*Creatives I – Una Spia nella Casa della Scrittura


hem1«Se vostro figlio vuole fare lo scrittore o il poeta sconsigliatelo fermamente.

Se continua minacciate di diseredarlo.

Oltre queste prove, se resiste, cominciate a ringraziare Dio

di avervi dato un figlio ispirato, diverso dagli altri».

Grazia Deledda

In principio fu il verbo, non si discute. Certamente fu la scintilla che mise in moto l’universo, appena dopo che il primo sostantivo si svincolò dalla grande madre nulla col problema del punto interrogativo che lampeggiava nell’oscurità; in sostanza, a quale diavolo di materia-identità fosse più opportuno dare seguito e corpo.

Furono gli avverbi a permettere all’Uomo-tarzan di slanciarsi dinamicamente nella foresta del possibile, molto tempo dopo; per ultimi vennero gli aggettivi, i maledetti che giunsero infine a connotare gli oggetti nell’era della decadenza dal flusso naturale, quei figliastri di pesi estetici che crearono lo specchio dove poggiare l’immagine del demonio, almeno così la pensano alcuni Editor e quasi tutti gli insegnanti di italiano delle superiori.

Non si scherza con questa roba, è una cosa di cui ti rendi conto solo dopo diversi anni che la maneggi, quanto la scrittura abbia un carattere indipendente e sopporti a malapena di sorreggere i tuoi diari esistenziali, i dolori con cui cominci a scrivere da piccolo, i flussi residuali della tua coscienza volitiva che si fa strada e che in genere non interessano oltre la cerchia ristretta dei sodali che si rispecchiano in te.

La scrittura-scimpanzé ti è salita sulla schiena con una forma di cecità verso ciò che ti riguarda da vicino, e se ne sta andando lontano scansandoti con poca grazia, usa il tuo braccio come una mazza o come un archetto, punta a qualcosa che scopri di non sapere ed esce da te.

Sei caduto in un tritatutto, risucchiato da un’ebbrezza maligna che trasforma i pensieri in incipit ben formati, i tuoi amici in personaggi di storie vere o inventate, gli ambienti che frequenti in pericolose scatole metaforiche tra cui perdersi, col pericolo che un giorno il mondo possa mandarti una cartella Equiesistenziale dove ti si dichiara la morosità verso il collettivo e i buoni sentimenti, con tanto di bollettini pre-stampati di solitudine con cui devi necessariamente saldare i conti.

Fa freddo nelle case degli scrittori, questi danno fuoco e stemperano, soffiano, correggono e ricorreggono illusioni fino a pagarla cara, e anche dove ci sono brutti infissi d’alluminio e doppi vetri alle finestre, la semplice attività di star piegati d’inverno sulla scomoda tastiera di un notebook produce scoliosi, sciatica, reumatismi, brividi, coppini alla cervicale, groppi alla tiroide, laceranti malinconie che colano dalla fessura ambigua del climatizzatore Inverter. 

Ecco ciò che va augurato a chi s’è messo in testa di “scrivere”, finchè non siete sullo strapiombo di questo versante vi si pregherebbe di lasciar perdere o di non rendere pubblico niente, piuttosto, il mondo è già sufficientemente gravato di inutile carta e ciò che avete da dire voi è già stato detto infinite volte e meglio. Val la pena piuttosto coltivare un nervo se serve a divenire altro da sé, ad essere posseduto da una visione, da qualche forma di fuocherello inestinguibile, è solo questo che salva una scrittura dal fango del -luogo comune-.

Dimenticavo: tutto questo avviene solo se accettate di scrivere cose improbabili anche per anni, talvolta, credeteci, imparate a tollerare il fatto che tutto l’Ego grezzo che producete, insisto, non interesserebbe nemmeno vostra madre, se la prendete quella sera che è rimasta sola con la boccia del Cointreau a fare i conti con le verità essenziali della vita.

E’ solo allora, forse, in concomitanza col trasloco dell’identità dell’autore dal chiaro dei contenuti all’alchimia delle strutture narrative, al centro di una febbre che spacca le labbra, che si può parlare di letteratura, di “stile”, di quella parolaccia troppo abusata che si dice: “cifra”.

Il cerchio si chiude, ciò che di sé s’era perso con l’abbandono della tassa egoica ritorna come espansione dell’essere nel logos. Qualcuno è morto avvelenato dai fumi del proprio incenso o di alcol e solitudine, nel frattempo, i più furbi hanno ragionato molto e fatto l’amore compulsivamente per rimanere attaccati alla realtà, e/o all’establishment letterario. Per chi s’interessa di letteratura mainstream, oggi, non c’è alcuna differenza tra i due concetti, la realtà produce establishment e viceversa, con grandi aspersioni di liquidi seminali -ad ingraziandum-.

Il binomio sesso-scrittura è inscindibile a certi livelli, per le donne e per i maschi sensibili può essere diverso, d’accordo, giochiamo a sostituire la parola sesso con seduzione o sentimento ma il binomio non crolla affatto, è sempre il potentissimo dio Eros che canta dal profondo dei secoli sull’irresistibile trenino della scrittura, yep.

Ecco, se il Cerbero Savianofazio non l’avesse adeguatamente bruciata, userei la parola “narrazione”, questa è la mia personale, il laboratorio di scrittura che sognavo di tenere sta tutto dentro queste quattro amenità concettuali, che nessuno se ne sia accorto va anche meglio, avrei altrimenti dovuto giustificare tutto il desolato nulla che rappresento.

Vedi come va il mondo. Anni fa mi trovai quasi per caso a un incontro “illustrativo” di un laboratorio di scrittura con alcuni Editor professionisti, andammo io e un’amica, una con cui giocavamo a fare gli scrittorini rampanti, sono errori di gioventù, che volete; erano i primi racconti, io mentivo spudoratamente sui miei piaceri di leggere le minchiate che scriveva lei, lei chissà, sulle mie forme barocche d’ignoranza.

Nemmeno ci fecero sedere in sala che già spararono il costo esorbitante della storia, ma ciò che ci rese nulli, oltre che poco interessati a iscriversi, fu il fatto di scoprirci non interessanti affatto, noi stessi in primis.

Ci dissero che eravamo nessuno, senza nemmeno una lontana tossicodipendenza, senza un fratello Down e una madre mignotta, senza l’ombra di alcun pretonzolo che ci avesse mai inchiappettato, che cavolo avevamo mai di notevole da raccontare.

Ci guardammo, io e la mia amica nessuna, la voglia di scrivere come quella di sdraiarsi dal dentista de: Il Maratoneta. Ma loro almeno erano stati onesti e chiari, e noi incapaci anche di prenderci a schiaffi; fossimo stati furbi l’avrei dovuta portare di corsa sull’appia antica per stuprarla, e lei vendicarsi il giorno dopo mandandomi il canaro della magliana in licenza premio sotto casa.

Così funziona, a spanne, una buona metà del labirinto editoriale, una cosa che potremmo definire la colonna BarbaraD’ursiana del mainstream culturale. L’altra metà è ben presidiata da una sostanza scura, complicata, che si crea nello sfregarsi tra quanta aria riuscite a farvi intorno mediante le relazioni e alcuni muretti di contenimento logico-organizzativi, le famose regole del sistema, che vanno intese sia come canoni di autorità editoriale da cui non si deroga che come modelli del logos, della scrittura intesa come forma di comunicazione commerciabile.

E dunque una buona notizia per tutti: che abbiate nulla da dire, per questa seconda metà del mondo, non è affatto una tara, anzi, garantisce miglior margine di manovra al sistema che vi ingloba, rappresentate benissimo la mass bovina mediana che pascola in libreria sotto le feste.

Ecco perchè, infine, forse io stesso potrei avere qualche possibilità di emergere con il soave esprit delle mie nullità, con la mia narrativa intimista popolata di Jeremy Irons periferici, con mio padre che ha fatto l’impiegato triste tutta la vita guidando a quaranta all’ora una fiat 128, modello Rally (era il fatto che avesse la versione Rally, in particolare, che mi spezzava).

E dunque mi son messo alla prova qualche tempo fa. Erano due anni che non scrivevo, peggio di così non mi farà, mi son detto, un bel laboratorio di scrittura creativa, tenuto da una Editor vera.

Insomma, non mi ci hanno mica portato con la camicia di forza oggi qui, al laboratorio, benchè scrivere narrativa sia un delirio, nella sostanza, un’assunzione di responsabilità della madonna. Nel senso che chi scrive le fai lui le regole del mondo, in narrativa l’unica regola che abbia un senso è il grado di “credibilità” riprodotto, figuriamoci il grave che affligge gli scrittori, e io sono qui volontariamente per fare il mio sporco gioco.

Basta guardare le spocchie travestite che stanno già sedute in sala, i cappotti e le borse e i laptop che tracimano di sedia in sedia, con tutte le file che fanno alzare altre file intere, sorridendo nessuno sa bene cosa, tutta una muina intelligente di corpi emozionati per comporre i gruppi sodali di opinione sulla piazza letterata.

Tu (cambio di persona narrante, come l’Allegro Chirurgo ti suonano subito al laboratorio se fai una cosa del genere). Insomma proprio tu, entrando in ritardo, hai bucato quella mezz’ora strategica precedente in cui, persi nelle procedure del tesserino magnetico d’ingresso, gli aspiranti scrittori in fila si sono già incendiati come zolfanelli secchi strofinandosi addosso i saluti e le presentazioni e quarti sanguinanti di curriculum e qualcuno già il numero di telefono e un appuntamento, persino.

Così adesso, cercando un posto in sala, come una mina vagante osservi la fiera mugghiante e sei interessato al bestiame in esposizione, sicuramente, almeno quanto al Verbo che tra pochi istanti sarà distribuito da quello che appare come uno sconveniente palchetto felpato dove, tra le acque minerali distribuite, troneggeranno gli insegnanti.

La tua vecchia prof sta ultimando le procedure di installazione dei conoscenti e degli sconosciuti in un contesto amichevole, informale, moderno.

Lei ha dieci anni più di te, bella è ancora bella, occhi luminosi, sorriso dentifricio. Era lei per te, quella tenerezza alternativa delle mattine che la sadica adolescenza ti cagava sopra, lei, il disegno irresistibile delle sue lentiggini, che t’insegnava l’italiano al liceo. Ancora lei che conduceva i laboratori più all’avanguardia durante le autogestioni degli anni “70”, e tu non l’hai mai dimenticata. Fuori dalle arie narrattivo-corrosive che si danno gli scrittori, un po’ la ami ancora o peggio: hai una specie di lucchetto di Moccia arrugginito dentro e non sai dove cavolo inchiavardarlo.

Accanto a lei, vecchia letterata che nel tempo ha sfondato come editor professionista presso rinomate case editrici, stazionano nervosamente le giovani leve: una specie di editor tirocinante piccolo e scuro, che pare il figlio di un intellettuale sessantottino, e poi lui l’immancabile, capigliatura da Caparezza, sdrucito il giusto, le mani sempre impegnate in un tasca di cotone messicano dove armeggia col Pueblo e con le Rizla, lo scrittore giovane, ancora poco conosciuto ma di talento, tutto il tempo a rollarsi il nome con dieci paperine intorno, minimo. E c’è ancora qualcuno che si domanda perchè tutti in Italia vogliano fare gli scrittori.

Così, scegli di andarti a piazzare nella fila che scansano tutti, salvo gli oppositivi e quelli che se la tirano. Dalla prima fila si raccolgono gli umori migliori, si contano le rughe sulla della pelle degli eventi, e ci si può girare continuamente con sussiego o con qualsiasi altro cavolo d’espressione impostata tu abbia voglia, vivaddio.

Tutte le spocchie tengono uno o più lati d’ombra, non sia mai, ma nelle distribuzioni sociali medie le quote di grande maggioranza le tengono i falsi modesti, gli agnellini mentiti, quelli che si presentano defilati, che quando aprono bocca è tutto un seminare retoriche del proprio essere infinitesimale, e come un diesel borbottante, nei falsi-mod, la spocchia emerge sempre invece alla distanza, in maniera inevitabilmente feroce, non se ne esce. Per questo ho sempre preferito gli sbrasoni manifesti, sono più onesti e si perde meno tempo in cazzate d’aria compressa.

