L’arte del tutto


 Vi starete domandando se questo sia l’ennesimo articolo che vi vuole spiegare cos’è l’arte, decifrare in modo concettuale il talento, quel genio insito nell’artista che ha la capacità di sorprendere sempre.
No, non è questo il mio obiettivo oggi!
Vorrei invece soffermarmi e riflettere con voi sul concetto di arte oggettiva e arte soggettiva, ovviamente per ciò che concerne il web e tutto quel marasma di pseudo artisti che ogni santo giorno ci deliziano con le loro creazioni. Per poter far questo, credo sia corretto in primis cercare di chiarire cosa si intende comunemente per arte oggettiva e cosa la differenzia dalle forme d’arte soggettive.

Secondo G. I. Gurdjieff, scrittore e filosofo armeno, l’arte contemporanea è soggettiva, nel senso che non riesce ad arrivare a tutti i fruitori, semplicemente può piacere o meno. Invece molte delle forme d’arte del passato possono ritenersi oggettive in quanto create con una conoscenza tale da provocare un effetto univoco su ogni individuo. (cit.Wikipedia).

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Editori seriali


libri

Da molto tempo volevo scrivere qualcosa sullo stato catatonico dell’editoria nazionale. Negli ultimi anni stiamo assistendo alla proliferazione di piccole realtà editoriali, che in teoria dovrebbero nascere con l’intento di contrastare le carenze della grande distribuzione ma in pratica soffre degli stessi identici difetti, anzi riesce a fare peggio ove è possibile..
E’ giusto partire dal concetto che una grande casa editrice non è certo un’opera pia, tesa a pubblicare lo scribacchino di turno per il solo gusto di non vendere uno straccio di copia.
Un grande marchio editoriale è un’impresa come tante altre e ha il dovere, anzi l’obbligo di creare profitti da ciò che pubblica.
Scrivo questa affermazione pienamente convinto che il problema non risiede solo e soltanto in chi produce ma anche in chi ne usufruisce.

L’ignoranza letteraria impera ormai da anni, frutto di un insieme molto più radicato che passa attraverso la televisione, i quotidiani e tutto quello che da vent’anni a questa parte ha attanagliato la società. Una società obesa che non tenta minimamente una sorta di riscatto culturale ma continua a fagocitare merda come fosse purissima cioccolata.
Molti, forse troppi, pseudo-intellettualoidi hanno provato a spiegare questo fenomeno commerciale, lanciando strali contro le grandi case editrici, incolpandole del decadimento culturale in favore del profitto economico, fino ad arrivare a creare loro stessi dei piccoli mostri editoriali. Sgorbi distorti che amano spacciarsi come ultimi avamposti per veri talenti artistici ma che in realtà sembrano più essere degli editori seriali, pubblicando qualsiasi cosa, senza regole e senza il minimo senso del pudore.
Inutile negare che il sogno di un qualsiasi aspirante scrittore sia quello di essere contattati da una grande casa editrice per essere pubblicato come autore emergente.
Purtroppo per la quasi totalità dei nuovi endeca-mostri questa eventualità rimarrà solo un miraggio.
Anche se dotati di un talento letterario pari ad un bagno chimico, percorrono tutte le strade possibili per auto-definirsi autori, fino ad arrivare dritti nella rete di queste piccole chiaviche editoriali.
Micro scrittori per micro case editrici che sfruttano il desiderio di pubblicazione, dell’esserci ad ogni costo, proponendo contratti mefistofelici che, con la scusante del rischio imprenditoriale, scaricano tutti gli oneri sul fesso di turno, troppo intento a misurarsi l’ego da non accorgersi della narcolessia che attanaglia i propri componimenti, il più delle volte sgrammaticati e privi di qualsiasi contenuto letterario.
Questo meccanismo perverso ben presto si trasforma in un circo comico, dove la parola d’ordine è propinare il libro in qualsiasi modo anche fosse quello della vendita porta a porta.
Di solito il terreno di tale orda barbarica è il social network, che diviene una sorta di rivendita Folletto senza preventivo appuntamento, postando stralci del libro come fossero passi dell’ “Ulisse” di Joyce e costringendo i poveri lettori occasionali a sorbirsi continui rimandi all’opera prima.

