Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Nynewe.


Dice di se Michaela Knizova in arte Nynewe:
“La mia arte è intuitiva con storie interiori e con il mio mito interiore. Lavoro principalmente con me stessa, con la mia personalità e il mio corpo. Penso che attraverso l’autoritratto potrei esprimere le mie intenzioni artistiche. I miei argomenti spesso si riferivano a storie di fantasmi esistenti o oscure femminilità paranormali. Alcune foto sono piene del simbolismo della fiaba classica. Uso a volte costumi tradizionali nativi nelle mie fotografie, video o spettacoli. Ho iniziato come pittrice e attualmente mi dedico principalmente alla fotografia.”

nynewe

*

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Si flette sopra un
sonno ad ali spente/
poi piega nuove mire
dal grandangolo/
e spiega al proprio
corpo come incidere/
comete dove mancano
illusioni /
la testa già lanciata
sopra i rami/
che arcuati i verdi
imprecano perdoni/
e prega albe e al vento
migrazioni/
e ai multipli del vuoto
spiegazioni.

Alba Gnazi, inedito 2019

*

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Se il processo di espiazione fosse specchio
sarebbe inutile confrontarsi con una realtà di vetro.
L’intimo segreto, urlato alla roccia,
farà eco a distanza
a seppellire l’eleganza bugiarda
di un uncino di capelli.

Nel rigore antico
Stinge il manto che ti copre il volto,
rivelando sentieri di melma
e trincee profonde
e seni a funtana di latti
camurrìa dei figli perduti
nello spazio immobile del tuo stomaco-biscia.

Questo mare meschino
porge onde matrigne
a dare sabbia da bere
e terra da mangiare
in uno nel groviglio impastato
da germogli sentimentali.

Cadono parole-offese
inflitte dalla mano che ti appartiene.
Nella favola bella,
solo una catena di donne-spine al fianco
della tua realtà immobile.

Scoperchiati, perenne madre
figlia di te stessa
della bambina che spinge ed esiste
in quel grembo vittorioso
che al tuo pretendere ed elemosinare
risponderà sempre
libertà.

Antonella D’Amico

*

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Tra i rovi di Guido Mura

Agglomerati di niente
o quasi, accidentali vibrazioni
corpuscoli di brume
illusioni di vento
nei corpi imprigionati
decenni di burrasche
su navi immaginarie
i rovi come sbarre
laceranti incertezze
domeniche di sangue
lente trasformazioni
per diventare cose
altra carne altro plasma
o nuove aliene forme di pensiero
che si fa corpo e storia

Fiaccole di memoria
batuffoli di semi
distrattamente ansiosi
testardamente vivi
feritoie scrutanti
altri sogni altri cieli
illuminate ceneri di spighe
tra gerose distese di pietrumi
dall’aride apparenze
rottami di sussurri
veroniche di sogni
di fughe inconsapevoli
di tortuosi ritorni
e disperati e lacrimati inganni
di un’indocile furia

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*

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AMORI TORRENZIALI di Paola Puzzo Sagrado

Baciami
da tanto non respiro
fa caldo e, in curva, insacco aria

Narcisa, la luna
ripassa nel suo miliardo di specchi
Snervata, fisso il muro dietro il mio

Sulle unghie un intento di smalto
sto, ad ali aperte
annidata al tuo braccio
sfarzosa farfalla al tuo ago

Luce da un altro mondo sei
ma gabbia spietata in questo
Qui l’amore non dà resto:
prende tutto ed è quanto

Facsimili di promesse
su comodi prati di federe
suonano meno assurdi
se s’ignorano verità più vaste

Nell’intimo persister
d’un senso di cicliche chiusure
di scollamento tra ciò che è
e ciò che so

Nulla dura, tutto è eterno
ed è più della somma
delle singole parti
i paradossi avranno soluzione, dicono
ma non qui, non adesso

Verrà la pace, il silenzio, il sollievo
Sarà come addormentarsi al sole
con la brezza fresca.

*

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muore dal profondo
la deragliata luce di una insonnia bohèmien
mentre ai lati di una tenebra esposta
il mercurio si illumina
di una Luna che vorrei fosse danzatrice .
opaca e cava , in apnea endovenosa .

questo trapasso da un’esistenza a l’altra
mi veste di un sepolcro umido
sdrucito sulle rotture dei fianchi
che non mi sorreggono più
in una anomalia di acuti vitali
retratti dalle forme celesti .

