Simmetrie degli spazi vuoti – Mariasole Ariot


L’al di là dei corpi è un libro che non ho mai letto, le nostre tracce si lasciano afferrare, che viene dopo
avanza e non di testa, chi si ritrae nudo
perde colore dagli occhi

Simmetrie degli spazi vuoti - Mariasole Ariot

[Queste sono parole che non dovrebbero uscire, le mie come le tue, cara Mariasole. Formandosi vorticose a mulinello, dovrebbero sparire nel centro nero profondo del corpo, in quel baricentro che, è fin troppo chiaro, per l’essere umano artificializzato non esiste più. Queste parole non trovano l’esatto spazio esterno, il corrispondente, l’incastro altro dove esistere e così resistere. Scivolano, di qua e di là, tra le pareti, tra i confini, sono perfettamente liquide. Scivolano e noi con esse. E non solo. Incrinano esse stesse lo spazio, lo deformano, se poi è vero che il nostro spazio ha una forma. Queste parole hanno, incredibilmente, una forza dinamica e insieme statica. Sfidano, con passione dolorifica, le nuove leggi globali e le vecchie, quelle locali. Diventano, o già sono, glocali: località dell’io più globalità del voi. Immersione e slancio. Dentro e fuori che si trasformano in simmetria: Simmetrie degli spazi vuoti (Mariasole Ariot, Arcipelago Edizioni, 2012).]

Le simmetrie che c’eravamo dati sfuggono al reale, il suono ci sovrasta, strisciamo a terra come serpi e ci inganniamo: le piccole variazioni sono mutamenti radicali.
Una luce
l’odore del terriccio
il petrolio che hai gettato
le orme che lasciamo per pudore permettono una traccia.

Dove l’esterno è tormenta, noi rientriamo.

[Non più un sistema che si auto organizza dentro l’ambiente, che crea i limiti del suo agire, che si auto produce. Ma un sistema che si liquefa dentro/fuori l’ambiente. I limiti si spostano all’estremo, oltre la percezione umana. Non c’è più produzione o distruzione, c’è solo un esistere per quello che si è. Sistema e ambiente, dentro e fuori, esistono al contempo. La frontiera è superata. Permane una solidarietà salvifica. Ma solo per pochi attimi. Non più spazio, ma posto, riparo, per la vita. E tutta la vita. Queste parole conducono al passaggio, arrendevoli più che coraggiose. Perché non può che essere così. Lì giù, quando toccheremo il fondo. Ci scioglieremo, sembra che dicano. Si liquiderà tutto, porteremo con noi anche le pareti. Non c’è speranza. Non più dentro. Non più fuori. Persa ogni simmetria. Sarà anomia. Sarà caos. Non un ritorno a casa. Infesteremo con la nostra vita tutto l’essere possibile. Né dentro né fuori, saremo tutto l’essere possibile. Per un attimo appena. Poi torniamo qui. Tornano i muri, tornano le sbarre. Torni in te. Torna il limite. Ancora immerso nel sistema. Torna l’oltre che agogniamo. In sé, non c’è speranza alcuna, ma dentro queste parole sembra di carpire che c’è. Forse.]

Perché qui la vita è al suo grado zero: pura vita che si frantuma senza il peso dell’altro come macigno ma per decomposizione interna. La vergogna è perduta per sempre, non c’è mai stata, è un gatto che piscia sul letto, una donna senza denti che getta la dentiera sul piatto, un urlo senza oggetto aggrappato ad un carrellino feticcio, i giornali di tre giorni prima, la porta che si apre a tratti da un carrello di alluminio come una visione straziante, e tutto segna esattamente questo: non la perdita di dignità – semmai il suo superamento – ma la perdita del rossore, della vergogna.
G. mi chiede di giocare a calcetto, e io non so giocarci, ma sto vincendo. A metà partita mi chiede di farci fuori a vicenda: sbatto la tua testa al muro, e tu la mia, contemporaneamente, e così ci salviamo.

Perché l’inferno è sempreverde, ciò che può cambiare non cambia, la muta è al di là delle sbarre, i rampicanti siamo noi che finalmente decidiamo di uscire.

Mariasole Ariot è nata nel 1981. Nel 2012, ha pubblicato su «fiabesca.blogspot» il racconto La bella e la bestia. Altri testi si trovano su «Nazione Indiana», «Il primo amore», «Metromorfosi Infocritica». Collabora alla rivista «Lo squaderno» e al blog letterario «Poetarum silva». Simmetrie degli spazi vuoti è la sua prima raccolta.