Mi girano un po’, veramente, sembra di essere in un cinema parrocchiale, più che altro, le sedie hanno la ribaltina insidiosa dove cade di tutto, sto sempre chinato a raccogliere qualcosa come uno che gli piace guardare le fesse da sotto, e dietro di me stanno non meno di ottanta persone che producono umidità ed esclamazioni di ogni risma, per lo più donne di ogni fascia generazionale, pronte per assumere il verbo.

Il che sarebbe pure la mia condizione ideale, come rimanere chiusi in una pasticceria da bambini, proprio, se non fosse che questo dovrebbe essere un Laboratorio di scrittura, e invito io qualunque mandria senziente a produrre altro che la propria caotica quota di sopravvivenza, in un posto come questo; come andare a una messa di fondamentalisti per imparare la storia delle religioni, una roba così.

La mente ha bisogno di storie, di produrle non di assorbirle, precisamente.

Cercare la scrittura in un Laboratorio, mediamente, è come provare a fotografare lo Yeti tibetano senza che Messner s’incazzi.

Ma cosa ci faccio io qui, allora.

Sei qui per ragioni ambientali, italiano lobbysta del menga.

Già, l’Italia, ci sono svantaggi e vantaggi, metti le italiane, sono le donne più belle e sensuali del mondo, soprattutto tra i quaranta e i cinquanta, soprattutto con il desiderio di apprendere, soprattutto quando tengono un libro in mano e una vaga storia per la testa.

Le persone deludono sempre, è solo questo assunto che bisogna amare del mondo e oplà, il gioco è servito.

Produco auto-aforismi per scaldare i motori, sono in prima fila del resto, non potrò starmene zitto troppo a lungo. Ho un sacco di carne al fuoco che preme, dentro, temo che il fumo di bruciato che già s’alza possa attirare troppe attenzioni che non voglio, oppure che voglio, non lo so, non mi sono mai capito bene in mezzo ai gruppi, tendo a tirare a indovinarmi.

Comunque, il mio amore dentifricio è suggestiva, squillante, e mi presenta come il suo allievo “prediletto”, ma si tratta subito di una bugia, sparata a casaccio. In realtà, son mesi e mesi che rifiuta di leggere i miei racconti con le scuse più improbabili, bastava un: “no guarda, sono piena di lavoro fin sopra i capelli”; ma no invece, m’ha attirato sapientemente nella sua rete di scrittura creativa e io ho fatto pippa, mi sono messo in stand-by umano, con lei e il suo lab.

Mi è stato promesso che questo è un livello propedeutico al secondo dove solo dodici discepoli avranno accesso, dove si entrerà nel cuore del lavoro creativo. Insomma si tratta di un purgatorio di passaggio e io in fondo amo i purgatori, si passeggia sotto gli alberi tutto il tempo senza bestemmie né opere pie, la mia condizione ideale.

Intanto tre signore della fila dietro la mia mi si sono già attaccate al collo per fare gruppo, una di queste mi accavalla e scavalla le gambe (che sa benissimo d’avere) sotto il naso, ripetutamente, tiene uno di quei piccoli tatuaggi vicino l’astragalo che segnalano la disponibilità delle chiavi di casa sotto il tappetino.

Mi si prospetta una laocoontica gang-bang intellettuale che mi sfiancherà in breve volgere, se un po’ mi conosco. Devo ricordarmi di ringraziare per l’opportunità concessa, umilmente, piuttosto.

Non sto scherzando, lei sa, ci sono gli affetti, e in definitiva: tutto sobbolle nel muscolo della conoscenza, a cominciare dal soffritto dell’inutile.

Che si bruci pure la pentola, dunque.

Sipario. 

Cohen

-Continua-

Due Cretini su una Freccia


vittoriaSe sei cretino, c’è poco da fare. Puoi avere la gentilezza dei terminologi che si sperticano per abbellire il concetto verso la neutralità, al massimo, far dire di te che hai un ritardo, un handicap, un deficit, anche se deficit ha la stessa radice di deficiente e quindi non può andar bene; che sia una disabilità allora, mentale o fisica, un’inabilità anzi, per potenziare il bianco della grana del termine, una diversa abilità, infine, per placare gli animi di tutti.

Ciò che non si cancella, comunque, è la corrente di imbarazzo che si infila tra i vestiti della gente quando un portatore di handicap fende la leggera ipnosi degli individui impegnati a vivere in strada, nei luoghi pubblici.

L’anonimato di un treno è un luogo curioso da cui osservare gli umani. Se venissi da Tau Ceti e dovessi stendere una relazione sul genere terrestre, credo davvero che prenderei una Freccia, trovandomi a Roma, di mattina, per studiare la fitta individualità che separa le persone, ma anche il torpore collettivo che li agita, secondo linee di demarcazione molto sottili.

Così, sono rimasto classicamente inserito in uno scompartimento da quattro per un’ora e mezza fino a Firenze; giocando con la mia musica, il mio libro, le prospettive italiane della campagna collinare tra il Lazio e la Toscana, ho osservato ciò che si mostrava di sfuggita intorno.

La mia vicina di destra, che si è divisa tra la lettura nervosa e frammentata di un’antologia di Carver e un paio di conversazioni telefoniche amichevoli e formali, recitate con un tono basso e tiepido di donna che della vita ne sa. Ho capito che mi teneva d’occhio con la pelle, in un modo laterale e sbieco, quando m’ha appena sfiorato in un leggero movimento ed è leggermente trasalita, ha mormorato immediatamente un eccessivo -mi scusi-.

Era appena passato un Controllore di accento veneto e atteggiamento burocratico e secco, costui voleva farmi una multa per aver sbagliato la prenotazione del biglietto fatto di corsa a una macchina elettronica, perchè m’era scappato di aggiungere un’offerta di posto gratis per bambini. Avevo provato a spiegare la mia difficoltà e la fretta, lui tuttociglia aveva ribadito, allora avevo alzato mezzo tono e concluso retoricamente che forse aveva ragione lui, ero io un po’ cretino con le biglietterie.

Poi, per un attimo, l’attenzione di mezzo vagone s’era richiusa su di me, ero uscito dal seminato ipnotico della matrix auto-elettronica in cui ognuno stava inserito, chi I-pod, chi I-pad, chi Galaxy, molti con quel nuovo gesto moderno, ostentato, di spingere e girare l’attrezzo continuamente, orizzontale, verticale e ritorno come abili scimmie digitalizzate, altri ancora col satellitino cellulare infilato nel timpano, che mormoravano a rottadicollo fitti rosari di un cazzuto cristo aziendale.

La mia donna laterale navigata che spizzava Carver s’era innervosita, appunto, il cazzuto aziendalista upper-class che avevo di fronte era tutto uno sforzo di mantenersi ultraterreno, s’immagini sopracciglia strette che insistono per rimanere strette, uno sguardo di goniometro preciso che ruota per due unici fulcri, da I-pad a un punto nell’angolo alto opposto della carrozza, avanti e indietro infinite volte, sorvolando la nullità che rappresento, i vestiti alternativi che mi coprono, le sneaker di un modello già passato, con un paio di macchie in punta, che scopro lì per lì di avere ai piedi.

A Firenze costoro scendono, mentre allungo le gambe fino a occupare la sporca posizione del cristo pariolino aziendalista che mi stava opposto, dal fondo del corridoio avanza una specie di coppia del destino, una madre e una figlia ritardata che vengono a sedermisi di fronte.

La piccola avrà tredici, quattordici anni, vocalizza quei fonemi acuti tipici che la madre scavata in volto cerca di tenere buoni, per la decenza collettiva che abita il treno ipnotico. Guardo questa pallida madre e provo un moto di compassione fortissimo. Poi guardo lei, la piccola Giulia, per un attimo ci fissiamo un po’ stupiti, poi lei scoppia ridere e io pure, la seguo naturalmente e volentieri.

Comincia un altro viaggio, adesso siamo solo lei e io, legati da qualcosa che ci fa ridere fuori dalle righe. Continuo ad avere l’imbarazzo della madre dentro di me, capisco quanto questa donna soffra, per la figlia e per quello che ciò comporta, per lo strappo sociale che si porta dietro con amore e per la dignità che fa a cazzotti con la vergogna. Non posso continuare a far ridere la piccola Giulia, la gioia che prova l’accende letteralmente, così comincia a produrre ai limiti del grido quelle poche parole cardine che sa: m-mma, tree-noo, bootte!

C’è qualcosa che freme nel collettivo del salone viaggiante, ancora una volta mi trovo involontariamente ad esserne centro, faccio ridere Giulia e amerei sciogliermi con lei in quella risata sgangherata, eppure torno al mio ponderoso Libro Rosso, una cosa pesante di carta che mi impegno a sottolineare godendomi solo l’attenzione laterale della piccola. Lo faccio per decenza, e per misericordia, in un certo senso.

Devo scendere a Bologna, i primi murales dei centri sociali cominciano a sfilare lungo i finestrini, mentre penso a qualcosa da pescare nel delirio del mio zainetto che possa fare da regalino per Giulia, lei mi apostrofa direttamente per la prima volta, una mitragliata di suoni di cui comprendo nulla. Traduce la madre: la piccola vuole sapere com’è il Libro Rosso che sto leggendo con tanta concentrazione, in particolare se si tratti di un romanzo o altro, cioè se sia una cosa -leggera- o -pesante-, ecco, l’avevo decisamente sottovalutata. Poi sorride, sorride e insiste, mi guarda come trascinata da un lontano moto di seduzione, come un piccolo clown appassionato che sbuca da una difficile nebbia.

E’ a questo punto che la mia -civiltà- vorrebbe cedere davvero, piuttosto che continuare a ridere avrei ora bisogno di piangere, non so bene nemmeno perchè.

Che il Libro Rosso l’abbia scritto Jung, che rappresenti un testo unico nella storia del Novecento e in quella dei testi divinatori sull’Uomo non vuol dire proprio nulla. Tantomeno che il mio geniale analista svizzero descriva la figurazione dell’Anima personale come qualcosa di eccessivo, di totalmente ingenuo e perfino -ridicolo-, se lo consideri nel senso comune che ci educa socialmente.

Il treno si ferma a Bologna con un sussulto. Scendo velocemente, dopo aver regalato una vecchia conchiglia dell’oceano indiano alla mia Anima che prosegue, ridendo estatica verso Venezia.

Corro via come un ladro, strappandomi tutta Giulia e il mondo intero di dosso.

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 PS: Avrei voluto scrivere una recensione su quest’opera esorbitante, ho mancato di un tanto il colpo. Arrivederci qui a febbraio, se destino vuole.

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Paul Fusco’s Funeral Train, retrospettiva mitologica di un’immagine


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Un milione di persone aspettavano lungo i binari. Il treno si muoveva lentissimo, si fermava spesso per dare la precedenza agli altri convogli, impiegammo quasi il triplo del tempo che si impiega normalmente. Ma era la velocità giusta per un funerale. Quel treno è stato il vero funerale, quello dell’America, è durato un’intera giornata, era fatto per il popolo. Era il funeral train”.

Paul Fusco

E’ l’otto giugno del 1968. Nell’insolita calura di un pomeriggio, poco distante dalla cattedrale di S. Patrick a Manhattan dove si è appena concluso il solenne funerale, dalla stazione di Penn Station sta per partire il treno che trasporterà la salma di Bob Kennedy nel cimitero di Arlington.fusco (1)

Paul Fusco, fotografo di Look Magazine che quel giorno era di riposo, decide di fare un salto comunque in redazione, su Madison avenue. L’angoscia sociale era palpabile per le strade, in redazione i colleghi ciondolano lenti e trasognati tra scrivanie, corridoi e capannelli improvvisati. Il capo vede Paul e lo chiama nel proprio ufficio, gli dice quattro parole senza contesto, senza ulteriore spiegazioni: “Sali su quel treno”.

“Non sapevo cosa fare, pensavo che a Washington e poi al cimitero di Arlington avremmo trovato decine di colleghi e di telecamere ad aspettarci, avevo bisogno di un’idea subito. Ero pieno d’ansia ma mi bastò guardare fuori dal finestrino per capire: vidi la folla e tutto fu chiaro. Abbassai il finestrino, allora si poteva fare, e cominciai a scattare. Rimasi nella stessa posizione per otto ore a fotografare la gente accanto ai binari. Quella era la storia”.

funeral3“Venni investito da un’onda emotiva immensa, c’era tutta l’America che era venuta a piangere Bobby, a rendergli omaggio. Vedevo mille inquadrature possibili, non avevo tempo per pensare, per aspettare, dovevo reagire al volo. Le mie macchine non avevano il motore e io mi ripetevo soltanto: “Dai, scatta, scatta, scatta””.

