Apollo e la massificazione del pensiero accademico


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“Apollo e Dafne”

Quella dei “classicisti” è effettivamente una razza a parte. Iniziati da Johann Joachim Winckelmann, essi credono che il Partenone e le sue cariatidi siano, dall’alba dei tempi, sospese nel loro biancore marmoreo e che la civiltà greca sia, in qualche modo, “piovuta dal cielo” in una notte d’estate.

Vien da sorridere, ma essi si assiepano nella maggior parte delle università e dei licei, in cui in generale la tendenza collettiva e collettivizzante è questa.

Il meccanismo del pensiero classicista e fonte del suo stesso status symbol in fin dei conti è e rimane la solita canzone: se la Grecia è la culla della civiltà, lo è la stessa vecchia Europa e per estensione l’intero Occidente. Tradotto in termini moderni: la nostra cultura è superiore a quella altrui, per cui dettiamo legge. Oggigiorno, forse, questo antico adagio può vagamente apparire ristretto al ghetto di alcune particolari minoranze (rispetto, ad esempio, a Mussolini che sponsorizzava il turismo sessuale in Libano e dintorni per l’italiano/eroe/condottiero/maschio virile/ecc). Ma non lasciamoci ingannare, l’occidentale medio crede fermamente in questo e lo dimostra il semplice distacco emotivo con cui si riferisce all’Africa da aiutare.

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Così lontani, così vicini – Il Canto antico e moderno degli Astri del Cielo.


astrologia

Sostanzialmente, oggi, la gente si divide in due grosse fazioni: i superstiziosi e gli scienziati. Entrambi sono fedeli alla loro cecità e quindi alla “religione”a cui paradossalmente non sanno di appartenere ma alla quale si sono affidati. In questa lunga, insanabile diatriba si interseca l’avventura dell’Astrologia, tra millantatori, studiosi e appassionati. Storia millenaria a cui il web e la tv hanno dato l’ultimo calcio sul fondoschiena, aprendo la disciplina al “chiunque”, al “possibile”, al pret a porter. Eppure, in un’ottica antica, non era poi così improbabile che gli astri determinassero l’andamento della vita sulla Terra. Al contrario, per una sorta di riscoperto e non scientificamente approvato “Effetto Butterfly”, il tutto era splendidamente connesso, in unainestimabile escalation tra l’Universale e il Particolare, e di conseguenza il Particolare e l’Universale. Termometro vitale su cui il Mondo andava originandosi. Anassimandro lo chiamava “Logos”. Molti forse avranno sentito parlare del “Panta Rei”, (il Tutto scorre) di Eraclito, che aggiungeva che senza guerra tra opposti, non poteva esistere alcunchè. Tecnicamente è una posizione concreta. Nulla che non possa essere inteso nel suo opposto, può essere compreso e pensato, e quindi esistere, se il pensiero è creazione. Gli antichi lo sapevano davvero bene, solo che a questo discorso ne aggiunsero uno successivo: l’Armonia, o Vox Dei, che dir si voglia. La guerra sussiste ma in chiave armonica perché il tutto possa svilupparsi. Dio è spesso definitivo motore immobile (che sia o meno in natura o al di fuori di essa) del Tutto, l’orologio perfetto che ha dato origine alle cose. Del resto, basti pensare alla Teoria dell’Evoluzione per comprendere come la Natura sia autoformante in virtù di un puro meccanismo di sopravvivenza, tristemente interrotto dall’avidità umana. In questo gioco si innestano gli astri così lontani, così vicini perché ogni essere in questo mondo spande energia e quell’energia si scontra con quella altrui, e la definisce, definendo a sua volta sé stessa. È il meccanismo della “fortuna” e del libero arbitrio. Anche questo gli antichi lo sapevano abbastanza bene. Ed è su questo filo che l’Astrologia determina i destini, li intercetta, li comprende e li rende noti. Ed è su questa scia che certi personaggi erano chiamati a leggere le Stelle, quando ancora il Mago Othelma e Solange, non erano fortunatamente in procinto di divenire. Non che la storia antica non vanti i suoi truffatori. Quel che notevolmente diversifica l’oggi dall’ieri, è l’atteggiamento senziente, spazientito, irriverente che la società moderna ha nei confronti dell’Astrologia, accantonandola nel gabinetto dei ricordi nostalgici di quando il mondo era ancora prettamente ignorante. Eppure qualche ignorante, superstizioso, nostalgico moderno che trae malsano godimento dallo studiare gli Astri, continua ad esaminarne gli spostamenti non per inviare gente nello spazio, in virtù di quella legge per cui ogni cosa è movimento e energia e baratta sé stessa con quelle altrui, scontrandosi ed espandendosi. Tutto perché siamo “felicemente” connessi. E questa non è la favola olistico-romantico-newage, proposta ai più da svariati guru di questa o quella disciplina, ma una concreta verità. Pensate semplicemente a quanto la vita umana (e non solo) dipenda dalla vita di un albero: “nofotosintesi clorofilliana no party”, senza contare tutte quelle belle cose che si studiano a scuola circa le radici degli alberi che trattengono durante frane e terremoti il terreno e di cui i professoroni che lavorano per le grandi multinazionali non tengono assolutamente conto. Quanto dipende la nostra vita da un albero? Esattamente quanto dipende dallo spostamento di un Pianeta, che magari non vediamo ne tocchiamo da vicino, ma che sentiamo sulla nostra pelle. Del resto la Luna è comprovato influenzi le maree, faccia crescere più velocemente unghie e capelli, senza contare le “assurde” leggi di Keplero che permettono ai pianeti di “non cadere”. Ricordate la favoletta di Newton e la mela? La Forza di Gravità è senza dubbio uno degli esempi migliori per comprendere in che modo i Pianeti determinano la vita terrestre e Newton non era certo il classico scienziato caro al Positivismo.

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Se questo discorso lo si estende non al singolo uomo, ma a generazioni intere di uomini e di donne che trasportano nel loro corredo genetico miliardi di informazioni raccolte nel passare dei secoli, ecco che sia l’idea antica di destino che quella dello studio degli Astri, assumono una piega nettamente diversa. Molto spesso la gente è convinta di essere unico e solo arbitro del proprio fato perché è in grado di compiere scelte. La lezione antica ci parla di comunione continua con il resto dell’Universo, sia passato che presente e di conseguenza futuro. Già il fatto di essere nato entro i limiti umani è una prima imposizione perché una persona nata in un determinato contesto sociale, culturale, storico e geografico avrà determinate idee e rifiuterà altre. Se a questo si aggiungono le situazioni personali di tantissime altre vita che pensano e si muovono e si incastrano dal lontanissimo ieri, se in sostanza si impara a vedere all’Umanità come ad un unico e solo Adam (che vogliamo ricordare non è il primo uomo creato ma l’Umanità tutta) ecco che il discorso dell’Astrologia assume il suo senso primigenio e originario, distribuendo non destini a casaccio ma rendendo comprensibili le dinamiche del viaggio che la Terra ha iniziato milioni di anni fa e con essa tutto ciò che vive con lei. Ci si incontra non per caso, si prendono iniziative non per caso, ma si corrisponde all’impronta del Cielo al momento della nascita perché si è un frammento del puzzle, un filamento nella matassa perfettamente congeniata. Si può lasciare alle Religioni il compito di intravedere dietro questa maglia la mano o meno di un Dio intelligente. In questo articolo si vuole mostrare come l’Astrologia non sia materia per vecchie zitelle inacidite, ma una fondamentale risorsa per comprendere il nostro Universo e quello che sta accadendo. Non è un caso se una persona nata durante il periodo dell’Ariete presenti determinate caratteristiche mentre una nata durante quello dello Scorpione altre, come è noto che persone che presentano determinati aspetti all’interno del Tema Natale tendano a comportarsi in un modo preciso.