è cosi tiepida quest’Abazia ,cosi calma
che mi chiedo di che luce sia fatta
di quale taciturno oblio si prospetti astrale .
opaca e cava , in continua apnea
tessitrice di silenzio
che è surrogato di pace .

non mi rivedrò mai più ombra
forse .
la mia megera forma
merita l’arteficio dell’alba
in fiamme
come chiome alte di colpe a strisciare .

Rosaria Iuliucci

*

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Aspetta, non è ancora
il momento, ti voglio
osservare mentre
implori
il dio a cui non credi,
pentito solo di essere
tra le mie mani
assassine,
ma non di averle rese
tali a furia di umiliare il
mio corpo.
Eri raggiante di potere
quando mi facevi male
e mi sputavi negli
occhi,
quando il tuo sperma
era il solo cibo a me
concesso, e l’urina la
solo bevanda,
ridevi di me, ferma
immobile sotto i tuoi
occhi ferini.
Mai più

Berrò il tuo sangue,
invece, mi ciberò del
tuo cuore per vomitarlo
in un cesso,
e domani, già domani,
non sarai mai esistito,
mai più.

Rosario Campanile

*

1

sono come un grido di preghiera che sanguina
un ghigno vomitato su una materia sacra
una parete d’affetto sconsacrato
un’edera avvelenata
una condanna ai piedi della mia defunta madre .

perduto candore e maleficio
smetto di essere il riflesso di questo Purgatorio indomito
ma tu dimmi su quale cielo mi devo inchiodare
per non cadere e continuare a tremare
di questa continua Epifania che non mi porta nessuna Luna.
Mia Euforia , svuotami di tutto questo dire
avvolgimi nel sudario distillato d’una nuova vita
e nella notte più lunga
con il suo giorno più tormentato dentro
lasciami cadere a pezzi
fin dove riconosco il rovescio del dolore
e fa ch’io torni ad essere quel grido
fiero preghiera inferiore
quel ghigno che si fa rituale
e muro lavico su cui continuare ad inchiodare
questo pezzo di ossa che mi incombe attorno .
Rosaria Iuliucci

Prospettive. Omaggio di parole a Michel Vaerewijck


Immagine

La natura si risveglia
Diagonali di tratti argentati,
Gemme di petali
Si mostrano nel buio

Lattesa di fiori che cadono
La presenza di creature senzienti
che lascia una scia nell’esistenza.

Più in là un germoglio ricopia la vita:
Petali appuntiti, foglie allungate
Lesistenza si fa eco,
ricomincia il battito.

Un virgulto, la peristalsi
Bambini accuditi da un bosco:
L’essere, un unico insieme.

di Angelica D’Alessandri

**

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Smettila di fissarmi
non ho più niente da darti.
Non ho più carne per sfamarti
ne sangue per dissetarti.
Ho bruciato l ‘anima e il corpo…
nello stesso rogo
con le stesse fiamme .

di Franco Ciufo

**

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NIENTE SARÀ PIÙ COME PRIMA di Izabella Teresa Kostka

Che ne sarà di me
quando finirà la sabbia nella clessidra?

Gocciola il tempo tra le dita
infreddolite dall’inverno,
si gela in questa stanza
riempita di troppe assenze.

Dimmi,
poserai una margherita ove
lascerò le tracce?

Sono in partenza
come all’epoca degli alberi spogli
quando nulla fu ancora scritto.

Porterò le scarpe rotte
perché conoscono le mie ferite,
ricordano le cadute.

Dimmi,
accenderai un cero
per indicarmi la strada?

Ho perso le conquiste
come un acero le foglie,
niente sarà più come prima
e tutto diventerà nudo.

Ricordati di
lasciare una finestra socchiusa,
se avessi voglia di tornare
per un ultimo abbraccio.

**
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.la costanza della solitudine. di Rosaria Iuliucci

è una costanza la solitudine che mi porto addosso
un’ombra fredda che si fonde nella frivolezza delle scelte
sconfinata e bruciante dell’assenza più cupa
mentre dentro si arrampica a morsi
l’alibi dell’attesa
strappata alla sola regola che mi lascia disarmata
/ un assolo di luce che cerca di venire al mondo
nell’insistenza infinita della mia pelle fredda
sola in questo dolore postumo che non mi lascia scelta
se non rinunciare e mettere in salvo
quell’unico brivido che mi ricorda che posso ancora essere viva
di un’ultima vita raccolta in controluce

**

.