[Chiappanuvoli]

Femminimondo – Alessandra Carnaroli


Femminimondo  - Alessandra Carnaroli

martedì
undici maggio
lei
lo respinge
lui le dà
fuoco
o mia o
di nessuno

la pelle è un foglio che finisce subito
ti resta tra le dita solo la carne
che gli fa male tutto anche la luce
come se ti svegli la mattina e guardi subito la televisione
come se l’aria è una gonna di carta vetrata
la tuta dell’adidas si attacca nelle gambe
è come se lecchi una fettina congelata e ti resta nella lingua
e dopo un po’ te la spacca
da piccola ci giocavo sempre quando mia madre
tirava fuori
i ghiaccioli
per farci l’acqua freddissima
io ci mettevo la lingua
appiccicata
mia madre diceva stupida stattenta che ti bruci
ti resta attaccata per sempre ti fa la cicatrice
adesso è come se sono un vestito dell’estate che l’anno dopo non ci entri più
e invece ci vuoi entrare per forza ti sforzi tutta sembra che fra un po’
scoppi
i capelli invece per fortuna quelli non hanno preso fuoco

Sei catapultato lì, a un millimetro dal peccato, sulla punta del coltello, immerso nel sangue attorno all’occhio tumefatto. Se non sei il cadavere sei l’assassino, se non sei la vittima sei il colpevole. Non c’è più distanza. E come potrebbe essercene ancora? Il mondo descritto da Alessandra Carnaroli è il mondo che c’è là fuori, senza fronzoli, senza vane illusioni, senza scuse né reticenze. Quel mondo, il nostro mondo, è un posto molto sporco, corrotto, distorto, dove la vita di una donna non vale quanto la vita di un uomo, dove dio è maschio e il peccato originale si può sempre riversare sopra una qualsiasi eva di turno, dove l’individualismo imperversa libero di far danno, di distruggere ma è sempre più libero e più nefasto se l’individuo in questione è uomo.
Non è crudezza, non è violenza fine a se stessa, è svelamento, è squarciare le tende di quell’intimità casalinga dove si pensa che tutto sia perfetto, dove imperversa invece il vero caos che sta facendo marcire le nostre società. La famiglia è diventata il posto ideale dove riversare le frustrazioni dell’insensato vivere moderno, picchiando e violentando i nostri figli nel silenzio, uccidendo quasi una donna al giorno. È così. È inutile credere ancora il contrario. Non si può più voltare lo sguardo dall’altra parte. La sacralità della domus ha lasciato il passo alla spettacolarizzazione della violenza. Allora, se le mura domestiche sono state profanate, perché non guardarci là dentro? Perché non confrontarci con la realtà? Perché non renderci conto di quanto realmente facciamo ribrezzo come esseri umani?
Non è uno sguardo disinteressato e totalmente emotivo, come quello di milioni di telespettatori davanti al programma scandalistico in prima serata. È il tuo occhio a un millimetro dalla lama, è il tuo stomaco sconquassato sotto i colpi dei cazzi, è il tuo sangue quello che bevi durante l’ultimo bacio. È uno sguardo coraggioso, in una società in preda al panico. Uno sguardo cosciente, in mezzo a tanti piccoli esserini che giocano a fare i grandi, i moderni. Uno sguardo realista, in una realtà che non può più permettersi di far finta di niente, l’omertà.
Perché, pare chiedere implicitamente la Carnaroli, allora, non cercare di capire? Perché non lo vogliamo capire? Femminimondo, Alessandra Carnaroli, Edizioni Polìmata, Roma 2011.

sabato
ventinove maggio
padre

mi spegnavi le candele nel sedere
così contavo quanto ci badavo
a diventare grande
a farmi crescere le ghiandoline a farci venire il latte
ti chiamavo mostro ma solo di notte
quando mi sentivano i muri attaccati con la muffa
e il cruciverba che mi mancava sempre una parola
tu mi dicevi vieni qui che te la dico in un orecchio
e ci lasciavi la lingua
i denti
lo stomaco sporco che mi passava da dentro
lasciava le macchie come le ciliegie sui panni
tirava giù i piatti i reni mi veniva il prolasso
dell’osso

soffocata nel letto
con la stoffa
in bocca
la donna
ecuadoriana
era a v
da quindici giorni
si prostituiva

si fa così coi maiali con le bestie
le leghi nel cancello
le fai morire d’aria
la pelle gli suda gli tira tutta
vedi che sotto c’è il sangue arrampicato sugli ossi
vedi che si sforza per arrivare al cervello
alla fine non gli arriva più niente
casca dal letto come le foglie
stava
la puttana
in autunno
marrone

