Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Nynewe.


Dice di se Michaela Knizova in arte Nynewe:
“La mia arte è intuitiva con storie interiori e con il mio mito interiore. Lavoro principalmente con me stessa, con la mia personalità e il mio corpo. Penso che attraverso l’autoritratto potrei esprimere le mie intenzioni artistiche. I miei argomenti spesso si riferivano a storie di fantasmi esistenti o oscure femminilità paranormali. Alcune foto sono piene del simbolismo della fiaba classica. Uso a volte costumi tradizionali nativi nelle mie fotografie, video o spettacoli. Ho iniziato come pittrice e attualmente mi dedico principalmente alla fotografia.”

nynewe

*

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Si flette sopra un
sonno ad ali spente/
poi piega nuove mire
dal grandangolo/
e spiega al proprio
corpo come incidere/
comete dove mancano
illusioni /
la testa già lanciata
sopra i rami/
che arcuati i verdi
imprecano perdoni/
e prega albe e al vento
migrazioni/
e ai multipli del vuoto
spiegazioni.

Alba Gnazi, inedito 2019

*

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Se il processo di espiazione fosse specchio
sarebbe inutile confrontarsi con una realtà di vetro.
L’intimo segreto, urlato alla roccia,
farà eco a distanza
a seppellire l’eleganza bugiarda
di un uncino di capelli.

Nel rigore antico
Stinge il manto che ti copre il volto,
rivelando sentieri di melma
e trincee profonde
e seni a funtana di latti
camurrìa dei figli perduti
nello spazio immobile del tuo stomaco-biscia.

Questo mare meschino
porge onde matrigne
a dare sabbia da bere
e terra da mangiare
in uno nel groviglio impastato
da germogli sentimentali.

Cadono parole-offese
inflitte dalla mano che ti appartiene.
Nella favola bella,
solo una catena di donne-spine al fianco
della tua realtà immobile.

Scoperchiati, perenne madre
figlia di te stessa
della bambina che spinge ed esiste
in quel grembo vittorioso
che al tuo pretendere ed elemosinare
risponderà sempre
libertà.

Antonella D’Amico

*

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Tra i rovi di Guido Mura

Agglomerati di niente
o quasi, accidentali vibrazioni
corpuscoli di brume
illusioni di vento
nei corpi imprigionati
decenni di burrasche
su navi immaginarie
i rovi come sbarre
laceranti incertezze
domeniche di sangue
lente trasformazioni
per diventare cose
altra carne altro plasma
o nuove aliene forme di pensiero
che si fa corpo e storia

Fiaccole di memoria
batuffoli di semi
distrattamente ansiosi
testardamente vivi
feritoie scrutanti
altri sogni altri cieli
illuminate ceneri di spighe
tra gerose distese di pietrumi
dall’aride apparenze
rottami di sussurri
veroniche di sogni
di fughe inconsapevoli
di tortuosi ritorni
e disperati e lacrimati inganni
di un’indocile furia

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*

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AMORI TORRENZIALI di Paola Puzzo Sagrado

Baciami
da tanto non respiro
fa caldo e, in curva, insacco aria

Narcisa, la luna
ripassa nel suo miliardo di specchi
Snervata, fisso il muro dietro il mio

Sulle unghie un intento di smalto
sto, ad ali aperte
annidata al tuo braccio
sfarzosa farfalla al tuo ago

Luce da un altro mondo sei
ma gabbia spietata in questo
Qui l’amore non dà resto:
prende tutto ed è quanto

Facsimili di promesse
su comodi prati di federe
suonano meno assurdi
se s’ignorano verità più vaste

Nell’intimo persister
d’un senso di cicliche chiusure
di scollamento tra ciò che è
e ciò che so

Nulla dura, tutto è eterno
ed è più della somma
delle singole parti
i paradossi avranno soluzione, dicono
ma non qui, non adesso

Verrà la pace, il silenzio, il sollievo
Sarà come addormentarsi al sole
con la brezza fresca.

*

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muore dal profondo
la deragliata luce di una insonnia bohèmien
mentre ai lati di una tenebra esposta
il mercurio si illumina
di una Luna che vorrei fosse danzatrice .
opaca e cava , in apnea endovenosa .

questo trapasso da un’esistenza a l’altra
mi veste di un sepolcro umido
sdrucito sulle rotture dei fianchi
che non mi sorreggono più
in una anomalia di acuti vitali
retratti dalle forme celesti .