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Look Magazine non pubblicò nessuna delle foto di Fusco. Si disse che erano belle, ma Life era già uscito con le foto dell’evento. Così il reportage finì in archivio, fu dimenticato per i primi tre anni finché la rivista non chiuse per una crisi economica, nonostante vendesse più di sei milioni di copie.

 

funeral1“Io mi portai a casa un centinaio di stampe e non mi sono mai dato pace che non fossero state pubblicate. Ho dovuto aspettare trent’anni per vederle stampate. Le proposi al primo anniversario, al secondo, poi dopo dieci anni, venti, venticinque. Nel frattempo ero diventato uno dei fotografi di Magnum ma ogni volta che c’era un anniversario tondo cominciavo il mio giro di art director, quotidiani, riviste. Nessuno le voleva, tutti mi dicevano di no. Nel trentesimo anniversario, era ormai il 1998, provo a chiamare Life, che era diventato un mensile, ma rispondono che non interessava. Torno sconsolato qui nella sede di Magnum e mi fermo a parlare con una giovane ragazza che era appena stata presa come photo editor, Natasha Lunn. Le dico sconsolato: “Sono trent’anni che vado in giro con questo lavoro, ma cosa devo fare per vederlo pubblicato?”. Mentre lo sto per rimettere via lei mi stupisce: “Io lo so, fammi provare” e telefona a George Magazine, il mensile del giovane John John Kennedy, il nipote di Bobby. Impiegò solo due minuti a convincerli e finalmente io vidi le mie foto pubblicate”.

***

Paul Fusco (1930) ha lavorato come fotografo per gli U.S. Army Signal Corps in Corea dal 1951 al 1953, per poi studiare fotogiornalismo alla Ohio University. Nel 1957 si trasferisce a New York e inizia a lavorare come fotografo di redazione per la rivista Look, con cui rimane fino al 1971. Per Look realizza numerosi reportage sociali sia negli Stati Uniti, che in Europa, Asia e Sud America. Quando la rivista chiude, Fusco chiede di entrare a Magnum Photos, di cui diventa membro permanente nel 1974. Le sue fotografie sono state pubblicate ampiamente dalle principali riviste statunitensi e da molte altre testate internazionali. Fusco vive a New York.

***

“Un mito è una narrazione investita di sacralità relativa alle origini del mondo o alle modalità con cui il mondo stesso e le creature viventi hanno raggiunto la forma presente in un certo contesto socio culturale o in un popolo specifico. Di solito i suoi protagonisti sono dei ed eroi come protagonisti delle origini del mondo in un contesto sacrale. Nel dire che il mito è una narrazione sacra s’intende che esso viene considerato verità di fede e che gli viene attribuito un significato religioso o spirituale. Ciò naturalmente non implica né che la narrazione sia vera, né che sia falsa.”

-Wikipedia

Quando tutto l’archivio fotografico del Funeral Train venne ritrovato negli archivi di stato, dieci anni dopo la pubblicazione postuma degli scatti principali, nel 1998, nel giro di poco tempo il reportage fece il giro degli spazi espositivi del mondo, suscitando lo stupore del caso. Ciò che colpisce e rende unica l’intera sequenza degli oltre duemila scatti, oltre ogni considerazione storico-mediatica, è il formato “primitivo” del servizio, l’emotività trasmessa dal “contenitore”, le lunghe sequenze dei mossi e degli sfocati, il sottoesposto della pellicola sul finire del giorno, nei pressi di Arlington. Non si riesce a immaginare forma migliore per un reportage fotografico di attualità sociale che quella spuria, flagellata dalle imposizioni del caso, del lavoro di Fusco. L’immagine della compostezza della famiglia americana schierata su cui ci fermiamo, fu posta a copertina della maggior parte dei cataloghi dell’evento stampati nel mondo. I margini consumati dal tempo che qualche scanner ha imposto, la storia brutale che la contiene e quella caotica che l’ha diffusa tra la gente, tagliano per questo scatto un angolo preciso di mito, un residuo umanamente insolubile che poche immagini dell’attualità storica recente riescono a trattenere.

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Il circo mediatico che abbiamo digerito ingoia tutto e riproduce precise linee di incisione nell’unità di pensiero, informa numericamente e crea il rumore di fondo, l’assenza di contesto, esalta la deformazione psicotica della realtà. I nostri ricordi, in buona parte, nascono bruciati dal chiasso del mondo che ci precede, i nostri anniversari trafiggono di candeline il territorio del dolce comune, lottano con miliardi di altre fiammelle che crescono da fuori per imporre il proprio bene. I dolori piangono lacrime catodiche, a ogni latitudine, si assiste a questo miracolo post-pagano che nevica nella boccia del mondo, un collettivo fantasma giudica l’espressione del nostro intimo sentimento, decretando il lecito, le pene accessorie e il percorso di redenzione certificata. Soltanto l’esplorazione del mito, la sua laica ricollocazione nel cerchio del quotidiano, può dare qualche forma di ristoro alla fonte; ci vuole coscienza, e spingere il concetto di arte vicino al limite del tempo che accade fuori, nel quotidiano della storia che replica incessantemente l’uomo. Sentirla come la sentiva il Wharol che introduce questo articolo, e farla come la fece Paul Fusco col suo Funeral Train, ripeterla negli anni come un mantra senza redenzione in cambio.

Guardi quest’immagine e leggi il segno di una brutalità antica che tesse le fila, al di là degli eventi, una faglia della ragione che si spezza sulla piattaforma curva del mondo. Nessuno salva la famiglia americana dalla tragedia di un’autopsia postuma. Non la salva la diagonale prospettica che la cattura nuda, in forma rigorosamente ordinale, come un’equazione di pura geometria esistenziale. Non la solleva in memoria la crudeltà di un evento di sconfinata onda che si ripercuote su ognuno. E’ già il 1968 e Kennedy se n’è appena andato per l’ennesima volta, è questa l’atroce modernità della beffa, la morte che si sdoppia, come se smettesse di appartenere al dominio caotico della natura, la morte appare allora come un algoritmo, una torbida faccenda tra uomo e macchina dei poteri forti, un potere devastante tale da far impallidire il povero dio del cielo, fin nel lontano Mid-West.

Non viene in aiuto di questa tribù archetipica di uomini nemmeno il modo in cui fisiognomica e postura leggono in loro l’invalicabile della biologia sociale, il segno che si è esercitata sui lineamenti smagriti. Sono solo corpi schiacciati da un destino, sono un padre e una madre piantati nel suolo primitivo di una ferrovia, lo sguardo di onesta speranza che non demorde, la piega di chi sa che c’è sempre una scarsità di freddo al risveglio. Negli occhi e nelle spalle sollevate del primogenito si nota già il peso di una gravità da ereditare per cui ci si fa forza, il corpo sta leggermente curvato, speculare a quello della madre di cui il ragazzo appare una perfetta interpretazione trans-generazionale; il secondogenito rispetta la postura naturale e i tratti somatici del padre, tuttavia negli occhi fiammeggia un po’ di quell’oscurità di passaggio tra infanzia e adolescenza, come una deflagrazione potenziale, la posizione di centro dell’immagine e il guardare verso l’obiettivo rende gli occhi del ragazzo un piccolo gorgo che attrae tutta la scena.  

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Siamo di fronte a un’immagine straordinaria che ha la potenza del misfatto, di un tempo denso che accade nel supporto sbiadito come nel cuore sociale della scena, fin dentro gli occhi dei protagonisti. E’ un treno che sta sfilando? E’ la salma di Kennedy? Di quale Kennedy, del primo, del secondo, del terzo? Di quale passaggio d’epoca si tratta? E’ il funerale eterno della speranza, l’alzabandiera protettivo della cerimonia rituale? O solo il destino che ci rende nudi e sciocchi e primitivi così come siamo emersi dal buio genitore?

“Una folla meravigliosa”, disse Arthur Schlesinger, lo storico che era stato alla Casa Bianca con John Kennedy prima di scrivere i discorsi di Bob, guardando fuori dal finestrino della penultima carrozza. “È vero – gli rispose Kenny O’Donnel, che del presidente ucciso a Dallas era stato l’assistente speciale – ma ora cosa faranno?”. 

Nelle dimensioni che preferite, siamo tutti la diagonale prospettica di quella famiglia ordinata, composta nel canone dell’ereditarietà, il fattore umano esposto alla gigantografia dei poteri forti, spaventosi, che dispongono del mondo fin dentro l’anima. In quella famiglia collettiva, dorme nascosto il virus sottile delle sociopatie innominabili.

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Schegge Omanite – Epistemologia liquida di un rientro in europa (Furori Menù travelogue)


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“Una ferita è anche una bocca, una parte di noi che sta cercando di dire qualcosa.” (Jim Hillman)

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Frullo queste immagini direttamente nella blogttiglia, senza rileggere troppo. Grande è il piacere della forma primitiva di un incontro, quello col massimo dell’aderenza possibile al proprio percepito. Tornare è un po’ morire, dopotutto, si negozia una traccia percorribile col quadrato che fanno le cose pesanti intorno. Non ci sono buoni sentimenti da salvare, l’unico sentimento plausibile è la sincerità verso se stessi, la nudità ombrosa con cui veniamo al mondo.

Rifletto mentre atterro, penso alla veglia resistente dell’amico poeta Franco Arminio. A casa nostra le cose morte trionfano nell’ombra dei riti della sublimazione sociale, la morte si ingigantisce parlando d’altro, si occulta a cottimo nei buoni vestiti d’occasione che siamo, quando la natura ci saluta correndo via sui finestrini del reale. Mi rifiuto di credere che possa esistere un’Arte da elevare sopra l’esperienza sensibile, la corruzione pattuglia il limite del nostro starci.

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Divenisse questo blog un travelogue esistenziale collettivo, piuttosto che la deriva esistenzialista in cui certe volte si riduce, la mia leggera ansia proverebbe a placarsi. Chi siamo, ci si domanda, per incorniciare altro che suoni, visioni, sensazioni, angolature personali, in un ordine sparso di flussi che rispetti la fonte senza aggiungere l’ordine bello delle punteggiature, le commissioni estetiche dell’intelletto, le dinamiche perverse del tradizionale culturame web. I musei m’annoiano, le persone che girano intorno alle opere, soprattutto. Se c’è un’Arte, mi convinco, non è percepibile se non nelle profondità di un silenzio, poco prima di concepire il comunicabile. Un ossimoro fuori luogo, buono a chiudere la page WSF per oggi, mediamente, me ne rendo conto.

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Volo basso, cosa volete, le notizie sono le stesse di tre settimane fa, il giorno che son partito per l’Oman, solo più masticate e sciatte ogni poco di tempo che passa. Per terra si osservano di sguincio i soliti tredici cadaveri neri sul labbro inferiore dell’Europa, nella dimenticanza del cortile di casa, con tanto di culi girati delle fate morgane di famiglia. L’Europa è cosa nostra, non c’è arte né filosofia qui, non vedo la coscienza pubblica e non mi basta quella privata. Soffro di cose minori come le conseguenze endemiche della mia incapacità di ordinare le cose, non do più mani di vernice sull’ombra da anni, il solo pensiero che si passi buona parte della vita con l’assurdo pennello in mano mi fa sorridere. Penso ai cazzi miei, perlopiù, cerco almeno di non imporli agli altri. Mi occupo del mio terraterra svuotato dal viaggio, sposto carte, bollette, magliette, bottiglie, scarpe, chiavi di casa, chiavi inglesi, dizionari, post-it, biglietti da visita, buste, bustine, libri che non leggo più da tre anni. Non so se avete presente come possano guardarvi col pieno di sarcasmo le scarpe vecchie che non buttate, da sotto una mensola bassa, quando la dura militanza le arriccia beffardamente in punta.

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Le procedure di ripristino mi circondano con il taglio della loro malevola necessità, una casa presentabile, il sanatorio dei sadismi delle burocrazie fiscali, qualche sospeso umano cui rendere conto, una mente da registrare sul minimo decente per rientrare sottotraccia in mezzo a colleghi che vogliono sapere, per resistere alla maggioranza degli altri per cui sono un articolo detestabile. Si sta come d’inverno, tra i paletti delle dinamiche idrocefale che sostengono i castelli di carte delle organizzazioni, a casa italia (e sugli alberi le foglie – chiedo venia).