sette agosto
turistafrancesce
violentata
a
dopo serata
a
da

turistafrancese
hai bevuto moltissimo e quindi ti posso scopare
ti metto contro il muro tanto anche io ho bevuto
e te lo metto dentro molto forte perché tanto non senti niente
l’alcol si usa anche per il mal di denti
per disinfettare gli orecchini prima di metterli
per accendere il fuoco alla svelta
viene il sangue vuol dire che ho rotto qualcosa
tipo la pelle la pancia
forse ho bucato un polmone
allora ti sgonfi
gli occhi ti vanno all’indietro le tette anche
e non sei più bella come prima e sporchi
quindi è meglio se ti lascio qui
e ti trovano domani mattina
quando il sangue ha finito
di farti i capelli come il legno
ti fanno la croce
che non ti stanno neanche bene
eri meglio prima

Alessandra Carnaroli (13/04/1979, Fano-PU), vive a Piagge (PU). Pubblica nel 2001 Taglio intimo, Fara editore. Nel 2005 la raccolta poeticaScartata è finalista al premio “A. Delfini”. Nel 2006 alcune poesie sono pubblicate, con una nota di A. Nove, in 1° non singolo (sette poeti italiani) Oèdipus edizioni. Nel 2011 pubblica FemmINIMONDO, Polimata, con una nota di T.Ottonieri. Nel 2011 partecipa a RicercaBo. La raccolta inedita Prec’arie è finalista al premio Miosotis 2011, D’If edizioni. Prose e racconti sono pubblicati in diversi siti e riviste (Alfabeta2, Il Verri, Atti Impuri, Nazione Indiana).

(note biografiche dal sito di Pordenonelegge)

Inediti di un altro corpo: Giuseppe Martella


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«Sei lì? Mi senti? Sei lì anche tu? Un corpo in bilico sul baratro? Permetti di presentarmi, mi chiamo. Tu sei? Ah, piacere.» L’ho trovato per caso, anche se non credo al caso, mi era accanto. Non una presenza estranea. Sulle prime non ho sentito alcun disagio. Altrimenti, dopo poco, pochi momenti, attimi appena, ho avvertito agio. Quasi un’ombra confusa con la mia. Strano, no? Ombre intersecate, spalmate su una porzione comune di terreno franoso. Eppure la fonte di luce è la stessa, spiovente, in faccia, dolorosa. Sono stato contento. Quasi commosso. Ecco, commosso forse no. Non c’è più spazio per la commozione. Non credo più, in fondo non voglio, alla commistione poesia/commozione, anzi no, poesia/emozione. La poesia è un lavoro e sapere che c’è qualcuno che fa il mio stesso mestiere mi fa tirare un sospiro di sollievo. Non credo che serva conquistare scampoli di mercato. Frontiere. C’è solo un lavoro da fare. Farlo insieme ci risparmia dalla fatica, soprattutto dalla frustrazione. «Tu sei? Ah, piacere.»

Giuseppe Martella viaggia su una linea, un confine, un bordo. I suoi piedi non sa dove metterli ancora, sono certo. Nella poesia? Nella prosa? So però che cammina con circospezione, soprattutto con grazia. La stessa grazia di un monaco giainista. In totale rispetto, quasi asservimento, verso le piccole cose, animate e non. Lo vedo camminare in punta di piedi. I tendini tesi per lo sforzo. Gocce di sudore nei calcagni. In attesa, silente, morigerata, di staccarsi dal suolo. Prendere il volo. Ora sta qui, vicino a me. Sento il suo respiro. Nessun affanno. Sento aria consistente che entra ed esce. Il ritmo cadenzato. Calmo. Il corpo è fermo. Eppure. Ci ricorda il suo corpo, le sue parole ricordano, un piccolo miracolo.

Un poco, riposiamo con lui.

 *

C’è stata una vita anteriore, un suo ricordo,

che ha dispiegato e inciso il tuo presente di voce.

Lo so perché ti leggevo, e ti leggo: Due anni fa,

nel pieno di un nero che mi faceva venire voglia

di urlare fino a stracciarmi i polmoni…

*

I nostri corpi fatti di cose, tutti

i nostri corpi disastrati,

che oppongono un minimo stupore

alle cose. I nostri corpi accidentati,

oggetti d’amore, non sanno più

chiudersi se non in loro stessi, appena

incistati in una placca di dolore.

*

Tutto questo disastro non dà pace, non

ne ha, non trova casa, non ci riporta nel sigillo.

Né basta la parola – non basta mai, non basta

a sé stessa – e l’infinito è scomparso nel poco.

I tetti, puntuali, hanno perso memoria,

sono franati, ci hanno definito.

