’emozione che prende vita e colore.

La mostra promossa da Loredana Trestin per “Divulgarti” è un inno alla fragilità dell’attimo. Un viaggio senza censure nell’universo Uomo.

All’interno della sala di Palazzo Fieschi a Savignone è possibile osservare e vivere l’incontro pittorico e scultoreo di due grandi creatori, Claudio Milovic e Vera Berardi (in arte Vera Vera).

Il viaggio che i due artisti ci regalano è un inno alla fragilità umana e personale da un lato e al mutamento dall’altro.

Le opere di Claudio Milovic parlano di un mondo fantastico che riporta alla memoria frammenti d’infanzia.

Le dita sono pennelli che spalmano il colore sulle tele formando paesaggi, figure umanoidi, galeoni e fiori che se guardati da vicino ricordano i girasoli del triste Vincent. Pigmenti accesi che si sovrappongono sulla tela rendendola più simile ad una scultura che non a un dipinto.

Le opere di Vera invece ricordano l’incompiutezza e le pose classiche del primo Michelangelo. Le sue ceramiche sono un canto alla fragilità, insita nella natura umana ed è proprio attraverso di essa che si può giungere alla grandezza dell’atto artisto. Una spinta interiore di difficile classificazione, una cellula impazzita nella grandezza rivoluzionaria del momento che matura attraverso la debolezza. Negarla significa sprecare un pezzo essenziale della nostra umanità, ”L’uomo dice Pascal non è che una canna, la più fragile di tutte, ma una canna pensante.”

Questa fragilità non solo fisica, ma umana, è ben rappresentata dai prototipi di Vera.. Nelle sue opere infatti, è ben visibile il germe della metamorfosi che porta alla trasformazione del se’. In un es che diventa io, in un significazione che diventa nuovo concetto di forma e bellezza.

Il viaggio che entrambi gli artisti ci donano è una vera e propria esperienza di crescita, che unisce, passato, presente e futuro in una sequenza mai banale di colori e forme di difficile replicazione.

Dott. Christian Humouda

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“In-perfecta” di Roberta Marinaro


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In-perfecta, l’emozione dell’imperfezione.

Nella bellissima cornice del Palazzo Ducale di Genova prende vita la mostra curata da Loredan Trestin per Divulgarti.

In-perfecta di Roberta Marinaro è un viaggio colorato e astratto che colpisce per la qualità dell’emozione espressa. Le opere esposte seppur di diversa natura, ricordano da vicino la pop art e si astraggono in una serie di dipinti dalla duplice matrice in cui il vero protagonista diventa il colore. Denso, vivace, sanguigno, che si dipana sulle tele creando figurazioni che diventano concetti astratti. Momenti di interiorità messi su tela che definiscono, mostrandoli, i lati più intimi dell’animo.

Un insieme d’immagini pop che incontrano una pittura analitica legata alla realtà e al suo significato sotteso. Un vortice di emozioni e forme che si traduce in rossi vividi e colori dorati che mitigano la visione producendo uno strano senso di smarrimento. Un ricordo cheap della società moderna, in cui tutti possiamo essere famosi per non più di quindici minuti.

Dott. Christian Humouda

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“L’equazione mistica” intervista a Vincenzo Gualano 2019


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Benvenuto su WSF Vincenzo,

Grazie per il benvenuto e benvenuto a te nel mio mondo. Ho sempre disegnato da quando ero piccolo alle scuole elementari, ma lo facevo così solo per gusto di farlo e per passare il tempo perché era una cosa che mi faceva stare bene e sentivo la gioia e la libertà assoluta. La mia vocazione effettiva l’ho percepita intorno ai diciassette anni grazie alla scoperta di Vincent Van Gogh. E’ lui che mi ha spronato e il fatto che portasse il mio stesso nome mi esaltava ancora di più! Da quel momento in poi ho pensato: “questa è la mia strada! Ne sono certo”

Cosa dà e cosa toglie creare?

Per me creare non toglie nulla anzi, può soltanto donare tutto ciò che sia inimmaginabile agli occhi dell’ uomo comune che non riesce a guardare oltre. Il colore, la creatività e la follia sono gli unici mezzi che possono sconfiggere il grigiore terreno e il mondo cinico. E’ un’arma che serve per spegnere l’ignoranza e il materialismo cercando di far capire che ci sia qualcosa di soprannaturale che ci ama profondamente.

Quali autori hanno maggiormente influenzato il tuo percorso artistico?