è cosi tiepida quest’Abazia ,cosi calma
che mi chiedo di che luce sia fatta
di quale taciturno oblio si prospetti astrale .
opaca e cava , in continua apnea
tessitrice di silenzio
che è surrogato di pace .

non mi rivedrò mai più ombra
forse .
la mia megera forma
merita l’arteficio dell’alba
in fiamme
come chiome alte di colpe a strisciare .

Rosaria Iuliucci

*

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Aspetta, non è ancora
il momento, ti voglio
osservare mentre
implori
il dio a cui non credi,
pentito solo di essere
tra le mie mani
assassine,
ma non di averle rese
tali a furia di umiliare il
mio corpo.
Eri raggiante di potere
quando mi facevi male
e mi sputavi negli
occhi,
quando il tuo sperma
era il solo cibo a me
concesso, e l’urina la
solo bevanda,
ridevi di me, ferma
immobile sotto i tuoi
occhi ferini.
Mai più

Berrò il tuo sangue,
invece, mi ciberò del
tuo cuore per vomitarlo
in un cesso,
e domani, già domani,
non sarai mai esistito,
mai più.

Rosario Campanile

*

1

sono come un grido di preghiera che sanguina
un ghigno vomitato su una materia sacra
una parete d’affetto sconsacrato
un’edera avvelenata
una condanna ai piedi della mia defunta madre .

perduto candore e maleficio
smetto di essere il riflesso di questo Purgatorio indomito
ma tu dimmi su quale cielo mi devo inchiodare
per non cadere e continuare a tremare
di questa continua Epifania che non mi porta nessuna Luna.
Mia Euforia , svuotami di tutto questo dire
avvolgimi nel sudario distillato d’una nuova vita
e nella notte più lunga
con il suo giorno più tormentato dentro
lasciami cadere a pezzi
fin dove riconosco il rovescio del dolore
e fa ch’io torni ad essere quel grido
fiero preghiera inferiore
quel ghigno che si fa rituale
e muro lavico su cui continuare ad inchiodare
questo pezzo di ossa che mi incombe attorno .
Rosaria Iuliucci

Prospettive. Omaggio di parole a Michel Vaerewijck


Immagine

La natura si risveglia
Diagonali di tratti argentati,
Gemme di petali
Si mostrano nel buio

Lattesa di fiori che cadono
La presenza di creature senzienti
che lascia una scia nell’esistenza.

Più in là un germoglio ricopia la vita:
Petali appuntiti, foglie allungate
Lesistenza si fa eco,
ricomincia il battito.

Un virgulto, la peristalsi
Bambini accuditi da un bosco:
L’essere, un unico insieme.

di Angelica D’Alessandri

**

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Smettila di fissarmi
non ho più niente da darti.
Non ho più carne per sfamarti
ne sangue per dissetarti.
Ho bruciato l ‘anima e il corpo…
nello stesso rogo
con le stesse fiamme .

di Franco Ciufo

**

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NIENTE SARÀ PIÙ COME PRIMA di Izabella Teresa Kostka

Che ne sarà di me
quando finirà la sabbia nella clessidra?

Gocciola il tempo tra le dita
infreddolite dall’inverno,
si gela in questa stanza
riempita di troppe assenze.

Dimmi,
poserai una margherita ove
lascerò le tracce?

Sono in partenza
come all’epoca degli alberi spogli
quando nulla fu ancora scritto.

Porterò le scarpe rotte
perché conoscono le mie ferite,
ricordano le cadute.

Dimmi,
accenderai un cero
per indicarmi la strada?

Ho perso le conquiste
come un acero le foglie,
niente sarà più come prima
e tutto diventerà nudo.

Ricordati di
lasciare una finestra socchiusa,
se avessi voglia di tornare
per un ultimo abbraccio.

**
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.la costanza della solitudine. di Rosaria Iuliucci

è una costanza la solitudine che mi porto addosso
un’ombra fredda che si fonde nella frivolezza delle scelte
sconfinata e bruciante dell’assenza più cupa
mentre dentro si arrampica a morsi
l’alibi dell’attesa
strappata alla sola regola che mi lascia disarmata
/ un assolo di luce che cerca di venire al mondo
nell’insistenza infinita della mia pelle fredda
sola in questo dolore postumo che non mi lascia scelta
se non rinunciare e mettere in salvo
quell’unico brivido che mi ricorda che posso ancora essere viva
di un’ultima vita raccolta in controluce

**

.