.

**

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.contropelle. di Rosaria Iuliucci

Ho vissuto la mia vita come fossi un foglio bianco
nessun colore predestinato sulla mia pelle
e nessuna parola a sfondare la curvatora
della mia lingua muta .

Ho vissuto in silenzio
fra verbi claudicanti interrotti solo dalla sete
e senza mai avere fame mi sono divorata nella giusta misura
per sopravvivere ad un ennesimo qualunque giorno
che mi trapassava dentro fra la pelle e le ossa .

Ho giaciuto accanto alle ombre
abbracciando spigoli di luce su letti di cartapesta
ingoiando a piccoli sorsi il pianto
e moltilicando il dolore per il suo stesso peso .

Sono stata tutto e niente
un agglomerato di anima contropelle
divelta e divorante
in un ripetersi di sangue mai caldo

Poesia – Quattro inediti di Marco Tufano


Marco Tufano – Inediti

 

Si intravedeva sulla proiezione del vetro
– fino all’arrivo di un altro convoglio rapido
la danza tra due pilastri di una madre
persa per i sogni di una piccolissima parte
di sé. Sulla soglia della partenza si scioglieva
l’ombra all’ultimo raggio di sole del tramonto:
a Roma ho ingoiato il nodo che sembrava legarti
ninnananna dei ritorni, incrocio di vite, di tempi verbali.

*

Arriva persino la neve sulle viti del sud
e domani già so si arenerà la carne
di chi desiderava la fine e la dispersione
senza impronta da seguire né genetica
come un fardello insopportabile nelle sere
residuali dell’inverno a guardare ai bordi,
le mimose bruciate e le linee luminose
dei fendinebbia per non sparire del tutto
nell’affanno delle circostanze.

*

Ancora una goccia di questa pioggia incessante
creperà fino al midollo dal capo di un’anima,
la pelle già escoriata d’inferno e officina
senza avvertire bisogni di carne né rime
prosegue sul verso sbagliato
scivola nelle pozzanghere e nelle storie
guarda!, nasce un cuore suburbano
su questo arcobaleno in scala di grigi.

*

Ti tengo uno spicchio per il ritorno
senza sconfitte sulle venature del legno:
non paghiamo il pianto delle sirene,
solo una fine senza premonizione
né cronometro che guardi dietro la meta.
Ti tengo il ritrovo e i posti che sono
il tempo fermo a troppi anni prima
o solo un pacco per farti felice
e ancora una volta l’asfalto, il dopo,
che non è morte e non è niente.

 

Marco Tufano è nato a Napoli nel 1989 e risiede a Somma Vesuviana. Laureato in Editoria e Pubblicistica presso l’Università degli Studi di Salerno, è finalista di alcuni premi nazionali di poesia. Principio Verticale (96, rue-de-La-Fontaine, 2017) è la sua opera prima.

 

 

 

In memoria di Alberto Granese (poesie più una nota critica di Eleonora Rimolo)


In ricordo di Alberto Granese

Nel 1998 viene pubblicato, presso l’editrice Todariana di Milano, Esempio di una cosa di Alberto Granese. L’autore non vedrà mai la pubblicazione del libro. Dall’accurata analisi di Giuseppe Addamo, interamente riportata, emergono temi e stili poetici di un autore che oggi sento l’esigenza di dover ricordare. La poesia è testimonianza, bacino di memorie che non attendono altro che essere recuperate, portate in superficie. Spesso si avverte l’urgenza di far cadere un raggio di luce nuova sopra certe forme di immutata “difficoltà della visione”, la cui bellezza e la cui attualità restano eterne perché tale è la buona poesia.

Vengono di seguito proposti alcuni testi tratti da Esempio di una cosa (che inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi Poesintesi di durata), tra i quali In trittico, presente all’interno della Storia della letteratura italiana contemporanea a cura di N. Bonifazi, e M. Luther King: «Ho un sogno», Primo Premio Catullo nel 1974, di cui si cita la motivazione.

