I ragazzi di Niscemi e il Petrolio di Gela


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Li ho visti quei ragazzi, li ho guardati dentro gli occhi, in quel profondo che il potere non riesce a leggere ma che non raggiungerebbe nemmeno. Ho parlato con loro, con i ragazzi del presidio “No Muos” di Niscemi e quella cosa che stanotte non decifravo, quella sensazione che non restituiva l’ambiente ideologico che mi stava attorno, infine, si è aperta lasciandomi vedere ogni cosa con chiarezza. Quella “cosa” era l’onestà, la consapevolezza di trovarsi nel luogo ideale dove lo scambio non è costretto da veti sulla libertà che ha per base l’educazione civica e morale e si estende alla libertà d’esistere, in un unico insieme con la natura liberata da inutili contaminazioni. Servono solo alle lobby le intrusioni nei contesti naturali e lo scopo è solo potere, controllo e denaro, molto denaro.

Ha ragione Sebastiano Adernò che li sente stanchi, e non di lottare, perché per quello nessuno di loro allenta la presa; sono stanchi per le aggressioni, stanchi per l’imbroglio continuo, della non volontà delle controparti, di dibattere una soluzione anche di “compromesso”. Mettiamoci poi la Polizia, con gli arresti arbitrari e le continue provocazioni, mettiamoci pure i media con la volgare disinformazione o, peggio, l’informazione a pagamento e non parliamo della politica che cerca di manovrare a proprio vantaggio questa protesta che dovrebbe coinvolgere tutti coloro che credono ancora nel futuro.

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Io dico che è facile da qui, dalla mia tastiera stuzzicante, con la mia birretta accanto, fare protesta! E’ vero, vale anche questa, certamente, ma andiamoci anche per un paio d’ore a vedere l’arena in cui questi ragazzi si giocano la libertà cercandola;

a vedere come si gestisce un presidio con l’unico desiderio di non farlo diventare un grande bordello giusto per passare le notti in compagnia.

No, è tutto sofferto, costoso, inevitabilmente pesante ma pieno di quel sanissimo desiderio di vincere su un’incredibile ingiustizia. Mi ha detto cose molto belle Max, ha detto delle cose che anch’io dicevo nel ’70 quando assieme agli operai si gridava a Palermo o a Roma contro quello status sociale di marca ancora troppo fascista e che riformulavo nel ’73, quando Pietro Valpreda, mi spiegava la sua poesia mentre io gli domandavo di Castro e della libertà…

Quant’è distante quel tempo ma quanto mi invoglia a gridare: NO MUOS cazzo!

Noi siamo poeti ed è nostro preciso dovere dare una mano. Alziamo il tiro, gridiamo attraverso la poesia, lanciamo il nostro messaggio e facciamolo esplodere a ombrello affinché al sacrificio di quei ragazzi, si aggiunga, potente, la nostra voce.

http://nomuos.org/index/muos

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Ecco come in un momento si spazzano via anni di lavoro! Non voglio parlare di assurda strafottenza, quantomeno, vorrei dire imprudenza e mediocre senso di responsabilità per quest’ennesimo disastro. Uno scambiatore non ha funzionato, dicono… e i controlli? Le decine e decine di controlli che si eseguono quando si rimette in marcia un impianto? Conosco le raffinerie e so dei controlli ma, evidentemente, qui non sono stati sufficienti, perché non è pensabile che possano accadere di queste cose, non è possibile che si mettano vite e ambienti a rischio per queste incurie e bisogna dire basta, bisogna che si segua una logica che metta in accordo lavoro e salute. Daniela Placenti grida alla lotta e siamo tutti con lei e l’associazione che sostiene e la sostiene, in un impegno che tocca tutti, anche i più lontani, perché, signori, amici, quello che accade oggi a Gela, non è una novità, e se non si danno veri e forti segni di intolleranza, niente fermerà i signori del potere.

Una tonnellata di greggio pesante si è riversato in mare e penetra in città attraverso il fiume con le conseguenze che possiamo immaginare. Fa bene Giuseppe Calì a voler strappare e bruciare la bandiera della raffineria che non è più soltanto simbolo di lavoro e quindi di benessere, ma diventa sempre più simbolo di morte e distruzione. Ovviamente la Polizia si preoccupa di identificare e schedare, con chissà quale attributo, l’amico Giuseppe anziché preoccuparsi dei cittadini, come se loro e i loro figli non vivessero a Gela e fossero immuni da quei mali che quel disastro comporta. E’ chiaro che per loro, quei ragazzi sono solo dei fanatici e sporchi comunisti che non hanno altro da fare che protestare!

