Il cammino immaginato di Umberto Padovani e Leonardo Alberto Caruso


Nella bellissima cornice di Palazzo Ducale, presso la galleria Divulgarti viene presentata la bipersonale di Umberto Padovani e Leonardo Alberto Caruso. La mostra curata da Loredana Trestin porta in scena un duplice racconto. Un cammino immaginato, che si dipana in altrettanti sentiri di significato e senso. Strade parallele e storte che abbracciano le canzoni di De André e si stemperano nelle incisioni. Un percorso di formazione fantastica quella dell’artista ligure, una ricerca maniacale del simbolo che si trasforma in qualcosa di assolutamente nuovo alla vista. E’ proprio nelle incisioni che l’attenzione si focalizza. All’interno di queste figure deformiche stigmatizzano il nostro mondo e i personaggi bipolari che lo popolano.

Ci troviamo di fronte ad una narrazione che unisce la tecnica all’esoterismo medievale con uno stile fumettistico e sarcastico. Un insieme tenue e colorato di emozioni e linee che si abbracciano.

Lo scultore Carlo Alberto Caruso, maestro indiscusso della scultura propone una “madonna” che è l’emblema dell’immaginato. Un misto di linee e forme classiche che si perdono volutamente nell’espressività mai banale dei volti e dei corpi. In una commistione di rigidità delle pose mitigata perfettamente dalla morbidezza delle emozioni che si vengono a creare.

Dott. Christian Humouda

Il dolce erotismo di Manuela Tosi


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Benvenuta su WSF Manuela,

Chi è Manuela Tosi. L’artista e la persona?

Credo sia una delle domande più difficili che si possano fare ad una persona.
Chi sono?
Ognuno di noi, nella propria vita, si è sentito dire almeno una volta di mettere i piedi a terra perché era giunto il momento di farlo.
Perché decidere di fare l’artista equivale, per la società, a non lavorare e perché uscire dal pensiero collettivo porta sempre ad una sorta di emarginazione.
Per cui, per un lungo periodo della mia vita, mi sono conformata alla massa e ho seguito un percorso che fosse conforme all’ideale collettivo e “accettabile” .
Ma in realtà io, quei piedi a terra, non li ho mai messi.
Sono sempre stata una sognatrice, una idealista, una che pensa in modo trasversale, fuori dal coro .
Ho sempre pensato di essere diversa e mi ci hanno anche fatta sentire diversa e sbagliata.
Soprattutto sbagliata.
Ma questo “potere” (chiamiamolo così) che le persone hanno su di noi decade quando la vita ci mette alla prova e quando ci si riesce a guardare dentro .
Solitamente è dal dolore che si cambia e che si comprende con maggior chiarezza quali siano le nostre priorità e, purtroppo, è arrivato anche il mio momento di dolore nella mia vita .
La sofferenza dopo un po si trasforma rabbia ma, al contrario di quello che si crede, questo sentimento non è negativo ma è un motore che ci spinge ad agire e che ci porta a comprendere con più esattezza cosa siano il giusto e lo sbagliato e, soprattutto, cosa sia giusto per noi stessi.
La parte di me che fa arte e che crea è quella libera dal giudizio ed è anche la parte che sa esattamente cosa sia giusto per lei e quale sia il suo ruolo in questa vita.
La parte di me che crea è la parte che mi ha salvato e che mi salva la vita ogni giorno.
La parte di me che crea è la parte che mi rende viva.
Senza questa parte di me, probabilmente, non esisterebbe nessun’altra persona.

Come e quando inizia il tuo percorso artistico?

Fin da bambina volevo fare l’artista.
E non parlo solo del disegno (che è la mia più grande passione) ma parlo anche della scrittura e della musica.
Avrei voluto imparare a suonare una marea di strumenti musicali.
Avrei voluto scrivere un romanzo.
Volevo vivere in una roulotte, volevo un cavallo e volevo girare per il mondo vivendo di arte.
Alla fine, tra tutte queste cose, ha prevalso quella piccola creatura che si alzava al mattino presto per disegnare e che svegliava tutti per poter mostrare le sue opere.
Il mio percorso nasce esattamente da lì e da quella bimba di quattro anni che voleva poter fare tutto

Cosa dà e cosa toglie creare?

Ho sempre sentito dire che se “sposi” l’arte tutto il resto viene a mancare perché, una volta abbracciata, tutto ciò che hai attorno ed accanto a te decade e perde di importanza .
Per me non è stato esattamente così.
L’Arte può diventare una meravigliosa fuga dalla vita reale e, fintanto che sei lì, in effetti nessuno può raggiungerti
Ad ogni modo posso dire con certezza che questo “mondo” mi ha soltanto portato doni…
A partire dalla sensazione meravigliosa che si prova ogni volta nel vedere nascere qualcosa di vivo e di tuo da un semplice foglio di carta fino alle persone che hanno iniziato a entrare nella mia vita dopo aver finalmente realizzato questo “matrimonio”…

Quali cose ti mancano per una completa maturazione artistica?