In tutto questo i piccoli editori gongolano, perché tra parenti stretti, amici e fidanzati/e qualche copia si riesce anche a vendere e se moltiplicata per decine di endeca-mostri il guadagno è garantito.
Il fatto è che non li sentirete mai ammettere questa realtà, bensì sono soliti attaccare pistolotti pantagruelici sulla loro passione per l’arte e che attraverso la divulgazione di essa mai e poi mai si potrà ricavare del profitto.
Insomma dei novelli Francesco D’Assisi, che non badano alle proprie tasche perché troppo impegnati nella propaganda culturale, roba da far ridere se non fosse che ormai la cosa sta divenendo stucchevole al limite della decenza.
Troppe volte in rete si assiste allo scambio d’accuse fra editore e autore, a causa di promesse non mantenute. In fase contrattuale il piccolo editore sbandiera impegni che sa bene non potrà mantenere, garanzie di presentazioni dell’opera in luoghi altrimenti inaccessibili o millantando conoscenze nelle alte sfere culturali in grado di visionare e valorizzare il libro in questione. Tutte cose che una volta passato all’incasso il microbo non potrà far altro che disconoscere.
Per completezza di informazione è giusto da parte mia specificare che anche tra queste piccole case editrici c’è del buono, io stesso sono a conoscenza di editori seri, che certamente non navigano nell’oro e nemmeno vogliono arricchirsi con la letteratura. Persone che credono veramente in ciò che fanno e pensano che l’arte debba essere inserita al primo posto con tutti i rischi del caso.
Però come spesso capita nel nostro paese per uno che è degno ci sono almeno altri cento indegni.

Concludendo sono convinto che le grandi case editrici hanno molte colpe per il nichilismo culturale di questo millennio ma certamente la soluzione non va cercata nella creazione di micro organismi uni-letterari che basano le proprie strategie nella coltivazione di piccoli orti familiari.
Il dovere di questo tipo di editoria dovrebbe essere quello di educare il lettore alla novità artistica, quella autentica però, non quella studiata a tavolino. L’arte scrittoria, come tutte le arti è soprattutto ricerca, spunto di riflessione, amore per l’estetica, studio e conoscenza non un accozzaglia di sillabe banali e piatte quanto gli encefalogrammi di chi ne usufruisce.
Costringere un autore a pagarsi una pubblicazione vuol dire non credere nel suo talento, oltre che causare una dicotomia fra chi ha possibilità economiche e chi ne è privo per una qualsiasi situazione sociale.
E’ questo ciò che vogliamo ?

N.B. Spero che chiunque abbia avuto esperienze negative commenti l’articolo, anche non menzionando la casa editrice perché denunciare vuole dire mettere in guardia la prossima vittima di questi cialtroni.

La comunità patetica


“La comunità poetica ci salverà in questi tempi bui…”. Quanti di voi, navigando nelle desolate lande letterarie della rete hanno letto una frase simile? Credo molti, anzi penso che sia la frase più “sfruttata” da questi pseudo-templi della parola. Non esiste una comunità poetica, in verità esiste una comunità patetica, costituita da un’accozzaglia di saltimbanchi egoisti, bellicisti e poco inclini ad accettare critiche al di fuori del loro orticello.

Di solito, i così detti poeti del nuovo millennio, amano raccogliersi in spazi ben definiti, tanti piccoli stati hitleriani creati per soddisfare il loro ego pantagruelico, dove non esiste l’analisi dei testi ma soltanto il continuo osannare e osannarsi a vicenda. La legge vigente è l’inquisizione, quindi guai a tentare la minima valutazione negativa di un’opera, pena la scomunica con tanto di editto perpetuo e una bella levata di scudi che mira a consolidare, per proprio tornaconto, la meravigliosa arte letteraria del sedicente poeta di turno. Usano blog, siti, social network e concorsi letterari come specchietti per le allodole, al solo scopo di annoverare nuovi adepti, pronti a tutto pur di apparire agognando il tanto ambito titolo di scrittore.

Inutile e troppo facile da parte mia criticare i siti generalisti dove non esiste poesia, se non in qualche sporadico caso, soffocato però dalla moltitudine di sciorinate inutili e frasette banali che niente hanno a che spartire con la critica poetica. In effetti appartengono ad una sorta di universo parallelo, un mondo letterario sterile laddove la clonazione è prassi consolidata e l’arte solo una parola per riempirsi la bocca senza nemmeno sforzarsi di conoscerne il significato.