Dico che siamo stanchi, dico che non voglio andarmene dalla mia terra per colpa di tutti quei furbetti coglioni che la stanno distruggendo; dico che si deve dare una mano ai gelesi per questa ulteriore protesta e a quei ragazzi, gli stessi che lottano contro il Muos, che giorno e notte si rendono presenti e attivi. A loro dico grazie, anche se so che avrebbero bisogno di “grazie” più alte delle mie.

Oltreverso (il latte sulla porta) – Zona Editrice – Recensione


Nel nido più alto
lo squarcio nel cielo
induce al raggiro
che io torni e traduca
il verso oltreverso

oltreverso copertina

Con questi versi esordisce Doris Emilia Bragagnini in questo libro pieno di musica.
Mi hanno sempre affascinato i suoni di questa poeta dalla scrittura riservata ma tagliente; apparentemente appena accennata e stretta nella sua dimensione di pensiero ma, evidentemente, pronta alla deflagrazione per espandersi nell’oltre di quel verso, per diventare gesto e concretezza (consistenza di pensiero/che ansimando evapora/in mille gocce di rubino) in una dimensione non più solamente sua ma dell’intero attorno a sé. Il tempo, se non quello musicale, sembra non aver consistenza nell’ambiente poetico dove si muove anzi, proprio lì, in quel suo territorio, ne domina i residui correggendolo verso uno scandire personale (ultimo bacio freddo al cielo/di tormento già concluso/-insieme al battito-) che risolve e riapre la sensazione di “squarcio temporale” più che di passato e, quindi, attesa.
M’impressiona la capacità della Bragagnini, di rendere dinamico il pensiero racchiuso in una serie di insiemi statici, di come riesce a muovere il fondo senza minimamente sfiorare la superficie e l’atteggiamento poetico, che respira di proprio, quasi fosse un’entità a sé, ma in simbiosi con un’attività parossistica interiore del corpo e i suoi legami (Potesse uscire/questo squarcio eterno/arrotolarsi su se stesso/e scorrere…) in un fluire fine a se stesso ma senza la necessità di separarsi. La funzione geografico-affettiva, le posizioni e le dinamiche circoscritte, sono il palcoscenico di questa poesia viva e vissuta che Doris Emilia Braganini ci propone, poesia che non ha simboli ma evidenze; che non sfocia con un delta bensì con un enorme estuario verso i sentimenti accesi o corrosi e si svolge con carismatica chiarezza e coinvolgente sensualità dalla base al vertice.
A tratti, da questa parte dell’anima, Doris si affaccia ad osservare come quell’attorno a sé si muove con tutte le sue meraviglie ma anche con quei proiettili devastanti che determinano il passo e la velocità e li descrive, questi momenti, con parole entro una gamma di suoni illimitata tra danze amare, pianti risolutori e grandi slanci di passione.
Ecco come leggo Doris Emilia Bragagnini, poeta che stimo per eleganza e capacità trasmissiva.

doris

Immobile flamenco

Provo a guardare
eppure non ho occhi
di ragioni escluse
vuoti dipanati
con nebbie latitanti

Quei vuoti sono
abissi bui, moltitudini
di fantasmi andati, volta
di un inchiostro assiderato
immobile flamenco
dettato a labbra strette

Tacchi in tasca non consumo
petali di passi antichi
pronti a piedi scalzi

La tua danza assorbe l’ora
frazione di colore
il mentre che divora

Assoluzione sinfonica

Assoluzione sinfonica
contrattempo – di un banale schianto

luci imperterrite, a ritroso propagate
scia di passi storti in branchie asciutte
e quel parlare ovvio, mattoncini -lego-
infilati in bocca

Saprei cadere non ci fosse gravità
(il mio volo è approssimato)
devio volantini all’ingresso di un cinema all’aperto

posso precipitare all’infinito…

gatta

un piano fulgimediale
di stelle sbriciolanti cielo
e faville di scioltezze

in questa sera immane
dove gatta
è quella morbida sfattezza
di una vita a peso piuma
non intinta
nell’inchiostro dell’avverso
sì, mi preme
il suo solletico a – strapiombo –

siderale

vorrei zittirlo, il non detto
quando arraffa stretto il seno
il non scorrere dei rami lungo i vetri
e paesaggi ininterrotti, artigliati
intorno a zigomi di sbieco

un orecchino solo
il resto reclinato sotto muri ceralacca
e gambe, senza rete – a filo –
dritto il laccio, fiore o perla da sedare
ciò che dentro è tonfo sordo (Griet)

di dirigere a memoria
cerchi piccoli, con la punta delle dita
brucia il palmo teso avanti
un giorno dopo l’altro – a capo
tra cuscini di un giardino siderale

sciogliere il vermiglio, la gota spaiata
deciderà l’inverno, torbido indietro di crespo
o – sapore di lago – trementina, sulle labbra