Tra avanguardia e sperimentalismo, senza però mai rinunciare al contenuto (dalla denuncia sociale alle tematiche più liriche ed intime), la poesia di Alberto Granese è la traduzione in verso dell’idea heideggeriana dell’essere come cosa incompiuta, caratterizzata dalla mancanza, dalla frammentazione, dall’equivoco e dall’abbandono.

Notizia biobibliografica

Alberto Granese è nato a Montecorvino Rovella il 4 novembre 1933 ma è vissuto quasi sempre a Salerno, dove è stato direttore didattico dal 1970 fino alla pensione.

Pubblicò la sua prima raccolta di poesie, scritte fra il 1963 al 1970, con il titolo Capitoli (Jester Libri. Firenze) nel 1971.

Il suo ideale di poesia era alto, virtuoso ed elaborato, tanto è vero che ci aveva lasciato leggere una prima versione della raccolta intitolata Esempio di una cosa, che abbiamo il piacere di presentare, molti anni addietro. Nel 1997 ce la ripropose ristrutturata in ogni singola parola, posta come «necessaria e insostituibile», costringendoci a confrontarci, non solo con il nostro giudizio di allora, ma con tutto quanto nel frattempo abbiamo capito della poesia di quest‘ultimo mezzo secolo.

Frattanto avevamo continuato a sentir parlare di Alberto Granese perché alcune poesie apparivano di tanto in tanto sulle riviste letterarie o circolavano per i concorsi letterari, premiate o comunque segnalate.

Poeta solitario e appartato, tanto di rara ispirazione quanto di lenta gestazione, Alberto Granese ci telefonò nei primi giorni di dicembre del 1997 per dirci che le bozze definitive di Esempio di una cosa erano pronte, c’erano soltanto «pochissime cosine» da modificare, che aveva segnato e la cui esecuzione affidava a noi. Ma non ci avrebbe spedito subito il plico perché ormai era evidente che non avremmo fatto in tempo a stampare il libro entro l’anno e anche perché – detto dl passaggio – non stava bene in salute: aveva sofferto di «una colica» per cui doveva sottoporsi ad accertamenti clinici.

La signora Anna, sua moglie, ci ha telefonato in gennaio che Alberto Granese è morto il 26 dicembre 1997 perché quella colica era stata la manifestazione di un male devastante e incurabile.

La quarta di copertina di un libro, riservata alle notizie bibliografiche, non è luogo per manifestare emozioni private e cordogli, ma andava detto che il poeta Alberto Granese non c’è più. Questo «elaboratissimo» libro diventa perciò un testamento letterario, che la vedova, Anna Giugliano, e i figli Egidio, Beatrice e Maria Pia, e noi, affidiamo ai lettori e al tempo.

di Eleonora Rimolo

Da Esempio di una cosa

Dio alla televisione

Anche sul tuo verso arato da sottane di whisky,
senza biglietti per la campagna – città, LAWRENCE FERLINGHETTI,
ma con un numero atomico di malattia,
non aspettare di vedere Dio alla televisione,
una statura di là dalla gioia.
L’appuntamento si gratta & il flipper è volato da un uccello,
per beccare d’america
la pubblicità del negro su pianure di poesia.
Territori si strappano a vicenda domani,
se cose guidarono per questo colore
una durata medesima.
La parete cortissima di carne sul mattino del disco
& l’aria così parlavano
lontano da un carattere invaso di passaggio.

 

Variazioni sull’esempio di una cosa

Non ho scritto, alla vigilia del mio 32° compleanno,
GREGORY CORSO, una lenta & meditata poesia spontanea,
per strapparmi senza fogli,
perché c’era un mucchio di tempo.
Se il mondo mi fosse debitore di un milione di dollari,
li spenderei per trovarmi ignudo e sbagliato,
tossendo da un ritornello di sperma.
Continuerò a rubare, se dici che degli anni nemmeno uno
è dipeso da me o dal panorama della mia rabbia.
I fuochi della mia vita privata
non attraversano la gente o la società,
non mi gettano ombra da un’anima
(egli era anche una vergine annegata per un’ora).
GREGORY CORSO, l’esempio di esistenza
bruciava senza sale, prima di giorno,
in una cosa che non suona o beve
il suo cocktail di campane alla maniera di un’anima.