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Questo è l’imput che hanno ricevuto alla loro nascita, queste le forze che governavano l’orario in cui si ha respirato per la prima volta. E ciò avviene per il singolo individuo come per una civiltà intera, o un evento speciale. I Pianeti transitano nei vari segni Zodiacali disegnando rispetto ad un determinato Sole (che corrisponde al segno zodiacale di ognuno) cinque fondamentali aspetti, detti maggiori tra l’altro, che sono la congiunzione (lo start), il sestile, il quadrato, il trigono e l’opposizione (e come punto di riferimento si potrebbe prendere qualsiasi Pianeta radix all’interno del Tema) che delineano proprio l’inizio, la crescita, la prima crisi, il frutto raccolto e poi il cambiamento radicale rispetto al punto di partenza che è una nuova disfatta in un certo senso perché si è giunti ad una situazione molto diversa, per poi ricominciare dal trigono fino alla congiunzione che è un po’ come il ritorno a casa. Stiamo parlando di un costume comune a tutti gli esseri umani che le fiabe e i miti hanno raccontato magistralmente: si parte da un punto preciso per poi lasciarlo. All’inizio si hanno i primi traguardi, poi iniziano le sfide ma queste se superate portano al successo e quindi ad un punto lontanissimo da casa. A questo punto l’eroe può tornare indietro per procedere verso un nuovo viaggio corrispondente ad un nuovo stimolo. Assommate questo discorso per tutti i Soli che corrispondono alla sostanza del nativo a tutti gli altri Pianeti di chiunque e ai miliardi di combinazioni possibili che a loro volta si scontrano con quelli di altre persone e avrete l’Orologio perfetto che governa il mondo. Questa è l’Astrologia.

Mater Dea, Mater Vitae II Parte – le Rune Berkana Peorth e Iss


Splendida rappresentazione della dea greca che per quanto poco abbia a che fare con le Rune (anche se ci sarebbe da confrontare) rappresenta in sè l'idea di madre

Splendida rappresentazione della dea greca che per quanto poco abbia a che fare con le Rune (anche se ci sarebbe da confrontare) rappresenta in sè l’idea di madre