Il balzo

Come una stretta (ma no, è fretta)
di polmoni latrati
e un cuscino appoggiato, a rapprendere il balzo

potrei morirmi tra le braccia – ora –
tanto stringo quanto manca
soffocando di parole inerti
restituendo al mondo quanto non ho tolto

– finalmente dirlo – nel lasciarlo andare
precipitarlo con un vestito sceso, scalciato sotto il letto
e chiuderò la stanza la pelle a raggrinzire
orrendamente offerta a quanto più non voglio

Sfregavo il ghiaccio e mi sfaldavo io
sopra giorni rattrappiti, schiacciati
come insetti sul soffitto

ne sgombrerò la vista con un gesto freddo
zucchero negli occhi asciutti
quanto il tuo restarmi dentro – eterno – d’umido sgranato
ex voto, cera dura a lume spento

Doris Emilia Bragagnini viene al mondo in provincia di Udine, pensa così la sua essenziale biografia: ”nata nel nordest vive da sempre a due passi da sé, qualche volta v’inciampa e ne scrive”. Compare in alcune antologie, prefazioni per sillogi poetiche, redattrice in Neobar è ospitata anche in altri siti letterari web: Filosofi Per Caso, Il Giardino dei Poeti, Torno Giovedì, Viadellebelledonne, Carte Sensibili, La Poesia e lo Spirito, La Dimora del Tempo Sospeso, Le Vie Poetiche. Ha partecipato al poemetto collettivo “La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello” (ed. Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011). Inserita nell’antologia Fragmenta (premio UlterioraMirari ed. Smasher 2011). “Oltreverso, il latte sulla porta” (ed. Zona 2012) è la sua opera prima. Cura il blog personale “Inapparente Crèmisi”.

Natalia Bondarenko e il suo antilirismo


 

Se è vero che la poesia è vita, allora questo è uno dei modi più opportuni per descriverla, senza addobbi e fronzoli, cruda, ruvida, se vogliamo, ma  reale. Così, come la scrive Natalia Bondarenko, senza vernice, con le parole del giorno, le stesse parole di sempre ma incrociate secondo la costruzione di una personale  poetica.

Già mi affascinava Lee Master nello Spoon  river, per quel suo raccontare  asciutto, piano, quasi narrativo senza, tuttavia, abbattere la poetica. E mi affascina Sanguineti che trova un oggetto che non correla in quanto non  metaforico,  bensì reale, e quindi  che riporta a se stesso. Oggi,  la scrittura della Bondarenko,  mi appare come il risultato dello smantellamento totale della sintesi retorica, della scrittura enfatica, divenendo elevazione della parola pura, della parola proveniente da una osservazione del reale catalizzato dall’espressione poetica. La forza che ne viene fuori è devastante e riempitiva: disarma totalmente la vita “lirica” e riempie vuoti trattenuti  dall’appartenenza a schemi determinati e determinativi.  La sua scrittura la colloca in una posizione di sperimentalista post moderna, lontana dai futurismi majakovskijani  e più vicina, forse,  alla poetica di Evtusenko o della Szymborska,  ma  il suo riferimento principale rimane Sanguineti  che aggirando  le teorie eliottiane  inserisce  un “parlato” più ampio alla scrittura, a volte più della scrittura stessa. E così  la Bondarenko,  con la sua forte personalità artistica, seziona il quotidiano senza urgenza ma con  riflessioni che rasentano un certo tipo di minimalismo.

L’Antilirismo è il suo nucleo poetico come lei stessa afferma:  “Inutile dire che le mie strutture poetiche attingono a piene mani alle radici della lingua russa, ma con ben presente la chiave dell’antilirismo e la ricerca di una semplicità sotto forma di modernità e sperimentalismo. Ciò significa dire qualcosa di già sentito ma vestirlo di un vestito nuovo, dire qualcosa che non dovrebbe mai essere udito, mettere al primo posto un pensiero profano, quotidiano, sublimarlo senza esagerare con il “trucco”, senza imbellettarlo troppo. Insomma non un vagabondare del pensiero ma, perché no, salire su di un piedistallo con tutte le debolezze, le profanerie  private e  le confidenze che solo una donna sa esprimere“.
Raccontarsi è, per la poetessa, fondamentale, perché è nel racconto leale di noi stessi che ritroviamo l’umanità. Le storie dell’uomo girano attorno a dei luoghi comuni a tutti e conoscerli nella loro interezza può servire a migliorare la conoscenza della vita e a meglio evitare gli errori. Natalia Bondarenko si racconta senza remore e ci insegna a non  nasconderci, a dirci agli altri, a credere, senza pregiudizi ad un prossimo che, per quanto difficile, è pur sempre umano e quindi fragile.
Ho scelto alcuni testi dalla raccolta “Confidenze confidenziali” e  da “Profanerie private”  ed un testo che la Bondarenko ha scritto meno di un mese fa e che mi ha colpito particolarmente ma invito a leggere poesie da “Terre altrui”,  raccolta davvero interessante.