In compenso, le hostess della Lufthansa sanno essere brutte, secche e sgradevoli come poche altre. A Francoforte sono uscito a fumare una sigaretta ed era già inverno, una luce corrotta e un vento come fosse ancora l’ultimo giorno, da curvarsi l’anima in fretta per salvare il salvabile. Ce l’avevo su ancora testardamente con una madre e una figlia, svizzere tedesche, gente danarosa che infila le sacche da golf oltre i tuoi zainetti nel tunnel radiografico dell’aeroporto di Muscat, gente che poi sgomita per passarti avanti a riprenderle senza alcuna necessità che quella di ostentare status, arroganza, un fiato di xenofobia di ritorno da vicinato italico.

Te ne vai verso l’imbarco passando sotto il grugno finto-allegro della signora svizzera, del suo marito che incula tutto il tempo un laptop nelle interminabili attese dei saloni delle partenze, un tizio distante con cui non scambierà una parola per tutto il volo su Frankfurt. Tagli in due quel sorriso scemo commentando in buon inglese la generica proverbiale educazione del popolo svizzero. Lei barcolla, accusa il colpo, risponde: …Sorry? E poi sbotta qualcosa che non t’interessa più, o t’interessa troppo per calartici pienamente, che sai già di avere una lama esasperata che ti scuce la tasca posteriore, lei diceva qualcosa sulla storia dei “soliti italiani” che puntini puntini, e amen.

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Penso che sto rincretinendo, Francoforte e Heathrow si contendono il guiness degli Hub europei più frequentati, trentatre centilitri di acqua tedesca costano due euro e cinquanta, tre giornate di paga del massacrante lavoro di un operaio indiano. Una atroce minchiata che non ammette alcuna scusante di giro economico e poi, non sei nemmeno arrivato a casa, certe sviolinate di nervi ti serviranno a rientrare compensando, quando l’estate andrà a nascondersi sul punto opposto della rivoluzione terrestre, metafore comprese. Adesso, cerca di stare un po’ tranquillo.

Giacchè si aprono infine le doors esterne del Leonardo da Vinci e trovi lei, la solita, confusa nel consueto apparire dei ritorni, lei come un reflusso esofageo si proietta avanti nello spiazzo inframondista che non si riesce più a classificare, l’insidiosa bagascia romana. Ne stendono il vessillo i suoi sgherri molesti del servizio auto NCC, le maschere di centurioni incattiviti fanno a gara per accaparrarsi fuori dalle regole le turiste più gravide di borsoni, mentre venti metri più in là un popolo di taxi ufficiali fa la fila di Maria e i guidatori masticano scazzi, ognuno chiuso nell’arbre-magique esclusivo del proprio abitacolo. Chiunque di loro provasse a fare una manovra analoga vedrebbe spuntare dal nulla un vigile in borghese, e la bellezza di una nostrana multa da duemila euro stampata sul grugno.

E’ tanto tempo ormai che darei pure volentieri ragione e soddisfazione al culo secco, insoddisfatto, della signora svizzera, come non concederle un po’ di sana ragione. Dunque torno così, felice e frastornato, al casino intimo della mia piccola abitazione, alle procedure di ripristino degli zaini e di una facciata sociale e culturale che mi interessa sempre meno. Ogni anno che rincaso dal mondo mi convinco sempre più come la vita stia velocemente abbandonando la vecchia zattera europea, rimangono i riti ossessivi del fetish economico, l’ombra decadente dei secoli sublimata in procedure, il chiacchiericcio noioso dei salotti, uno sbando di ricchezza ignorante, di falsa educazione, cui ogni poveraccio nel cerchio di stelle, benestante o meno, continua ad aggrapparsi con astio montante.

P1060937Torno da un paese giovane e rilassato, moderatamente benestante, una terra di roccia e poesia e mare turchese e infiniti spazi e tempi da abitare, dove lo sguincio turistico è ancora un’eccezione e il sultano è un tipo modesto e illuminato, che si preoccupa del bene comune. Muscat e Sur sono due deliziose piccole città dove i vicini grattacieli stile Abu Dhabi sono banditi, le uniche misure ammesse sono il bianco delle case, il caldo della roccia, la prossimità attiva delle tradizioni, una religiosità tranquilla, l’umanità partecipe e rispettosa che ti accoglie dolcemente.

Bentornata, maledetta europa, il giorno che scopro le ovvietà della crusca, come le vergogne nostrane facciano manipolo compatto con le allucinazioni di tutti, in-continente. E mai più, volare Lufthansa. La puntualità gelida con cui ti recapita a casa tutto bollato e certificato, l’efficienza della polizei aeroportuale che ti smanaccia le palle ripetutamente. Mi manca persino la vecchia Alitalia sfasciabilancio, la rombante spensierata che atterrava ovunque tra sbuffi di assertiva fantasia, quella che negli anni sessanta e settanta sponsorizzava i -Riusciranno i nostri eroi- degli Scola e dei Risi, e volava alta insieme al miglior Cinema del mondo.

Voglio tornare a partire e arrivare in ritardo, ostinatamente, per tutto il resto del tempo che ho davanti. Potrebbe anche essere un buon inizio, dopotutto.Fr

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– to be continued –

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Pantelleria Rei, il tuo bacio si prolunga come l’urto impossibile delle stelle – Fuori Menù 9:


“La nostra vita è impossibile, assurdità. Ogni cosa che noi vogliamo è contraddittoria con le condizioni o le conseguenze relative; ogni affermazione che noi pronunciamo implica l’affermazione contraria; tutti i nostri sentimenti sono confusi con il loro contrario.”

-Simone Weil-

“La stella vive quindi sospesa tra due estremi: da un lato vi è collasso gravitazionale, dall’altro la fusione termonucleare e la pressione verso l’esterno. […] Le stelle sono degli incandescenti calderoni di trasformazione. Sono il ventre di una creatività immensa. […] Come possiamo ritrovare noi stessi in forze che sono al tempo stesso seducenti e spaventose? Come facciamo a vivere in mezzo a una instabilità scintillante?”.

-B.Swimme, M.E. Tucker, IL Viaggio dell’Universo

“Come lo spazio che all’improvviso s’incendia, etere propagante dove la distruzione dei mondi è un unico cuore che totalmente s’infiamma.”

-Vicente Aleixandre-

DSCN0897xPantelleria Rei.

Una gigantesca vela di pietra nella bolina vertiginosa del tempo; quarantamila anni geologici lei e intorno la vecchiaia della Terra, l’infinito delle stelle. Tutta la piattaforma emersa dal folto di bocche atteggiate del dio Vulcano fa oggi figura come un battito di ciglia appena domato, se posto a confronto con la maestà delle ere che la incoronano.

A nord-ovest del corpo isolano, chilometri di roccia fusa, rossa e nera, hanno assunto statura solida nell’ancora più misero abbrivio di diecimila anni. Tempi di caverne, di fuoco appena catturato, di ossidiana che portava la morte in punta di freccia, il gioco sociale collettivo si dipanava, i primi egizi già sognavano di esplodere al mondo con le piramidi, quaggiù la natura ancora dava furiosamente le carte.

Pensate tutte le retoriche mediterranee possibili, l’antica Cossira ne suggerisce ancora di impensabili. Prendete un volo a metà settembre, siete ancora in tempo, imbarcatevi sentendovi come quando non sapreste, con quella malinconia speciale dell’estate che vi abbandona aggrappata a una spalla. Poco prima di toccare pista, al centro del mare, da qualche angolo sottomesso di voi, inattesa, la poesia vi aggredirà.

“Amare è qualcosa di inevitabile o semplicemente un modo di essere: la coscienza”

-V.A.-

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Vicente Aleixandre era nascosto quaggiù, lo scoprite dopo qualche ora, tra i ricordi che non ricordavate più, cose come un libello Newton-Compton da svendita in una vecchia libreria a monte degli anni, quando si bruciava tutti le prime arie d’esistenza. Lui che nel ’27 spagnolo ardeva di passione edificando la colonna del dubbio, e teneva insieme con l’immaginazione sensibile gli opposti dinamici dell’universo, in uno sforzo immane di testimonianza viva. Vicente che fu mandato in pensione con un Nobel nel ’77; montava l’ansia della dimenticanza, il tempo preparava le cerimonie di polvere e le eseguiva al buio delle nostre spalle. Oggi non sono molti coloro che lo richiamano, a rileggerlo potrebbe far figura di cosa usata, passata di moda, così come la poesia dovrebbe sempre apparire, in realtà, alla fonte delle molte nudità incresciose, prima che lo stile e la cognizione la rivestano per esporla nelle botteghe di luce fioca delle arti periferiche.

Pantelleria vi accoglie con un cesto di regali, in realtà, se siete all’erta, in una permanente sfacciata che espone le vite pietrificate della lava su gigantesche tele sghembre. Una mostra di cieli aperti in cui perdere la vanità del proprio respiro, nel rumore del vento che accompagna ogni cosa, in cui è facile cogliere le metafore portanti della vostra statura fusa con le dinamiche del mondo, il fuoco di Agni(1) che copula a mare, le esplosioni disordinate del piacere di Gea, le colonne di vapore mefitico che danno l’assalto ai paradisi celesti, subito dopo. Dimenticatevi perciò la plebea pacificazione delle spiagge. O se avete infinita pazienza e il vizio dell’immortalità, lasciate fare al lavorio del vento, alla saggezza levigante delle onde, ripassate lieti tra qualche altra decina di migliaia d’anni.

“La notte è infida e a volte nasconde un pugnale silenzioso”

-V.A.-

«Topograficamente Pantelleria presentava ostacoli quasi spaventosi per un assalto. Molti dei nostri comandanti erano decisamente contrari all’operazione perchè un fallimento avrebbe avuto un effetto scoraggiante sul morale delle truppe.» Cosi scriveva Eisenhower nel suo libro Crociata in Europa.

Fu una sorta di beffa dell’immaginazione che tolse agli americani le castagne dal fuoco pantesco. Munitissime difese del fascio italico avevano scelto l’isola come unico punto di resistenza a sud del nostro misero scacchiere di guerra; nascoste in profondità nei diversi generosi uteri naturali dell’isola, le armi, gli aerei, l’acqua, le vettovaglie sufficienti per trascorrere settimane intere sotto una pioggia di bombe da ultimo giorno.

DSCN1150xSi narra che fu il carattere isterico, raccogliticcio, degli ufficiali del fascio a mandare a monte un capolavoro difensivo naturale. Avessero lasciato fare al nervo incrollabile dell’isola, avremmo almeno oggi da raccontare un lato intelligente della disfatta. L’homo italicus spiantato, piuttosto, cedette di schianto alzando bandiera bianca alle prime ore di fuoco impressionante che fiammeggiava dalle corazzate yankee, non potendo mai verificare come gli americani avessero piuttosto deciso di utilizzare le scarse munizioni che rimanevano in zona tutte insieme, nel giro di pochi infernali frames panteschi. Ci sarebbe stato tempo e modo, allora, per una sortita da antologia.

Ancora oggi l’isola si diverte in quell’aria ambigua di tagliola insidiosa, riservando la minaccia della propria verticalità assassina al flusso moderato dei turisti che la percorre goffamente.

Così, scendere a mare somiglia vagamente all’esercizio di un equilibrista brillato di passito, i piedi si barcamenano su vecchie aguzze creste di lapilli solidificati nello slancio plastico, e al corpo umano che inciampa vien paura non tanto delle relative contusioni, quanto piuttosto di venir accoltellato nelle fragili carni, accoltellato dolcemente dalle nere unghie sguainate della dea Cossira.

“Sulle tue labbra un bacio come una lenta spina o un mare che volò mutato in specchio, come il brillio d’un’ala, è ancora mani, è ancora crepitio di capelli, fruscio vendicatore della luce, luce o spada mortale sul mio collo minaccia, ma non potrà distruggere l’unità di questo mondo.

-V.A.-

Dunque l’isola attira e respinge nello stesso amorevole gesto, come certi neonati impertinenti ti instupidisce di tenerezza e poi ti spernacchia e ti sputa in faccia il suo vago malessere igneo. Con lo schiaffo delle onde strozzate abbatte la spocchia degli architetti milanesi arrampicati nel punto più impervio, con i fanghi mobili del turchese lago di Venere risucchia e fa inciampare intere legioni di fiduciose carampane che sognavano di tornar giovani nelle generose pieghe del fango curativo.