Non credo che esista una completa maturazione artistica.
Sarebbe un dramma se esistesse.
Significherebbe non avere più stimoli e non cercare più nulla.
L’Arte è continua ricerca e continua evoluzione.
Cosa mi manca?
Tutto.
È grazie a quel tutto che cresco ogni giorno un po di più e che continuo la mia ricerca di un qualcosa di più grande e di migliore
Guai se fosse diverso

Le tue opere hanno un sensuale realismo, qual’è il messaggio nascosto dietro ai tuoi disegni?

Dicono che ognuno di noi sia esattamente ciò che crea.
Non so se valga lo stesso per me tuttavia questa mia continua ricerca di queste figure femminili e sensuali credo che equivalga ad una mia continua ricerca interiore di quella parte di me che credo mi appartenga ma che resta ben nascosta dietro ai miei colori..

Tra le tue esposizioni ricordiamo la Kermesse di Next Stop Venezia, cosa puoi dirci di questa esperienza?

Penso che Venezia sia un sogno per la maggior parte degli artisti e il contesto di bellezza che ha fatto da cornice a questa Kermesse ha reso il tutto ancora più magico.
Posso soltanto dire che ogni artista dovrebbe avere la possibilità di vivere almeno una volta nella sua vita questo meraviglioso “sogno” .

Come vedi la “salute” dell’arte contemporanea?

Penso che la “salute” dell’arte contemporanea sua diventata molto precaria.
Qualunque cosa, ormai, viene definita arte a discapito di chi crea realmente opere d’arte.
E credo, anche, che l’arte stia perdendo il suo vero valore.
L’Arte è da sempre vita, bellezza, benessere, “ricchezza” ma, purtroppo, sono tutti troppo presi da milioni di impegni e anche da cose superflue per potersi ancora soffermare ad ammirare e a respirare lo splendore dell’arte

Cosa consiglieresti ad un giovane artista emergente?

Ogni sogno richiede almeno un atto di coraggio
Per cui il mio consiglio è quello di non avere paura nel seguire le proprie inclinazioni e i propri sogni perché è molto meglio fallire rispetto a non aver mai provato
Un fallimento si può accettare
Un rimpianto resterà per sempre un rimpianto

Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi futuri progetti?

Senza fare elenchi o entrare nello specifico posso soltanto dirti che continuerò il mio percorso con tutta l’energia e il coraggio possibile affinché questa strada non si interrompa mai…

Grazie Manuela

Dott. Christian Humouda

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Genova città dei gemelli a cura di Coca Frigerio


Dire che Genova è la città dei Gemelli non vuol dire che vi nascano molti gemelli, ma che in città si nascondono esempi di gemelli statuari, mistici custodi di pietra a guardia di portoni, portali e archivolti. Figure colossali a immagine intera o a mezzobusto sotto forma di cariatidi, retaggi Erculei, cavalieri medioevali, Sirene e Tritoni come deità marine, o antiche figure rappresentanti le protettrici delle stagioni terrestri, oppure Angeli o Arcangeli o presunti santi ed eroi solari come S. Giorgio protettore della città, entrati a far parte dei miti della cultura rinascimentale di Genova.

Scoprire dove sono, a quale palazzo appartengono, se vi è un nesso tra l’immagine e il palazzo, è un gioco simile a una caccia al tesoro, alla scoperta dei personaggi dal doppio aspetto gemellare. I gemelli a volte possono far riferimento al doppio valore di un presunto orientamento nord/sud o est/ovest come indica chiaramente l’esempio di Giano bifronte, sulla cupola del suo tempietto a pozzo, di lato alla cattedrale di S. Agostino di Porta Soprana. Il nome di Giano sembra legato in epoca romana al recupero di alcuni significati ricorrenti. La sua caratteristica di essere Bifronte indicava non soltanto una doppia direzione, ma anche la sua derivazione dai gemelli Castore e Polluce, antichi Dei dell’Olimpo greco, tramandati nei secoli fino agli dei Termini romani. Il nome Terminus era rappresentato dai gemelli dell’anno solare, figli di Zeus e di Giunone, preposti a significare il termine del ciclo della primavera e l’nizio del solstizio estivo, nonché la metà del percorso della luce di apollo, l’auriga del carro solare. Il primo segno dei nostri gemelli è perciò Giano, archetipo della città di Genua o Yanua latina, costretta da sempre in una lingua di terra stretta i cui abitanti per espandersi dovevano navigare. Così sul tempietto il vecchio Castore guarda il monte e il giovane Polluce guarda verso il mare. Ma il Giano latino era anche considerato il custode del cielo, che regolava l’apertura e la chiusura delle porte del cielo, dalla notte al giorno, il Mattutinus Pater. Già in epoca Fenicia Genova appariva dal mare come Agrigento, un agglomerato di case, sospese una sopra l’altra, per i dislivelli di terreno, tra un promontorio e l’altro, frutto di memorie e mescolanze di razze che provenivano sempre dal mediterraneo. Il Dio Giano di epoca romana era il dio della transizione, del passaggio e della soglia, della pace e della guerra, patrono degli Jani, cioè degli archi di passaggio. Anche recentemente quanti archi, spesso ormai murati, si vedono all’aesterno delle case come logge o ponti che passano tra un palazzo e l’altro. Da Palazzo Ducale al mare, per esempio, fatti per collegare e favorire i passaggi o le fughe dei proprietari. Armatori, nobili, cavalieri. Dalle coste Dalmate ala Turchia e in tutto il mare conosciuto nel medioevo, Genova contendeva a Venezia il diritto di piantar leoni, cioè di occupare territori per costruire fortezze, che controllavano il passaggio delle navi delle repubbliche marinare. Ma Genova erigeva anche torri e quartieri dei commercianti, case di pietra prima, intonacate e colorate poi. Dove c’è una torre con un Leone di S. Marco e una piazza porticata prima o dopo il mille in tutte le coste slave e fino alla Turchia e alle isole greche di Rodi e Cipro, sono passati i veneziani. Dove c’è una torre o una muraglia da Costantinopoli a Malta, in Sicilia e in Sardegna prima e dopo il mille si sa che sono passati i genovesi, che s’insediavano e creavano quartieri commerciali dal’occidente all’oriente. Giano era anche il dio dei commerci, detto Patulcius alla romana, patrono delle porte Yanue indice del potere che tutto apre e che tutto chiude.