Sebastiano A. Patanè

Biografia:

 

Natalia Bondarenko nasce a Kiev, in Ucraina. Nel 1990 si trasferisce in Italia e attualmente vive a Udine. 

Ha scritto sceneggiature per spettacoli universitari, poesie, racconti e romanzi nella sua lingua madre e ha tradotto in italiano opere poetiche e narrative di autori russi e ucraini.

Direttamente in lingua italiana scrive solo da alcuni anni, riscuotendo un notevole successo. È vincitrice del concorso di poesia (edizione Cinque marzo, 2009) e finalista del concorso ‘Parole e Poesia’, 2012. Diploma di merito: 18° Concorso Nazionale di Poesia Inedita “Ossi di Seppia” (Taggia – IM), 2011.

Suoi lavori sono inseriti nelle antologie di diverse case editrici italiane: Edizioni Delta 3; Edizioni Il Fiorino (Modena); Historica Edizioni; Giulio Perrone Editore (Roma). Sono state pubblicate presso opuscolo letterario “Inutile” N°23 e N°42; rivista internazionale di poesia “Pi-greco”; rivista trimestrale “Psicologia e lavoro”  n°157; racconto Pensare ad arte – in italiano e in friulano.

Nel 2010 sono usciti il suo primo libro di poesie in lingua italiana Profanerie private, (Guarnerio Editore, Udine) e  L’amore del giglio (Samuele Editore, Pordenone); nel 2012 – Utopie tascabili  (Dnipro Edizioni, Ucraina) in lingua ucraina e Terra altrui (Samuele Editore, Pordenone).

Fra le partecipazioni più importanti: “Festa della poesia, 2010”, organizzata da Pordenonelegge dove ha rappresentato il Friuli Venezia Giulia; festa “Le Strade della Poesia” (Guardia Lombardi, 2011) e Trieste International Slam, 2011, Giornata Internazionale della Poesia (Club Unesco di Udine, 2012).

Diciamolo,

non ti sono apparsa nei tuoi sogni

per non rovinarli,

né mi sono sforzata di indovinare

la tua strada per incontrarti,

come non ho scelto la folla

del centro affaccendato

dove sapevo di essere

per entrambi,

diciamolo,

troppo ingombrante,

ma ho scelto la via, per così dire –

ho, scelto la via di mezzo:

un vicolo cieco,

per non sbagliare di nuovo percorso;

diciamolo –

per trovare più facilmente

parcheggio;

o, diciamolo –

in quel istante

non avevo niente altro da fare

che trovarmi con te

sullo stesso lato del marciapiede.

 

(da“Confidenze confidenziali”)

 

 

 

Ecco com’ero da piccola

quando non volevo osservare

il vetro della porta del nostro soggiorno dall’angolo del castigo

[già allora sapevo di non avere colpe o,

averne soltanto una – di essere troppo piccola.

Nessuno mi voleva ascoltare. Nemmeno la ragione delle ragioni

che mi fece scagliare contro quel vetro

[come è capace scagliarsi un passerotto,

sprovveduto e senza voce,

contro una grande lastra di ghiaccio appena formatasi

sul fiume  in una mattina di novembre].

Ecco perché, da grande, taciturna e sottomessa, ti spavento

con quella vecchia cicatrice sulla fronte, quando mi stai sopra

e cerchi di domarmi inutilmente.

(da“Confidenze confidenziali”)

 

 

 

Non so se a tredici anni ero tanto a posto

ma leggevo soltanto Dostoevskij

quando la notte prendeva un insolito andazzo,

cioè, la notte quando non ricordavo mai

le pecore che avevo contato, o quando

il gallo non indovinava mai l’orario, o

quando lo spazzino una mattina ‘sì’ e una ‘no’

si dimenticava di lavorare.

Bevevo il Martini rosso di nascosto da tutti,

mescolavo la birra con la vodka per

ubriacarmi più velocemente. Volevo liberarmi

dell’anima, (penso),

ed alcune mattine la vomitavo. Tenevo

il pianoforte sempre aperto, con il coperchio

smontato e suonavo a orecchio, senza spartiti.