 

Un’incuria, un imballo

Chiunque ha ronzato intorno alla stanza
finché un eccesso di carne/buio era nato.
Accorsero frammenti & il quadro così ladro dal paradiso
di un gatto, taciuto nel ballo di luci,
non più notizie di orme sulla spiaggia
violentata dal cuore del sogno nella gola liquida
di una nuvola.
Un’incuria, un imballo divenne poi una nascita,
il rifugio di terra & per destino il minimo della giovane
spettinando assenze,
così infedele di amori nella voglia dubbia;
quando pure la fine s’informava del giorno con passo deforme
una gonna/ancora non poveramente
devastata in sorte sulla terra che si ruppe di nubi.

 

Una ferita rampicante

Degenere i luoghi da una primavera attizzava nell’erba
qualcosa diverso dal bagno di New York/madre
con acqua di preliminari pettinati,
quasi cresciuta nella morte – neo sulla mano.
Uno sterminio più chino & da vicino tardi s’incespica in feste.
Sghemba una storia morderà tesori di vergogna,
il cruccio dalla parzialità del panorama in gabbiani,
o forse un uomo piovve dai venti
che sporgevano una ragazza
così sconosciuta nella sua stessa morte.
Una ferita rampicante & la tonaca del meriggio
in un sigillo ripara
che la sonnolenza non vedrà spesso stoltamente in un dono.
Riparte dalla soglia di un occhio
o dal tuono che sterminò
la sua smorfia per poco in giro,
crollando domani in cipria.
Schermi/schemi divengono; ma troppo tardi sul suo fondo,
nel caso di una veste,
erano un vizio umano.

 

Una carne più in fretta

Un mutato amore & in trasparenza,
perché un volatile fu intorno vuoto in un soffio.
Il giuoco non trasferì la polvere del centro
con interrogazioni/arance.
Poi, ’sto silenzio di albergo-metallo, quando si spezza
una Coca in ragazzotta – etta – ina.
Domani fu il suo nome per distruggere l’ombra con acqua di ostacolo
una stanchezza fuggendo nello stesso tempo
o, per strada, un vizio attraversato fragorosamente nei suoi cieli.
Succhia una camicia di zero il cine o perché il tranquillante
ha illuminato di sesso la testa in stanza con gocce di uccelli.
Calendario di presente/essere (= spazio/tempo nell’intervallo)
i sintomi d’istante provvederanno america
sproporziono, quando assaggio mani al neon,
california di uno stesso giorno):
formiche non più vergini affacciate dalla fronte
auto accelerando//orecchie sbottonando di coito.

 

Nota critica

Di questa silloge di Granese si può dire quello che Eraclito, nel frammento 93, dice de il Signore che ha oracolo a Delfi: non disvela, non cela: fa segni. Perché questa e una poesia che procede per allusioni e, alludendo, realizza un alto tasso di ambiguità, quella necessaria alla poesia.

Ambiguità che è quasi, talvolta, oscurità, ma per la quale la parola si accresce – come per escrescenze corallifere – di proliferazioni non unidirezionali, ma stellari, che incrementano la polisemia della parola stessa e ne esaltano la valenza, nutrendone lo spessore di incisi, di incastri, di citazioni e di parentesi. Cosi, il testo procede per esitazioni calcolate, per pause e riprese: percorso disseminato da chiasmi, e dove si inciampa in richiami, punteggiature, riferimenti, ostacoli del linguaggio, la cui funzione è chiaramente quella di abitare la distanza, di allontanarsi dalla letteralità, mettendola, appunto, fra parentesi. Procedimento che interrompe la percorribilità delle parole, inserisce intrusioni di silenzio e di attesa nella linearità della frase, consentendo a Granese di lavorare le parole e il loro modo di svincolarsi dal contesto: ne risulta un così denso grado di metaforizzazione da svellere le parole dalla loro tautologia, per consegnarle a una pluralità di sensi e di emozioni, per attuare il passaggio (il traslato) dal pensiero al linguaggio, dalla filosofia alla poesia. E dove il lessico e la semantica sono – o appaiono – insufficienti o inadeguati ad esprimere ciò che li travalica, soccorre l’ossimoro (che in sé concilia i divergenti accostamenti di sostantivi-aggettivi-verbi-avverbi) o il simbolo che tiene insieme ciò che nel linguaggio si oppone e contraddice o, ancora, l’accorta colometria delle disuguaglianze per le quali la misura del verso si ritrae o s’impenna, e ora si addensa nel giro fulmineo di una immagine inedita e ora sorpassa il limite del rigo per dilagare – quasi prosa – nella pagina con la pirotecnica di sorprendenti analogie.