Giano è Geminus, cioè duplice quando segna i confini dei campi, delle messi o dei porti, dei passaggi di terra e acqua. La via Pré che termina alla Commenda, ostello e rifugio, nel porto medioevale dei cavalieri templari, portava fino a pochi decenni fa il nome Prè con un simbolo solare inciso nella targa con la scritta “il precursore d’oriente”. Il termine indicava il cammino templare dei cavalieri dall’oriente all’occidente visto come omaggio al percorso solare. Anche perchè è dall’oriente che noi abbiamo importato il valore antico dei simboli poi trasmessi dala chiesa cristiana. Costantino, il grande imperatore romano di Santa Romana Chiesa conquistò per la prima volta l’oriente, con il vessillo del segno crociato “la Crux solare” di Bisanzio conosciuta dal popolo come simbolo del Dio Sole d’Oriente, non di Roma, perciò non fu combattuto e vinse nel nome del simbolo che portava. La simbologia è importante per la conoscenza della memoria collettiva nata dalle prime osservazoni umane, precedenti la scrittura.

L’uomo ha sempre disegnato l’orizzonte con una linea e il sole con un punto sopra la stessa linea. Per tutte le religioni solari meditarranee, quando il Dio Sole sembra morire e scomparire sotto la linea dell’orizzonte va in un altro mondo, che sta sotto il confine del mare e del cielo, abitato dai Gemelli Dioscuri, gli dei della luce e delle tenebre. Ci sono voluti migliaia di anni per disegnare il nostro sistema solare, osservando le stelle e il loro movimento. Una croce o una svastica indica il passaggio di otto punti del viaggio che il sole sembra percorrere dal suo sorgere mattutino. Lo stesso viaggio che sembra compiersi in senso orario per la visione occidentale e antiorario per la visione orientale. Tutte le torri orientali e occidentali delle chiese di epoca romanica o i fonti battesimali sono d’impianto ottagonale per questa ragione. A Genova nelle stanze sotterranee del “tesoro del Duomo” si conserva il “catino d’oro alchemico” e il calice di vetro color smeraldo, di forma ottagonale, come reliquia del sangue di Cristo, figlio del Re dei cieli e dell’universo, conquistato dai cavalieri genovesi in una famosa battaglia contro gli “infedeli” nel 1400. Anche il tempietto di Giano a Genova è ottogonale e conserva un antico pozzo che si riempiva d’acqua per effetto di bradisismi marini, una strana formula simbolica battesimale. La stessa figura di S. Giorgio che combatte il drago, simbolo della città, è un altro antico messaggio. Il cavaliere che combatte gli infedeli rappresenta anche la luce della conoscenza superiore che combatte le tenebre dell’ignoranza, non a caso Genova è città dove i segni della Massoneria aulica sono riconosciuti e apprezzati nelle arti, nelle tradizioni e nell’artigianato. S. Giorgio è un simbolo solare come guerriero auriga del carro che gira il cielo del mondo. Nel suo nome le lettere Gio-R-gio indicano il doppio giro, dove la R sta per giro o per raggio di un cerchio. Dove passa il guerriero solare uccide il drago della notte e le sue tenebre, novello Giano.