Lo facevo non perché mi piacesse suonare,

ma per chiudere bocca a mia madre. Perché

se no – dicevo parolacce. Perché, se no –

bestemmiavo… a tredici anni.

(da “Confidenze confidenziali”)

 

Piove oggi,

pioveva anche ieri

cerco di non considerarlo,

ottobre (intendo)

e la sua banale influenza che

nella noncuranza così incosciente,

scarica il suo starnuto maleducato

sulla  mia inadeguatezza, braccato

dall’ultima solitudine stagionale

prima di farmi guarire da nulla.

Esco fuori dalla porta di casa

per sfuggire questa sospensione

poco reale e satirica, sorellastra

dell’insonnia, tale

da farmi litigare con le ore piccole.

Sotto la pioggia di oggi,

febbricitante e stizzosa, almeno

ci provo ancora ad essere tua amante.

(da “ Profanerie private ”)

Non mi sono mai piaciuti i ‘triangoli’

neppure i ‘rombi’

figuriamoci i ‘trapezi’,

i ‘pentagoni’ o gli ‘esagoni’

in geometria sono una frana

sono un punto

di domanda.

(da “ Profanerie private ”)

Chissà cosa…

Sai, quella sfilza di tunnel dopo Venezia

sull’autostrada per Milano,

[o per Bologna? O,

al Sud per chi sa dove…]

ha le luci delle rampe messe ben in riga.

Credo, per fare una specie di conta

[degl’anni non vissuti insieme,

dei figli non concepiti,

del mucchio di ‘chissà cosa’…]

però, sai, di questo ‘chissà cosa’

penserò al ritorno.

Walter Vetere: L’elezione della parola


 

Mi ricordo di quando Walter Vetere mi spiegava che stava lavorando sulla temporalità e/o sulla percettibilità della parola ed io, cercando nei suoi testi, scavavo, senza, tuttavia,  riconoscerne la presenza. C’è voluto del tempo e tante letture per entrare in questo suo mondo poetico così distante, così “avanti” dove le classiche strutture sintattiche venivano smantellate, il significato perdeva la sua primarietà ed il sensoriale assumeva forma, suono e direzione. Il suo linguaggio, dove l’imprevedibilità diventa corrente, spazia dal semplicissimo al forbito e mai “aristocratico”, attraversando corridoi epocali e di grande interesse; non è raro, infatti, trovare lemmi dal sapore retrò (…che s’ammatura ai venti.) o, addirittura,  “fuori corso”(… E tutto si parea dolce, tornando dall’inverno) in un contesto che, pur non prevedendoli, li integra in maniera eccellente. Pregevoli, a mio avviso, anche le immissioni di forme dialettali contratte, che regalano ai versi suoni differenti ma in elegante e sorprendente armonia. Oggi considero Walter Vetere non tanto un poeta quanto uno studioso della sua poetica, uno sperimentatore di poesia, uno personaggio che vive di e con la poesia e della parola fa divinità. Dice Daniela Casarini: “Nella sua poesia c’è uno svolgersi temporale che trasfigura il singolo fatto universalizzandolo nella parola, con le parole. L’atto formale già-noto della poesia universale si manifesta prediligendo l’utilizzo delle parole “umili”. Così che nel quadro strutturale della sua scrittura, risulta una forma sacrale del linguaggio che a tratti svolta al classico, a tratti assume l’impianto di un testo sacro o filosofico. Quasi la reminiscenza della storia che ci portiamo dentro da millenni a percepire gli ambienti, a sfiorare appena i particolari della quotidianità contemporanea e il suo procedere nell’era della cultura digitale e mediatica. Egli non si definisce un passista con la parola, quanto uno scattista potendo solo nello spazio ridotto, trovare un certo equilibrio dell’intero tessuto, compreso il linguaggio. Linguaggio che per lui, è sempre dominante in quanto mezzo di annodamento ed evoluzione storica in sé, sia quando la parola viene evocata, sia solo strumentalizzata per una pura comunicazione.” Ed è nell’umiltà della sua parola/poesia dove  risiede la potenza della sua espressione, la forza di penetrazione del percettivo e del consenso. Contrario alla globalizzazione della parola, il Vetere richiama sempre un singolare universale attraverso il sostrato poetico su cui poggia l’impianto semantico e, rimanendo attento più alle significanze che ai significati, sostiene l’intera struttura con piccoli puntelli capaci, però, di reggere la rappresentazione che vuole mettere in scena. L’autore stesso spiega: “Il ‘noi’ sta a rappresentare la perdita dell’individualità a favore di un io massificato, l’indicazione che è sempre e solo rappresentazione contingente di fenomeni che richiamano all’interno di noi stessi sensazioni già provate ed ivi già codificate.” e poi “E’ il divenire, che stiamo perdendo, lo stupore di noi stessi per una sintesi mediatica di una medietà del nostro apparire.” Questa medietà codificata, diventa spersonalizzazione per il poeta che spesso, decontestualizzando, rimette in gioco sequenze di immagini altrimenti perse,  perché poste  non nella parola/poesia, ma nel pensiero/poesia che abbraccia tutto il momento poetico comprese le estreme periferie dei sensi.