Personalmente non sono contrario all’esistenza di tali obbrobri perché la sola ed unica comunità che possono esprimere è quella dell’ilarità che suscitano le letture dei testi presenti.

Ancora più osceni sono i concorsi letterari. Sicuramente ci sono esempi di serietà in questi contesti ma si contano sulle dita di una mano e sono più eccezioni che regole. Il concorso ha il solo ed unico scopo di spillare soldi ai tanti poveracci desiderosi di affermarsi come scrittori. Solitamente le giurie sono composte da dinosauri estinti, che magari un tempo hanno scritto qualche buon testo ma rimangono ancorati ad una poesia giurassica e quindi incapaci di giudizio critico. Anche in questo caso è superfluo inseguire una minima parvenza di comunità poetica perché in antitesi con l’essenza del concorso stesso. Ricercare una coesione artistica fra contendenti, pronti all’omicidio pur di primeggiare, è assurdo tanto quanto la pochezza letteraria della maggior parte delle opere presentate.

In questo mio viaggio alla ricerca della comunità poetica non potevano non essere presenti i blog letterari. Anzi sono convinto che proprio in questi posti la poesia stia ricevendo l’estrema unzione o forse la sepoltura.

Abitualmente sono strutturati in modo subdolo, ad un primo approccio sembrano veramente isole culturali dove potersi fermare a leggere qualcosa di interessante e magari credere che la poesia possa ancora essere veicolo di aggregazione culturale, invece ad una lettura attenta ci si ritrova in mezzo ad un calderone di sacerdoti e vestali convinti di essere i protettori dell’arte poetica.

Non conoscono dubbi ma certezze, certezze consolidate nel tempo da un’armata di cortigiani e soubrette che amplificano qualsiasi boutade scritta da questi santoni della parola. Un esercito creato con la tecnica dell’ospitata, ripresa dalla tanto vituperata tv trash, che prevede uno scambio adulatorio fra l’ospite e l’ospitante ai soli fini personali e che poco ha a che fare con la poesia. Come scritto ad inizio di questo articolo guai a discordare dalle idiozie di questi mostri sacri, il risultato sarebbe il risveglio del pollaio con le galline tese a beccare avidamente qualsiasi cosa nel raggio di chilometri, essere concordi ed allineati è la vera essenza di questa comunità PATETICA pronta a ergersi Olimpo del solo e unico verbo…il proprio. Denigrano i siti generalisti per poi usare gli stessi identici comportamenti e metodi, disprezzando coloro che si fanno portatori di idee dissonanti dalla linea editoriale intrapresa.

Quando il livello di prosopopea raggiunge il limite massimo cominciano a vaneggiare di argomenti fuori dalle loro conoscenze, riuscendo a svilire millenni di studi filosofici, storici e politici al solo scopo di crearsi il “personaggio”. Una maschera che ambisce ad essere fuori dalle regole ma che poi risulta invece banale e ancora più schematizzata degli argomenti che usano trattare.

Non è questione di idiosincrasia verso i poeti ma di una sana critica a tutto questo golem di fango che fagocita parole e giudizi senza mai chiedersi se la direzione intrapresa sia quella giusta, se effettivamente non sia giunta l’ora di aprirsi all’arte in tutte le sue forme anche quelle non consone ai gusti personali e soprattutto alle proprie simpatie. Non è possibile elevare opere senza un minimo di talento letterario come fossero perle rarissime, come non è proponibile sentirsi novelle Gertrude Stein capaci di riconoscere e riunire pseudo-movimenti che con la poesia non hanno niente a cui spartire.

In questo contesto è pressoché inutile cercare una collettività che abbia come scopo quello di promuovere l’arte come punto di riferimento verso tutto questo nichilismo, molto più evidente la disgregazione alimentata da un’oligarchia di millantatori capaci soltanto di indottrinare secondo convinzioni ignoranti e che avrebbero sicuramente bisogno di studiare e leggere invece che farsi leggere.

Concludendo vorrei che noi tutti si urlasse un bel “tana libera tutti”, che finalmente possa aiutare ad iniziare un nuovo percorso, intrapreso certamente da individualità come solo gli artisti possono essere ma che si faccia promotrice di qualcosa che ormai manca da troppo tempo…un’idea.