Molte sono le porte del centro storico dove S. Giorgio appare a sconfiggere il suo nemico, spesso nelle formelle appaiono anche due guerrieri con la corazza, sono i sostituti degli dei Termini che sorvegliano le soglie. Confini della luce del mondo sul mondo da oriente a occidente e viceversa, a volte accompagnati da una donzella dall’abito fluttuante e sospesa in aria, che simboleggia la luna, la casta donzella celeste, detta la principessa. A Genova rimangono i segni del dualismo gemellare del bianco e del nero, del dio della luce e delle tenebre, nelle tradizioni popolari come nelle credenze religiose. La religione ufficiale ha sempre dovuto fare i conti con le memorie degli dei pagani e delle loro sembianze divulgate per secoli antecedenti il cristianesimo, costruendo ibridi che sussitono ancora. Per esempio nelle sfilate Pasquali dove i portatori del Cristo, rappresentanti delle confraternite in numero di 48 portatori di altrettante immagini di croci che raffigurano la sua immagine espongono 24 immagini di colore bianco e 24 di colore nero. Come mai? Forse il Cristo d’occidente è bianco e quello d’oriente è nero per ragioni razziali? Oppure si vogliono ricordare gli antichi accompagnatori dei viaggi solari? Ancora retaggi del giorno d’oriente e d’occidente in cui il re sole, Osiride o Zeus, Mitra o Giove, Odino o Apollo Astro, figlio del cosmo e dell’universo unico in tutte le epoche, nasce e muore ogni giorno di 24 ore! Se le confraternite nascono nel medioevo, che cosa tramandano nell’immagine della memoria popolare? Nelle confraternite cristiane il Cristo, figlio del Re dei Cieli è portato in processione in un trionfo di spighe di grano, è un dio messianico, delle messi, detto Messia. Il Duomo di Genova, segnato da pietre bianche e nere conserva riti messianici Pasquali e antichi, come la sua dedica a S. Lorenzo sta per Laurentium, portatore di lauro e Aurum, luce, splendore solare. Anche i Leoni guardiaporta si possono leggere come simboli solari d’oriente che si trovano in molti punti diversi del tempio e anche appaiono a grandezza naturale all’esterno della gradinata. Sono due figure gemellari del Sol Leone con sguardi divergenti ad est e a ovest a seguire la nascita e il tramonto solare, che un monaco segnala nella sua meridiana sull’angolo del tempio. Il motivo della ricerca proposta è quella d’individuare simboli gemellari trasformati nel tempo dalla città di Genova, Fenicia, Etrusca e Romana, un percorso mitico e paganeggiante, di una città delle più antiche dei porti mediterranei. Partiamo dunque dal lato destro del duomo per arrivare di fronte a palazzo Ducale, con la sua salita doppia prospettica e le colonne laterali di piazza Matteotti. Si ammira subito il fronte scenico del suo portale enorme, dai grandi chiodi a cupola, che creano centinaia di ombre diagonali sui due Nabis, gli dei marini gemelli, che figurano come immagini dei batacchi di bronzo. Sono triton, di origine arcaica, una sfida al potere del palazzo del mare. Portali e portoni giganteschi si aprono sui palazzi e i giardini genovesi della via Aurea Romana, via Garibaldi, che segue in discesa da piazza De Ferrari e piazza Fontane Marose , le sedi del potere degli armatori di tutte le epoche, ora luogo di banche, del palazzo comunale e di musei anichi. Nel cortile di Palazzo Lomellini figura la fontana più spettacolare di genova, con un loggiato sorretto da due telamoni che sorreggono le arcate di una fonte cascata a presenza nei suoi palazzi decori esterni di angeli michelangioleschi, di telamoni Erculei, di angeli bisessuati, di mascheroni diabolici, di sculture che rieccheggiano i trionfi della romanità nei timpani dei portali, tutti doppi e gemellari, tratti dall’origine degli dei Termiti abitanti della terra e del mare. La strada è rialzata rispetto ai passaggi dei vicoli di case torri che arrivano fino al mare, al porto antico romano, ma anche ai sottoportici medioevali, zona di transito di tutte le merci, fino alla succitata Commenda, luogo di ospitalità per pellegrini che andavano o venivano dalla terrasanta d’priente, da parte dei cavalieri detti ospitalieri, di malta. Nei sotterranei della Commenda ci sono tombe del periodo punico purtroppo non visitabili. All’interno delle mura dette del Barbarossa di Genova distrutta circa trent’anni fa per far posto ai cosidetti “giardini di plastica” figura ancora nelle stampe Alinari, si chiamava via di Mesena, deformazione del nome antico Maethana, di origine fenicia. I naviganti d’epoca erano Fenici, Egiziani e Cretesi, Maltesi e Greci, Siriani, Milesi e Hispanici, Sicani di Sicilia e Meseni, abitanti della Misia e naturalmente Liguri. All’epoca Genova si trovava sulle carte nautiche come Maeth Tzean (terra del mare di mezzo), che curiosamente assomiglia al suono di Mae Zena del dialetto ancora odierno e al termine spagnolo arcaico Mezon (casa dei marinai). Questo spiega la memoria e la sopravvivenza dei tanti personaggi mitologici di origine orientale di cui andremo a indagare per giocare a scoprire dove si trovano e cosa o chi rappresentano.