A Walter Vetere la mia ammirazione.

Sebastiano

 

Avrei potuto

quella pecora al recinto corre non la vedo
non ho sentito
avrei potuto
d’un sussurro quella voce
più d’un sogno ho sognato
questa notteagreste è la storia che fosse
quando la luna dal freddo ti togliecampestre d’un gioco
debordante voce
vetustà d’un credere
a riva implosa viene l’alba
e d’un fanciullo in cerchio espresso l’infinito
d’un silenzio senza moka che di lontano
ancora sgorga
e non è pace addì chi di è
quasi del nulla un sorriso
ubriacatura tecnologica del giorno
incolla dicesti più solitudini nel dunque

 

Che s’ammatura ai venti

Questo tuo prestare i fianchi nell’alto,
gli anatemi, il dì futuro
che tanto parve, a me, così ben ordinato,
di sera, i lampioni, l’apparirne tu incantata
di luna, il profferir lontano dei semafori
che, a dir poco, più non contenemmo
le voglie, i rudimenti che, altri, avrebbero
chiamato amori, noi solo incanti
da spicciolar, così, come petali di rosa
che s’ammatura ai venti.

La via del ritorno

Che non ci sia più il candore d’un tempo,
alla luna.
Che anche le lucciole cantino stasera,
nella loro danza degli attimi, i ricordi.
Il sia che tutto fu tra petali d’un buio e tu lì
a rimpiazzare l’ornato, con ancora tra le mani
il freddo delle foglie.
E tutto si parea dolce, tornando dall’inverno,
al caldo di una rosa che sapeva, per più,
di primavera.

Come oleandri i fiori s’appellavano
tra le siepi, in cui quegli anfratti nostri,
a terra, nei tramonti,
che le parole giungevano così scampoli
ai meno di un silenzio
che ozioso, ora, anch’esso s’allenava
sulla via del ritorno.

 

Errore. Nessuna voce
di sommario trovata.

Vuotità
E più e più
già: la rondine in cielo
avemmo vent’anni, allora-
avrei da dire alcune cose, ora,
avrei da dirle da seduto
accanto ad una tavola imbandita
con bicchieri in cristallo,
inizierei da lì
porgendo il bicchiere in alto
verso il lampadario a tre luci,
assommando così vuoto al vuoto,
necessità e desideri,
ed in fine: è giunto il tempo, si
dirà
il tempo di alzarci anche oggi,
mentre il televisore continuerà
a restare acceso. 

Poeti (Ri)trovati: Concha Méndez Cuesta


Concha Méndez Cuesta – 1898 – 1986

Ho cominciato a tradurre Concha Méndez Cuesta per curiosità, per capire fin dove l’influenza di Lorca o di Alberti abbia potuto definire questa poetessa così sconosciuta in Italia. Ma ben presto la curiosità ha cominciato a virare verso la sua personalità, la sua vitale poesia, fatta di immagini non ricercate, dove lo spontaneo sgorgare della parola non si carica di logismi elittari o surrealismi d’essai.
Si entra piano nella poesia di Concha, in punta di piedi, per non disturbare il leggero e delicato tessuto che trattiene i ritmi e le narrazioni che sono poi rappresentative di una parte della sua vita che ha avuto anche i suoi lunghi tratti turbolenti. La semplicità e la libertà sono le urgenze della Méndez: semplicità perché vuole sempre essere certa che la si comprenda; libertà, per tentare di uscire dalla conflittuale intolleranza con quella parte di se che, per quella educazione medio borghese ricevuta per imposizione, si ribellava davanti a schemi sociali che non capiva e, ovviamente, vinse questa battaglia quella Méndez Cuesta che ci viene raccontata dai discendenti. Queste conflittualità ed il desiderio di essere se stessa, Concha le ha largamente espresse nelle sue poesie in un periodo storico difficile, dove alla donna era concesso solo di fare la “donna” ma, col gruppo cosiddetto “del 27”, Concha Méndez riuscì a liberarsi di molte catene e, soprattutto di liberare la sua passione. Dopo i primissimi testi, dove si avverte la presenza di un giovane Lorca, la sua poesia comincia a prendere corpo e spessore già fin da “Surtidos” (1928) e la poetessa assume consapevolezza aprendo un rapporto con la parola assolutamente proprio.
Mi ha affascinato la storia di questa coraggiosa donna che ha affrontato tre esili ed ha vissuto gran parte della sua vita lontana dalla sua terra e delle sue “cose”, e mi ha affascinato questa sua poetica così spontanea e così ricca di passione e di sentimenti propri della personalità ispanica. Per conto mio, vorrei riuscire a tradurre l’opera completa di Concha, ma spero che la storia possa dare maggior risalto a Concha Méndez Cuesta, una donna che ha dimostrato che niente può frenare una passione, nemmeno una dittatura con una ideologia che si impossessa della vita e del pensiero degli uomini.
Sebastiano A. Patanè