.

**

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.contropelle. di Rosaria Iuliucci

Ho vissuto la mia vita come fossi un foglio bianco
nessun colore predestinato sulla mia pelle
e nessuna parola a sfondare la curvatora
della mia lingua muta .

Ho vissuto in silenzio
fra verbi claudicanti interrotti solo dalla sete
e senza mai avere fame mi sono divorata nella giusta misura
per sopravvivere ad un ennesimo qualunque giorno
che mi trapassava dentro fra la pelle e le ossa .

Ho giaciuto accanto alle ombre
abbracciando spigoli di luce su letti di cartapesta
ingoiando a piccoli sorsi il pianto
e moltilicando il dolore per il suo stesso peso .

Sono stata tutto e niente
un agglomerato di anima contropelle
divelta e divorante
in un ripetersi di sangue mai caldo

Giovani Prospettive. Omaggio di parole ad Emanuela Cau


Cau

Emanuela Cau, artista dalle mille sfaccettature apre le porte della sua abitazione a Quartu per la sua prima intervista video e si racconta. Definirla “fotografa” è riduttivo: ha studiato tecniche di scrittura e regia cinematografica, realizzato cortometraggi, video teatrali e musicali. Le sue foto sono autoritratti, sembrano quadri.

***

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Emanuela Emanuele Emanuela . di Alessandro Bertacco

Cosa è la vita, se non fossimo qui a cercarsi
E
io pago le rate tu paghi le rate noi paghiamo le rate
O
Finiamo tutti nei campi,
tu hai rubato altre anime diverse dalle mie
A sentirsi sciogliersi le dita su qualcosa di troppo astratto
A
vedere troppo grano del mondo andato, dico andato
A fare le ballerine impotenti
N
.finimmo tutte le bocche e le vocali
e ci trovammo a leccare l’arcobaleno

*

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O mar é mundo que te habita, ondas de revelação lavam-me a alma. Uma avalanche de emoções, banhadas com a espuma de uma história construída pelos silêncios – tão intensos como tu. E regas-me com o perfume de um entardecer dos sonhos de viver, num grito ávido de ser. Envolta num mistério de véus (re)inventas-te a cada momento, para me contares o segredo que transparece – em gotas de criação. Sinto-as correr os meus olhos. Abro o coração para as metáforas que agarras a tudo o que fazes teu. Sabes que cada concha pode adornar os meus cabelos, enquanto sorrio os teus receios e estendo os braços para os amar. Sim. Eu amo de olhos fechados. Respirei a brisa que me sussurrou o enigma do que apenas se pode sentir – sem recear. E fazes-me forte quando acarinho o teu sorriso desenhado pela areia que beija os teus pés, em noites de luar – tu és o verbo criar.

Claudia Ferreira

*

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Tra le tue gambe
onde silenziose
la mia nave.
Trascinati da una fermezza
surreale,
siamo il volto dei bimbi
nascosti:
tra le velature
tra le trame
tra i vorrei.
Siamo lo scrigno di ogni cuore,
di ogni maledetto cuore
che trema, come pirati che cercano il proprio volto
da chiamare tesoro
ed io, capitano di questa nave fantasma
senza equipaggio,
protettrice di cuori tremanti e muti.
Che lo sappiamo…
il gioco è la nostra cura,
ed ogni nostra azione
il nostro destino,
e m’accompagni in questa
surreale bonaccia verso
un volto celato,
che chissà,
potrò un giorno chiamare tesoro.

Di Anrose Thotas

*

Autoportrait di Emanuela Cau

IL NIDO di Laura Pezzola

“[…] perché allora l’enigma/ se io come te
sono vento e polvere?” (Adonis)

Seguivo la treccia dei capelli

il respiro si placava tra la folla
e nella mano che stringevo
crescevano gli anni

tu eri il nido – io l’ implume
dal becco spalancato

– le ali spunteranno – mi dicevi

così a volte
sono piuma contro il vento
e navigo – l’utero fecondo
delle stelle.