*

Il cielo era una palpebra socchiusa, le finestre

erano illuminate, le cose stavano dentro l’ombra,

le strade erano entrate in un ordine diverso,

nutrivano altre fughe. Ho tolto molti chiodi

dalle suole, ma non per questo il passo

è più leggero. La pianura insiste nel suo variare

e si viaggia senza ritorno. Accettare questa

perdita di confini, queste strade slabbrate,

può essere un tentativo di inclusione. Eppure

le cose insistono anche se non sono definibili,

come queste finestre illuminate.

*

Non godono di questa tregua, non sanno

goderne. Si pensano desideranti, soppesano

il cuore in un cuccchiano. Dovrei invece

trovare una scure, il momento più giusto

per mutilarmi e scorciarmi in un profilo.

Come questa foglia, caduta per morirmi accanto.

Giuseppe Martella ha pubblicato la raccolta di poesie Canto, con una postfazione di Giulio Ferroni, e la plaquette Ecce homo per Errant Editions. Attualmente sta pubblicando, a puntate, il racconto lungo Il prigione, sempre per i tipi di Errant. Nato a Chieti nel 1978, attualmente vive e lavora a Roma come editor freelance e traduttore tecnico-scientifico.
Chiappanuvoli

Kamikaze (e altre persone) – Gian Maria Annovi


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Danno la loro vita per un ideale più alto, più importante della vita stessa, che così ne è rimpolpata di senso. Li chiamano kamikaze, ma sacrificano la loro vita anche altre persone. Accomunati, gli uni e gli altri, proprio da questo ideale più alto, che sia un scontro di civiltà, che sia Dio, che sia la dura legge del mercato globale, che sia una cartella esattoriale. Al centro è il corpo, in alto è l’ideale, in basso è l’essere umano, intorno, tutti noi con la bocca ripiena di parole preconfezionate, cavate fuori da un antico libro sacro o dal quotidiano dell’altro giorno, ripulite e luccicanti per dare un senso agli inspiegabili eventi dell’oggi. L’oggi è il ventunesimo secolo, “uomini che precipitano / (così inizia un secolo)”, e così inizia un libro, Kamikaze (e altre persone) di Gian Maria Annovi (Transeuropa, collana Inaudita, 2010).

Il linguaggio poetico si dà decomposto, frammentato, difficile da rimettere insieme, proprio come il corpo di un uomo saltato in aria. E così diventa estremamente facile – una tentazione identitaria – riempire quegli spazi mancanti, i brandelli oramai scomparsi, con parole astratte, sradicate del tutto dai corpi stessi che le hanno create. Restano come macchie di Rorschach alle quali ogni gruppo – sociale, religioso, politico – è libero di attribuire il senso che crede. Resta una poesia sfilacciata, sottile, che lega come ragnatela il World Trade Center e la Cecenia e la Striscia di Gaza e Piazza Gaetano Alimonda. Resta una voce rotta, distrutta anch’essa, dal dolore, una voce che si fa nostra voce e che tenta di dire, ci tenta di dire, avvisare, mettere in guardia. Ma non ha alcuna pretesa di spiegare, di saturare il vuoto che ci annienta tutti. Questa voce, la voce di Annovi, sa che la nostra lingua, come tutte le altre lingue del mondo, non ha più la forza di spiegare, non è più capace di scrivere i nostri racconti individuali tra la nascita e la morte: “la lingua-malanno che passa / (passeremo)”.

Restano queste parole, poesie generazionali, slanci atemporali tra laghi di silenzio privato.

disponimi cose nel corpo
che esplodano:

riempimi il vuoto delle
palpebre

(che il tuo respiro è un timer)

quel ticchettio che hai dentro

che prima o poi si ferma

c’è cena e cibo
sui tavoli che solleva

pensiero che gravita
acceso
al centro del corridoio

tu sei la porcellana
cinese che si frantuma

la donna cecena
che sgrava tritolo

parla la lingua che non conosci
che non comprendi ma ha
senso

(secondino e persona)

tu corpo-ostaggio
ostinato ostacolo a te stesso

mal mediato da media
che di fatto trasmettono

il tuo interno conflitto

la senti tra i cadaveri
tra i labbri spaccati

fare strage di nomi
parola imbottita di chiodi e
tritolo

che stritola il coro degli assedi

(sommari esecuzione ed
atti corporali)

la lingua (ti dico) non muore

ma tramortisce

torneremo a chiedere il conto
persona secondo persona
al tetro stivale che ci scalcia
in una storia veramente poco
necessaria per la donna e
per l’uomo

noi che parliamo da fosse
comuni con respiro sepolto
nelle narici
nelle fosse nasali
con la torba nel cavo orale