Concha Méndez Cuesta nasce a Madrid il 27 luglio del 1898. Prima di undici fratelli, Concha, la cui famiglia è benestante ma tuttavia non borghese, viene educata in un collegio francese, dove riceve un insegnamento prettamente cattolico e fin troppo “femminile”, educazione che la Méndez non condivideva del tutto e che, al contrario, formava il suo carattere ribelle ed inquieto. Comincia a scrivere versi già in giovanissima età e a 19 anni, mentre si trova in villeggiatura a S. Sebastián, conosce Luis Buñuel con il quale resterà fidanzata per 7 anni. Amica di Lorca e Alberti, frequenta riunioni, letture poetiche ed esposizioni con i giovani della generazione artistica di quegli anni, chiamata Gruppo del 27, dove Maruja Mallo, brava pittrice e Rafael Alberti, diverranno due figure chiave per il suo futuro letterario. Nel 1926 esce il suo primo libro “Inquietudes”, due anni dopo “Surtidos” e nel 1930 “Canciones de mar y tierra” dove si nota l’impronta della sua amicizia con Maruja che sarà la sua guida verso una maggiore emancipazione. Questo è un periodo di intensa attività per le due amiche durante il quale, nasce l’atto unico “El ángel cartero” opera di teatro infantile scritta dalla Méndez e decorata dalla Mallo.
Viaggia per diversi paesi, soprattutto Inghilterra e Argentina. Nell’aprile del 1931, con l’istaurazione della repubblica in Spagna Concha rientra nella sua terra e vive un momento artistico elevato sostenuto da un forte e sentito surrealismo. Garçia Lorca le presenta il poeta malagueño Manuel Altolaguirre, con il quale, l’anno seguente si sposa. Testimoni di queste nozze saranno lo stesso Lorca, Juan Ramón Jiménez, Luis Cernuda e Jorge Guillém. Ma con l’ascesa al potere di Franco, nel 1933, è costretta all’esilio e i due vanno a vivere a Londra, dove, dopo aver perso un bambino nato morto, l’anno dopo nasce la figlia Paloma.
Insieme al marito contribuisce alla diffusione dell’opera del gruppo del 27, pubblicando collezioni di poesia e riviste come Poesía, Héroe, 1616, y Caballo verde per la poesia, diretta con Pablo Neruda. Durante la guerra civile sono esuli a Parigi e a L’Avana fino al 1943, dove conosce la filosofa spagnola Maria Zembrano, esiliata anche lei e che sarà, per Concha un punto di riferimento per le opere successive. L’anno dopo, nel 1944, col marito si sposta in Messico, dove , poco dopo, si separano.
“Vida y vida”, “ Lluvia enlazadas” y “Niño y sombras” sono le tre raccolte che scriverà in questo periodo (tra il 1931 ed il 1943).
Nel 1966 rientra a Madrid ma continua a risiedere in Messico fino alla sua morte nel 1986. Nel 1991 vengono pubblicate dalla nipote Paloma, le sue memorie estratte da un nastro che lei stessa aveva registrato.

Grande è il mare; ci separa…

Grande è il mare, ci separa:
resteranno le nostre anime congiunte.
Come un ultimo ritratto, nei nostri occhi
impressi brilleranno i nostri sguardi

La barca che dovrà portarmi via sta nel porto,
a questa seguirà l’altra perché tu vada.
Ti aspettano le mie braccia, non so dove…
in qualche baia a volte … in una spiaggia…

Da quale campo di grano ferito…

Da quale campo di grano ferito
ti presero,
mio povero angelo caduto?

Forse era il tuo destino
andare tanto lontano a finire
e per quello che tanta fretta
avevi quando partisti?