E in superficie, ogni cosa appare piegata dal vento, un vento antico, testardo, che non smette, una spinta primaria inesausta che costringe gli aranci e i limoni a crescere in giardini recintati come in stanze Borgesiane a cielo aperto, tra muri di pietra lavica alti fino a due metri; poi, sugli infiniti terrazzamenti scoscesi, costringe le piante a subire una potatura bassa, quasi rasoterra, che fa somigliare i tralci di Zibibbo e i rami dell’ulivo a battaglioni di Marine che avanzano strisciando impavidi tra i tralci dei capperi e fin dentro le carreggiate delle strade.DSCN0913x

E sempre il vento, la roccia, lo spigolo, l’esclusiva furia primaria d’esistere, trova sponda perfetta nelle nomenclature geografiche. Le località si chiamano: Gadir, Mueggen, Khamma, Kattibuale, Kazzen, persino.

A Kazzen ci siamo fermati per una foto e una risata dozzinale, un vecchio è passato lì vicino maledicendoci, forse, o forse ancora era solo il riflesso della nostra paranoia di ospiti infiltrati, al passo coi tempi, nudi come ci siamo spesso sentiti al cospetto dell’isola, dei suoi panorami definitivi, del fumo delle sue leggende.

Così gli isolani, gente che t’accorgi da certi silenzi di parole mancanti in replica ai tuoi paralleli quanto non ami particolarmente essere accostata al resto della sicilianità. Gente di scorza ruvida, con anima di ossidiana, asciutta e drastica, come il NO secco echeggiato in un vecchio alimentari dai prodotti improbabili alla richiesta se per caso avessero del semplice pane. O come il gesto irrevocabile successivo con cui ti viene prima proposta e poi negata l’apertura di un coscio nuovo, te ne devi andare, comunque lieto, con due etti di gambuccio scuro sottobraccio, al costo del culatello.

A Piana della Ghirlanda, nella valle del Monastero, nelle verdissime conche interne dove trionfa la coltura dello squisito Zibibbo che fu migrato dai tavolieri della Mesopotamia e piantato da mani fenice, poi, come una nera Kalì in vacanza a ponente, la dea Cossira moltiplica le proprie opulente braccia paesaggistiche. E’ un niente quassù dimenticarsi il mare, così come, illusi dall’arcaica omogeneità architettonica delle sagome di pietra e dei tetti a cupola dei Dammusi rurali, aprire a suggestioni prospettiche che ricordano la Palestina dei tempi del Cristo, l’aguzzo Marocco dei berberi, le infinite pietraie senza tempo dello Yemen.DSCN1077x

“Corpo felice, acqua tra le mie mani, volto amato dove contemplo il mondo, dove graziosi uccelli si riflettono in fuga, volando alla regione dove nulla si oblia.

E alla fine, cara fine..”

-V.A.-

…è talmente vasto il gioco infinito dei rimandi geopoetici che fai presto a raggiungere una esausta quiete conclusiva: ricordando tutto ciò che di primitivo e intenso ha fatto radice nella tua vita, l’isola non somiglia davvero a nulla, nulla che non sia il proprio ruvido carattere vivificante, metamorfico, la propria irreplicabile imago posta a faro o monito, sull’ombelico del Mediterraneo.

Pantelleria Rei.

“Non avvicinarti, perchè il tuo bacio si prolunga come l’urto impossibile delle stelle”.

-Vicente Aleixandre-

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(1) – Agni: il principio dell’Ardore, o fuoco, emanazione-costola di Prajapati, il primo essere che ebbe un nome e fu antenato di Brahma.  Prajapati sorse dall’interrogativo perenne, il KA, “Chi sono?”, la prima miccia di coscienza che provocò il grande Bang dell’Universo.

Agni, da cui discende Shiva, decapitò la quinta testa di Brahma. E fu di Shiva la risorsa che rese possibile ogni cosa, fino a bere via l’intero oceano del mondo che fu avvelenato dai demoni. Da tradizione, il colore blu di Shiva si deve all’effetto dell’assunzione massiccia di quel veleno.

Nella tradizione dei testi sacri Hindu, Agni è sempre presente e/o evocato, oppure destinatario dei sacrifici rituali connessi alla meditazione profonda. Attraverso l’ardore di Agni, i Rishi poterono scendere dal ritiro ‘Himalayano e diffondere negli inni Vedici la realtà completa del mondo che avevano intuito, dando vita alla più antica modernità di cui si trovi testimonianza sulla Terra.

L’incredibile civiltà ariana lasciò di sè non una costruzione, non un utensile, non un monile, nessuna raffigurazione, soltanto gli inni Vedici, e una meravigliosa, complessa lingua che ancora oggi è studiata, parlata e approfondita: il Sanscrito.

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Se non ce la fate ad andare, almeno, festeggiatevi così.

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Ingredienti per 6 persone

  • 500 gr di semola fresca (o precotta) a grani medi

  • 800 gr di pesce da zuppa (cernia, scorfano rosso, pesce fagiano, lugaro, San Pietro)

  • 500 gr di verdure (zucchine, peperoni, melanzane)

Per il soffritto

  • 1 cipolla

  • 2 spicchi d’aglio

  • concentrato di pomodoro q.b.

  • 1 ciuffo di prezzemolo

  • peperoncino rosso q.b.

  • sale e pepe q.b.

Preparazione

Preparazione della zuppa di pesce Friggete leggermente nell’olio il pesce già pulito, e appena pronto metterlo a parte. Fate un soffritto con la cipolla e l’aglio tritati, una punta di concentrato di pomodoro e il peperoncino piccante a piacere; aggiungete 1 litro circa di acqua, portate ad ebollizione e metteteci il pesce già fritto, lasciando sobbollire per circa 30 minuti. A fine cottura aggiungere una manciata di prezzemolo tritato.

Lavorazione della semola In un pentolino intiepidite tre bicchieri di acqua con sale e olio extravergine d’oliva; disponete in una teglia la semola fresca o precotta e lavoratela con l’acqua tiepida facendola roteare sul palmo della mano per farla gonfiare lasciandola poi cadere nel contenitore; questa operazione va fatta ripetutamente sino a che la semola sia raddoppiata del suo volume (volendo durante l’incocciatura si può aggiungere un trito fatto al mixer di carote, prezzemolo e aglio). Disponete la semola lavorata in una cuscussera o in uno scolapasta. Ponete la cuscussera sulla pentola della zuppa, dalla quale avrete tolto e spinato i pesci e mettete il coperchio. La cottura della semola è di circa 20 minuti per la precotta, mentre per la semola fresca bisogna togliere la cuscussera dal vapore, rimettere nella teglia a raffreddare un po’, sgranare con un cucchiaio di legno, irrorarla col brodo del pesce e rimetterla a cottura per altre due volte.

Preparazione delle verdure Lavate e tagliate tutte le verdure a dadini, soffriggetele in abbondante olio e scolarle. Quando tutto è pronto, aggiungete le verdure e il pesce alla semola cotta, uno o due mestoli di brodo per ammorbidire e amalgamare. Lasciate riposare per circa 20/30 minuti prima di servire.

Tratto da La cucina di Pantelleria- Tradizione e innovazione (Grazia Cucci- Gianni Busetta)

 

Due stanze africane, itinerari di Livio Borriello e Alessandro Gabriele (Fuori Menù 8)


travels 037jL’Africa nord-occidentale, a ben vedere, è una delle linee di frattura del mondo, un estremo socio-ambientale che le carte geografiche non sanno mostrare. Il Sahel, la fascia di territorio stepposo che avvolge Mali e Senegal, raccoglie il grande fiato rovente del deserto che avanza. Il Sahel è frontiera nel senso più verticale del termine, è il cancello lungo migliaia di chilometri presso cui gli uomini si spezzano nel tentativo di arginare i danni della siccità. In senso opposto, è il penultimo terminale delle vie crucis emigratorie, quaggiù ci si imbarca per le lunghe traversate sahariane appesi a un camion sfasciato, con la speranza di arrivare vivi, senza essere rapinati degli ultimi dollari utili a scavalcare l’estremo baluardo del Mediterraneo GattiBILALesec2.indd(per conoscere i particolari di questo folle viaggio neo-iniziatico consultare il bellissimo “Bilal”, di Fabrizio Gatti, che racconta dal vivo l’esperienza).

Il Fuori-menù WSF di oggi è anche un fuori pista, un atto d’amore nei confronti del Reportage di viaggio, di ciò che non appare al mondo se non sulla tela del proprio percorso, quando siamo in grado di soffrirne intimamente ogni particolare.

Uno sguardo di qua e di là del Sahel, attraversando via terra questa linea di frattura che inquieta per unire i mondi incredibilmente distanti di due città-simbolo. Da una parte, sostenuta ancora dall’interesse occidentale di marca francofona, la grande centrifuga umana che anima Dakar, capitale del Senegal, cinque milioni di abitanti in perpetua dinamica; dall’altra il segno vuoto delle dimenticanze post-coloniali, il disfacimento architettonico, il morso dell’assenza di prospettiva, quella sorta di socialità arresa che si respira poco oltre confine a Bissau, capitale della Guinea portoghese, quattrocentomila anime scarse.

Dakar-Bissau, trecentosettanta chilometri di strada appena, due giorni di percorrenza via terra, con la benedizione di quattro taxi collettivi e due piroghe, nella migliore delle ipotesi che vi possa capitare.

Abbiamo messo insieme due stanze d’Africa e un’ipotesi di migrazione al contrario. Siamo due voci diverse, impressionate, su un confine che ci riguarda molto da vicino.mappa

Bissau 

Ascolto la sottile tensione dei nervi che si scarica sul taccuino. Sono partito stamattina alle otto e trenta dal Saltinho sotto la luce di un sole che mi squadra loscamente fin dentro il metro quadro d’ombra da cui vorrei farmi nascondere, ora.

L’agitazione della piazza si esprime di fronte a me come una paradossale moviola tra cortine di calore e polvere, nessuno sembra un personaggio reale all’incrocio di Makuti.

Dai puntelli ancora visibili, qualche tronco di ciò che una volta era un alberello testimonia un’antica cura evaporata. Oggi, poco prima delle quattro di pomeriggio, a ottanta chilometri scarsi dalla capitale, quelle filiformi nudità di tronchi sembrano puntellare la scena tutta, compreso quel poco di affetto assente che provo per questo che sembra l’oltretomba di un paese.

Aspettiamo tutti che qualcosa si metta in moto, realmente. I piccoli venditori d’anacardi con il negozietto chiuso in una mano, qualche improbabile funzionario con camicia a righe scure e cartella sotto braccio, molte donne cariche di ogni genere di pacchi, alcuni starnazzanti, tenuti provvisoriamente per le zampe.

Una famiglia in viaggio ha tirato su una vera casa d’emergenza con tre cartoni, un pareo stinto e una vecchia trapunta a far da pavimento, e ora si passano l’un l’altro una mezza carcassa di avocado dove piccole dita nere ancora raspano con desiderio.

C’è stato un momento un paio d’ore fa, ero appena sbarcato sulla desolata piazza, in cui ho visto tutto questo circo minore di pendolari bisognosi sollevarsi faticosamente e cominciare a correre sbandando sulla destra, davanti all’unico porticato dello spiazzo, poi ancora sul lato opposto, gettando a terra e riprendendo più volte con inesausto tono tutto l’universo tascabile che li accompagna.

Due o tre vecchi furgoni si stavano muovendo, nessuno gridava “Bissau, Bissau, Bissau”, come quando un trasporto collettivo apre il proprio fantasioso check-in, e i furgoni stessi si avviavano con portelli e finestrini chiusi ma, in un giorno di festività nazionale, la fame di distanza colmata è una molla insindacabile quaggiù, nei meandri rarefatti della Guinea portoghese.

Dakar è appena trecento chilometri di polvere e posti di blocco alle mie spalle, Dakar, a modo suo una raffinata entreneuse del caos organizzato, covo di procacciatori e ragazze bellissime, coacervo di gas e ferraglie e locomozione sbilenca, di sciami di bambini che s’intraversano, che fanno esplodere le urla in strada.

Dakar è un gioioso bilico di adrenaline vitali al confronto con le introversioni umane e le illusioni paesaggistiche della confinante Guinea.