con le ossa tutte abbracciate

con i triangoli al petto sgualciti

il sogno della lingua:

assurdo animale
o persona
che non si estingua

(canguro in fiamme)

bestia che fa segni
che fa salti e dolore

senza fare parole

_

Chiappanuvoli

La speranza è appesa a un filo – E. Macioci


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Io voglio bene a Philippe Petit, per due motivi. In primo luogo perché il 7 agosto 1974 passeggiò lungo un filo teso fra i tetti delle Torri Gemelle, a centodieci piani e quattrocentosedici metri d’altezza, realizzando un’impresa a cavallo tra follia, coraggio e insondabile gratuità (ancor oggi, guardando le foto, non si riesce a credere ai propri occhi); in secondo luogo perché da quell’impresa trent’anni dopo l’irlandese Colum McCann ha tratto spunto per scrivere uno dei più bei romanzi contemporanei (no, non è un libro sull’11 settembre; e sì, lo è): Questo bacio vada al mondo intero, vincitore nel 2009 del National Book Award e nel 2011 sia dell’International Impac Dublin Literary Award che del Superpremio Bottari Lattes Grinzane (titolo originale Let the great world spin, Rizzoli editore, nell’eccellente traduzione di Marinella Magrì).

Il romanzo è un coro. Vi compaiono: un prete dannato in cerca d’una improbabile, francescana redenzione, uno scrittore smarrito che trova l’amore per la via più inaspettata e contorta, prostitute adulte e ragazzine e quasi bambine, giovani hacker irrispettosi, graffitari avvolti nel mistero, giudici quietamente rassegnati, madri depresse che hanno perduto i figli in guerra, artisti falliti e fuggitivi, persone disilluse ma tenaci, provate ma dignitose, spesso disperate ma mai davvero senza speranza. Il centro del coro è lui, Philippe Petit, l’acrobata sul filo; gli altri personaggi assisteranno, chi prima chi dopo, più o meno per caso (ma esiste il caso?), alla sua incredibile traversata, o ne saranno in qualche modo toccati; e lui stesso infine scenderà giù, di nuovo uomo fra gli uomini, per subire in tribunale le conseguenze del folle gesto, per risarcire il mondo ordinario, il mondo della noia, ferito da tanta prodigiosa irresponsabilità.

La bravura di McCann sta nell’orchestrare, con maestria vicina alla perfezione, le mutevoli vicende, stando sempre attento a che il perno narrativo e poetico resti il funambolo, la sua dolce utopia realizzata; ma oltre al senso del ritmo McCann sfodera uno stile struggente, semplice e profondo, né patetico né banale, capace di frugare nel quotidiano per trarne fuori autentiche perle di magia, vorrei dire di metafisica, comunque di mito.

Mai, neppure davanti alla malattia, alla morte e all’avvilimento più cupo, la luce che anima il racconto viene meno; una luce tenue, primaverile, la luce verde del fogliame, una luce che pervade le righe e le parole e perfino i silenzi tra le parole. È a una simile luce che io penso immediatamente quando penso al romanzo; e subito dopo al funambolo, minuscolo punto scuro contro l’immenso cielo di New York, fragile e indifeso eppure vincitore, sospeso sull’abisso che è la sua vita, la vita degli altri personaggi, la vita di tutti noi. “Sotto, gli spettatori inspirarono all’unisono. L’aria parve improvvisamente condivisa. L’uomo lassù era come una parola a tutti nota, sebbene nessuno l’avesse mai udita.”

Enrico Macioci

Disturbi del sistema binario – Valerio Magrelli


Appendice

L’individuo anatra-lepre

Indico una determinata macchia della figura e dico:
«Questo è l’occhio della lepre e dell’anatra».
Ma in questo disegno come può qualcosa essere occhi?