Ne consegue un’impurità stilistica per contaminazione: nelle varianze del ritmo, nell’eccedenza simbolica, nella conflittualità emotiva fra libertà della parola e disinganni della realtà l’Autore, inseguendo l’indicibile, elabora la scena della propria interiorità, mobilita passioni che sono, di volta in volta, fungibili e revocabili,

insinua il suo modo di porre le grandi domande. E, affinché quelle domande non tacciano, egli non dà risposte: perché non c’è risposta. Non consola, dunque, né aiuta, ma libera la contraddizione e il represso per recuperarli contemporaneamente all’intensificazione e all’indeterminatezza.

Libro, questo, che, investendo il pathos e sfiorando la patologia dell’eccesso, si dimostra necessitato: alta è la sua significazione che rinnega e ripudia, evidentemente, malintese casualità di ispirazione e affida le sue risultanze all’assiduo, paziente lavoro di cesello che l’Autore ha saputo dedicare ai singoli testi, a ciascuna parola di ogni testo, tanto che ogni lemma, ogni composizione si attesta necessaria e insostituibile.

Giuseppe Addamo.

Giovani Prospettive. Omaggio di parole ad Emanuela Cau


Cau

Emanuela Cau, artista dalle mille sfaccettature apre le porte della sua abitazione a Quartu per la sua prima intervista video e si racconta. Definirla “fotografa” è riduttivo: ha studiato tecniche di scrittura e regia cinematografica, realizzato cortometraggi, video teatrali e musicali. Le sue foto sono autoritratti, sembrano quadri.

***

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Emanuela Emanuele Emanuela . di Alessandro Bertacco

Cosa è la vita, se non fossimo qui a cercarsi
E
io pago le rate tu paghi le rate noi paghiamo le rate
O
Finiamo tutti nei campi,
tu hai rubato altre anime diverse dalle mie
A sentirsi sciogliersi le dita su qualcosa di troppo astratto
A
vedere troppo grano del mondo andato, dico andato
A fare le ballerine impotenti
N
.finimmo tutte le bocche e le vocali
e ci trovammo a leccare l’arcobaleno

*

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O mar é mundo que te habita, ondas de revelação lavam-me a alma. Uma avalanche de emoções, banhadas com a espuma de uma história construída pelos silêncios – tão intensos como tu. E regas-me com o perfume de um entardecer dos sonhos de viver, num grito ávido de ser. Envolta num mistério de véus (re)inventas-te a cada momento, para me contares o segredo que transparece – em gotas de criação. Sinto-as correr os meus olhos. Abro o coração para as metáforas que agarras a tudo o que fazes teu. Sabes que cada concha pode adornar os meus cabelos, enquanto sorrio os teus receios e estendo os braços para os amar. Sim. Eu amo de olhos fechados. Respirei a brisa que me sussurrou o enigma do que apenas se pode sentir – sem recear. E fazes-me forte quando acarinho o teu sorriso desenhado pela areia que beija os teus pés, em noites de luar – tu és o verbo criar.

Claudia Ferreira

*

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Tra le tue gambe
onde silenziose
la mia nave.
Trascinati da una fermezza
surreale,
siamo il volto dei bimbi
nascosti:
tra le velature
tra le trame
tra i vorrei.
Siamo lo scrigno di ogni cuore,
di ogni maledetto cuore
che trema, come pirati che cercano il proprio volto
da chiamare tesoro
ed io, capitano di questa nave fantasma
senza equipaggio,
protettrice di cuori tremanti e muti.
Che lo sappiamo…
il gioco è la nostra cura,
ed ogni nostra azione
il nostro destino,
e m’accompagni in questa
surreale bonaccia verso
un volto celato,
che chissà,
potrò un giorno chiamare tesoro.