E’ difficile credere agli inusuali estri delle maree del golfo di Bissau, così come me li hanno raccontati. Per questo il primo gesto che compio appena sceso sullo spiazzo polveroso della stazione d’arrivo è quello di trovare una macchina che mi accompagni velocemente al porto. Nessuno sa nulla del Ferry che parte per le isole Bijagos. Quando c’è acqua a sufficienza il battello va, più di questo è stato impossibile sapere.travels 029

In effetti, sono tornato in momenti diversi della giornata a scrutare la gettata di fanghiglia giallastra che fin sotto i pontili malmessi si stendeva a partire dall’orizzonte. Ho guardato e riguardato questa pittura marcia a tono giallo-ocra punteggiata dalle pozzanghere di mare intrappolate tra piccoli argini provvisori di una materia indefinibile, davanti a me, ho fatto fatica a immaginare le isole, e anche un po’ a respirare.

Le grandi piroghe da pesca mezze seppellite nello sconfinato pantano, la lugubre sagoma di ferraglie arrugginite di un porto che chiude la baia, non si riesce a trovare un angolo che sollevi lo sguardo in quella fatiscente capitale di una nazione poco più che trentenne, una delle ultime afriche a ottenere l’indipendenza.

Al consolato di Guinea, ospitato in una stanzetta di un’altra ambasciata africana, un modesto funzionario m’aveva rassicurato, quasi scusandosi: girare il paese non presentava alcun reale problema, contrariamente a quanto riportato dal sito ufficiale del ministero degli esteri italiano. L’anno prima, soltanto, c’era stato un piccolo golpe militare, ma non s’era sparato tanto, avevano solo deposto il vecchio presidente ubriacone. Nessun reale problema, quindi, a ribadire il concetto.

Il problema non è affatto reale, infatti, nessuno m’ha dato fastidio quaggiù, ed è proprio questo il punto, le persone sembrano vivere un’esistenza retrocessa, un’umanità silenziosa e sfumata che si muove in un quasi soppiatto lungo i larghi viali derelitti del vecchio centro coloniale in disfacimento. Il problema, se ce ne fosse uno, sarebbe filosofico.

Se c’è un motivo valido per arrivare fin quaggiù, in una realtà africana moribonda, laterale, che non gode nemmeno dei casuali riflettori di qualche sporadica indignazione occidentale. A poche centinaia di chilometri da qui, in Liberia e Sierra Leone, si continuano ad addestrare i bambini soldato.

Nella onirica Bissau, un po’ di vita la trovi lungo il marciapiede divelto che dà accesso all’unico internet point della città, dove lunghe teorie di cittadini intorpiditi si accalcano finalmente in uno spazio lineare esiguo. La fila più corta serve a prenotare il proprio turno di visita alla Rete, quella più lunga ad attendere che i collegati presenti finiscano di sforare la loro finestra temporale dedicata e lascino libera di nuovo la postazione del computer.

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Si sopravvive come ovunque, nel terzo e quarto mondo. La vita si sposta altrove, restano a casa i cimiteri delle presenze, le mani protese, le ricevute dei pochi denari che viaggiano da banco a banco, le file interminabili che riconnettono gli affetti scomodamente, ma a prezzo ragionevole, tra server e server.

Solo dieci paesi al mondo producono meno pro capite della Guinea Bissau. I trasporti pubblici non esistono, la gente si organizza con ciò che di marciante gli riesce di trovare lungo il percorso. Nell’anticamera di nessun cervello appare un concetto superfluo come quello del turismo, nessuno si cura della mia presenza, non ci sono mendicanti in giro ma parecchi locali ne hanno il dolorante aspetto.

Non c’è nemmeno il sorriso della semplicità spontanea, quel po’ di africa cartolina che solleva appena, cammino nel centro di vuote strade polverose come all’oscuro di ognuno. Vado a sedermi al bar più probabile di Bissau, in Praça Che Guevara.

Ai tavolini intorno si affollano quella decina di europei che lavorano in zona per le ONG nei progetti di cooperazione.

Con scatti leggeri sollevano in aria gli aperitivi, con mani nervose afferrano pugni di noccioline annerite. A voce alta, altissima, si chiamano e sorridono tra di loro e dichiarano enfaticamente le carte in qualche gioco di scale provvisorie.

La cameriera scura fa un mezzo gesto di scusa e mi indica un unico tavolo possibile occupato da un francese con una camicia hawaiana che grida vendetta. Saluto cortesemente e mi accomodo, almeno un minuto o due, forse, poi la tristezza specifica di questa comunissima faccia d’oltralpe mi morde la coscienza. E’ così che mi rialzo improvvisamente in piedi.

I venditori di ammennicoli, simili a statue di mogano invalicabili, presidiano senza sosta il perimetro esterno del bar. I taxi Mercedes barriscono inutilmente a caccia di clienti, mentre girano ossessivamente l’ovale della polverosa piazza. Una puttana giovane, raffinata e molto carina, si aggira sorridendo tra i tavolini cercando di scacciare la morte volatile dalle spalle crollate degli europei.

Do un ultimo sguardo intorno, e sto quasi per sorridere di rimando, vivaddio, perché no. Si tratterebbe solo di cooperazione bilaterale, in fondo.

West Africa, Bissau, ore 13e10. E’ ora di tornare a Dakar.

A. G.

Dakar

foto di Franco Visintainer

foto di Franco Visintainer

Dakar, la più europeizzata delle città africane, circa 5 milioni di abitanti distribuiti su una penisola interminabile, è una sorta di allucinazione reticolare, un immenso tessuto senza inizio né fine, se non i contorni irregolari delle coste, che sfumano nella luce estatica dell’oceano: una specie di tenebra luminosa che avvolge l’allucinazione. 

L’immenso reticolo che ricopre compattamente la terra rossa e umorosa della brousse, è formato da cellule umane avvolte nel triplice guscio degli abiti, delle auto e delle case. Come nella nube quantica, nel web e nel sistema nervoso, i punti della rete fluttuano freneticamente da un ganglio all’altro: gli uomini dentro o fuori della capsula di lamiera, attraverso i nodi di scambio delle case o i macrogangli dei mercati, o collegati fra loro dalla fittissima rete di fatiscenti telecentre o portable della Vodafone. Gli uomini mutuano incessantemente il loro posto fisico e psichico, le loro informazioni e esperienze, il loro denaro e i loro beni. Scambiano e commerciano tutto, anche i loro stati psichici, ovvero quello che chiamiamo anima, ma poiché hanno un senso della proprietà poco accentuato, non la perdono, come accade in occidente. Il loro commercio è dunque essenzialmente una forma della comunicazione, filosofia che si giustifica nella figura di Maometto, commerciante oltre che mediatore fra umano e divino. 

Il 62% del Pil senegalese è prodotto dallo scambio, cioè dal commercio e le telecomunicazioni, ma il problema è che attraverso questo scambio qui si scambia il nulla. Il Senegal infatti importa tutto e non produce nulla: produce pulsazioni: un grande battito che si irradia fra la terra e il mare. Nello stesso modo non producono nulla (il reddito pro-capite è estremamente basso) e non sembrano perseguire una finalità precisa le singole cellule del sistema: per una legge strutturale, infatti, maggiori sono le dimensioni e la densità del sistema, minori sono il valore e la libertà d’azione individuali. Gli uomini agiscono in base a un impulso impersonale e indeterminato: sopravvivere, e far sopravvivere il sistema. Ciò spiega e determina anche la grande capacità comunicativa di queste popolazioni, l’empatia e simpatia e quel senso di accorata, intima solidarietà – flebile e depotenziato nelle nostre razze – che coinvolge e commuove il visitatore di queste zone. 

L’allucinazione del sacro 

La capsula ermetica, il grande “emboutillage” umano che è Dakar, ha solo un punto di comunicazione con l’esterno: la preghiera: 5 bocche di deflusso, in 5 determinate ore del giorno, in cui i dakarensi, nelle moschee, in stanzette dedicate, o dovunque riescano a stendere un tappetino, con una devozione e uno zelo ben maggiore di quello di noi occidentali, entrano in contatto con ciò che non comprendono. Posto che la religione sia davvero un legame fra l’umano e il non umano, il che è ancora più dubbio nel caso di umani particolarmente umani come gli africani. Qui la funzione coesiva e sociale della religione si manifesta infatti con particolare evidenza, le feste e i matrimoni sono eventi collettivi che accomunano nella frenesia della danza e della preghiera tutta la comunità, le foto dei marabut, rigorosamente stinte dal sole, sono attaccate ovunque, e i loro lunghi discorsi vengono diffusi di continuo dalla tv nazionale e ascoltati con grave attenzione. E tuttavia se il sacrificio, il dispendio, rappresenta la componente propriamente mistica e sacrale della religiosità, anche questo carattere è qui più forte che altrove. Se le rigorose interdizioni (alimentari, sessuali, economiche) e regole musulmane (che nel pacifico Senegal non assumono mai la forma del fanatismo) fossero finalizzate, come nell’antipodica etica protestante, alla produzione e all’efficienza, se il culto di Allah integrasse in sé quello del lavoro, o almeno lo contemplasse, lo sviluppo non avrebbe assunto le forme dell’inviluppo, del viluppo che soffoca e irretisce questa megalopoli. L’allucinazione reticolare di Dakar è dunque anche l’immagine dell’umano sospeso nell’indeterminato, della vita che agisce nell’inconoscibile. 

L’allucinazione tecnologica 

dakar2Ed è per questo un’allucinazione fatta di faglie cupe e abissali e luci abbaglianti e fosforiche, di vampe di colori e puzza insopportabile (è la miscela miasmatica del CO2 delle auto e le esalazioni delle fogne a cielo aperto, per fortuna spazzata di continuo dagli alisei). Procedendo nell’interminabile budello rettilineo dal centro al sobborgo di Wakhinane (vado al matrimonio del mio figlioccio Ablaye), 3 ore di code estenuanti, le auto rugginose, sbrindellate e pestilenziali (tutti scassoni euro zero, tutti residuati occidentali) si accalcano una sull’altra come una mandria ingovernabile, sgasando e strombando, rischiano ogni momento di travolgere donne e bambini, o i ragazzi appesi ai portelloni dei piccoli soupere fatiscenti e variopinti, e quelli le cui teste rigurgitano dai finestrini. Un camion manda in frantumi lo specchietto di un furgoncino, ma nella sardana apocalittica nessuno fa caso al turbine di schegge che vorticano nella luce prima di spargersi a terra. I gasteropodi molli e teneri nei gusci di lamiera ridono e comunicano fra loro imperturbabili, a voce o coi portable, e le loro risate rendono più irreale, trasumana e imperscrutabile la scena. La polvere ocra si gonfia sulle strade sterrate che intersecano i mercati e le bidonville, ma il miracolo (la luccicanza del sacro) è che questo coacervo amorfo è attraversato e come sospeso in una dimensione onirica dalle meravigliose, altere e illese donne senegalesi, inspiegabilmente intatte, pulite e eleganti, flessuose e sofficemente ancheggianti nelle loro livree sgargianti e fiabesche, da cui affiorano le carni strepitosamente lucide e nude, o dalle folate dei bambini dagli occhi allegri e malinconici, d’uccello e di scimmia, di cane e di statua greca del periodo arcaico. Fra 15 giorni è la grande festa dei montoni, il Tabaski, e i piccoli greggi sono disseminati ovunque, rovistando fra l’immondizia accatastata e brucando i rari arbusti. Un bambino abbraccia e sbaciucchia una capra barbuta come si fa da noi con i pupazzi dei Pokemon. 

Qui insomma il tecnologismo e il consumismo occidentale si sono andati a sovrapporre violentemente e discontinuamente a una cultura arcaica, generando una sorta di tribalismo tecnologico, di tecnologismo istintuale. Arrivano le auto, i cellulari, le mitologie televisive, ma continuano a colonizzare, in forma meno cruenta ma più strisciante e insidiosa, un tessuto che non ha avuto il tempo di strutturare difese e anticorpi culturali, attecchiscono su psichi irriflessive, che ne vengono spesso devastate, o li metabolizzano in una forma confusa e instabile, una forma estremamente dinamica, ma che in ogni caso porta con sé tutti i deterioramenti e impurità dell’imitazione. Senghor è stato un “grande” presidente (guida dell’indipendenza nel 1960, più volte candidato e inspiegabilmente privato del Nobel per la letteratura) perchè è stato uno dei teorici della negritudine e della riscoperta delle radici territoriali. Eppure si ha talvolta la preoccupante impressione che perfino quello di Natura sia una categoria “bianca”, importata, o tout court un artefatto che i neri potrebbero rifiutare. 