*

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I miei mari interiori s’aprono e si chiudono con spasmi di mente innamorata gridano sas janas golpeando con lunghissimi capelli onde sepolte nei millenni undae nigrae quae volitantes furentes su sé stesse s’abbattono nigredo d’opra che si cerca e si vuole luce senza chiarìa parola senza suono la morte collassa nella nascita e la nascita nella morte il mio mare nero splende di buio chiama il mio nome ch’è l’invisibile impronunciabile – ma che è.

Di Antonio Devicienti

*

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altrove di Rosaria Iuliucci

a volte credo / a volte
che questa voce che mi chiama possa essere vera
che possa nascere dalle viscere di un’esistenza accaduta
e portarmi con essa con la testa sott’aria
in quel posto dove .il. tutto può accadere
e posso accadere anche io
leggera / come una lacrima incosciente sul volto
ed essere dolce / come un ultimo bacio
o come il tratto rugoso dimenticato dal tempo
nascosto dalle carezze / dove non si è osato più amare

a volte credo /
a volte ci credo anche io che un’altro .luogo. possa venirmi a prendere
chiudendomi gli occhi e tenendomi l’anima ferma e pronta [ all’impatto ]

*

Insicuri – indecisi
nei colori sfumati
assorti in una macchia
tra pensieri irrisolti

lacerando lo spazio
vomitiamo meteore
di luce in volo
ansiosamente celeri

imprecisa la rotta
si dissolve smaniosa
di rivelarsi cenere
di fuochi evanescenti

di Guido Mura

*

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Nuova Luna di Rosaria Iuliucci

potrei cambiar tempo
e mutare d’essenza illuminata
nel percorso di luna
che sul mio corpo in fuga si cela
come un verbo amabile e desiderato
comprese le memorie legate
spogliate finemente
di un inizio che gela e salda
come solo il caso del tuo ritorno sa fare
ed il riso distratto del tuo vantarmi
sa dire

potrei mutare di tempo irriverente
e nel tornare al passato giacere
e plasmare il mio dolore
che ti fa scultore
della sua amata pietra
affine alla sembianza
come impronta di neve
etereo avverarsi d’illuso
che non sempre vota allo svolgersi
dell’esser poi di carne
o di quel che si è

*

cau

Eri brava a fare poesia
un talento indifeso
ti bastava guardarmi
dove non ero, confondermi
con i tuoi desideri, mentre
contavo mosche sui vetri.
Eri brava ma non eri tu
nemmeno noi ora si può
comprendere il significato
di questi abbandonati versi
come a vegliare un morto
autenticare una firma falsa.
Eri brava e forse ora
sei ancora meglio di
ciò che sei. Nei tuoi occhi
nuovi progetti di schiene
diritte e un dolore che non si
spezza, declive allo specchio.

Di Luca Gamberini

*

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Cercavo di riprendere il senso di me
Senza te
Senza te che sei diventato altro
Lasciandomi qua
Separata e mancante
E ho aperto me stessa
per poterti riconoscere
Nella nuova forma
E poterti raccontare dell’amore e dei mondi
che sempre riempirai

Di Rossana Corti

*

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L’art révèle, célèbre ou consacre l’image du corps que chaque civilisation invente. Ou plutôt, l’image du corps ne s’invente pas : elle jaillit, elle se détache comme un fruit ou un fils du corps du monde. L’image du corps est le double de celle du cosmos, la réponse humaine à l’archétype universel non humain. Chaque civilisation a vu le corps d’une façon distincte parce que chacune avait une vision différente du monde. Corps et monde se caressent ou se déchirent, se reflètent ou se nient , Les photos d’Emanuela Cau sorient a ce monde a cet autre monde , , merci a elle de nous transporter dans son univers , Déesse des Méditerranéens des temps modernes …

L’arte rivela, celebra o consacra l’immagine del corpo che ogni civiltà inventa. O meglio, l’immagine del corpo non si inventa: scaturisce, si prende come un frutto o un figlio del corpo del mondo. L’immagine del corpo è il doppio di quella del cosmo, la risposta umana all’archetipo universale non umano. Ogni civiltà ha visto il corpo in un modo diverso perché ognuno aveva una visione diversa del mondo. Corpo e Mondo si accarezzano o si strappano , si riflettono o si negano . le immagini di Emanuela Cau sorridono a questo mondo, grazie a lei per trasportarci nel suo universo, Dea del Mediterraneo dei tempi moderni …
Di Vincent Kristou