Dopo aver affrontato le dee Freya e Afrodite, vediamo adesso come all’interno delle Rune, si dipana l’idea del femminile, sia connesso all’idea di madre che di operatore del magico (usiamo questa inadatta terminologia anche se la maggior parte degli studiosi parlano di sciamanesimo). Le tre Rune che simboleggiano la donna sono Berkana, Peort e Iss, alle quali per vie collaterali potremmo associare anche Lagu e Ing, ma andiamo per ordine. Berkana con Tyr forma la coppia per eccellenza. Sono il nervo del set runico per quel che riguarda il mondo materiale, perché esse costituiscono il lui e lei che dona la vita. Berkana è la donna intesa come fertilità ma soprattutto come capacità di essere resa fertile. Questa è l’unione con Freya, di cui si parlava nella prima parte di questo articolo e con le tematiche del Seiðr, nel senso di comunione con il mondo esterno-interno e quindi capacità di fruttificare. L’albero connesso alla Rune in questione è secondo la maggior parte delle fonti la Betulla, poiché essa riesce a resistere al freddo glaciale e rinascere di anno in anno, esattamente come la donna che può concepire teoricamente di volta in volta. Il concetto che sta alla base di tutto ciò, è come al solito, quello ciclico del tempo, ripreso dal moto della natura e delle stagioni, che di per sé è connesso automaticamente ai transiti del cielo. Dice un vecchio proverbio “non muove foglia che dio non voglia”. E’ un discorso banalmente applicabile alla cultura norrena in cui dominano le divinità espressione del mondo naturale: ogni cosa si muove secondo uno scopo preciso, ed è causa – conseguenza di altre cause che a loro volta saranno cause-conseguenza di altre situazioni, in un gioco di trame ampiamente definibile nel corso degli eventi ma in un certo qual modo già definito. Significa che se il contadino pianta un seme di melo, otterrà con la buona stagione un bell’albero di mele. Se saprà coltivarlo l’albero crescerà e darà i suoi primi frutti. Se il contadino continuerà ad occuparsene sapendo aspettare i tempi maturi, avrà sempre mele buone sulla sua tavola. Oggi giorno tutto questo può sembrare sciocco, ma in questa storiella si nasconde la saggezza antica. La donna è come il nostro albero di mele, con la differenza che la sua terra fertile la porta nel ventre. A seguito dell’amplesso essa può partecipare alla trasformazione della natura e effettuare il suo compito, per il quale è nata: procreare, ovvero trasformare. Il femminino sacro del resto è un bacino, un contenitore. In altri ambiti, si parla per la femmina di ‘potere passivo’ , ovvero reazionario, conservatore. La donna porta dentro di sé il passato, lo lascia maturare e lo conserva nel futuro per insegnare. Allo stesso modo essa protegge e cura i suoi figli, e coloro che levivono intorno, tanto che il suo corpo è strutturato per essere morbido e accogliente, a differenza del corpo maschile progettato per distruggere e difendere. Berkana riassume in sé tutto questo universo del femminile, che molti riducono esclusivamente alla gestazione. Non che non vi sia connessione, anzi, ma è sempre bene ricordare che la gravidanza di cui la Runa parla è sempre connessa al Seiðr e alle sue possibilità, per cui la rete di significati che il segno nasconde è decisamente più ampia e variegata e non prescinde da un attaccamento quasi ombelicale della donna alla terra, per una funzione specifica che vede il pianeta come la donna e la donna come il pianeta. Senza questa sottile idea che unisce la Runa alla vagina, all’utero e al seno, non si può pensare di possedere Berkana e attivarla. Peorth invece rappresenta un altro stadio della creazione e dell’essere femminile. Se Berkana è la possibilità, è il potenziale, Peorth è l’atto in sé, l’espressione di quella potenza femminile. Ogni donna nasce con le qualità che tale la rendono, ma non è detto che tutte arrivino a sfruttarle. Peorth di suo simboleggia l’utero, il sacco amniotico e qui si potrebbe aprire un capitoletto a parte, solo per descrivere le corrispondenze tra utero e mito. Sinteticamente, l’utero è una porta (qualcuno ha mai sentito parlare delle porte dello zodiaco? Del Cancro e del Capricorno? Delle vie dei draghi?), una sorta di universo parallelo in cui si genera la vita. Se guardiamo alla mitologia classica già potremmo fare un raffronto tra il sacco di bue che contiene il miele, che poi conterrà il vino capace di ‘non morire mai’. Sono concetti abbastanza ostici per coloro che non trafficano nel settore, ma se può essere di aiuto, vorrei sottolineare che la psicologia antica creava molte metafore per raccontare. L’utero materno è un sacco, un contenitore, una caverna, un luogo angusto ma caldo e spesso nel mito  come nel sogno, è simboleggiato da sacchi di vitello che in antichità erano usati anche per conservare il miele, sostanza che non solo per le sue caratteristiche ricorda lo sperma maschile (se qualcuno ha mai letto Omero, noterà che l’eiaculazione divina produce sperma d’oro) ma che è incorruttibile nel tempo. Karl Kerényi , uno dei più grandi studiosi del mito, fa un collegamento ancora più profondo con il tema dell’uscir fuori di sé (nel senso di morte) e Dioniso: vino – miele (in antichità il vino si mesceva col miele sia perché era molto forte, sia perché prima della scoperta del succo d’uva si usava il miele, di cui infatti è rimasto il ricordo sia nell’idromele che nel nettare degli dei) simboleggiano l’utero materno e quello che vi accade dentro ma sono attributi non della dea madre ma del piccolo Dioniso, successore indiscusso di Zeus, il dio smembrato e ricomposto, che porta agli uomini la capacità di essere ciò che non sono. Dioniso è per Kerényi la zoe (vita animale) non la bios (sempre dal greco, la vita in senso di esistenza) ovvero quella forza della natura di spaccare ogni cosa e poi ricrearla. Una sorta di Kaos ordinato e necessario, perché (e gli antichi lo capivano meglio di noi moderni) quando un sistema è vecchio e stantio, occorre distruggerlo per creare nuove possibilità di vita. Peorth sottintende tutto questo. Essa è l’utero che si apre, la porta che conduce alla vita e con Berkana costituisce tutto il potere femminile, a patto che la donna ne sia pienamente consapevole. Molti runologi la vedono anche connessa al sesso o alle gioie del gioco, data la sua forma di contenitore che si apre, che lancia. Mi piace particolarmente l’idea del dado che viene lanciato. Simboleggia due cose: la vita e le Rune, perché vale la pena ricordarlo, le Rune si lanciano non si estraggono. E se il gioco del lancio dei dadi è per antonomasia connesso al destino, penso che l’idea di un bambino lanciato dall’utero possa magnificamente riproporre il trauma della nascita e la responsabilità di cui ogni uomo si carica al primo vagito. Infine c’è Iss, che spesso è identificata con il ghiaccio. La Runa rappresenta il grande potere della madre che dopo aver avuto l’idea e la possibilità (Berkana) di procreare, ha fatto maturare e ha partorito il suo frutto (Peorth) ora ne conserva la stabilità con Iss. Stiamo in sostanza parlando di quel segno capace di stabilizzare le cose, di renderle eterne. Immaginate l’Europa del Nord di secoli e secoli fa, dove il ghiaccio ricopriva buona parte del paesaggio. Le popolazioni che li vi si sono stabilizzate hanno imparato a conviverci, tanto da capire come sfruttarlo e usarlo per sopravvivere. Iss racchiude questa capacità tipica della madre con una punta d’ombra: il ghiaccio conserva ma uccide. Vale la pena di nominare le Lamie, le Lilith della mitologia e della letteratura e di aprire una piccola parentesi sulla posizione della donna rispetto all’uomo. Non va dimenticato che il maschio prova desiderio per un corpo che non solo lo ha partorito, lo ha anche allattato e che culture intere hanno creato modelli e miti per parlare di questo disagio. Il rapporto con la madre è basilare per un uomo, perché è su quella struttura che egli si rapporterà al genere femminile. Tutti oggi giorno mastichiamo un po’ di psicologia e sappiamo quanto un rapporto d’amore possa diventare anche claustrofobico, divorante, accerchiante tanto che molti uomini esplodono, spesso violentemente. Senza contare la letteratura che ci offre una vasta gamma di femmè fatale o timorosi angeli del focolare. La donna può creare come distruggere, può conservare come annullare, può spaccare come ricostruire e il suo agire mina emotivamente l’uomo, sin dalla culla. Perché se una madre non bada al bambino, questo muore. Iss rivela anche questo, ed è un aspetto da non sottovalutare soprattutto nella cultura norrena, dove la donna era un elemento attivo della società che contribuiva a pieno titolo al sostentamento della famiglia – clan. Alcuni vedono in Iss anche una connessione col mondo ultraterreno, per quel che mi riguarda penso che tale legame sia posticcio in virtù della triade greca Demetra, Kore Persefone- Ecate, dato che la madre riaccoglie in sé il figlio morto per farlo rinascere a nuova vita. Non esistono Rune che abbiano a che fare col mondo dei morti perchè non è questo il loro principio vivificatore, in particolar modo rispetto a segni che hanno a che fare con la creazione. In ultima analisi Lagu e Ing, le Rune citate all’inizio dell’articolo possono essere in modo collaterale agganciate al simbolo materno perché la prima è l’espressione del lago, del sentimento, del sostrato emotivo che caratterizza la linea del femminile, del deposito, del contenitore, del ‘sempre sarà così’ e la seconda perché (per quanto io la ritenga posticcia è legata all’idea delle sementi e del raccolto. Ing è una specie di rombo, un seme con la possibilità di essere piantato. Ma anche qui, purtroppo, la maggior parte dei runologi dimentica cosa sia una Runa e si lascia ingannare dall’aspetto grafico, che è insignificante. I bastoni che formano i segni sono Vettori non sono linee per disegni. Quando si studiano le Rune, non si dovrebbe leggere ne guardarle. Banalmente bisognerebbe sentirle e quindi comprenderle. Questa è una sintetica panoramica nel mondo del femminile e delle Rune. Spero di essere stata chiara, ma per qualsiasi domanda o chiarimento, sono a disposizione.