Da una parte bisogna ovviamente considerare la relatività del concetto di natura. Nel quartiere di Wakhinane fotografo degli splendidi aironi bianchi, che nidificano liberamente sui rari alberi, e spiego ai bambini che mi accompagnano che mi piace fotografare “les oiseaux”. Mi fanno capire che hanno degli uccelli molto migliori, e li seguo in una catapecchia maleodorante di pesce essiccato. Nella semioscurità, con gli sguardi luccicanti di orgoglio, mi mostrano il tesoro di 4 galline spelacchiate e starnazzanti. Mi viene in mente che la nostra più preziosa rivista di ambientalismo si chiama Airone, e che qui forse gli preferirebbero un nome come Gallina. Forse non avrebbero torto, un airone è infine una gallina stinta, nasuta e col collo curvo. 

Oppure la verità è un’altra, e cioè che l’africano è un sincretista, assimila, mescola, centrifuga, secondo una modalità che è infine squisitamente culturale, e proprio in virtù della quale, insieme a una serie di comportamenti che a noi possono apparire spuri o kitsch, ha elaborato nel tempo ciò che chiamiamo negritudine o identità culturale africana. Alcuni studiosi di colore sono arrivati peraltro a considerare lo stesso relativismo di matrice antropologica, che vorrebbe salvaguardare i caratteri etnici di questi popoli, come un’ennesima ideologia di sopraffazione, finalizzata a confinare le culture africane in un presunto primitivismo, e incapace di riconoscere la dinamicità della loro nuova realtà. 

SONY DSCEppure bisogna anche ammettere che esistono valori peculiari di questi popoli, esiste una loro identità, radicata nella biologia, nella geografia e nella storia che va difesa dalle acculturazioni e contaminazioni occidentali. Basti pensare alla ricchezza emotiva (all’abissale divario fra indici del benessere e benessere percepito, in gergo sociologico) dei bambini di Wakhinane, città- dormitorio della quale di giorno essi diventano padroni incontrastati. Ebbene, è difficile immaginare una forma umana dell’ allegria più pura di quella che si impossessa di questi bambini. E’ un’allegria che scoppia, che crepita, che spumeggia dal sangue giovane, che si sgrana a raffiche dagli occhi e dai polmoni. E’ il corpo libero che pulsa, che si rotola nella sabbia e armeggia con le lattine di pomodoro. E’ un’allegria unanime e sincrona, a fasci, più peculiarmente di quanto il riso non sia sempre una manifestazione psichica collettiva. 

Qui siamo vicini alle radici biologiche e culturali dell’uomo, e ogni fenomeno psichico si manifesta nella sua forma più pura, intensa e disinteressata. Se l’Africa è un’immagine altamente probabile del nostro futuro, è perché è da questo centro che si è irradiata la nostra specie, ed è qui che, grazie alla nuova velocità di scambio informativo del mondo globalizzato, la tecnologia di ritorno potrebbe assumere le sue caratteristiche definitive e più propriamente umane. Dopo le mutazioni che milioni di anni fa hanno prodotto la nostra variante depigmentata e esangue, fisicamente degenerata, l’africano ha ora la possibilità di riappropriarsi del mondo, o solo, speriamo dal nostro punto di vista, della propria funzione e identità.

L. B.

Livio Borriello: il soggetto telescopico e la letteratura quantica – Esclusiva WSF.


“Io voglio un mondo che accada in un altro spazio, visto da altri occhi, percepito da un altro corpo, suscitato da altri desideri, e cioè, poiché per l’uomo la realtà è ciò che riesce a vedere, percepire, desiderare, voglio un’altra realtà”.

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E’ un po’ così che si comincia a leggere Borriello, con il rischio di perdere subito, al primo capoverso, i punti di riferimento di un mondo conosciuto, prevedibile, dei suoi galatei semantici e delle sue consuetudini oggettive e narrative.
Livio ti porta fuori strada, lo fa consapevolmente, divertendosi. Ti prende su in un punto trafficato del viale e con una semplice svolta secca, che ti fa barcollare, entra nella traversa che non immaginavi, ti fa scendere in corsa davanti al palazzo delle filigrane esistenziali e non c’è più un’anima singola che passeggi nell’intorno, solo quest’occhio gigantesco narrante che dà le vertigini, in costante rivoluzione narrativa intorno al mondo.

“Tutti questi universi rotanti nelle strade, questi ammassi molli e frastagliati di carne, sviluppatisi come per decompressione da una specie di punto di risucchio, di inghiottitoio, di trituratore della materia, questi scarabocchi, enigmi o microcosmi si aggirano per le strade, svolgono funzioni, eseguono atti, ma si lasciano dietro una specie di residuo insolubile”.

Ci viene annunciato, talvolta lucidamente, altre beffardamente, ma sempre come cosa scontata, come condizione data, che la realtà percepibile e l’Io che la governa sono esplosi, liquefatti, che attraverso il logos si sta tentando una ricombinazione di fattori secondo un disegno alternativo, seguendo il filo che lega ogni evento al mondo, interno o esterno che avvenga, passato o futuro che si ponga.

“Effetti delle donne sul sangue. A. fa aumentare la luce. La passante di stamattina lo ha reso schiumante. B. lo intiepidisce. C. lo rende acquoso, più torrenziale, qualcuna lo fa oscuramente greve, violaceo, torbido……nessuno può amarci per quel che siamo, perchè quest’entità è opaca, è sepolta al di sotto del mondo, o forse è spaventosa”.

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Come uno strano incrocio tra un orientale devoto e un esistenzialista scettico, Borriello rende il mondo soggetto, proietta l’individuo nella materia. Fate attenzione perciò, la sua voce magnetica mina il sonnolento percorso delle vostre rassicuranti letture. O al contrario, svegliando le vostre difese concettuali, vi fa assopire in pochi istanti.

La parola di Borriello pesa, letteralmente, è un Cinema stringente diretto dalla sensazione corporea più che della vista e dell’udito.
La sua scrittura è esattamente quel genere di carogna che non è poesia, non è prosa. Non è interessata a collocarsi, la Proesia soggettiva di Borriello, punta piuttosto a disperdersi. Non c’è una trama né un finale che rassicuri, per questo è rivoluzionaria. Potremmo parlarne a lungo, ancora, preferiamo cedere la parola a lui stesso che ha molto di interessante da suggerire, soprattutto a chi non vive l’arte e la letteratura come semplice intrattenimento tra un officio e un altro della stanca esistenza che solitamente muoviamo.

“Essere di sinistra nel 2009 significa avventurarsi come uno speleologo nell’interiorità, rinnegare il visibile”.
Cominciamo dalle fonti. La nostra generazione soffre di eterna nostalgia “settantina”, ci sembra che nulla di creativo sia stato prodotto dopo quegli anni, solo pastoni di idee riciclate e l’imbuto sociale dell’omologazione dove siamo collettivamente franati come polli in batteria. Spiegaci meglio la tua affermazione tra virgolette e dicci la verità: come si esce da questa impasse? Che contributo può dare una prospettiva letteraria soggettiva come la tua che tende a scardinare l’ipocrita oggettività dei fatti?

beh sì, io credo appunto che rifondare la vita sociale e politica sia rifondare la nostra rappresentazione e percezione del mondo, il nostro sistema di valori, il nostro modo di rapportarsi alla realtà…e questa è da sempre, da enkedhuanna a omero al contemporaneo, il compito “di fatto”, preterintenzionale, indiretto dell’espressione estetica… la differenza fra destra e sinistra è solo di valori, a dx il denaro e il successo, a sx la giustizia sociale e tutto ciò che quest’idea comporta, il resto è pretestuoso. gli infiniti mondi possibili che può o deve immaginare la politica, coincidono con gli infiniti mondi possibili pensabili dall’individuo percipiente. pensa a cosa estrae joyce da un’ordinaria giornata di giugno… quella descrizione è un’idea politica.
’68 e ’77…non è nostalgia, così come non sarebbe stata nostalgia rimpiangere la rivoluzione francese che so nel 1803…lo sciocco e il passatista sarebbe stato chi allora avesse giudicato nostalgico questo rimpianto, questo recupero di memoria…noi siamo fatti di passato quanto di presente e futuro…è la natura linguistica umana… il ’77 situazionista è stata l’ultima fase politica italiana davvero nuova, autentica e viva…c’erano stupidaggini e ingenuità, ma c’era un afflato possente e autentico…quando a castelporziano nel ’77 eravamo in 10.000, nudi sulla spiaggia, ad ascoltare ginsberg, per ritrovarci poi a bologna a pensare nuove visioni del mondo, avevamo davvero qualcosa da dire, e la sincerità e la fede per realizzarla…poi è stato buttato il bambino con l’acqua sporca. i grillini riprendono solo una parte di quei valori…ma senza rigore… e infatti non c’è certo il meglio della società che si muove con loro…il problema forse è proprio che non c’è una dimensione temporale in quello che fanno…

Da: un mal di testa, un’eccitazione sessuale, un serio scoramento da visione sociale apocalittica? La scrittura si genera nel corpo, questa è la tua idea e anche un po’ la mia. Ho scoperto con l’esperienza che è meglio non muoversi dall’intelletto, luogo di ogni blocco, ma da uno stato interno particolare, semi-ipnotico, in cui la scrittura prende vita. Parlaci degli stati fisiologici da cui muove la tua ispirazione.

io non svaluto la razionalità o l’intelletto, tutt’altro, dico invece che anche quella è una funzione corporea…il linguaggio è fatto di fisicità, di aria che vibra e si sagoma in un certo modo… tutto ciò che pensiamo è nel nostro sangue o nella pappa del cervello…wittgenstein ci faceva notare che la sola differenza fra un computer sufficientemente sofisticato e un uomo è che l’uomo ha un corpo…(cioè un corpo umano – molle e plastico, perché anche un computer ha un corpo…) per me non c’è discontinuità non solo fra il mio colon, i miei neuroni e i miei concetti, ma anche fra questi concetti e l’aria o i cristalli liquidi di cui sono fatti, e il palazzo di fronte che essi attingono, e il colon e i neuroni di un tizio del palazzo di fronte… un testo alla fine ha una fisiologia che riproduce quella del corpo da cui si è esfoliato…ma anche più ampiamente quella della realtà, con le sue leggi e meccanismi…

Non volevo svalutare l’intelletto, credo che ognuno abbia una sorta di procedura d’innesco, e che questa, con buona pace delle accademie, non sia altro che una negoziazione cerebro-viscerale. Mi par di capire che tu vada oltre, sei così libero che puoi concepire ovunque e istantaneamente o hai anche tu quella sorta di maldipancia che t’ispirano?

concepisco, se concepisco, tutt’altro che a comando…ma è il corpo a farlo, solo nel senso che una connessione logica è un fatto fisico…serve un certo tipo di ispirazione per dire che 2+2 fa 4, perché questo processo consiste in una permutazione di minuscole particelle del mio corpo.. non so se è troppo diverso che scrivere in versi…certo, questa è un’operazione più complessa, che si produce in uno stato privilegiato…ma per riprendere il tuo esempio dell’eccitazione erotica, direi che in genere è più fruttuoso magari quel momento di disincanto e lucidità assoluta che coincide con la depressione post-orgasmica…

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Nei miei scrittori preferiti annovero quel dionisiaco saltinbanco della metafora che è Tom Robbins, un tizio su cui le etichette ne han dette di tutti i colori: post-psichedelia, neo-beat, avant-pop etc. (C’è sempre un trattino a cauterizzare l’ossessione moderna delle scatole). Uno dei motivi per cui mi piace è che mi fa ridere, un po’ lo stesso effetto della famosa Suora nella 500 che pensa, sul tuo blog. Anche Borriello usa l’umorismo, vogliamo sdoganare ufficialmente la dignità della componente ilare come effetto metamorfico percorribile in letteratura?