*

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regna rossa la luna e la carne
semina addosso fantasmi
e scorre cambiando pareti
fessure liquide indimenticate

[mentre desidero questo letto
con la sagoma che respira
ancora
i nostri nomi
convessi]

di Antonella Taravella

*

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Te lo dirò come lo sento, anche se l’istante e me stessa faccio fatica a recuperarmi in così poco tempo, sento silenzio, muto silenzio, labbra cucite di rosso e nero che ti circonda ti abbraccia – rami nodi fili nei tuoi capelli fino a disegnare la tela dove ti immagini e vivi di colori e nodi
dove cuci legami di seta, muta. Legami.

di Michela Gorini

VERSO|| DOPPIO|| SENSO – 5 – di Silvia Rosa


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E se poi l’amore fosse solo il bianco che sta di sentinella quando gli occhi si fissano in amplessi di realtà ingombrante, la mano occupata troppo a fare il mondo, la testa con il tarlo del futuro che rimbomba il vuoto dentro e una lancetta svelta per cappello a oscurare l’orizzonte.
Bisognerebbe invece avere amore sotto i denti e corpi impastati nel silenzio lasciati a lievitare giorni interi, toccarsi dove il bianco si fa luce e poi crescere in case di vento senza finestre e porte, stare ad aspettarsi, stare nella notte come fosse l’ultima frontiera, stretti, fino all’inizio del tempo.

Silvia Rosa

*

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LAMPIONI

L’aspetto della discesa è cambiato, sembra di passare da un’altra parte
per ciò che vedevo che più non vedo, l’aria che il sale ispessisce rivela
che qualche corsa rilasciava argento, tra i lampioni così meno malati
dove lì sotto hai imparato la grazia, di uno sguardo in penombra
[innamorato
che tra le labbra si accoglie la lingua, che la saliva segna a vita il
[vento.

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TENTATIVI

Tutto è così distante e ho perso il punto, qualche discreta catena di
[brezza
non finisce di stringere le aiuole, poteva sembrare la prima volta
per come i petali erano sorpresi, vorresti toccare quello che vedi
poi sparire coperto di mattino, svanisce come riprendi a pensare
il tentativo di renderti inutile, alcuni sistemi includono il sonoro.

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DAVANZALE

Ti ricordo insensata d’allegria, dispersa tardi nei giorni in odori
più nessuno alla finestra che suda, il davanzale che si lega alle guance
il contrasto fresco dove allungarti, sembrava un abbraccio al quartiere
[al mondo
alla parte più distante uno sguardo, bastava e avanzava ad avvicinare
l’infinito tenace a trattenerlo, legarlo ancorato alle poche nuvole.

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PUNTI

Sembra semplice come cade l’acqua, quasi farfuglia nella stessa
[lingua
che hai nella testa nei giorni tremendi, quando il palato è sordo e
[arroventato
si sta zitti per non fare più male, i lati piacevoli nelle sterpaglie
spostate dal vento come capelli, sono gli stessi che affollano i sogni
che intralciano nel raggiungere il punto, quello su cui se ti siedi
[rifuggi.

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CUSTODI

Un’isola non nasconde mai nulla, le cose perse ritornano a galla
ti avrei fatta felice certo fiera, se smettevo di rovesciare i banchi
ribellarmi e lasciare buchi bianchi, senza sapere bene per che cosa
m’innamoravo della catechista, la volevo come angelo custode
spariva dalla finestra dell’aula, e vedevo solo il cielo appesantirsi.

Testi di MAURIZIO MANZO, tratti da “Rizomi e altre gramigne” (Zona Editrice, 2016)
Immagini di JAMIE HEIDEN (http://jheidenphoto.net/)

Poesie di Marco Stefano Boietti (a cura di Emilia Barbato)


“Regno di luce
disponi i fili dell’oblio”
le mie mani
hanno per compagno
solo
il cuore incerto

l’ombra si allunga
e contempla cose passate
presagio di morte
di eternità.

**

Foglie volano nell’aria
lucide di miele,
la luna si tinge di eterno
attendo la luce
che sei
le tue mani
annunceranno
il soffio del desiderio.

**

Nel tempo
del breve sogno
un cielo straniero
turba gli specchi.

Si frantuma il mare.

Le stelle scoprono bolle
di fantasia.