Roberta Tibollo

Rappresentazione moderna dell'idea di dea madre antica

Rappresentazione moderna dell’idea di dea madre antica

Mater Dea Mater Vitae. Viaggio straordinario nell’esperienza femminile runica


Freya

La Dea Freya

Freya è una figura interessante all’interno del carismatico panteon norreno. Primo perché fa parte dei Vani ma viene effettivamente trattata come uno degli Asi e passa la maggior parte del tempo tra loro; secondo perché condivide il nome con il proprio fratello Freyr e Felice Vinci, nel suo testo “Omero nel Baltico” vede nella radice una correlazione con il nome di Afrodite. Nesso molto affascinante, soprattutto a causa del fatto che, a tutt’oggi, è ancora difficile riscattare l’etimologia esatta del nome della dea greca, e l’assonanza tra le radici fr, che a questo punto potrebbero essere di natura indoeuropea, allarga la gamma di possibilità sulle correlazioni tra le due divinità. In effetti, le somiglianze tra le dee non si fermano al nome. Freya è accostata al sesso, alla bellezza, all’idea di donna fertile e affascinante. Il suo cocchio era trainato da gatti (lo Skogkatt, i norvegesi delle foreste) e il suo sex appeal  innegabile, tanto che persino i giganti vorrebbero averla nei loro territori, per portare lustro alla propria specie. Freyr dal canto suo, era un uomo meravigliosamente splendido, e veniva raffigurato con un fallo enorme. E’ molto semplice rivedere nella coppia divina, vecchie deità legate al culto antico della fertilità. Interessante sarebbe studiarne lo sdoppiamento e farlo in linea con altri “fratelli famosi” come Apollo e Artemide (dato che l’Artemide greca è solo la punta dell’iceberg della dea lunare europea). Afrodite dal canto suo, detta molto spesso “callipigia” (‘dalle belle natiche’, non a caso, dato che l’uomo condivide con i primati l’antico ricordo dei glutei turigidi come richiamo della femmina pronta per l’accoppiamento. Nelle donne il gluteo rimane gonfio durante tutta la vita dopo lo sviluppo sessuale, a differenza delle sue lontane cugine che invece tendono a gonfiarlo soltanto durante il calore. Ecco molto banalmente spiegata la passione maschile per il fondoschiena e l’epiteto di Afrodite, dea del sesso, lo conferma a pieno titolo) è la divinità capace di accendere la passione negli uomini. E’ la sola dea a poter essere raffigurata completamente nuda ed è madre, di Eros e Anteros che sono versioni antropomorfe dell’amore. Essa è nata dalla spume del mare (anche qui è facile vedere oltre che nella conchiglia riferimenti al coito, ai genitali e all’esperienza dell’orgasmo)  e inebria gli uomini del piacere della carne. In antichità il sesso, sciolto da ridicoli tabù, faceva parte del comparto non solo religioso, ma anche semplicemente quotidiano. Era grazie all’amplesso che le donne potevano rimanere gravide e quindi portare avanti il genos (la specie nel senso di famiglia-clan) in modo ciclico, esattamente come faceva la natura, quando i campi venivano messi a frutto e davano raccolti. Ancora potremmo parlare di quanto entrambe le dee fossero desiderate a capricciose, ma per nostro interesse, ci sposteremo sulla grande differenza tra Freya e Afrodite: il Seiðr di cui traccia è rimasta all’interno delle Rune. Non a caso uno degli Aettir (divisione di otto in cui i 24 segni sono concettualmente divisi) è dedicato a Freya (anche se per come la vedo io, la divisione in gruppi di otto delle Rune è posticcia. La cosa interessante però da notare è che uno dei gruppi è comunque dedicato alla dea, e forse questo potrebbe essere un retaggio di antiche conoscenze). Ma partiamo dal principio. Il Seiðr è un’antica arte di connessione con le energie naturali. Molti l’accostano allo sciamanesimo, dato che prevedeva anche la capacità di mettersi in contatto con altri piani, tanto da allacciarsi a quello che oggi giorno definiremmo spiritismo, ed era praticato esclusivamente da donne, un elemento molto interessante questo, perché apre una dimensione nuova sulla vita della donna all’interno della struttura religiosa norrena. Del resto, la connessione tra la femmina e la sacralità della nascita e della morte è abbastanza evidente, ma questa comunione con l’invisibile lo era soprattutto per gli antichi, dato che le donne potevano ‘perdere sangue tutti i mesi’ senza morire, potevano rimanere incinta e partorire uomini. In epoca moderna tutto ciò, grazie alla scienza, è un meccanismo del tutto ovvio, ma quando l’essere umano ha iniziato a tracciare la sua vita, doveva apparire come una sorta di miracolo, dato che l’esperienza della caccia e della battaglia, ad esempio, avevano insegnato che una ferita con relativa perdita di sangue, portava indubbiamente alla morte, se non curata. Questa rete di idee ha senza dubbio sviluppato un sistema di credenze intorno alla figura femminile e al suo connubio con le forze ultraterrene e naturali (cosa che la ha resa strega nei secoli successivi). Il Seiðr, a mio avviso, appartiene a questo ambito, dato che tramite il suo utilizzo si poteva prevedere il futuro, lanciare maledizioni e proteggersi da tutto ciò che era negativo. SIiamo in sostanza parlando di magia, e per quanto le Rune siano state “scoperte” da Odino, sembra che il loro vero significato sia connesso al Seiðr e al femminile, e volendo fare un paragone con il mondo ellenico, la dea che subito salta all’occhio è Artemide ‘dal bell’arco’, di cui Afrodite potrebbe essere una volto precedentemente diviso. Tutto questo è rintracciabile all’interno del ciclo runico, e Berkana, indubbiamente, domina la scena, dato che presiede a tutto ciò che nasce e muore, ovvero alla trasformazione della vita, ed è strettamente connessa sia a Freya (tanto che con Tyr, forma la coppia uomo – donna) quanto alla capacità di connettersi al mondo naturale. Berkana è il Seiðr, nella sua forza di propulsione e creazione. Essa è infatti connessa alla gestazione, protegge i parti e supporta le donne in gravidanza, oltre a procurare gravidanze, ma soprattutto essa è la Betulla imperitura, che resiste anche al freddo agghiacciante, e rinasce anno dopo anno. E’ abbastanza evidente la connessione con i riti di morte e nascita, oltre che purificazione. Ma di questo ne parleremo in maniera più approfondita nel prossimo articolo.

Roberta Tibollo

Il glifo della Runa Berkana

Il glifo della Runa Berkana

Dal demonio alla civiltà moderna – breve affresco sul ‘non detto interiore’