L. Wittgenstein

1

[Se voglio essere onesto (nessuno è mai onesto, men che meno quando recensisce qualcosa), devo dire che le poesie di Valerio Magrelli contenute in Disturbi del sistema binario (Einaudi editore, 2006) non mi piacciono, non rispecchiano i miei canoni stilistici. Quanto segue ha la propria ragion d’essere nel “quanto detto” nell’opera, più che nel “quanto piaciuto”. Disturbi del sistema binario è composto di tre parti. Nelle prime due parti il panorama è familiare, reale e realistico. I versi trasudano un “mi par d’essere qui, di questo mondo qui, tra queste mura qui, d’aver vissuto queste cose qui, d’essermi stupito e arricchito di queste meraviglie qui”. Qui, mi concentrerò invece solo l’ultima parte, l’Appendice – L’individuo anatra-lepre. L’Appendice costituisce a tutti gli effetti “un corpo estraneo”. Dalle parole dello stesso Magrelli: “È stato come accorgersi che il Nemico ha un avamposto in casa; in più, che la sua azione si colloca a livello neurologico. Nella stessa maniera, l’immagine dell’individuo anatra-lepre si è insediata nel libro senza che il firmatario potesse farci nulla, se non provare a esporre, tramite questo dialogo, le ragioni della propria resa”. Tutto inizia con un’amara scoperta fatta un “6 gennaio” dal poeta stesso. La scoperta dell’individuo anatra-lepre. Di fronte al disegno, qualcosa s’inceppa, inevitabilmente il piano ideale delle possibilità si ribalta. Cos’è l’individuo anatra-lepre? È anatra o lepre? Come è possibile che abbia due nature e mai visibili entrambe contemporaneamente? E cosa succede all’individuo che osserva l’anatra-lepre? Cosa cambia in lui/in noi? Di riflesso cosa vede in se stesso/cosa vediamo in noi stessi? Individuo, per definizione, è qualcosa di non divisibile, unico, l’essere umano, la persona insomma. Di fronte al duplice segno-significante “anatra-lepre”, invece, è l’individuo che sembra frantumarsi, sgretolarsi in doppi significati. Quella di Magrelli pare quasi una dimostrazione empirica del fenomeno, un’analisi antropologica. Giano bifronte si rivela non già l’immagine anatra-lepre (Ma in questo disegno come può qualcosa essere occhi?), ma l’essere umano stesso, la nostra intima, profonda natura. Si susseguono, domande come colpi di piccone, paure come istinti arcaici di sopravvivenza, risposte come meccanici comportamenti animali.]

[Eccoli, questi duplici esseri umani, popolano il mondo, siamo tutti noi]

In realtà lo dimezzano

Esseri doppi popolano il mondo.
Sembra che lo raddoppino,
in realtà lo dimezzano.

[E l’essere umano rifiuta questa sua natura così fatta. Preferisce non vederla. Davanti allo specchio, non c’è alcun riconoscimento.]

Guarda dall’altra parte

Domanda: e cosa accade quando
un’anatra-lepre si guarda allo specchio?
Chi vede? O meglio,
visto che appare prima l’anatra,
vedrà spuntare il suo secondo profilo?
Sarà cosciente d’essere una creatura doppia?
Purtroppo no, poiché,
grazie a un apposito commutatore neurologico,
non c’è passaggio fra le due metà:
Jekyll e Iago esistono soltanto nelle fiabe.
Questa specie di mostri disconosce
la sua parte mostruosa,
senza che possa esistere agnizione.
La crudeltà dell’anatra appartiene alla lepre,
che infatti, non a caso, guarda dall’altra parte.

[La nostra duplice natura è realtà. Siamo una sostanza infetta.]

Su una sostanza infetta

È inutile cercare di svuotare
i palazzi imbottiti d’amianto:
meglio buttarli giù, rifarli da capo.
Come vuoi che mi spurghi dell’ira,
questa lana di vetro, pulviscolo
di materiale altamente tossico,
questo franare di pagliuzze
che mi compone, che io sono,
impagliata creatura,
pelle cucita su una massa letale,
involucro appena, pellicola
su una sostanza infetta.

[È colpa della figura? Cioè, è colpa di come siamo fatti? No. È colpa invece del mondo errato in cui ci siamo sempre guardati.]

Lesioni nel cuore
Ma puoi davvero accusare la figura
d’aver volto la faccia,
d’aver cambiato viso? Perché,
sa ha sempre avuto due espressioni?
L’equivoco, piuttosto, dipende da chi osserva.
Si tratta di un difetto dello sguardo
che causa lesioni nel cuore.

[La parola, la cultura, riesce ad arrivare fino in fondo? Serve?]

 La quieta superficie?

La parola rimbalza sull’acqua,
arriva fino a dodici saltelli.
Complimenti! Ma cosa sa del buio
sottostante, la quieta superficie?

[Per giungere poi alla desolante scoperta. Nel profondo. Non c’è una terza dimensione. Tutto si gioca su due piani, su questa doppia natura. Questo è quanto c’è nella realtà.]

Orrore

Ecco l’orrore:
immaginare che la soluzione risieda
nel mistero della verticalità,
nel cuore delle acque su cui rimbalza il sasso.
Invece non c’è nulla nel profondo,
non esiste una terza dimensione:
tutto si gioca sullo stesso piano,
anzi, nella medesima figura!
Basta solo guardarla in un modo diverso.
Flatlandia.
Io parlerei di inconscio complanare,
che nel mio caso fu un complanare errore.