Le bambine che volevano essere dio



Considerata una della più grandi voci del novecento e non solo, Sylvia Plath è ormai divenuta un’icona incontrastata della poesia mondiale. Impossibile voler scindere la poetica dalla sua biografia, che culmina con una fine tragica, disperata ma al tempo stesso organizzata e minuziosa.
Nasce a Boston, da genitori immigrati tedeschi e già all’età di otto anni perde il padre. Perdita che segnerà la sua esistenza per sempre, come anche il rapporto difficile con la madre Aurelia, figura autoritaria e introversa, che non riuscirà mai a capire la personalità complessa della figlia.
L’instabilità psicologica della Plath si manifesta fin dall’adolescenza, attraverso continui ricoveri ospedalieri, che le faranno provare la devastazione dell’elettroshock. Esperienze drammatiche che la renderanno una donna dalle tante personalità e maschere. La poesia della scrittrice è sicuramente potente, devastante e priva di banalità, studiata parola per parola, denudata da sovrastrutture, senza indugi o tentennamenti, che conduce direttamente dentro le sue ossessioni o forse sarebbe meglio dire le sue stratificazioni ma al contempo risulta monotematica, poco incline alla diversificazione.
In realtà la presunta grandezza letteraria di Sylvia Plath è dovuta soprattutto ai componimenti scritti negli ultimi tre anni della sua vita, anche se i suoi estimatori cercano in tutti i modi di rivalutare le opere dei primi anni della poetessa.


Nel 1957 conosce Anne Sexton, ad un corso di scrittura. Il loro diverrà un rapporto di amicizia basato non solo sull’amore per la letteratura ma soprattutto per la precarietà psicologica che le accompagna. La Sexton, nata da una famiglia agiata, scarsamente amata e da subito in continuo conflitto con il mondo, risulta però brillante e determinata, poco incline alle regole della società americana di metà novecento, che inserisce la donna in un contesto predeterminato, costruito sulla famiglia e le severe regole comuni. La Plath invece sembra anelare a tutto questo senza riuscirci. Timida, insicura sempre sull’orlo della depressione, in perenne lotta con se stessa, vuole quasi nascondersi dal mondo. Inevitabilmente questa dicotomia tra le poetesse è persistente anche per quel che riguarda le produzioni poetiche che meritano un’attenzione approfondita.
Lungi da me considerare la Plath una poetessa di secondo piano ma leggendo attentamente la Sexton non si denota una difformità così marcata tra le due scrittrici, come la critica e la solita pletora di fans internauti vorrebbero far passare. Anne è dotata di un talento fuori dall’ordinario. Tecnicamente, poco propensa a definire e definirsi uno stile, riesce come e quanto la Plath ad analizzare le ossessioni e le sue dipendenze: alcol, depressione e solitudine che la seguiranno per sempre, come il successo critico dei suoi libri. Stranamente tutta questa considerazione artistica che le venne riconosciuta in vita , improvvisamente sembra svanire nel tempo, lasciando spazio alla poetica della Plath e alla sua figura tragica, simbolo dell’impossibilità di conciliare genio e vita familiare. La poesia della Sexton è, mi si passi il termine, spudorata o come si definisce lei stessa “primitiva”, senza nessuno schermo intellettuale atto a filtrare le sue opere. Una scrittura tesa a l’identificazione di se come esistenza autonoma, che riporta alle teorie di Jung dell’individuazione. Come Edipo cerca ostinatamente l’origine del suo trauma e come Giocasta è consapevole della tragedia che può conseguirne (cit), ma non per questo smette di perseverare nel cercarsi, anzi in un certo senso continua ad analizzarsi anche se consapevole che il risultato finale sarà l’autodistruzione.

Ragionando obiettivamente credo sia giusto porsi delle domande.

Sylvia Plath è veramente quel mostro sacro che tanto si venera oppure la sua grandezza è stata amplificata, prima dalle sue vicende umane e poi dalla morte prematura per suicidio ?