Immagine medievale in cui il diavolo sottrae consensi

Immagine medievale in cui il diavolo sottrae consensi tramite il famoso Patto

Quella del demonio è una storia lunga, complessa e travagliata, a metà tra la religione, lo spasmo irrazionale e le paure ancestrali connesse alla sopravvivenza quotidiana quanto alla paura dell’ignoto. Ma soprattutto la storia del diavolo, del fazioso nemico, è legata al primario bisogno di stabilire un limite esatto tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra ‘noi’ (il bene) e ‘loro’ (il male), in modo da definire i contorni di un potere religioso ben preciso, stabile, effettivo. Sono questi i podromi di quella che forse è la figura fondamentale della religione cristiana (e non solo), Satan, il nemico, la bestia, l’antagonista per eccellenza, senza il quale la storia non può certo dipanarsi: come fa un eroe a dimostrare di essere tale senza qualcuno che gli dia filo da torcere? Gesù, esorcista per eccellenza, come può dimostrare il proprio talento senza diavoli da scacciare o penitenti da purificare? Una volta stabiliti i recinti comunicativi, si può banalmente impiantare una struttura sociale – religiosa in cui il fedele può riconoscersi e programmare la sua vita. Ernesto de Martino nel suo libro “Magia e Sud” descrive la funzione apotropaica della “historiola” che compare spesso nei canti usati per gli scongiuri: ‘come Gesù ha salvato tizio dal mare così io ti salvo da questa malattia’ che evidentemente ha una connessione specifica con l’acqua. Narrando un brevissimo racconto si destoricizza la situazione dell’oggi, la si lega al potere del nome di Gesù e tramite esso si annulla il male. Ma perché questo tipo di scongiuro possa funzionare, occorre chiaramente che il suo valore sia riconosciuto a livello comunitario. Cioè occorre che esorcista ed esorcizzato facciano parte del medesimo nucleo religioso-sociale. Secondo Ernesto de Martino, questo è un modo tipico delle civiltà moderne e non, per rinchiudere il male dell’ignoto, la paura del non riuscire a sopravvivere in elementi chiari, precisi, strumenti atti e riconosciuti dalla società con cui eliminare i problemi. E’ la stessa funzione del demonio all’interno della struttura religiosa del cristianesimo. Satana racchiude in sé tutto il terrore legato alla morte e al decadimento, chiamato peccato. Gli dà un nome, un volto e di conseguenza gli assegna una controparte buona, amorevole, misericordiosa che fa da scudo al “male di vivere”, e permette di far ricorso a metodi precisi per estirparlo. E’ chiaro che questo discorso sussiste in un tipo di religione come quella cattolico-cristiana e che difficilmente si ritrova nelle religioni antiche, in cui il concetto di male è diversamente inteso. In primo luogo non c’è una differenziazione così netta come nelle strutture orientali. Non ci sono combattimenti o lotte intestine tra due fazioni ben definite (persino presso il mondo del nord, per quanto Vani, Asi e Giganti si odino, ci sono incursioni amorose, dispetti ma anche nobili battaglie combattute insieme) ma deità che portano ordine sul caos (vedi Zeus ordinatore del kosmos che relega i titani nel Tartaro). Tutto ciò ha un motivo ben preciso: gli dei precristiani sono immortali ma non imperituri, cioè per quanto non possano perire (anche se i nordici parlavano del disastroso Ragnarök, la battaglia finale durante la quale il piano del Múspellsheimr avrebbe distrutto tutto e gli elleni parlavano di tre età con un Zeus ordinatore appartenente alla seconda e un Dioniso dal sapore messianico avrebbe dato il via alla terza), sono comunque nati e soggetti al fato e alla natura in un ritmo ciclico presente e perfetto, in quanto finito. Il dio cristiano è un dio imperituro che muove  tutte le cose. Egli è inizio e fine e nella perfezione della sua esistenza (chiamiamola così) egli è il motore immobile dell’Universo e ha chiaramente il suo da fare contro quelle che sono le energie che portano squilibrio all’interno dell’Ordine: i demoni. In realtà il discorso è molto più complesso, perché se gli antichi avevano compreso che male e bene sono discorsi alquanto relativi e relativisti, che si incontrano e scontrano nei vari piani (Democrito parlava già di mondi infiniti e pensabili mentre Eraclito adduceva al Logos come alla legge universale che fa da transfer tra vita e morte, in una guerra sempiterna tra opposti, senza la quale l’universo così creato non potrebbe esistere), i cristiani rifiutano a priori l’esistenza del male, quasi negandolo, ripudiandolo. A livello psicologico questo apporta alla figura di Satana il valore oscuro, tetro e profondamente demoniaco ma soprattutto, la sua negazione è causa di profondo malessere a livello non solo sociale, ma anche mentale. Mi spiego meglio. Nell’antichità esistevano strutture sociali ben definite con il solo valore di supportare l’individuo e permettergli di crescere in modo corretto rispetto alla civiltà di appartenenza. Stiamo parlando dei gruppi che accudivano il soggetto e lo sottoponevano ai cosiddetti ‘riti di passaggio’. L’idea ciclica del tempo veniva in sostanza applicata anche alla vita della persona, scandita da lancette invisibili che ogni tot richiedevano una trasformazione e quindi un salto in avanti, un passaggio per l’appunto. Un esempio sintetico e valido, è il menarca, la prima mestruazione che separa l’infanzia dalla pubertà e che portava la bambina alla metamorfosi in donna. Nel passato, esattamente come il momento del parto, era un periodo estremamente delicato in cui la protagonista doveva adottare tutta una serie di precauzioni e atteggiamenti perché da li in poi la sua esistenza sarebbe mutata e doveva abituarsi a tale novità. Le donne, fanno gruppo intorno alla giovane e la istruiscono. Le fanno comprendere cosa accadrà, le spiegano le loro esperienze e la portano in una condizione mentale in cui, non solo la ragazzina inizia a sentirsi adulta ma anche e soprattutto parte del gruppo. Accetta quindi le sue responsabilità esattamente come i suoi doveri. Le paure, i turbamenti, anche legati nel nostro esempio al sesso e alla metamorfosi del corpo, vengono dissipati secondo le regole sociali e/o religiose, nella calda ed accogliente idea del ‘è sempre stato così e sempre così sarà’. Nel cristianesimo invece la totale asseverazione al dio implica la negazione totale della paura, che per essere cancellata non viene semplicemente accettata e quindi estirpata, ma eliminata nel nome di dio. La paura del sesso, per mantenere il discorso, in una giovane adolescente appena mestruata, invece di essere compresa, accudita e scandagliata viene semplicemente catalogata come male, come immessa da un ipotetico demone e quindi sconfitta solo appellandosi a dio. Il discorso assume una luce più chiara se si pensa al bambino che teme la notte. Un conto è aspettare l’alba da solo nel proprio letto, altro è andarsi a rintanare dai genitori. Il piccolo dissipa la paura tra le braccia della madre, allontanando i mostri che pullulano la sua fantasia. Lo stesso discorso vale per il cristiano che quando arriva a configurare le nome di Satana tutto ciò che è sbagliato, maligno e perverso e che quindi teme, altro non rimane che gettarsi nella misericordia divina. Da questo semplice strattagemma nasce la forza della Chiesa, che ha strutturato nei secoli ad hoc l’immagine di Lucifero in modo da creare una netta separazione tra il giusto, la madre chiesa e lo sbagliato, il paganesimo. Non è una forma di accusa questa, perché è così che funziona quando una cultura antica si scontra con una passata. Quel che serve rimane, quel che non serve è negato e su questi binari si struttura la nuova società. Il problema sorge però a livello psicologico, perché, e oggi si nota molto facilmente, la paura del diavolo ha castrato le nostre menti. Abbiamo dimenticato come esorcizzare ciò che temiamo e semplicemente affidandoci ad un grande, benevolo padre con una risposta per tutto, abbiamo smesso di imparare anche ad aver paura in modo da poterla affrontare quella paura. Da poterla discutere e sciogliere in una risata. Nello stesso tempo la figura del demonio, che ha una splendida esegesi alle sue spalle, dalla Bibbia (in cui attenzione Lucifero non è citato nel modo in cui tendiamo a parlarne, dato che sostanzialmente è un impalcatura della stessa Chiesa) in poi, si è mostruosamente ingigantita, e più cresceva più lasciava intendere che nessuna via di scampo c’era se non tra le braccia di madre Chiesa e padre Dio. Senza contare le accese ostilità che ha ovviamente fatto maturare, perché le catalogazioni del male sono comunque infinite e personali e hanno dato origine a fenomeni come l’inquisizione o i genocidi delle popolazioni precolombiane. Eppure, proprio questo apparato, ha segnato in età moderna la fine della Chiesa stessa, ridotta di per sé ad adattarsi ai tempi pur di non morire. Nel medioevo in cui Roma tuonava come unica voce, nonostante le battaglie tra Impero e soglio di Pietro, tra misticismo e potere temporale, era più semplice accettare l’idea quasi gnostica di male e bene. Ad ora le cose sono mutate, perché non ci sono solo due voci ma un coro costante di voci diverse anche in antitesi. Affidarsi totalmente a dio contro un ipotetico diavolo, oggi giorno è quasi assurdo per la maggior parte delle persone per il semplice fatto che il bambino è cresciuto e trova ridicolo nascondersi nel lettone dei genitori. Il problema però, è che deve fare i conti con secoli e secoli di paure ricacciate in gola che hanno sedimentato e prodotto drammi esistenziali, psicologici e depressivi, e la nostra cultura occidentale non dispone più di strutture sociali accomodanti, accoglienti che davvero possono ricomporre l’identità della nostra civiltà. Padre Amorth, Papa Francesco e tanti come loro, affermano che la grande astuzia del diavolo è quella di far credere non esista. E’ vero. Lui c’è e se è così grande e pauroso è perché lo abbiamo negato fino ad ora, rinchiudendoci tra le ali ecclesiastiche. Il terrore è un sentimento come tanti altri. Va fatto emergere, va compreso, studiato nel senso latino, affrontato e poi estirpato. Nel gioco dei Tarocchi il Diavolo è la carta XV, ed è posizionato tra la Temperanza e la Torre non a caso, perché indica quel muschioso sottobosco di energie che noi tutti possediamo. E’ la pluralità dell’istinto, della bestialità, della forza degenerativa e rigenerativa della natura. E’ il principio che da origine al Kaos (la Torre che ha anche un simbolo fallico. In questa luce il Diavolo è anche quella passione sessuale che scatena l’amplesso e quindi da origine al coito e alla generazione – Le Stelle-). E’ l’estasi mistica che mette in contatto il naturale con il soprannaturale, dopo il periodo di comunione con la natura portato dalla precedente Temperanza. Non è un caso se il demonio porta zoccoli e corna da capra perché questa è propria la base del mito orgiastico di Dioniso, che vale ricordarlo, è il dio ‘dell’uscir fuori di sé’. Il vino è un mezzo, un tramite come il teatro. Ogni volta che il raziocinio smette di agire sull’uomo entra in gioco Dioniso che spinge a ballare, ridere, cantare ma soprattutto diventare qualcosa che non si è. Questa è la linea guida anche per comprendere le feste orgiastiche in onore del dio, e il senso mortuario di passaggio e traslazione che ne pervade il mitologema. Perché come si diceva prima, le paure, i passaggi, i terrori si affrontano lasciandosi conquistare da loro stessi, lasciando possedere. Le donne in onore di Dioniso impazzivano letteralmente e correvano nude per i boschi della Grecia squartando come bestie gli animali in cui incappavano, per poi chiudere in orge la giornata. Accadeva soltanto un giorno all’anno ma quando succedeva il senso di liberazione era totale, perché nel momento in cui la follia ti pervade, ti ha anche affrancato dal suo cappio. Non è rimasta li a cuocere, a bollire fino allo scoppio violento. Va da sé che stiamo parlando di un tipo di società incastrata in un periodo storico antico con determinati sistemi logici. Ma è anche vero che, dovremmo imparare un po’ di più dal mondo antico e riprenderci le nostre paure, con serenità.