[Ecco, dunque, il 6 gennaio, la scoperta, la “Nera Epifania”. La lingua, la comunicazione, la scrittura non servono più. Nel nostro profondo, lì giù in fondo, c’è sempre una doppia natura, sempre ignota persino a noi stessi. L’individuo è un errato punto di vista.]

Post scriptum

Addio alla lingua 

I.

Di colpo, un 6 gennaio di diversi anni fa,
conobbi la mia Nera Epifania,
quando la lepre mi balzò agli occhi
e mi rispose mentre mi rivolgevo all’anatra.
Fino ad allora avevo ciecamente
creduto nella sacra liturgia del colloquio.
Comunicare, per me, significava comunicarsi
nella comunione di una parola comune.
Quel giorno compresi lo scopo del Giano animale:
vanificare, ossia «gianificare», ogni scambio verbale.
Adesso è un mondo invaso da ultracorpi,
dove chiunque potrebbe rivelare un profilo nascosto,
parallelo,
ignoto anche a se stesso.

Chiappanuvoli

Anna Maria Giancarli, una voce


Anna Maria Giancarli è un’onda di suono, un grido, una sorta di radiazione di fondo, cosmica, ecco, è come il rumore del vento dentro una grotta, baritonale, che esiste, indipendentemente dal resto del mondo. È una forza dirompente, a tratti, di certo, persistente, in equilibrio ammaliante sulle stanghette delle parole. Non un caso isolato nel panorama poetico italiano ma un lavoro, sapiente, una costruzione, paziente, sul caos armonico del fluire creativo contemporaneo. Anna Maria si è saputa ricavare il suo posto, legittimo, anche sofferto, quel posto però oggi è suo e di nessun altro. La Giancarli è un punto di riferimento nella nostra regione, l’Abruzzo, e una dei protagonisti di spicco della nostra città, L’Aquila.
In questi anni ha pubblicato 10 libri di poesia, tra cui un’antologia di suoi testi tradotti in rumeno. Nel 2007 ha curato le pubblicazioni del volume Elzeviri di Laudomia Bonanni e dell’antologia La poesia femminile in Italia nel 2010 l’antologia La parola che ricostruisce – poeti italiani per L’Aquila, tutte per le edizioni Tracce di Pescara. È presente in numerose antologie, riviste e quotidiani, nonché trasmissioni radiofoniche (“Zapping” di RadioUno). Può vantare le recensione dei più autorevoli critici e scrittori contemporenei (Spaziani, Frabotta, Lunetta, Muzzioli, Carlino, Fontana, Balestrini). È stata inserita nel DVD multimediale Dialoghi con i poeti Sanguineti, Muzziolie Perilli (2004). Partecipa a numerosi festival e manifestazioni, readings e letture pubbliche. Anna Maria, ancora è presidente dell’Associazione Culturale “Itinerari Armonici”, con la quale ha realizzato l’iniziativa multimediale del Poetronics (Poesia elettronica, alla XIV edizione) e Lapoesiamanifesta! in occasione della Giornata Mondiale della Poesia 2012, patrocinata dall’UNESCO. Collabora come critico letterario con i tipi di Tracce di Pescara, curando anche la collana “Segni del suono”, e con il Centro Documentazione Artepoesia Angelus Novus dell’Aquila. È fondatrice e membro della giuria del Premio Letterario Internazionale di poesia “Città dell’Aquila” (intitolato a Laudomia Bonanni) e del Premio Letterario Nazionale “Scriveredonna” (alla XVIII ed.). Lo scorso ottobre le è stato assegnato il Premio di poesia “Franco Cavallo”, organizzato dall’Associazione Culturale Campana, e affidato il compito di segnalare altre sei autrici che con lei hanno dato corpo all’antologia tutta al femminile La poesia come luogo delle differenze, a cura di Alfonso Malinconico (Marcus Edizioni, Napoli).
Minuta di fisico, Anna Maria è corpo di poesia fatto di parole “indocili”, spese al servizio delle questioni di genere, impregnate di una vena politica sana, rivolte sempre alla ricerca del nuovo verso da scrivere. Anna Maria è una voce reale e indipendente.
[riferimenti biografici da La parola indocile, Anna Maria Giancarli, Impronte degli Uccelli, Roma 2011]

Il peso dolce/amaro del momento, un rituale. La creazione.