Di Anrose Thotas

*

Autoportrait di Emanuela Cau

IL NIDO di Laura Pezzola

“[…] perché allora l’enigma/ se io come te
sono vento e polvere?” (Adonis)

Seguivo la treccia dei capelli

il respiro si placava tra la folla
e nella mano che stringevo
crescevano gli anni

tu eri il nido – io l’ implume
dal becco spalancato

– le ali spunteranno – mi dicevi

così a volte
sono piuma contro il vento
e navigo – l’utero fecondo
delle stelle.

*

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I miei mari interiori s’aprono e si chiudono con spasmi di mente innamorata gridano sas janas golpeando con lunghissimi capelli onde sepolte nei millenni undae nigrae quae volitantes furentes su sé stesse s’abbattono nigredo d’opra che si cerca e si vuole luce senza chiarìa parola senza suono la morte collassa nella nascita e la nascita nella morte il mio mare nero splende di buio chiama il mio nome ch’è l’invisibile impronunciabile – ma che è.

Di Antonio Devicienti

*

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altrove di Rosaria Iuliucci

a volte credo / a volte
che questa voce che mi chiama possa essere vera
che possa nascere dalle viscere di un’esistenza accaduta
e portarmi con essa con la testa sott’aria
in quel posto dove .il. tutto può accadere
e posso accadere anche io
leggera / come una lacrima incosciente sul volto
ed essere dolce / come un ultimo bacio
o come il tratto rugoso dimenticato dal tempo
nascosto dalle carezze / dove non si è osato più amare

a volte credo /
a volte ci credo anche io che un’altro .luogo. possa venirmi a prendere
chiudendomi gli occhi e tenendomi l’anima ferma e pronta [ all’impatto ]

*

Insicuri – indecisi
nei colori sfumati
assorti in una macchia
tra pensieri irrisolti

lacerando lo spazio
vomitiamo meteore
di luce in volo
ansiosamente celeri

imprecisa la rotta
si dissolve smaniosa
di rivelarsi cenere
di fuochi evanescenti

di Guido Mura

*

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Nuova Luna di Rosaria Iuliucci

potrei cambiar tempo
e mutare d’essenza illuminata
nel percorso di luna
che sul mio corpo in fuga si cela
come un verbo amabile e desiderato
comprese le memorie legate
spogliate finemente
di un inizio che gela e salda
come solo il caso del tuo ritorno sa fare
ed il riso distratto del tuo vantarmi
sa dire

potrei mutare di tempo irriverente
e nel tornare al passato giacere
e plasmare il mio dolore
che ti fa scultore
della sua amata pietra
affine alla sembianza
come impronta di neve
etereo avverarsi d’illuso
che non sempre vota allo svolgersi
dell’esser poi di carne
o di quel che si è

*

cau

Eri brava a fare poesia
un talento indifeso
ti bastava guardarmi
dove non ero, confondermi
con i tuoi desideri, mentre
contavo mosche sui vetri.
Eri brava ma non eri tu
nemmeno noi ora si può
comprendere il significato
di questi abbandonati versi
come a vegliare un morto
autenticare una firma falsa.
Eri brava e forse ora
sei ancora meglio di
ciò che sei. Nei tuoi occhi
nuovi progetti di schiene
diritte e un dolore che non si
spezza, declive allo specchio.

Di Luca Gamberini

*

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Cercavo di riprendere il senso di me
Senza te
Senza te che sei diventato altro
Lasciandomi qua
Separata e mancante
E ho aperto me stessa
per poterti riconoscere
Nella nuova forma
E poterti raccontare dell’amore e dei mondi
che sempre riempirai

Di Rossana Corti

*

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L’art révèle, célèbre ou consacre l’image du corps que chaque civilisation invente. Ou plutôt, l’image du corps ne s’invente pas : elle jaillit, elle se détache comme un fruit ou un fils du corps du monde. L’image du corps est le double de celle du cosmos, la réponse humaine à l’archétype universel non humain. Chaque civilisation a vu le corps d’une façon distincte parce que chacune avait une vision différente du monde. Corps et monde se caressent ou se déchirent, se reflètent ou se nient , Les photos d’Emanuela Cau sorient a ce monde a cet autre monde , , merci a elle de nous transporter dans son univers , Déesse des Méditerranéens des temps modernes …