Terrei a far notare i lettori che quanto scritto non è un inno alla violenza nè nei confronti di sè stessi che degli altri. La dialettica tra bene e male, giusto e sbagliato è sempre e comunque strutturata dalla società in cui si vive e della quale, dovendoci vivere, si accettano le regole comportamentali. Questo vuol dire che se si parla di far esplodere il proprio universo interiore, bisogna comunque rendersi conto del modo in cui lo si fa. Per noi moderni la sfida è molto più dura perchè il mondo antico metteva a disposizione dei comparti sociali adatti come feste, rituali e simili. Oggi non ne abbiamo. Ma sicuramente, non è alla violenza gratuita o verso i più deboli che si fa omaggio.

Roberta Tibollo

La lama dei Tarocchi rappresentante il Diavolo

La lama dei Tarocchi rappresentante il Diavolo

La Runa Thurs e la sua collocazione nel mito di Thor. Un esame sintetico dello studio di una Runa


La Runa Thurs

Thurs

Il Glifo di Thurs ricorda esattamente un’ascia, e come per altre rune (Algiz, Ansuz e soprattutto Tyr) la sua connotazione può essere di natura fallica, quindi assurgere a tutta quella gamma di simboli che indicano il movimento e l’azione. Nel caso specifico della Runa la propulsione. Guardare Thurs implica sentire il frastuono della battaglia, del temporale e della forza combattiva. 

Parlare di Rune, al giorno d’oggi, non è certo argomento semplice, soprattutto in riferimento alla mitologia nordica (del resto è improbabile scinderne gli estremi). Ciò è dovuto alla mistificazione che secoli e secoli di cattiva cultura di forte dominazione classica e/o classicheggiante (la Grecia unica e sola culla della Civiltà, Winckelmann e il Neoclassicismo), la Chiesa, la Wiccan e la New Age hanno provocato;  a cui va chiaramente ad aggiungersi, il fatto non poco rilevante, che stiamo parlando di un ordine linguistico con carature religiose e sociali, appartenente ad una cultura (quella norrena o più genericamente del Nord Europa) estinta, alla quale l’uomo moderno attinge con occhio moderno. Questo cosa vuol dire? Che i Runenmeister attuali  tendono a studiare le Rune con la coscienza, la sostanza e le idee di un uomo del 2000, senza tenere assolutamente conto del principio mentale (e quindi culturale) che un tempo le ha generate. Un esponente della perversione conosciuta come New Age potrebbe argomentare rispondendo che percorriamo un lento cammino di evoluzione dello spirito e che pertanto gli strumenti si evolvono con noi. Ognuno può pensare quel che vuole, ma sicuramente non è più di Rune che stiamo trattando. Concretamente questo a cosa porta? Ad un almeno buon  80% di notizie (banalmente reperibili anche sul web) false e all’accostamento del Fhutark a tradizioni inverosimili. Lo spartiacque è chiaramente segnato dagli studi archeologici e linguistici, non scevri da insicurezze dovute alla discontinuità del materiale pervenuto e alla riservatezza delle popolazioni antiche sull’argomento, ma senza perdersi in datazioni storiche, problemi di carattere filologico, e studi relativi alla comparsa delle Rune come alfabeto scrittorio nel panorama europeo (dato che non basterebbe per la trattazione un libro intero), focalizziamo la nostra attenzione sul comparto magico -religioso. A noi basterà ricordare, per una pulizia mentale, che il cosiddetto alfabeto (definizione imprecisa dato che stiamo parlando di geroglifici ma, che a causa della comparazione con il gemello latino e greco, va per la maggiore) si compone, principalmente (la quantità varia a seconda della località esaminata) di 24 segni, è attestato circa dal I-II sec d. C, e interessa tutte le popolazioni germaniche (con le dovute caratterizzazioni).