Nell’immaginario popolare da sempre l’artista scomparso prematuramente ha goduto e gode di maggiore visibilità e investitura. Nel caso della Plath è vero che il suo suicidio ha consentito di elevare esponenzialmente il turbamento psicologico che assilla molti lettori e lettrici. Forse proprio quell’immedesimarsi o meglio camuffarsi da poeti pseudo-maledetti, fa si che la scrittrice americana sia considerata figura imprescindibile nel proprio bagaglio letterario. Il più delle volte, si venera la sua poesia senza sforzarsi di capire l’effettivo valore della scrittura, non si copia solo il senso poetico ma anche e soprattutto l’uso dell’immagine metaforica. Di solito l’imitatore che forse sarebbe meglio definire IMITATRICE di Sylvia Plath la si trova nei meandri dei siti letterari, alla voce introspezione, come se ogni essere vivente definitoSI poeta, infarcendo i suoi scritti con atmosfere cupe e termini tetri, possa avanzare il minimo accostamento alla poetessa. E così si formano schiere di “aspiranti suicide”, instabili mentalmente per induzione, che cercano di darsi un tono dark e misterioso ma che, semmai avessero il coraggio di infilare la testa in un forno, statene sicuri al massimo sarebbe quello della casa di Barbie.
Sono altresì certo che queste stesse poetastre del web non avrebbero letto nemmeno una riga della Plath se la sua scrittura non fosse direttamente legata in modo così intimista alle vicende della biografia. E’ vero che la scrittrice riesce a coinvolgere in modo morboso ma troppe volte è stata travisata e manipolata a proprio piacimento.
Ritenere Sylvia Plath una buona poeta non è delitto di lesa maestà. Da parte mia sarebbe esercizio di snobismo a cui non aspiro. Porsi delle riflessioni sulla sua effettiva grandezza è lecito, come altrettanto lecito è ritenerla per niente superiore a molti poeti del novecento compresa la stessa Anne Sexton.
Non credo sia giusto stilare classifiche di merito tra “grandi”, queste di solito sono incanalate da fattori esterni che poco hanno a che fare con l’arte, bisognerebbe evitare i guru letterari, i media, le associazioni culturali (o per meglio dire a scopo di lucro) che fanno a gara ad elevarsi padrini di questo o quell’altro artista, tralasciandone altri che meriterebbero sicuramente una conoscenza più approfondita.

In conclusione spero che questo mio articolo possa rendere alla Sexton e a tutti quegli artisti dimenticati il giusto riconoscimento. La poesia come tutte le forme d’arte non può seguire la moda del momento e neppure essere confinata nei limiti del gusto personale ma anzi ha bisogno di curiosità e soprattutto consapevolezza per sviluppare un vero senso critico senza scadere nel qualunquismo sciatto e nell’apatia.

Un Volo…pindarico


Ho riflettuto molto prima di scrivere questo articolo. Ancora adesso, è mia convinzione, che sprecare noi stessi, il nostro tempo, le capacità intellettive per spiegare il concetto del nulla, possa trasformarsi in un esercizio di mera retorica che non porta da nessuna parte se non a circumnavigare il vuoto. E’ pur vero che in qualche modo bisogna difendersi e non rimanere passivi a tutto ciò che il mercato e soprattutto l’ITALIOTA medio vuole propinarci forzatamente.
Mister OVVIO Fabio Volo è il prototipo esatto e veritiero della società nostrana. Mentre altri pseudo-scrittori già da me esaminati appartengono comunque ad una nicchia ben definita e allineata, il soggetto in questione abbraccia l’intero universo evolutivo dell’homo basic. Quell’ignominia evolutiva che inesorabilmente crea mostri a propria immagine e somiglianza per poi demonizzarli disconoscendoli.

Prima di iniziare le mie divagazioni è bene precisare, per onoestà intellettuale che anche il sottoscritto, in un periodo di oziosità culturale, ha letto le opere omnie del Pulcino Pio, questo per anticipare i soliti noti che si appresteranno in modo pavido (perché sia mai commentassero il loro dissenso) a pensare che il Vostro è un povero coglione frustrato e ignora la grandezza letteraria di sua maestà Fabio Volo.

Le prime apparizioni di Mr. OVVIO si rifanno alla tv in un famoso programma televisivo chiamato Le Iene. Insomma uno dei tanti pseudo-programmi che si definiscono al servizio del cittadino ma che poi fanno da servi ai soliti noti. Proprio questo suo pedigree televisivo-nazional-popolare, spinge Volo a volersi cimentare in altre attività “artistiche”, che svolazzano (scusate il gioco di parole) dal cinema al teatro fino ad atterrare sulla meta più ambita dal panorama televisivo italico ; la scrittura.
Il poveraccio, non è stupido. Capisce subito che, in questo paese inutile, c’è un profondo buco “letterario” da colmare assolutamente. Una lacuna che deve forzatamente essere riempita, altrimenti il baratro tanto agognato non può essere raggiunto.