L’arte rivela, celebra o consacra l’immagine del corpo che ogni civiltà inventa. O meglio, l’immagine del corpo non si inventa: scaturisce, si prende come un frutto o un figlio del corpo del mondo. L’immagine del corpo è il doppio di quella del cosmo, la risposta umana all’archetipo universale non umano. Ogni civiltà ha visto il corpo in un modo diverso perché ognuno aveva una visione diversa del mondo. Corpo e Mondo si accarezzano o si strappano , si riflettono o si negano . le immagini di Emanuela Cau sorridono a questo mondo, grazie a lei per trasportarci nel suo universo, Dea del Mediterraneo dei tempi moderni …
Di Vincent Kristou

*

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regna rossa la luna e la carne
semina addosso fantasmi
e scorre cambiando pareti
fessure liquide indimenticate

[mentre desidero questo letto
con la sagoma che respira
ancora
i nostri nomi
convessi]

di Antonella Taravella

*

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Te lo dirò come lo sento, anche se l’istante e me stessa faccio fatica a recuperarmi in così poco tempo, sento silenzio, muto silenzio, labbra cucite di rosso e nero che ti circonda ti abbraccia – rami nodi fili nei tuoi capelli fino a disegnare la tela dove ti immagini e vivi di colori e nodi
dove cuci legami di seta, muta. Legami.

di Michela Gorini

Poesie di Marco Stefano Boietti (a cura di Emilia Barbato)


“Regno di luce
disponi i fili dell’oblio”
le mie mani
hanno per compagno
solo
il cuore incerto

l’ombra si allunga
e contempla cose passate
presagio di morte
di eternità.

**

Foglie volano nell’aria
lucide di miele,
la luna si tinge di eterno
attendo la luce
che sei
le tue mani
annunceranno
il soffio del desiderio.

**

Nel tempo
del breve sogno
un cielo straniero
turba gli specchi.

Si frantuma il mare.

Le stelle scoprono bolle
di fantasia.

**

Ho scambiato un sogno
per miracolo
fiori sbocciano nell’aria
l’aria sboccia nel fiore

e il vento nomade
si spinge
tra le radici che abbracciano
templi carichi di liane e storia.

**

Mi intrattengo
nella città
del tuo corpo
tra bianchi campanili
e guglie ricamate

poi l’abbraccio
che divora.

Siamo rami intrecciati.

**

Mi trattenevano lungo
il fiume le ombre
volevo scalare la luna
e tornare bambino.

La luce mi chiamava
io
avevo già aperto le braccia.

**

Mutano i colori dell’acqua
non la luce della candela
per il silenzio ammaestrato,
stenditi come il foglio
scriverò chi sei
dove ti condurrò
domani.
Dimmi il tuo nome
il mondo sta scomparendo.

*

Sette poesie di Marco Boietti

da Paso Doble, edito da Blu di Prussia, 2016.

***

Marco Stefano Boietti è nato e vive a Milano. Dalla passione per la musica sono nate molte delle emozioni trasfuse nelle sue liriche, riportate anche da varie antologie.
Dall’incontro con Danilo Boietti (1932-2016), pittore affermato in Italia e all’estero, derivano una stretta collaborazione artistica e una consolidata amicizia. In molti dei libri di Marco, le pagine sono intercalate dai dipinti del Maestro.
La sua bibliografia comprende le raccolte Moti e maree (Albatros, 2008), Kismet (Altro Mondo, 2009), Amaranta (Altro Mondo, 2010), Dalibor (Il Grappolo, 2011; 6.25 un conflitto dimenticato, (Blu di Prussia, 2012) Loro (Blu di Prussia, 2013), Hypothesis (Blu di Prussia, 2013), La coda del pavone (L’arcolaio, 2014), Cigni di Giada, (L’arcolaio, 2014), Il gioco delle parole (Giuliano Ladolfi, 2015), Oltre le isole felici (Vitale, 2015), Oxana (Giuliano Ladolfi, 2015), Un uomo qualunque (Blu di Prussa, 2016, Meta (Blu di Prussia, 2016, menzione al Premio Lorenzo Montano, 29ª edizione, Paso Doble (Blu di Prussia, 2016). Con Polistampa ha pubblicato le sillogi Il sole velato, cui è stata riconosciuta la menzione alla 30ª edizione del Premio Lorenzo Montano, e La voce arcana, uscite entrambe nel 2017.