Puntualizzato ciò, entriamo nel vivo della questione.

Il linguaggio magico si fonda sul principio per cui la parola genera energia. La scrittura blocca la parola, la confina con tutto il suo potenziale all’interno di un corpo materiale, attribuendole un fine specifico. Nell’antichità la parola, il dire, e quindi lo scrivere non erano semplicemente azioni utili per la comunicazione e l’interazione, al contrario, erano un modo unico e segreto per manifestare la propria volontà e tradurla in concreto. Medea nella tradizione greca è chiamata σοφή (saggia) perché possiede il dono della parola e sa quindi argomentare le sue intenzioni. Ma Medea è associata alla Gorgone, ad una primigenia figura di strega, per cui quando Crise le confessa (nella tragedia di Euripide) di aver paura di lei in quanto saggia, possiamo dedurne una doppia natura di significati: saggia in quanto intelligente ma saggia anche nello stesso modo in cui era saggio Odino, ovvero nel saper usare le parole, e direzionarne l’energia per determinati scopi.

In un passo della Edda,  Hávamál, o «Discorso di Hár», in cui a parlare è lo stesso Odino ( Óðinn), detto  Hár, «alto» o «eccelso», databile all’inizio del X secolo, si legge in proposito nella sezione dedicata alla dissertazione sui canti magici (146-163):

149         Þat kann ek it fjórða:

ef mér fyrðar bera

bǫnd að boglimum,

svá ek gel,

at ek ganga má,

sprettr mér af fótum fjǫturr,

en af hǫndum haft.

Questo conosco per quarto:

se uomini impongono

ceppi alle mie membra,

così io canto

che me ne possa andare:

la catena salta via dai piedi

e dalle mani il laccio.

Come si può leggere in questo passo, Odino spiega come liberarsi da ceppi tramite l’uso di canti (e sono davvero pochi a sapere che anche in Omero i canti sono usati con fini alquanto diversi dall’intrattenimento, come ad esempio con l’intento di guarire, cosa che allarga nettamente gli orizzonti sulla morfologia culturale che sta alla base della nascita della civiltà greca). Run o Runo è anche il nome di un componimento, ovvero di un canto e l’associazione con le Rune è verosimile sia perché le Rune secondo tradizione vanno “cantante”, sia perché il passo precedente alla dissertazione qui proposta è il famoso  Rúnatal, ovvero il pezzo in cui Odino racconta di come ha tratto le Rune ed è divenuto “saggio”, cioè’ ha appreso l’arte del  Seidhr, “scrutare” (anche se qui dovremmo aprire una discussione a parte, perché è Freya, la detentrice di tale Arte magica e forse ad Odino si può accostare con più efficacia quella propria del canto e del rituale) e grazie ad esso, può guardare a fondo nelle cose, appeso al famoso frassino sacro  Yggdrasill (anche qui si dovrebbe aprire una nuova pagina di studi per capire cosa c’è dietro all’immagine di Odino impiccato ai rami del sacro albero e al suo occhio destro gettato nella fonte di Mimir). Le fortissime connotazioni sciamaniche sono alquanto evidenti, e si disperdono nella notte dei tempi, ma sicuramente fanno da sostrato alla creazione degli alfabeti e a tutta la tradizione religiosa che sosta alla loro base. Tradizione che val la pena ricordarlo, nasce dalla fusione di una visione animistica della natura e dal ricordo di gesta eroiche di antichi capi-clan. Le Rune risentono particolarmente di tutto ciò, e studiarle implica una valida conoscenza non solo della cultura norrena ma anche dell’ecosistema in cui queste popolazioni hanno vissuto, e soprattutto, della visione che ne hanno tratto. Le Rune sono infatti collegate alla natura, al ciclo del tempo e alla differenziazione tra spazio sacro e non, basso e alto, lontano e vicino in un dare-ricevere continuo, in cui l’energia passa tra cielo e terra, acqua e aria, fuoco e luce, buio e giorno.

La Runa che desidero presentare in questo articolo è Thurs, conosciuta anche come la spina o il gigante e spiegare la sua strana ma possibile relazione con Thor e l’Ascia.

Ancora una volta dovrò però partire dalla tradizione pre-greca e in modo particolare dalle Aristie, ovvero dalle celebrazioni degli eroi omerici e da un passo specifico del II Libro dell’Iliade, in cui Agamennone raduna il Consiglio degli Anziani per raccontare il suo sogno e progettare un nuovo attacco contro Troia. Il pezzo è famoso per via della comparsa di uno “scettro”, un’ascia o bastone, emblema di chi ha potere e possiede “la parola”, ovvero la possibilità di parlare durante un consiglio, possibilità riservata solo all’elite. Ai fini della nostra ricerca, basterà ricordare che durante i consilia gli uomini del nord portavano con se delle asce e che quindi appare verosimile ricollegare l’idea di ascia – Thurs al potere decisionale. Mantenendo a caldo questa prima rete di significati, pensiamo all’altra definizione della Runa:  tuono, che è emblema, come nella cultura greca, del segno della decisione degli dei, in modo particolare di Zeus. Quel lampo che precede il fulmine è il messaggero di tale decisione. Se si prova a sbattere con violenza un’ascia contro un’ incudine, essa genererà delle scintille. Da ciò si deduce che, il segreto di una Runa come Thurs, risiede nel potere decisionale, nella fattispecie divino e nella tipica correlazione di figure in mitologia, dalla scintilla provocata dall’ascia si risale al lampo nel cielo. Del resto, oggigiorno nei tribunali, quando il giudice da la sua sentenza, da un colpo di martello per dichiarare definitiva la sua decisione, e se proprio vogliamo espandere il discorso, uno dei gesti della prossemica che indica che il soggetto desidera sottolineare la sua posizione mentale, è lo sbattere la mano su una superficie.

Però, perché si possa decidere, occorre esistano almeno due strade o due contendenti, ovvero due possibilità di scelta. Qui entra in scena il Mjöllnir di Thor. Esso era l’arma micidiale capace di proteggere Asgardh da qualunque attacco e di tornare indietro quando veniva lanciata, grazie alle Rune incise al di sopra (anche qui, possiamo pensare alla capacità delle parole di essere lanciate e ritornare al mittente). Potremmo quasi dire che se i giganti rappresentano la furia e il kaos (paradigma presente tra l’altro anche in Grecia con Zeus e i titani oltre che i giganti stessi) Mjöllnir potrebbe essere intenso come “giustizia”.

Ma come mai allora Thurs è chiamata anche la spina o il gigante? Perchè l’idea del male e del bene intesi come giustizia divina è sconosciuta agli antichi nel senso cristiano.

La giustizia divina è ciò che mantiene l’equilibrio. Se l’equilibrio del cerchio è rotto, non c’è giustizia e regna il kaos che non permette la vita (cosmo uguale ordine). E se sono assenti concetti come male e bene significa che ogni personaggio mitico può contare su uno spettro più ampio di possibilità.

E in questo caso ecco la doppia associazione con Thor. Thor non è superman. Come non lo era Heracles.