L’ormai dipartita dei famosi romanzi Harmony.

Traduco per chi fosse troppo giovane. Negli anni ottanta, non c’era ombrellone, asciugamano o lettino che non annoverasse fra le sue pieghe uno di questi libretti rosa, scritti da zappaterra in cerca di fama, il cui tema era sempre e comunque incentrato sula storia d’amore, condita dai soliti ed inutili stereotipi da quattro soldi, tanto cari alle casalinghe annoiate in cerca di una qualsiasi realtà che non fosse la loro. Credo, ma non ne sono sicuro, che anche questi tascabili a loro volta avessero sostituito un altro sottoprodotto orripilante che rispondeva al nome di fotoromanzo.
Insomma, Mr. OVVIO, capisce al volo (altro gioco di parole…non resisto!) l’occasione e si prepara alla sue sei fatiche letterarie di cui vi risparmio titoli e trame per il solo fatto di potermi elevare a salvatore incontrastato delle vostre menti. Colui che vi ha risparmiato il limbo eterno chiedendovi se mai si possa vivere non conoscendo i pensierini di questo pupazzo semi analfabeta.

Però è giusto e mia convinzione capire il perché del successo dei suoi libri.
In primis, la portata principale di cui si nutrono i suoi romanzi è l’amore. Il sentimento più alto e variegato dell’essere umano diviene sotto la sua penna lillipuziano a tal punto da renderlo, come dicono i suoi seguaci, “normale”. Non pensando che magari quel tipo di normalità, che il Volo traccia sulle pagine non è altro che un paradigma di amori talmente noiosi e inutile da rasentare la mediocrità più estrema.
Lo ricetta di ogni libro è sempre ben delineata :
Un amore difficile e banale, un paio di lutti che non fanno mai male, qualche scopata che vende sempre, e per finire una bella sfilza di luoghi comuni che farebbero impallidire persino l’almanacco di frate Indovino. Per intenderci, tutto quello che l’homo basic sogna e a cui aspira nella vita.
Credo che meglio di qualsiasi personaggio moderno, Fabio OVVIO Volo rappresenti la BANALITA’ che è il vero male di questo tempo. Un male che rifiuta qualsiasi forma che non sia quella prestabilita, che inneggia al rogo per colui che rifiuta schematizzarsi al sistema, che disconosce l’arte ma finge di occuparsene. Un’aberrazione non riconosciuta che viene imposta come consuetudine con il solo scopo di “normalizzare” il popolino.

Secondo il mio parere è questo il vero nodo centrale, cioè l’omologazione.

Il vero scopo dell’editoria nostrana e non solo, è quello di incanalare l’arte in un senso ben determinato in modo tale da creare pseudo automi privi di quel libero arbitrio che tanto infastidisce i lor signori. Risultato che devo ammettere ormai raggiunto, con l’aiuto dei tanti Volatili e scopiazzature varie che passano l’esistenza a recitare il ruolo di intelletualoidi di sinistra ma che in verità sono dei poveri idioti radical-chic pronti a squartare la propria madre per qualche euro in più sul conto in banca. Mi domando come mai non vadano a proferire i loro vangeli nel fosso delle marianne evitandoci le loro amenità senza senso.

In conclusione spero vivamente che Mr. OVVIO abbia occasione di leggere queste righe. Magari in lui nascerà la convinzione di non propinarci più la sua merda, di lasciare perdere i suoi voli (è più forte di me…)pindarici sulla filosofia, che tra l’altro credo non abbia proprio capito o studiato. Altresì spero che le menti di questo paese si sveglino finalmente e contrastino questa situazione surreale, in qualsiasi modo, anche scatenando una guerra mediatica contro questo esercito di scimmie…che proprio dodici non sono.

N.B. Homo Basic : Ringrazio D.R. e C.O. perché in una discussione serale, paragonarono l’italiano medio alla linea di una nota marca di intimo. La linea Basic. La cui particolarità è di essere di soli due colori…Bianco o Nero senza nessuna sfumatura.

Di amorini, deretani e Santecroci


“Amo molto parlare del niente. E’ l’unico argomento di cui so tutto.” (O.Wilde)

Credo non ci sia aforisma che meglio si adatti alla nuova musa trasgressiva della letteratura italiana, rispondente al nome di Isabella Santacroce.