Beh… come dissi pocanzi, non dubito su Vincent Van Gogh colui che mi ha aperto la strada. Ma il merito lo devo molto anche al surrealismo e i surrealisti come Salvador Dalì, Max Ernst e Renè Magritte, forti personalità soprattutto il primo citato che grazie alla loro influenza mi hanno dato la certezza di essere io stesso una droga senza assumere sostanze stupefacenti immaginando tutto naturalmente.

Tira più che puoi!, 2009, Argilla, carta argentata e acrilici d'oro e di argento, misure sconosciute

Inserisci unaTira più che puoi!, 2009, Argilla, carta argentata e acrilici d’oro e di argento.

 

 

Cristo parabolico-catastrofico. 2014, olio su tela, 180 x 125 cm. Firenze.

Come nasce e si sviluppa tecnicamente un tuo lavoro? Nello specifico come riesci a rendere morbide delle forzature rigide?

E’ difficile rispondere a questa domanda perché molte volte non so nemmeno io come faccio. Io infilzo e tutto prende forma. Un gesto così apparentemente violento riesce a dare allo stesso tempo la morbidezza e l’armonia. La tecnica degli spilli è un’evoluzione dello stile precedente chiamato Equazionismo Astromistico. Le pieghe sono rese con l’olio dando l’illusione tramite uno studio approfondito di luci ed ombre come i stessi surrealisti erano abituati a fare. Nella nuova tecnica è tutto vero; non c’è inganno, le pieghe sono reali.

“Equazionismo astromistico” è il termine con cui la tua arte viene definita. Per te essere “categorizzato” è un motivo d’orgoglio o un limite da superare?

Ho sempre voluto superarmi e ho sempre cercato disperatamente una mia strada battendo la testa contro il muro. Se non fosse stato per il mio professore di decorazione all’Accademia forse non ci sarei riuscito. Certo, ho cercato tutto questo per non essere etichettato in alcuna corrente che mi ha preceduto. Forse prima o poi arriverò ad un limite ma sento che dentro di me ci sia ancora benzina da buttare e che qualcosa di grandioso arriverà col tempo sperando. Adesso non sono ancora a nulla.

Guardando i tuoi lavori su stoffa mi viene da coniare un nuovo termine: “Impressionismo astratto” ovvero un astrazione che prende i contorni della figura. Qual’è la tua opinione in merito?

Effettivamente ci ho pensato molto a riguardo, e ho cercato di definire questa nuova tecnica ma non mi è mai venuto nulla in mente. Non sono mai riuscito a trovare un nome che possa distinguerla dagli altri. Beh… potrebbe essere un’idea perché le stecche senza dubbio sono elementi astratti e le figure sono appena accennate non ben definite, quasi spettrali che danno l’impressione di una determinata figura.

Qual’è il messaggio che desideri veicolare attraverso i tuoi lavori?

Il messaggio è quello di non limitarsi mai, e questo lo dico soprattutto ai giovani come me. Non è vero che tutto è già stato inventato. L’Arte è illimitata e c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire solo se noi stessi lo vogliamo. Quindi creiamo e scopriamo il più possibile perché il mondo ha un bisogno disperato di cose nuove infrangendo ogni regola.

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Arte e denaro, il connubio è possibile?

E’ un connubio possibile ma complicato soprattutto per gli artisti innovatori perché non sono commerciabili soprattutto agli inizi. Quando qualcuno propone qualcosa di nuovo è difficile che la società lo accetta subito senza problemi. Quasi tutti gli artisti innovatori hanno avuto parecchie difficoltà economiche a causa dell’ignoranza della gente comune che non riesce a comprendere. Non a caso un esempio è Van Gogh.

Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi futuri progetti?

Per quanto riguarda la mia evoluzione artistica non ne ho idea. Non so nemmeno io cosa tirerò fuori da una tela o da un supporto domani o tra un anno. So solo che sono ambizioso e vorrei puntare molto in alto. Non mi interessa la ricchezza in denaro o avere una bella macchina ma vorrei essere ricordato per sempre quando me ne sarò andato da questo mondo. Questo è il mio obbiettivo.

Grazie Vincenzo

Grazie a te. Bella intervista. Sono onorato.

Christian Humouda

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L’equazione mistica di Vincenzo Gualano


 

Da venerdì 1 a venerdì 15 febbraio 2019, presso Divulgarti a Palazzo Ducale di Genova (piazza Matteotti, 9)

Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita.”

Co le parole di Shakespeare possiamo aprire la personale di Vincenzo Gualano, giovane artista che nella splendida cornice del cortile maggiore di Palazzo Ducale espone la sua prima personale curata da Loredana Trestin per Divulgarti.