I miti dei gemelli custodi delle soglie

Andar per Genova e perdersi nel labirinto del centro storico, senza pensieri, in pieno giorno, con nessun altra guida che i propri occhi, da soli o in compagnia significa poter osservare i palazzi all’esterno e fotografare colonne e personaggi a stilofono o a telamone, maschere guardia portale e formelle a bassoriglievo che caratterzzano i portoni. Se si parte dal duomo di San Lorenzo che divide la città in due tronchi o lobi cervelotici e si va a sinistra verso piazza S. Bernardo si vanno a scoprire i gemelli Silvestri dell’anno solare detti vegetti, che stanno sdraiati sul timpano del portale a colonne del palazzo quattrocentesco a strisce bianconere al centro piazza. Se poi si sale per via Mascherona, dove si trovano le maschere del sole e della luna in processione, si prosegue fino a raggiungere la chiesa di S. Maria di Castello e si discende per via dell’arco dei santissimi Silvestri, ancora detti de gli omeni servadeghi, gemelli del vecchio e del nuovo anno nel medioevo. L’altra strada di S. Bernardo prosegue fino al mare lungo un itinerario che forse era anticamente un canneto o acquitrino, ricordato dal nome canneto il lungo e canneto il curto. Si incontrano in questa zona palazzi dai portali importanti con gemelli simili a oscuri silvestri con clave di tipo Erculeo. Ercole è personaggio ben diverso dai vegetti, ma a Genova sembra che l’iconografia si confonda nel confronto del mito. Ercole regge l’axis mundi, ma a Genova sembra che l’iconografia si confonda nel confronto del mito. Ercole regge l’axis mundi e comunque una clava di grandi dimensioni. Ercole è il nome del pianeta che gira in senso contrario alla forza magnetica del sistema solare. Ecco perché simbolicamente la sua clava veniva interpretata, sia dagli egizi che dai greci e i romani come l’asse centrale della rotazione celeste stellare o il fuoco sacro dell’energia cosmica e le fatiche di Ercole erano considerate imprese titaniche. Era infatti considerato il super eroe dello spazio, l’immagine trasmessa ai popoli mediterranei come il pianeta più pesante tra quelli conosciuti come Terra, Luna , Marte, mercurio, giove, venere e Saturno, l’unico pianeta che poteva tenere testa a tutti gli altri messi insieme, perciò Dio tra gli Dei, l’invincibile.

Tornando al Duomo, si scende verso Campetto e subito dopo si incontrano altri gemelli erculei o perlomeno figure seminude, vestiti di una pelle, che appoggiano i piedi sulla testa di leoni infelici. Il timpano soprastante contine due figure femminili sedute su cornucopie piene di frutta retaggi della dea fortuna o di Giunone, la grande protettrice terrestre. Arrivati in piazza Banchi dopo uno sguardo sui cornicioni peini di mostri sghignazzanti, si gira a destra per via San Luca, fino alla chiesa di S. Siro. Nei dintorni troveremo altre dame avvolte da pepli che lasciano scoperti i seni, sedute sopra i timpani dei palazzi oppure cariatidi rigide inguainate in corazze corpetto, come aggiornate Minerve.

Ritornando invece verso via Lomellini avremo le visioni più disparate. Dentro e fuori dai cortili, guardando dritti nelle facciate esterne si scoprono personaggi, mostri sogghignanti dai portali, sileni o ninfe e leoni, ma anche ritratti di personaggi storici, busti di guerrieri senza testa o semplici corazze e spade e amazzoni dallo sguardo duro. Sono sempre retaggi mitologici, una somma di situazioni e nostalgie, memorie di maschere nelle fontane, giardini segreti, personaggi mitici intravisti tra scalinate e colonnati, porte e portali, chiostri e cornicioni. Difficile riconoscere le origini di tutti i mostri che andrete a scoprire nelle simmetrice delle statue, nelle ripetizioni continuate per secoli fino agli ultimi esempi nella moderna via XX settembre. Agli affacci dai palazzi sulla strada e sulle vie laterali, da osservare come curiosità stravaganti, prima di prendere un autobus e proseguire verso il mare, da stazione Brignole a Boccadasse, passando per Albaro o meglio per Corso Italia. Allora ancora personaggi, dei alati, mostri liberty, draghi ninfe, dentro e fuori dai parchi di ville famose, di itinerari turistici. Il breve panorama che vi offriamo è del tutto insufficiente a tracciare il percorso gemellare genovese, ma speriamo che sia servito a svegliare qualche curiosità di ricerca. In questo caso potremmo avviare un percorso di caccia al tesoro per individuare le foto dei più segreti gemelli dall’800 ai giorni nostri. Siete pronti?

Se volete inviare foto di statue gemelle e semisconosciute sparse su Genova e dintorni potete farlo alla mail: Christian.humouda@gmail.com Tutte le foto pervenute saranno postate online con il vostro nome.

 

Prof. Cornelia Frigerio

Safu e la non estetica delle emozioni


Fulvio Salvi, in arte Safu, espone la sua personale presso il cortile maggiore di Palazzo Ducale a Genova. Una mostra pittorica e scultorea che viene proposta dalla Galleria Divulgarti sotto la cura artistica di Loredana Trestin.

Quella di Safu è un’ arte ricercata, che pone le sue basi sul non estetismo di Asgen Jorn. Un non-estetico che rifiuta il concetto di bellezza, senza apparire brutto. Le opere di Fulvio Salvi ricalcano un po’ questo concetto trasmettendo altresì, una forte componente personale, che trova le sue fondamenta solo parzialmente nei corpi neri e scheletrici di Basquiat. Quello che possiamo vedere all’interno dell’opera dell’artista genovese è qualcosa di più profondo. Una visione del mondo e del colore atta a coprire le brutture emozionali del proprio io.