Era l’appuntamento in Castiglia
e quella notte castigliana
per accoglierti tra le sue braccia
a quella ora ti aspettava?

Quanto stava fuori la mia vita
mentre la tua partiva
per un viaggio di andata
senza ritorno senza niente!…

Non mi capisco né mi capiscono…

Non mi capisco né mi capiscono;
non mi aiuta anima né sangue;
quel che vedo coi miei occhi
non lo voglio per nessuno.

E’ tutto estraneo a me stessa,
anche la luce, persino l’aria,
perché non riesco a vederla
e non so come la respiri.

E se guardo verso l’ombra
dove la luce si discioglie,
temo di disfarmi anch’io
e dentro l’ombra rimanere
confusa per sempre
in questo grande mistero

Il riso
Qualcuno ha detto che “il riso
è un gran seppellitore”
Quindi mi si sta interrando
perché rido ogni momento.

Si separò il mio sangue per formare il tuo corpo…

Si separò il mio sangue per formare il tuo corpo…
si suddivise la mia anima per creare la tua.
e trascorsero nove lune e tutta un’angoscia
di giorni senza riposo e notti smaniose.

E giunta l’ora, ti persi senza vederti.
Di che colore i tuoi occhi, i capelli, la tua ombra?
Il mio cuore che è una culla che in segreto ti conserva,
perché sa che andasti e ti portò alla vita,
continuerà a cullarti fino all’ultima mia ora.



Daìta Martinez – tre inediti


C’è uno spazio che scappa via e un tempo che non si muove in questi versi di Daìta Martinez, soggetti che vogliono, e ci riescono, fare la differenza tra linguaggio e parlare. In poesia, non è sufficiente dire, bisogna che il “detto” sia davvero pensato ed elaborato attraverso diversi filtri quali il suono, che deve armonizzare e giustificare persino gli inciampi; la costruzione lessicale poetica, dove la significanza assume più importanza del significato e la parola deve possedere quel magnetismo che imprigiona la mente nella ricerca del profondo;   l’impatto visivo delle immagini metaforiche ermetico-surreali o simbolistiche o anche figurative che devono, però,  penetrare la corteccia del formale e del quotidiano creando, comunque, un equilibrio trasmissivo tra autore e lettore. Altri fattori come la tematica, lo schema, la versificazione, non sono certamente secondari ma, credo, assolutamente subordinati ai precedenti. Tutto questo Daìta ce l’ha e lo mette a disposizione del lettore e personalmente trovo nella poesia della Martinez, gli ingredienti che trasformano un luogo comune in un soggetto unico, in un continuo imprevedibile che rende il testo una sequenza di sorprese.

…e gli orologi
vuotano la collina che succede .

 L’orologio, il vuotare, la collina, potrebbero essere lemmi con procedere prevedibile, ma la successione (o l’accadimento), fanno somigliare il verso ad un giro armonico tipico del fado portoghese, dove  si gioca con le dissonanze all’interno di graziate melodie ma nell’imprevedibilità della melodia stessa.

Daìta Martinez, siciliana di Palermo, credo che quel fado ce l’abbia nel dna, e lo canta in maniera eccellente utilizzando quelle tonalità  in minore delle nenie del canto profondo siciliano colmo di fatalismo e, a volte, persino di ostentato nichilismo. Iniettare tutta questa musicalità nelle parole e trasformarle in versi, non è semplice se non si hanno le caratteristiche adatte, altrimenti leggeremmo poesia tecnica, anche buona, ma priva di quel duende  che assale quando si legge l’anima vera.

Sebastiano A. Patanè

*

Daìta Martinez

. il cotone degli accenti
annoda mirtilli alla gerla
dei contenuti e gli orologi
vuotano la collina che succede .

*

poi –

sferico di un addio
il mandorlo
nascente ombelico

donna –

*

. una macchia così il garofano

i m i t a
si
i m i t a

linguaggio l’avamposto dallo
straccio una bambola pettina
fili a smontare dal grembiule
il giorno bucato alla serranda
fatta scendere di spilli educati
storti cancellando la struttura
nei ricordi schiacciati a colpire

nel
c a s s e t t o
p o i

un rigo d’aria nasconde l’aiuola .

*

Daìta Martinez è nata e  risiede a Palermo.
Segnalata e premiata in diversi concorsi ha pubblicato in antologica con LietoColle, Mondadori, Akkuaria.
E’ autrice dei testi in video tour Kalavria 2009.
(dietro l’una) è la sua opera prima, introdotta da Elio Grasso ed edita da LietoColle Ed.  nel 2011.