Una tecnica innovativa la sua, che nonostante cerchi di mescolare un astrattismo concettuale a un surrealismo onirico non dimentica i canoni di una pittura classica seppur nella sua ipermodernità più oggettiva.

Nelle opere di Gualano si evidenzia l’evoluzione matematico stilistica di un giovane artista nella ricerca continua di un sé indefinito. Qui l’arte si trasla, si mescola e sottostà a delle barriere concettuali volutamente rigide che nel loro divenire non si sottraggono alla fluidità di nuove forme creative di “figure umanoidi” nell’atto umanissimo di due entità che si toccano, si baciano e vivono tra le pieghe di una stoffa colorata. Linee curve, simboli matematici ed equazioni contemplative s’imprimono radicalmente sulle tele scivolando e perdendosi in una nuova concezione di figurativo. dove la recherche du temp perdu si unisce a quella della gravità.

Una riscoperta del vecchio per trovarci del nuovo”, uno spaccato del passato personale e artistico dell’autore che s’imprime sulla tela prima e sulla stoffa poi, in un abbraccio commovente.

Christian Humouda

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Cosmographia – Lucia Boccalone


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La malattia della società liquida e la sua cura.

Così potremo riassumere la personale di Lucia Boccalone che con Cosmographia, presenta, svelandoli, i limiti della società postmoderna.

I suoi scatti giocano su due temi focali che si snodano nelle sale del Palazzo Reale di Genova come una nuova e moderna carta del territorio, mostrando il nostro pianeta o parte di esso con fogli di giornale e carte geografiche. Un simbolismo immediato e prigioniero di sé stesso il suo in linea con il mondo che vuole rappresentare. E’ infatti sul piano contenutistico che si gioca la battaglia più importante. Una rappresentazione geografica che diventa prospettiva d’indagine e lega indissolubilmente il nostro pianeta a chi lo abita. Le pagine di giornale modellate a forme geometriche quasi continentali, sono la rappresentazione simbolica della prigione di bugie in cui la società dell’informazione è caduta, una spirale di clientelismo e pensiero unico di difficile risoluzione, a cui si unisce un altro tema caro all’artista, la migrazione dei popoli.

Tutto il materiale presentato prende vita, chiudendosi, nella parola Cosmographia forma latina del greco kosmographía intesa come descrizione del mondo, dello spazio e della scrittura. Questi elementi si uniscono perfettamente nelle composizioni dell’artista che rende solidi gli atomi del cosmo rappresentandoli come una serie di coralli. Milioni di piccoli organismi disposti su una scacchiera più grande in cui non è più possibile vivere se non cercando nuovi luoghi da colonizzare. Cosmographia è dunque un bellissimo quanto chiaro spaccato su un preciso periodo storico, l’oggi. Un presente sempre più grigio in cui l’unica ancora di salvezza resta il sapere, la conoscenza del passato che ci permette di comprendere il presente e modificare il futuro. Perché è proprio quando il sole della cultura è basso che i nani hanno l’aspetto di Giganti.

COSMOGRAPHIA

di Lucia Boccalone

A cura di Virginia Monteverde

Christian Humouda

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Finale di partita IV

Finale di partita IV

Lucia Boccalone autoritratto

All images are property and copyright protected to Lucia Boccalone

“Materia e antimateria” di Milena Demartino


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La luce, il colore, i sentieri dello spazio, materico e antimaterico. Tutto questo è presente nelle opere di Milena De Martino. Una sorta di Action painting al contrario che si sviluppa per addizione. Un’astrazione gestuale che unisce l’acrilico alla resina, in una danza gestuale che rende la tela più simile ad una scultura che non a un dipinto.

Un segno nervoso quello di Milena che ricorda i tratti decisi di De Kooning traslando però i visi nevrotici dell’autore statunitense in stelle e vie lattee sconosciute. Un gioco cromatico di colore che porta ad un’ estasi spaziale formata da stoffe e Swarovski.

Tra le pieghe del colore c’è la volontarietà dell’esistere, la forza della gioia creativa che si sprigiona ad ogni passaggio. Un’ arte astratta e concettuale che rimane significazione senza mai completarsi in concetto.

Siamo di fronte ad un viaggio umano e artistico che, Milena Demartino, innova attraverso la ricerca del sé. Che avviene attraverso una forma espressiva classica quanto moderna per modi e tempi.

Le sue opere ci catapultano infatti, in un viaggio personale e infinito che si ricrea nella ricerca dell’ignoto. In quell’aurora sconosciuta, che solo gli artisti sanno creare.

Dott. Christian Humouda

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