Si rimane pertanto positivamente colpiti dalla capacità espressiva della cromia, che ci inebria, privandoci però, di quella possibilità di comprensione che solo in un secondo momento è possibile osservare. I quadri infatti, epurati dal colore, sono dei veri e propri fantasmi, vittime e carnefici di un mondo fantastico. Che rompe lo schema noioso dell’arte contemporanea producendo un contenuto di natura visiva. Un’emozione fruibile da chiunque abbia tempo e voglia di ascoltare. Qui ritorna nuovamente la scuola del genio del novecento Jorn e del gruppo CoBrA, fondato lo ricordiamo, per liberare l’artista dal controllo della ragione borghese.

Un’asimmetria oculare quella di Safu che cerca di donarci una duplice visione del mondo, una visione divisa tra la sfera fantastica e quella più meramente reale.

Le presentazioni del professor Daniele Grosso e del prof. Roberto Guerrini aprono ad una proiezione più ampia di ricerca storica. Un’indagine storico-iconografica che ci permette una maggiore comprensione dell’interiorità dell’artista, in un percorso che si propone come ultimo scopo quello di dare in modo più esaustivo possibile una descrizione sul passato dell’arte. La mia critica invece si basa su ciò che stiamo osservando e vivendo in questa nostra contemporaneità.

Safu è un graffittaro degli anni duemila, che presenta una carica interiore ben superiore a quella politica. Per questo non mi sento di associare le sue opere al ben più famoso Basquiat. Quella mostrata è un’ arte poliedrica che abbraccia in parte il design della forma e la stigmatizzazione deformata dei personaggi.

La sua visione del mondo è una liberazione da un controllo imposto, che si dipana sulle tele come un momento di assoluta libertà, una rottura verso una convenzione estetica e personale, troppo sottile per essere vista.

Dott. Christian Humouda

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Next Stop : staffetta d’arte


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Nella splendida cornice veneziana di Palazzo Zenobio sotto la direzione artistica del Dott. Angelo Bacci e dei curatori Annarita Boccolini e Loredana Trestin, si ha la possibilità di perdersi tra collettive e bipersonali che abbracciano e intrecciano contenuti, emozioni, forme, nuove e innovative. Un percorso quello presentato, che riporta l’arte figurativa dentro ad una Biennale contemporanea che è altresì la perfetta sintesi di alienazione concettuale nella quale l’uomo moderno vive.

Next Stop è un ritorno alla poesia emozionale dell’arte, un cammino che s’intreccia alla denuncia per niente velata del padiglione Cuba- Arte.

Questa moderna “Staffetta d’arte” è un vero e proprio organismo, composto di emozioni colorate e diverse. Il non presentarsi con un tema proprio è stato forse, il modo più semplice per lasciare libertà agli artisti partecipanti, ma soprattutto è stata un’occasione di dialogo diretto con noi, attraverso le forme del loro lavoro.

Interessante ancora è la ricerca emozionale e in questo caso, mai banale, che l’opera dona. L’artista creatore di questo microcosmo scompare, lasciando finalmente libera l’opera dal limite dei desideri espressivi dell’ideatore. Qui é lo spettatore che deve filtrare il mondo attraverso la sua personalissima visione e aggiungere o togliere qualcosa a quello che sta osservando.

Una particolare menzione va alla Galleria Divulgarti curata da Loredana Trestin e al Cerchio Cromatico di Mauro Dell’Aira e alla Dott.ssa Mattea Micello. Altra menzione di merito va riconosciuta allo spazio Cuba Arte, che mette in scena, non più l’emozionalità universale del singolo artista, ma l’orgoglio e il riscatto di una nazione. Un paese Cuba, da troppo tempo considerato come nemico del mondo da parte di quei poteri che non hanno lasciato altro che macerie dietro al loro passaggio.

Quello che i curatori David Mateo e Suzette Rodrìguez portano alla nostra attenzione è un vero e proprio grido di rinascita in cui non esiste più una richiesta d’aiuto, ma la semplice volontà degli artisti cubani di contaminarsi con il mondo.

Dott. Christian Humouda

NAGO, giovane artista partenopeo racconta la sua storia


 

Benvenuto su WSF NAGO,1

Innanzitutto ti ringrazio caro Christian. Sarò lieto di rispondere alle tue domande.

Come NAGO “uomo” definirebbe il NAGO “artista” e viceversa?

Trovo personalmente l’argomento delicato e profondo; ma sono pronto a far conoscere la mia identità come uomo e come artista. Come NAGO “uomo” definisco come un tipo cazzuto, divertente ed intelligente, l’individuo che a modo ho studiato e creato: Il personaggio NAGO “artista”. Trovo in quel soggetto doti artistiche esponenziali che riesce a gestire in più identità musicali in qualità di arista reggaeton, rapper e cantautore pop. Trovo che fa ballare la gente con la sua musica, si sfoga con il rap e sa raccontare in qualità di cantautore storie emozionanti. È un arrangiatore, disc jockey e dj producer. Ha una grande passione per i dischi in vinile, ama la tradizione; ma è allo stesso tempo anche molto tecnologico. Infatti in studio, produce e preferisce produrre musica in suono digitale, però apprezza anche alcune cose del suono analogico. Musicalmente parlando è un artista completo; ma è anche un attore, regista ed influencer sulla piattaforma Instagram. Di fatto ama condividere con il pubblico quello che produce attraverso le sue “Instagram stories”. È un artista moderno con una mentalità molto aperta, giovane, ed è sempre in continuo aggiornamento.