**

Ho scambiato un sogno
per miracolo
fiori sbocciano nell’aria
l’aria sboccia nel fiore

e il vento nomade
si spinge
tra le radici che abbracciano
templi carichi di liane e storia.

**

Mi intrattengo
nella città
del tuo corpo
tra bianchi campanili
e guglie ricamate

poi l’abbraccio
che divora.

Siamo rami intrecciati.

**

Mi trattenevano lungo
il fiume le ombre
volevo scalare la luna
e tornare bambino.

La luce mi chiamava
io
avevo già aperto le braccia.

**

Mutano i colori dell’acqua
non la luce della candela
per il silenzio ammaestrato,
stenditi come il foglio
scriverò chi sei
dove ti condurrò
domani.
Dimmi il tuo nome
il mondo sta scomparendo.

*

Sette poesie di Marco Boietti

da Paso Doble, edito da Blu di Prussia, 2016.

***

Marco Stefano Boietti è nato e vive a Milano. Dalla passione per la musica sono nate molte delle emozioni trasfuse nelle sue liriche, riportate anche da varie antologie.
Dall’incontro con Danilo Boietti (1932-2016), pittore affermato in Italia e all’estero, derivano una stretta collaborazione artistica e una consolidata amicizia. In molti dei libri di Marco, le pagine sono intercalate dai dipinti del Maestro.
La sua bibliografia comprende le raccolte Moti e maree (Albatros, 2008), Kismet (Altro Mondo, 2009), Amaranta (Altro Mondo, 2010), Dalibor (Il Grappolo, 2011; 6.25 un conflitto dimenticato, (Blu di Prussia, 2012) Loro (Blu di Prussia, 2013), Hypothesis (Blu di Prussia, 2013), La coda del pavone (L’arcolaio, 2014), Cigni di Giada, (L’arcolaio, 2014), Il gioco delle parole (Giuliano Ladolfi, 2015), Oltre le isole felici (Vitale, 2015), Oxana (Giuliano Ladolfi, 2015), Un uomo qualunque (Blu di Prussa, 2016, Meta (Blu di Prussia, 2016, menzione al Premio Lorenzo Montano, 29ª edizione, Paso Doble (Blu di Prussia, 2016). Con Polistampa ha pubblicato le sillogi Il sole velato, cui è stata riconosciuta la menzione alla 30ª edizione del Premio Lorenzo Montano, e La voce arcana, uscite entrambe nel 2017.

Poesie di Fabio Strinati


PERIODO DI TRANSIZIONE

GROVIGLIO

Salvadanaio mentale sprofonda nel disordine
coi fumi forestieri,

cicalini vibratori e megafoni interni
che ignorano la mantide
attanagliata nelle vene tormentose.

Clemenza che sbircia oltre uno sgretolato muro,

e nessuno che sparla per sprechi d’anime
nei metalli al cuoio,
di annunci lontani dipanati durante tempi
per le salite esposte.

**
PRELUDIO

La voce arranca, arretra tardiva al tramonto
crepa e sospira,

consuma un tempo nell’ambiguo vuoto circostante,

mentre scompare il vento che lì finisce e straripa.

**
DEPRESSIONE

Privo di me stesso striscio, crepo mi spello
nell’indebolimento di un contorno vago e circonciso,

Come nella lente spessa che trapassa
un solo presente temporaneo e luoghi

malmenati che fingono,

anch’essi scorticati dal tempo opaco
che fulmina istanti piegati da ipocrite sequenze
transitorie.

**
VUOTO

Ho in prestito illusori letarghi d’animale
come invisibili le tane patite e noi, frasche

abbandonate all’interno di un vuoto assonnato.

**
SVUOTARSI

Ho la morte nel suo turno che snatura
i fossi carichi di foglie sfuggite ai venti
lasciate marcire dagli alberi ricurvi,

fotografie di attimi in scatole
gonfie di stagioni anormali,

vesciche ai piedi delle bestie mature
in un folto brulicare di urli
oltre staccionate riempite di fori
che trafiggono il mio stesso sguardo vuoto,

e la morte, che si spoglia della vita
curvata verso buche denutrite
in stati confusamente terminali.

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ANGOSCE

L’anima che invecchia tra gli alberi
dove un legno secco marcisce
è preda del suo spreco inciso
sulla pelle fustigata, estenua del presente,

scende sconosciuta fuliggine
che piano si nasconde.