conosco poco tom robbins.. cmq terrò presente la tua segnalazione, anche se al momento leggo soprattutto filosofia o scritture anti narrative… la componente ilare non so se sia necessario sdoganarla…si può dire che i comici, avendo in mano la comunicazione, hanno in mano l’italia…penso non solo a grillo, ma a quanto le satire di crozza a ingroia, maroni o bersani abbiano influenzato le elezioni…i palinsesti televisivi si costruiscono sui comici… l’ultimo oscar italiano (per quel che vale) è di benigni, l’ultima palma d’oro di nanni moretti, e prima di troisi… sanremo senza elio e le storie tese e arbore non avrebbe avuto quel fiacco rilancio che lo fa ancora sopravvivere…. se il padre dante vale ancora qualche fico secco, non dobbiamo ringraziare il sommo carmelo bene, ma benigni (che peraltro apprezzo più come intellettuale che come comico).. forse la rappresentazione più viva, penetrante e vertiginosa dell’italia degli ultimi anni si deve cercare nelle satire di corrado guizzanti, più che nei romanzetti imitativi e sfiatati su cui si accapigliano nei blog letterari… ma tanti altri sono bravi, la cortellesi, perché no checco zalone… la cosa ha però troppi aspetti sospetti… l’umorismo finissimo di proust, o persino di beckett, concorrevano alla profondità d’analisi… la comicità in tv e in rete diventa spesso una delle forme della superficialità e della labilità comunicative contemporanee…

La fisica dei quanti e altre linee di pensiero hanno accompagnato la chiusura del secondo millennio facendo tremare le certezze scientifiche dell’Ego, il famoso organo al comando della modernità. Vedi un convergere di nuove prospettive che puntano oltre, in questo senso? Insomma, si farà questo ”uomo nuovo” o siamo destinati a estinguerci?

siamo destinati a rincoglionirci, o qualcosa del genere…siamo in troppi nella piccola zolla del pianeta, e il tempo sociale che ci è assegnato è sufficiente solo a pensare e dire coglionate… ma finché non ci sarà dato il tempo giusto e fisiologico per pensare, per decodificare, il mondo è destinato ad essere dominato dai fraudolenti, dagli ingannatori…o più ampiamente dall’apparenza

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Nel tuo libro “Mica me”, per larghi tratti, sembra di ascoltare la voce dell’Uno che intraprende una narrazione telescopica, ad angolo giro, della realtà. Il protagonista è un “uomo-materia che si agita in un cosmo ridotto a uomo”. Ci spieghi meglio la “visione”?

il virgolettato non mi pare che sia mio…cmq la sostanza più o meno è quella…anche la faccenda dell’angolo giro è giusta…in questo cosiddetto libro, Mica me, l’io narrante cerca nuove coordinate, cerca di situarsi in un altro spazio fisico e corrispondentemente linguistico, logico, psicologico,… a tratti forse ci riesce, e accede a una dimensione in cui il mondo appare nella sua continuità, nella sua unitarietà, incrinato da quelle crepe rappresentate da ciascun io… la forza che produce questa deflagrazione e dissoluzione mi è parso l’eros, quel che ci fa uscire fuori di noi …bisogna riconoscere che è la pulsione più potente, quella che ci sradica più profondamente dal nostro centro…anche se pochi la considerano da questo punto di vista, è un tema un po’ rimosso dal dibattito “serio”…ne parla solo la psicanalisi, qualche autore come barthes nei Frammenti, e appunto la letteratura…

“Il romanzo è il vero conio del potere, è il modulo prestampato che distribuisce il sistema editoriale, e che il romanziere accetta suo malgrado di compilare.”
Nel tuo articolo: Antiromanzo, pubblicato nel 2005 su Nazione Indiana, hai suscitato un bel vespaio di polemiche. La letteratura, secondo te, ha ancora senso se si pone come punto di rottura di una falsa oggettività moderna. Ci spieghi perchè, come romanzieri, salveresti Handke, Celati e Aldo Nove?

non sono certo il primo a mettere in discussione la necessarietà del romanzo… non ne voglio decretare o vaticinare anch’io la morte, solo sostenere che mi sembra un modulo letterario come un altro, sorpassato in quanto a potenza narrativa dal cinema, e che non mi sembra attualmente sfruttare al meglio le potenzialità specifiche della parola, la sua capacità di esplorare tutto il possibile, la sua assoluta forza d’astrazione… credo che troppa letteratura sia impantanata in se stessa, nella letteratura appunto, di cui a me interessa poco… a me interessa la parola, che non è un agone sociale ove esibire la propria destrezza, ma l’essenza profonda dell’uomo, ciò che lo costituisce…. eseguire l’esercizio romanzo con più destrezza del collega è un’attività buona per i talent, per la gare di bambini prodigio su mediaset…

Handke e gli altri che cito probabilmente (e in certi lavori) rispetto ad altri hanno proposto percezioni nuove, hanno estratto altri mondi dal mondo, hanno lavorato sui meccanismi preliminari e profondi di rappresentazione del mondo. il mondo in cui ci siamo comodamente stabiliti, è solo un infinitesimo dei mondi possibili, e a mio avviso non è più quello più adeguato per stanziarci… le nostre conoscenze si sono moltiplicate esponenzialmente, la nostra sensibilità si è sofisticata e scavata, la psicanalisi, la filosofia, la letteratura ci hanno additato altri ordini di realtà, ma noi continuiamo a vivere in quella più meccanica e ordinaria, forse quella probabilisticamente più “reale”…ma era anche più reale la realtà animale rispetto a quella umana…se facciamo cose strane come vestirci, spostarci tramite ferri assemblati, provare sentimenti o leggere, possiamo anche andare oltre, provare a sintonizzarci in altri spazi mentali e linguistici…percepire ad esempio l’intreccio, il chiasma, l’intersezione fra le nostre psichi..noi viviamo come se fossimo psichi, ego separati, ma in realtà siamo costituiti, strutturati come un unico organismo linguistico che ciascuno sagoma individualmente attraverso il proprio corpo…paradossalmente, è proprio questa deficiente consapevolezza che produce quel gregarismo “cattivo” che caratterizza la nostra epoca…avendo coscienza che i miei sentimenti sono un prodotto culturale e collettivo, io riesco anche a riconoscere più originalmente e autenticamente la mia individualità corporea…

la letteratura e le arti propongono un sistema di rapporti e un ordine di realtà diversi, diverse scale cromatiche e sensoriali, diverse interazioni fra le psichi, fra questi meccanismi di linguaggio che popolano le materie inerti del mondo, diversi valori sociali…in una giornata di tempo calendariale, per tornare a joyce, ci può stare un mese di tempo-lettura, un minuto cela vertiginosi e fantasmagorici labirinti, un anno si può racchiudere in 3 righe, nei colori di van gogh esplode un’altra risonanza del rosso o del verde, van gogh trova altro verde nel verde, e lo può far diventare addirittura un rosso, o un odore, o un rapporto fra parole ovvero un concetto… una musica di schumann o stratos può potenziare indescrivibilmente una pulsione interrelazionale, può aprire abissi negli uomini e dunque nella società, può disseminarvi felicità, pensieri, vita. il lavoro profondo e davvero rivoluzionario dell’arte deve riguardare quest’ordine di percezioni e rappresentazioni, non può ridursi a una combinazione di moduli espressivi, a una raffinazione delle tecniche di linguaggio, né a un esercizio da “intenditori”, di raffinato buon gusto…il neo formalismo di certe tardo-avanguardie o la retorica dell’artigianalità di certi celatiani non ci portano da nessuna parte… bisogna cercare nuovi sentimenti, nuovo corpo, non nuove parole…. rischiare anche di essere scomposti, sporchi, incompiuti, ma bisogna produrre con le parole progetti, proposte, ipotesi… con ciò, non bisogna parlare a casaccio e sforzandosi di essere fantasiosi e originali… non bisogna dimenticare il richiamo all’onestà, alla responsabilità, alla necessarietà della parola di celati…

“esiste l’inferno? – sì – chi ci andrà? – chi è normale, chi dice cose sensate…chi funziona bene, in quanto esaurito dal funzionamento…la privazione di dio che è l’inferno consisterà nell’inerzia totale delle molecole a cui saranno ridotte. prive…di ogni ubiquità quantica, queste molecole saranno condannate alla fissità, all’incoscienza eterna. mentre le mie schizzeranno dall’orbita, produrranno luce e emissioni deviate, e sopravviveranno sempre e ovunque…in un tentativo di dissiparsi, che è l’unico paradiso possibile.”

l’universo è dissipazione, certo, ma noi dobbiamo “dissipare bene”… non possiamo prescindere dalle scelte etiche…la letteratura apparentemente ne prescinde, ma solo come metodo… l’effetto se non il fine della sua ricerca “libera” e “scatenata” dai finalismi, dissacratoria e demolitoria, non può che essere la proposizione di una nuova etica, di una nuova idea del bene…è una direzione fatale, forse trascendente, da cui dobbiamo avere il coraggio e il senso di responsabilità (intesa come capacità di “rispondere” all’altro) di non sottrarci… un’etica della dissipazione è pur sempre un’etica, un’etica più libera, più compenetrata, confusa e dissolta nelle cose, un’etica che riconosce l’uomo come fibra dell’universo, che riconosce dunque l’universo e la sua vastità…

Quali sono i riferimenti letterari e filosofici che ti hanno ispirato, e cosa legge Livio Borriello oggi?

bah, ti faccio un elenco dei libri più importanti per me…i jornaux intimes e il mio cuore messo a nudo di baudelaire… proust… totalità e infinito di e. levinas…osservazioni sui fondamenti della matematica di wittgenstein…il visibile e l’invisibile di merleau ponty… modelli matematici della morfogenesi di rené thom… (questi cosiddetti “filosofi” sono in realtà per me i maggiori scrittori del novecento)…vari altri francesi, barthes, foucault, bataille ecc… poi la grande poesia italiana, in cima a tutto dante, leopardi, ungaretti… il maggiore minore sandro penna… landolfi, handke, novarina…il cinema di herzog… e mille altri, naturalmente… per i miei riferimenti contemporanei, si può dare un’occhiata al mio sito-blog www.livioborriello.it, nella sezione Terza persona…

borriello

Il WSF dispone di una alacre non-Redazione. Tu che sei un non-romanziere, ci daresti tre buoni non-consigli da far arrivare a qualcuno dei non-scrittori in formazione che frequentano questo blog?

posso fornire dei consigli buoni per un sicuro insuccesso, che mi sembra tuttavia meglio che niente… uno potrebbe essere di credere in sé stesi…e di conseguenza di non credere in se stessi… il secondo di scrivere poco…io ho pubblicato pressochè un solo libro in 50 anni, ottenendo così uno strepitoso e indiscutibile insuccesso…sono così belli gli alberi, perché sacrificarli alle nostre vanità e fatuità? è così bello il silenzio… forse in vita nostra ciascuno di noi riesce a scrivere 10 righe che valeva davvero la pena fossero scritte, che avevano davvero bisogno di essere scritte, e di cui il mondo aveva bisogno… provarsi piuttosto a vivere molto…la scrittura è un accidente secondario della vita, un suo residuo…sì, è anche un tentativo di solidificarla, di sconfiggere il tempo e la morte che è il fine del suo meccanismo…ma si sa che è un tentativo impossibile, e che forse può avere qualche chance di successo solo se vi rinunciamo.
il terzo è di non credere non dico alla letteratura nella sua dominante accezione mondana e salottiera, ma alla letteratura in sé…credere invece alla parola, che è ciò che ci costituisce essenzialmente, e al corpo, che ne garantisce l’autenticità…sentire il proprio corpo, configurarlo in parole, e confluire in un quell’organismo unico e tentacolare che è il linguaggio… questa è l’unica rivoluzione possibile… se si intende la formula nel senso in cui l’ho illustrata prima, si vede che è proprio l’inverso di quello che si fa alla tv, nelle redazioni editoriali e nei concorsi letterari….

E dunque, diamo inizio alla dispersione in danze di ringraziamento per l’occhio telescopico di Livio Borriello che oggi si è insinuato in noi. WSF si sta costituendo in collettivo culturale e intende raccogliere e rilanciare attivamente qualsiasi virus espressivo possa intossicare la coscienza ambulatoriale che pesa sui nostri tempi. Vuoi tu, Livio, prendere in partner questo blog per rifornirci estemporaneamente delle tue illuminazioni inedite finchè seccatura non ti separi?

il vostro progetto di comunicazione collettiva, richiamato anche nel nome del blog, mi piace…tendo anche al superamento del concetto di proprietà intellettuale, o comunque al riconoscimento di un’area comune, anonima credo lo sia in qualche modo tutto il linguaggio…dunque duplicherò senz’altro qualcuna delle mie parole nel vostro blog, nel vostro spazio, nello spazio che fa capo al vostro corpo.