INQUIETO RITUALE (da I trucchi del reale, Manni editore, 1999)

Immobilità cerebrale vedere e non parlare
stendersi polvere d’oro sugli occhi enumerarsi all’infinito
i perché i percome i perquando
lavarsi i sudori inventarsi un nuovo look demenziale
dovunque massaggiarsi velarsi sentirsi angosciarsi
godersi una fatica lavorarsi una speranza cavalcarsi un delirio
nel frattempo sedersi a teatro a cinema al concerto al cesso
impostare il tempo da aspettarsi scriversi una lettera di ricordi
smemorarsi di tutto imbellettarsi di disperazione
inchiodarsi ai secondi urlarsi di (r)esistere con un’idea in mano

Il carico dell’amore del corpo, significato dalla passione e dal rimpianto del tempo.

ORE 6:30 – AUTO DA FÈ

Filodrammatico il corpo equivoco sconosciuto fin dalla nascita
manifesta segni pavidi di cedimento con ardori-rossori non abbandonarmi
ora naufrago nel mercato melma dello stige una frase
imbellettata può forse farti riemergere ribèllati al fato forse potrai
promuovere un baratto che facciamo forse avremmo potuto partire
e non siamo andati mi sento in colpa eri nuovo compatto rigoglioso
e ti ho trascurato ora ti coniugo al passato oggetto di memoria
d’affezione gioco suono mappa racconti la mia storia ogni centimetro
un video in bianco e blu fai parte di me non devi gettare bombe
americane e volare sono piena di senso e vuota di danze plano
su fogli bianchi imprimo segni navigo in pozzanghere e volo con la
scopa lento pede mi avvio oh principe straccione in tramonto con
balzo cromatico raggiungimi ti tratterò in guanti bianchi
stringiamoci tralasciando le questioni di principio avvinti in un
destino acrobatico un certo savoir faire ci vuole siamo dello stesso segno
zodiacale maniacale vivendo di ricordi compattiamo frammenti
vuoi o non vuoi fonderti col fuoco del mio distico (elegiaco?) in
xerocopie infinite guscio stretto farfalla ninne nanne cantandomi
mima nenie andremo lontano esperti di sete e fame amami ancora

Considerazione del reale, non più che ritmo, e speranza che senso denso dà a quel ritmo.

LO MI COR NON S’ALLEGRA DI COVELLE* (Inediti da Sconfina/menti, Campanotto Editore, Udine 2006)

Grazie ad una seria di risultati – premesso un corollario –
con oculata cura opino l’esistenza d’un sofista
su una serie di parvenze mi soffermo con fatalità
cercando un punto saldo di rilevanza
smemorata di me disarmata
qui non si sfugge si scrive col corpo
in realtà di reale esiste il ritmo
¿adios a-dios claro?
il dolore intreccia nodi e cerco di scovarlo
prima che diventi il mio assassino/altrimenti/
nelle terre di nessuno in balia d’ogni banda
si clonano ipocriti tra farse pubbliche e private
mille e mille lune si chiedono chi ha ucciso la collera
e i nostri pugni in alto a sedurre il futuro
anche i poeti hanno perso fascino e forza nella mente
tristezza avanza/amara persino la neve/
crudeli le piogge d’idiozia tra i doppi e tripli sensi
non è serio a rigore/è forse crepuscolare
ma è tempo di sfidare ancora stelle libere
avvolti da piumaggi allegri – cogitare – con sfarzo
secondo lingua lavata dal marcio della pazienza

* di alcunché, di nulla (da un sonetto di Cecco Angiolieri)

Del momento. Del silenzio che porta con sé tutto il mondo, universale, cosmico, lei custode e padrona.

ELOGIO DEL SILENZIO

Tu vesti il silenzio di memoria da ora tu
gioisci nel dolce ritmo del fluire tu incantato
sempre tu in quieta solitudine aromatica assapori
tu blandisci il corpo / allerti gli scippati sensi / odori
ti rifugi in era silenziosa con ali di carta
in un sogno tintinnante scivoli ed a tratti sparisci
sotto mentite spoglie
mi piace entrare in tale selva coi capelli al vento
con un passo di dea sulle radure lasciare orme leggere
invisibili segni e sorrisi mi piace intonare
in questa stasi densa-liquida mi piace s/vagare
col viso di luci ed ombre increspato mi piace che mi giochi
facendomi frutto vellutato raro come l’oro d’un tesoro
con leggerezza intonata
noi ci apriamo in foreste secolari di silenzio
in questi luoghi silenziamo anche il respiro
noi ascoltiamo assonanze d’incorrotto senso
nel minuzioso esplorare dubbi di sogno diluviamo
il silenzio inseguiamo ombre e folletti carichi di mito
come alberi per desiderio di luce in silenzio svettiamo

Anna Maria Giancarli, una voce.

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