**
DENTRO

Scruto nel sacco dei miei ricordi come bocche
di spartiti, foschie,

montano a quadrati illogici pensieri
che mi contengono fin dal principio…

dentro un tempo provvisorio, vivo
un’esistenza scellerata
come di un profilo secolare che annaspa
in acque torbide e smania,

passaporti sui marciapiedi di una volta.

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DENTRO UN VECCHIO MURO

Dentro un vecchio muro crepato e tinto
che soffre, adolescenza intaccata
in vortici di rogne,

e in eterno, nel sonno le maschere avvolte
dove nascono le cimici uguali

e le cantilene, gli indefiniti aliti e sepolti
sotto occhiaie di pensieri e patimenti
e i timori pesti mai andati,

e in eterno, in graffi sospesi nell’aria
come suoni in una scomoda mente.

**
FREQUENTAZIONI

Alberi vessati sciolti nel vento,

udito una svista fragile, sferzata
una pagina di carta scolorita
senza dipartita nei ghetti osannati,
e frasi di piaghe e di batteri
verso una deriva sommersa
da fatti, misfatti triturati
in spesse vicissitudini incompiute,

alberi chiusi, riposti nella stiva.

**
STO PER…

Spoglio come un albero, al vento,
mi estendo ( vago, m’arrendo )
e mi brinerò al canto di quest’ora:

a poco a poco……

**
SUONO CRUDO

Suono crudo assennato dentro il suo dentro,
di fanghiglia, nel rettangolo

supersitite precario,

è un suono graffiato in un istante rudimentale
che scivola turchino
nelle coincidenze di una trappola mortale,

anime ingombrate nell’intasamento
di un dovunque aggrappato,
e le innaturali fisime, le porte socchiuse
in quel loro dentro futile e meschino,

come un suono rinchiuso in una teca
dove matematica e spine
si sbracano ammiccando pose di catarsi!

**
ABBANDONATO

Non solo mi chino su questa terra di fango marrone
e mi piego scacciando le ferrose catene
in un nevrotico abbandono,

che la sorte ormai guastata
nella sua biada di morte camuffata, travestita
da una sagoma di vita slavata e lunatica,

mi rende uno specchio d’inverno opaco,
e steso nel vuoto nell’incertezza
siderale che tanto mi somiglia,
ecco che mi spengo
in uno stordimento contrariato.

**
SUONI

I suoni si spargono tra passato e presente, impiccati
nelle regioni nere e appartengono,
ai fili clandestini che come reclute tormentate
in questo smorto attimo d’impazienza
emulano empi, sgorgano nell’impazzimento
di un’apparizione usata,

irrisi suoni che svolazzano nell’aria.

**
MI VEDO OLTRE

Mi vedo oltre quei monti
e mi vedo, dentro
l’acqua la mia foto ed oltre…

che mi spia persino la rondine,
la tua mano insorge,

e gli orizzonti
sopra il monte la sua purità.

**
SE FOSSI MORTO PRIMA

Se fossi morto prima…

la chiazza del mio essere uomo di miscugli e di fiori

appassiti, mi ha condotto a voi col capo chino e remissivo,

il volto stanco e pieno di rughe e il mio cuore in trappola

dei suoi stessi sentimenti di stampigliatura;

ora, cerco solo di accoppare il mio tempo già finito,

e di bermi un goccio forte, in un’osteria dell’angolo.

**
È LA PARTENZA

Un letto è lento fermo statico immobile
e giace…

nel suo letto pulito,
nel suo immobilismo, e la carta è bianca
e lenta e lenta, cade,

la foglia da un albero
di alberi e smisuratamente le stagioni.

**
LUNGO ADDIO

Un lungo addio è
oltre le montagne figlie della vecchiaia e del tempo,
consumato dal suo stesso addio,
con gli occhi dell’anima,
dentro il cerchio immobile di un lago colorato di grigio,
disegnato dentro,
che già si dona esanime
alle troppe sofferenze che soffiano nel vento
tra le anime tremolanti, in un profondo
infinitamente finito!

**
OBLIO

È un buco nero che mi trapassa mi travolge
nel punto del quaderno
e giova al fiore colto e còlto
in esubero su quel pezzetto di terra, a forma di carta.