Che l’editoria sia giunta ad uno stato di catarsi è evidente. Oramai si è raggiunto il tanto agognato zero assoluto, fra l’ultimo titolo di mister ovvio Fabio Volo, il comico prestato alla letteratura e le ricette culinarie di Nonna Papera. Pensavamo tutti che oltre questo baratro non si potesse andare, che la cultura ci potesse aiutare a superare questo momento di stallo, in cui il nichilismo sembra avere la meglio sull’arte e il libero arbitrio.

Invece ci sbagliavamo.

La Santacroce è riuscita dove molti hanno fallito : vendere se stessa a caro prezzo come fosse un qualsiasi prodotto pubblicitario e sfruttare l’ignoranza del lettore medio, fino a renderlo un lobotomizzato pronto a tutto pur di difendere la sua icona, finanche arrivando all’insulto per chi osa criticare la sua magnificenza letteraria.

Non vi tedierò con l’elenco delle sue performance visive, che tanto assomigliano alle variegate apparizioni del mago Othelma, e nemmeno con le sue interviste, dove furbamente accenna a retorici concetti anticristiani per il mero scopo di sconvolgere un paese ancora profondamente ancorato al cattolicesimo.

Invece credo meritino attenzione certe sue perle culturali.

Prima fra tutte la sua biografia. Isabella Santacroce ha avuto l’idea geniale di vendere all’asta la sua vita con tanto di nastro viola, stella di David e bara in miniatura. Duemiladuecentoventi euro il prezzo battuto per la prima copia. Ora credo che la scrittrice sia esente da colpe in questa vicenda a parte la solita circonvenzione di incapace. Invece vorrei proprio conoscere questo rappresentante degli Emo-rroidari, seguaci della Ester-Santacroce, che ha sperperato un patrimonio tale, pensando magari di avere fra le mani la biografia del secolo. Roba da minorati culturali.

L’apice, però è stato raggiunto dall’ultima genialata ; Autocandidarsi al premio Strega 2012.Forse perché presa da delirio di onnipotenza o puramente per motivi pubblicitari, cosa assai più veritiera, Isabella ha voluto infilarsi forzatamente fra i partecipanti del concorso. Inutile dirvi che la sua candidatura è stata rispedita al mittente con tanto di battage mediatico. La scrittrice ha commentato : “Mi sono autocandidata al premio strega per spaurire la disonestà dei premi letterari. chi mi ha scritto idiozie in questo ultimo mese, si scusi porgandomi il deretano. Isabella Santa† e gli Ardeidi”. Noi tutti dal basso dei nostri deretani, ringraziamo la musa per averci fatto scoprire queste verità assolute. Magari sarebbe stato meglio che queste affermazioni avessero trovato spazio prima della candidatura, non dopo la disfatta, poiché la vicenda oramai assume contorni a dir poco bizzarri e controversi.

Per finire una menzione d’onore la meritano i fans. In questo caso però è giusto fare delle distinzioni. Capisco il target 14-18 anni. Attraversare l’età adolescenziale può portare a scorgere miti anche dove in verità non c’è nulla da venerare ma sinceramente già passata di un giorno la maggiore età non comprendo come un essere pensante possa divinizzare la Santacroce e ritenerla una delle maggiori espressioni d’arte in Italia.

Come già scritto in altre occasioni, per esprimere diversità non c’è assolutamente bisogno di scadere nel ridicolo. Veramente pensate che i teatrini organizzati dalla scrittrice siano espressione di arte ? Se proprio avesse a cuore i suoi seguaci non credete che sarebbe stato più giusto regalare la sua biografia ? Ed infine, non vi balena l’idea che trattare il lettore come un cliente rappresenti la morte dell’arte ?

Credo siano domande lecite a cui spero che qualcuno possa dare una risposta.

Di seguito ho voluto recensire Amorino. Purtroppo capita spesso che sul web si commenti ciò che non si è nemmeno sfogliato o visto. Una pratica che certo non ho scoperto io ma ricordarla è un dovere. Troppe volte si giudica in base ad interessi commerciali o solo per ingraziarsi il personaggio di turno.

Recensione di Amorino.