Thor è una sorta di gigante buono preda della rabbia quanto rozzo. La sua forza lo accomuna ai giganti stessi tanto da dare un’immagine di lui come di “gigante buono”. Ma come può essere un gigante “buono”? E cosa intendiamo a questo punto per “buono”? Significa che in Thor vi è una doppia natura. Ovvero una possibilità di scelta. E guarda caso Thor è uno degli dei più vicini al mondo degli uomini.

Ma nel dio alberga il kaos. Quella forza mostruosa che lo caratterizza, che se fosse dotata di mente potrebbe renderlo uno degli dei più forti del pantheon. La sua mente però è debole e facilmente governabile. Ecco in che senso è da intendersi quel buono.

E nonostante Thor sembri scegliere ciò che può fare, combattendo tra le sue due nature, in realtà segue quello che è il suo destino (altra configurazione mentale delle popolazioni nordiche, in cui il Destino è l’insieme e la conseguenza dell’intrecciarsi di varie cause, che portano esclusivamente ad una possibile strada). Ed è in questo modo che si torna alla Runa Thurs, intesa come lampo, come la possibilità di scegliere la propria strada secondo la propria fortuna (in senso latino) o la decisione divina. Ogni volta che il lampo esplode, c’è un percorso nuovo, una meta da raggiungere, una possibilità da concretizzare.  Da qui ci si può riallacciare anche al concetto di Spina, come tratto dal poema irlandese. La spina è qualcosa di fastidioso, che può dare noia sia dall’interno che dall’esterno. E’ utile per difendersi, soprattutto quando non si posseggono doti come zampe o gambe per fuggire (le piante) o zanne e artigli per attaccare (animali). Ma la Spina, associata all’Ascia e al combattimento può anche sottintendere il Monito, come è ricordato nel mito di Thor, che porta dentro la sua testa un frammento, una spina, di uno scontro in cui stava per essere sconfitto. Thor in sostanza porta nel suo stesso corpo il ricordo- spina di quando stava per prendere delle decisioni sbagliate, la dove per decisione occorre intendere percorso, strada, via. Se il gigante come l’uomo ha la sua doppia, tripla, quadrupla natura tra cui deve scegliere il da farsi (senza contare che il destino tessuto dalle Norne sceglie per te) quella spina, quel martelletto nel fianco, fastidioso quanto inopportuno, sta li a ricordare quel che fa male e spostare la decisione su idee migliori rispetto a quelle del passato. Allargando ancora il concetto, Thurs è paragonabile all’esperienza, grazie alla quale si impara in base ai propri errori. Ecco perché ci si può difendere. Perché quando si ha a che fare con qualcosa che già si è affrontato, in base al ricordo si può prendere la decisione migliore.

Ovviamente il discorso è ancora molto lungo e difficilmente esauribile in un articolo. Quel che tengo a precisare in questa sede è che prima di tutto, le considerazioni esposte sono mie e personali, e derivano praticamente dai miei studi come ricercatrice. Comprendo che per decifrare al meglio le mie correlazioni, occorra avere una buona base di studi classici ma spero di aver reso appetibile per chiunque quanto scritto. Va da se, che l’intento principale era fornire un valido processo di esame della Runa singola. Se sono riuscita in questo ho raggiunto il mio scopo. Per ogni domanda, e chiarificazione, sono a disposizione.

Roberta Tibollo

Un’immagine del dio Thor, conosciuto anche come dio del Lampo o del Tuono

Thor

Ringrazio il sito http://bifrost.it/ per la traduzione dell’Hávamál.

Quando l’erotismo ha davvero bisogno di un restyling sintattico-grammaticale


La copertina del libro

Esasperazione. “Io, però…” (Arduino Sacco Editore)  riduce l’eros a questo, in una prova decisamente mal riuscita per  Rosa Santoro, che si confronta con le perversioni di Margherita, la sua “femme fatale”, la milf protagonista di questa “piccola” storia. Un libro noioso, difficile da leggere in cui lo stesso personaggio principale (sul quale s’ innerva l’intera vicenda), alle prese con le sue fantasmagoriche  voglie erotiche, finisce con lo spersonalizzarsi e perdere completamente ogni aggancio con la realtà (oltre che possibile connessione con il lettore), fino a riempirsi di una vuotezza assurda, paralizzante. Il problema è la cattiva scrittura, troppo pesante e pericolosamente fuorviante. Scorrendo le pagine, le parole sembrano accostate tra loro in modo quasi  casuale alle volte, tanto sono gonfie ed elusive. Danno l’impressione che l’autrice le abbia collocate più che altro “per fare scena”, in un’idea di letteratura in cui la tensione poetica è sostanzialmente nulla, barocca. E questa è una grave pecca, soprattutto per un romanzo erotico in cui il lettore vuole sentirsi al centro della scena. Margherita invece è impenetrabile. Ci racconta di lei per oltre 100 pagine, ma la cattiva gestione del lessico e dell’impianto scenico non ci permettono di andare oltre il raccontino osceno. Più volte bisogna, infatti, rileggere alcuni passaggi (tra risatine sommesse  per le scenette improbabili) per tracciare una linea contingua fra gli eventi. “Io, però…” è un pacchetto “tutto compreso” di moderna banalità letteraria, nel quale si nota, in una sorta di deja vu, la scia di lavori commerciali d’ oltreoceano (la sola differenza sta nella pubblicità compulsiva delle grandi case editrici), il tutto rivestito e condito da un alone di misteriosa “ars poetica del contrasto”, talmente ermetica da rivelarsi aria. La trama come da copione, prevede una bella, famelica donna e tanti uomini che le girano intorno, e le descrizioni dei loro rapporti sessuali. Chiunque abbia letto de Sade o Marguerite Duras, sa che quando si scrive di erotismo lo si può fare sostanzialmente in due modi: o con brutale efficienza o con nostalgico “non detto”. Qualunque strada si scelga, occorre imbastire con naturale talento, un progetto comunicativo che sappia destare la curiosità, il sentimentalismo o l’eros stesso del lettore; cosa che purtroppo nel lavoro della Santoro non avviene perché la sua milf non comunica. Margherita beve sesso fino alla noia, senza alcun tipo di obiezione, tratta la sua “figa” come un alcolizzato tratta la sua bottiglia di birra. Bando ai moralismi, l’idea poteva anche funzionare, ma purtroppo la difficile scrittura non permette neanche di raccogliere brandelli di umana realtà in questo personaggio, che gioca a fare la Salomè di un universo poetico inesistente.  Pornografia usa e getta, a consumo personale, fino a giungere all’escalation delle ultime pagine, quando all’improvviso le cose sembrano mutare e rivelarci un personaggio “nuovo”.  Al che, sorge spontanea una domanda: “che cosa Rosa Santoro desiderava trasmettere con il suo libro?”, sempre che qualcosa si desiderasse trasmettere. Purtroppo il quesito rimane senza alcuna risposta e la nostra Margherita non può fare altro che guardarci al di la di un vetro di plexiglass, dietro cui la sua creatrice, involontariamente, la ha confinata, in un labirinto improbabile.

Scatto dell'autrice

Scatto dell’autrice

“Non amo descrivermi, mi schifo dentro”