Come NAGO “artista” definisco invece come una persona attenta, determinata; ma anche buona e sensibile il NAGO “uomo”. Trovo che nonostante le difficoltà avute durante il suo percorso, il NAGO “uomo” non è mai sceso a compromessi con il rancore verso chi ha calpestato la sua immagine come artista e come persona. Ha imparato a perdonarsi e a perdonare gli altri per restare in pace con se stesso e in automatico con il prossimo. Non ha mai smesso di credere nell’Amore, nella Vita e in quella saggezza infinita che ancora oggi lo sta conducendo sulla strada dei suoi sogni più grandi. Nonostante NAGO “uomo” abbia vissuto momenti di difficoltà estreme come la strada e la fame, in qualità di senzatetto in una grande città come Milano, ha continuato a lottare per salvaguardare i suoi diritti in qualità di artista, tutelando e proteggendo nel migliore dei modi il personaggio che appunto ha creato e che ama presentare al pubblico: NAGO.

Quando nasce la tua passione per la musica?

Avevo appena due anni e a Casoria (un comune nell’area nord – est di Napoli), passava un furgone per festeggiare una ricorrenza molto conosciuta nella mia terra: “La Madonna dell’Arco”. Con la musica che proponeva il musicista dalle casse altoparlanti esposte sul veicolo, una mattina trovandomi sotto mano una tastiera della Casio (regalo dei miei genitori) , riproposi suonando con le basi all’interno della tastiera stessa, la solita canzone che veniva suonata sul furgone dal musicista, che con l’autista viaggiava in strada per le vie della cittadina. Quel brano rappresentò per me la svolta. Mi resi conto davanti agli occhi dei miei genitori che quella sarebbe stata la mia strada. Iniziai allora a prendere lezioni di pianoforte dall’età di sei anni sempre nel comune di Casoria; ma smisi presto, pochi anni dopo. Iniziai a fare musica da autodidatta, creando da solo le mie composizioni. Qualche anno dopo aver lasciato la mia città, Napoli, nel 1997 mi sono trasferito a Firenze. Quando iniziai a cantare, si sentiva spesso ed in maniera troppo marcata l’accento della mia terra, decisi allora di studiare e correggere alcune forme espressive nel canto e proprio nel capoluogo Toscano a 16 anni, ho iniziato a prendere lezioni di canto imparando di fatto grazie alla città e all’insegnante stessa, ad avere una perfetta dizione nel canto espresso in lingua italiana. Ad oggi, sono fiero di poter dire che artisticamente si nota una curiosa differenza quando interpreto una canzone in dialetto napoletano ed un brano in italiano.

Quali emozioni desideri veicolare con i tuoi testi?

In qualità di cantautore, ho scritto delle canzoni che ancora oggi non sono presenti sul web; ma che presento comunque nei live quando mi capitano occasioni di fare serate con pianoforte e voce. Con quelle canzoni, il mio secondo fine è quello di arrivare all’anima del prossimo. Sono fiducioso sul fatto che prima o poi riuscirò ad arrivare al pubblico mostrando la parte vera di me, attraverso il cantautorato. Ho scritto canzoni che parlano di me, delle difficoltà che ho vissuto. Le ho scritte in una piena fase di difficoltà vissuta a Milano. Ho scritto una dedica ai miei genitori, un altro brano ispirato al libro “il piccolo principe”; e ad Hachiko – il tuo migliore amico. Hachico è un cane che non si rassegna al fatto di aver perso per sempre il suo padrone e nonostante tutto, continuerà ad aspettarlo fino alla fine dei suoi giorni. Mi sono immedesimato nei panni di un padrone, un uomo che scrive una lettera al suo cane dal luogo in cui si trova dopo la morte. Ad oggi non esiste ancora nessuna produzione arrangiata di queste canzoni che ho scritto; ma come ho già detto, in alcune circostanze le presento nei live.

Questo serve a me per arrivare ancora di più al pubblico e alle persone che realmente desiderano avvicinarsi a me, al mio modo di esprimermi attraverso questi testi. Confido di riuscire a costruire attorno a questi brani dei cortometraggi musicali.

Sta per uscire il tuo primo singolo. Parlaci un po’ di questa produzione e a chi ti ispiri quando scrivi e quali sono i tuoi riferimenti musicali?

Il mio primo singolo si intitola “Nzieme a te”. Al di la dell’interpretazione, analizzando il tema della canzone, quello che ho scritto è un testo che lancia un “messaggio positivo” ai ragazzi e alle persone che ascoltando il contenuto, trovano l’occasione per dare un valore all’Amore vero formato da una complicità vera e solida in un rapporto di coppia.

A chi mi ispiro quando scrivo? Dipende. A volte all’immaginazione, alla mia vita stessa e a quella di tutti. In questo caso ho voluto rappresentare un argomento generico che è l’Amore, usando la forma espressiva dei generi che di più mi appartengono: il reggaeton ed il rap.

I miei riferimenti nella musica? Seguo molto l’industria musicale americana attraverso i social. A 15 iniziai a seguire Tupac Shakur, Snoop Dogg ed altri artisti della scena rap/hip hop americana. A sedici anni cominciai con il reggaeton. Ad oggi mi ispiro molto ad artisti come Nicky Jam e Daddy Yankee. Icone del genere sudamericano che io stesso amo interpretare.