Amorino nasce, nell’idea della scrittrice, come il suo capolavoro massimo. Un romanzo che, in teoria vorrebbe affrontare concetti filosofici-teologici ma che invece si rivela un’accozzaglia elementare di personaggi e parole stantie è già sentite che fondano le radici sul peccato come mezzo di redenzione. La storia si svolge a Minster Lovell paesino inglese, nel lontano inizio novecento. I protagonisti sono sette e tutti parlano attraverso lettere e stralci di diario. Tecnica molto usata da scrittori incapaci di tenere viva una qualsiasi trama di racconto. Ci sono le classiche gemelle noir, viste e riviste in milioni di sceneggiature Hollywoodiane, il prete pedofilo che tanto repelle l’immaginario popolare, il dottore del villaggio sessuofilo, la tredicenne decerebrata e zoccola, sua madre, affetta da turbe psichiche-religiose e udite udite…la scrittrice in persona, tal Isabella Santacroce.

Leggendo il racconto non si ha mai l’idea di un qualcosa che poteva essere ed invece non è stato. La sensazione è che si scrive solo e solamente per i soldoni, misurando la trama, i personaggi e la scrittura come ingredienti di una ricetta  popolare destinata al successo commerciale fregandosene dell’arte.

E’ d’obbligo iniziare l’analisi con Annetta Stevenson, la prima delle gemelle Kessler che già alla ventesima pagina risulta di una noia mortale. Visionaria e ridondante è la vera palla al piede del romanzo. Consiglio vivamente di leggere un solo stralcio di diario della poveretta e lasciare il resto ai posteri o al vostro peggior nemico come tortura inflitta stile Arancia Meccanica di Kubrick. La seconda gemella, Albertina Stevenson, riesce ad essere di un’utilità pari alla zanzara tigre, dovrebbe farci comprendere le idiozie perpetrate dalla sorella ma invece il suo apporto al libro non fa che renderle ancora più retoriche e confusionarie . Il vero dramma, letteralmente parlando, è che queste due sciatte risultano prive di charme, anche copulando continuamente, praticando il cannibalismo, l’omicidio,  non riescono nemmeno lontanamente a rappresentare quel fascino che il male a volte può esercitare sull’essere umano. Il prete, Padre Amos è ancor più grottesco. Lo si usa come punto di rottura. La Santacroce da vecchia volpe, sa ed è consapevole della repulsione collettiva che suscita un prete pedofilo, ma riesce nell’impresa titanica di ridurre questo personaggio ad una macchietta religiosa che straparla di verghe celestiali e si attacca come un cane da accoppiamento a qualsiasi buco gli capiti a tiro. La tredicenne Bernardine poi è fantastica. Deficiente di natura, la scrittrice forse per cercare una sorta di caratterizzazione, le fa usare una terminologia idiota e poco realistica. Non basta scrivere salciccia e canarina come sinonimi di pene e vagina per racchiudere il misticismo sessuale di un’adolescente, il passaggio all’età adulta. La madre Margaret non è interessante quindi sorvolerò, in verità serve a tessere le lodi della Santacroce dal momento in cui appare nel romanzo. Il dottor Thompson è il delirio. Scusate ma credo sia il personaggio trash del nuovo millennio. Non tanto per lui, che risulta essere un adoratore del così detto buco del culo, molto invece lo si deve alla moglie Emilia, ninfomane all’ennesima potenza e vera perla del romanzo con le sue verità scomposte, e al figlio Oscar, undici anni, mongolo-idiota  (terminologia della scrittrice) con il pene perennemente eretto che sfoga le sue pulsioni sessuali con i genitori. Infine c’è lei, la prescelta, l’icona provocatoria, la dea Isabella. Se l’inizio del romanzo risulta essere soporifero e poco avvincente, quando compare la scrittrice c’è una sola ed unica possibilità ; prendere il libro e gettarlo nella pattumiera. La sua apparizione è devastante per la trama, il suicidio, trasformando la lettura in una sorta di goccia cinese, estenuante e fiaccante ai limiti della decenza.

Non aggiungo altro per non rovinarvi la fine ingloriosa di Amorino.

Per concludere consiglio di comprare il romanzo. Si avete capito bene, lo suggerisco per un motivo che ritengo fondamentale. Conoscere per giudicare. Così finalmente avrete un’idea ben precisa su Isabella Santacroce, sul suo modo di scrivere per nulla rivoluzionario e sul continuo bisogno di apparire, non mi stupirei di vederla come prossima inviata di Mistero, anzi credo sia la sua vera dimensione.

Un saluto G.C.