Cosa non deve mai perdere un artista per rimanere onesto agli occhi del suo pubblico?

L’umiltà prima di tutto. L’artista Deve rimanere sempre se stesso e trasparire agli occhi di tutte le persone che lo sostengono. Questo è un passaggio fondamentale.

Quanto il tuo passato e la tua prima Città Napoli hanno influenzato il tuo modo di comporre?

Tantissimo. Lontano da Napoli, ho imparato ad amare ancora di più le tradizioni di un luogo che è molto simile al Sud America. Anche per questo amo fare musica “reggaeton”. Lontano da Napoli ho sofferto il razzismo. Venivo spesso emarginato per il fatto di non avere lo stesso modo di pensare in un luogo completamente differente dalla mia città. Ho vissuto momenti difficili nel corso di un adolescenza priva di amicizie. Ero in pieno conflitto con i miei coetanei dai 9 ai 16 anni circa. Con il rap io scrivo e sfogo queste cose, perché con la musica, oggi ho dato un valore a me stesso. Non sono mai stato cattivo, ciò che la gente pensava poiché rispondevo in maniera aggressiva a chi offendeva la mia città. Ho perdonato invece i cattivi ed ho superato il dolore delle offese. Ho superato l’ignoranza del razzismo.

Da partenopeo con la faccia di Napoli, oggi sono felice di rappresentare e dare un valore alla mia terra attraverso l’Italia al resto del mondo. E sono fiero di essere di fatto anche un italiano non soltanto di Napoli, poiché mi ritengo un cittadino appartenente ai meravigliosi paesaggi presenti in questo paese. Dai piccoli borghi alle più grandi città italiane.

La musica può essere un mezzo per cambiare le “storture” del mondo?

Assolutamente si. Io amo la trap, la moda di oggi. Amo la trap fatta bene però. In qualità di artista, anche se musicalmente sembrerà un controsenso, uso questo genere in alcune produzioni che sto facendo per comunicare in maniera positiva ai ragazzi più giovani di me. Non parlo di strada e di pistole; ma di come non sono a favore della droga e dei pirati della strada.

In un linguaggio musicale apparentemente aggressivo come la musica “trap” io desidero fare la differenza.

Che cos’è per te la musica?

Tutto. La musica è la ragione per cui io vivo. Con la musica il mio sogno più grande non è soltanto quello di rimanere in questo luogo; ma vorrei arrivare anche in altri paesi come gli Stati Uniti, ed il Sud America, con lo scopo di valorizzare l’Italia attraverso la mia musica, il mio modo di essere, ed il mio modo di fare arte.

Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi futuri progetti?

Sto preparando progetti rap e reggaeton. Confido di riuscire a farvi sentire, vedere e ballare presto quello che sto producendo. In conclusione, approfitto per ringraziare di cuore te caro Christian per avermi dato l’opportunità di esprimermi attraverso la tua intervista. Grazie davvero.

Viva la musica, il cinema e lo spettacolo. Viva l’arte.

buona Vita.

 

Dott. Christian Humouda

Equilibri di vita Marco Miele e Alessandro Dellara


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Il cortile Maggiore del Palazzo Ducale di Genova accoglie grazie alla curatrice Loredana Trestin la bipersonale di Marco Miele e Alessandro Dellara.

Le fotografie di marco Miele sono spaccati di quotidianità che dialoga con l’osservatore in un linguaggio non verbale che si apre alla luce naturale del mondo. Riprendendo le parole di Angelo Bacci ” le foto di Marco Miele raccontano e rappresentano uno spaccato artistico del tutto originale, speciale e straordinario in quanto con lo scatto riesce a sostanziare ciò che lo colpisce e che coglie con una sensibilità, estro e intensità sorprendenti. Insomma trasmette dei messaggi che mettono a nudo il suo rapporto tra realtà, fantasia e creatività, elementi che con i vuoti e i pieni, la luce e le ombre racconta con l’anima. Le sue immagini fotografiche, hanno una profondità e una personalità forte, un messaggio semplice e chiaro, umile, ma efficace, ricco di valori e sentimenti umani, sociali e spirituali, riesce comunque a raggiungere e far vibrare le corde dell’anima, in quanto la rende viva e partecipe!

Le opere dello scultore Alessandro Dellara sono la rappresentazione fisica di questo legame. Uno studio quasi antropologico della ricerca clarkiana della relazione. Una scultura che cambia e muta a seconda del tipo di fruitore che la possiede. Oggetti piccoli, geometrici che dialogano ed emozionano. Una danza di forme e significazioni che si traslano in linee funzionali. Opere di diverso formato e consistenza che si tramutano in rags senza dimenticare le torri leopardiane di antica memoria che si evolvono in altrettanti vasi dislessici modellati secondo l’antica tecnica etrusca del bucchero. Qui il più nobile degli elementi, la ceramica nera e lucida prende forme affusolate, rotonde, materne. Perché la capacità dell’uomo o della donna di accogliere un sentimento non sempre è visibile alla vista, e come l’amore, una volta finito, non ha più motivo di ritornare.

Dott. Christian Humouda

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