È un buco: che sposta e fermo,
l’aria nel suo imbuto scuro,

nel suo tubo ch’è mattonella e catrame
nel suo perdutamente ignoto.

**
INTERROGATIVO

Quando ho paura del domani, mi aggrappo
alle tante foto appese al muro nella mia stanza:
tengo stretto il mio cuscino,
come l’amore è quell’equilibrio che tutto
scompone e ricompone,
come una foto di famiglia che raggruppa
l’unica foto di un istante, di un’eternità infinita.

**
IO

Il riflesso del mio io nascosto è celato, come sottovuoto,
il suo sonno addormentato
e la mia voce di primavera che segna e risveglia
il mio luogo, molteplice tragitto,

mi riduce ad uno specchio
che brilla la sua matura ombra
che viene oppressa
per due soldi di letame,
la mia mano, che scrive sopra un foglio bianco
la sua firma di fanciullo,

nel riflesso del mio io
come un orsacchiotto screpolato lasciato
ad ammezzire in tardo autunno,
lungo un tragitto liquoroso all’intercalare delle luci,
il buio nel mio cuore, e una caverna soltanto.

**
ANIMA

La morte ha un odore di selvatico
più delle lacrime cadute a terra prematuramente,
seminate di speranza e di sorgenti
con accanto le mostrine incanutite di poveri soldati
caduti in guerra e mai risorti,

come
la morte, lei penetra porta scompiglio
e in novembre, solo un vago ricordo di quell’anima
vagante che ha vagato stanca per i campi spenti.

**
DENTRO LA MIA ANIMA

Dentro il mio io interiore, a volte triste e in solitudine…

ho l’anima che cerca il romanzo della vita
per non morire giovane su questa terra affaticata,

…solcare il mare
lasciandosi alle spalle un lacrimoso tramonto,
che sappia rinverdire l’anima mia di gioia e di speranza!

I miei occhi osservano la primavera: stagione che penetra
con eleganza, come ogni mattina
quando penso alla preziosità della vita…

la più bella scoperta,
l’avventura in un lungomare di conquista!

**
IO E IO

Credo che la vita sia il mio principale aguzzino,

e quando ci sono quelle giornate umide
e le mosche bidonate nella lordura del momento,
mi ritiro nel mio bureau di taccuini,
guardo il cielo e mi rivedo spiaccicato
su quelle lente nuvole stracolme d’acqua,
in quei giorni stringati di dicembre
e i cortili imbiancati come lenzuoli d’avi e di morte!

**
ATTESE

Inseguire con gli occhi una linea esile e sottile,

come una traiettoria in metamorfosi,
che piano spira nel suo lasso di polvere e di sepolcri.

Gettare un’occhiatina oltre quel sipario rinserrato,
oltre un avvenire errante e impantanato
nel suo dovere ma nel dubbio
che una lancetta d’orologio
sia bloccata nel suo dilemma muscoloso,
nel frattempo, emergono speranze e gravose attese.

**
SCARABOCCHIO

Rinchiuso tra le pareti in una stanza chiusa e piena
di polvere di acari pusillanimi,

a sorbettare i versi e le rime…

scombussolato nella mia lingua romanza che si fracassa
di vocali urlanti e limacciose per un delirio di parti e controparti,

a cinguettare la seta delle tele negli angoli rimasti…

adirato da impulsi e nutrimenti che mi arrovellano la mente
più di un passo storpio di un foglio sulla rima.

**
DEPRESSIONE MIA

La salute mia è un ramo d’albero appeso al vento di dicembre
tra rimpianti che la vita ormai andata
brulicano e mantengono,

strane sensazioni a volte, piluccano il tuo essere vinto
e sconfitto, come un uomo poco attratto dalla libertà
che si accendono e si spengono
oltre un confine immaginario animato
dai ricordi fievoli di un’infanzia in agrodolce,
come l’ultima parola che senza fiato
si scarica di rabbia per ferire la tua morte prematura.

**
LA MACCHIA

Come si dissolvono le nostre polveri nell’incertezza
della vita, o della morte che penetra che arriva
e alimenta altra morte, che impregna
la nostra vita che finalmente, al tocco della falce si svela.

Il tempo è in movimento e lontano;
e la solitudine serpeggia senza catene di ferro
durante i nostri momenti vuoti,
e quando un po’d’ombra arriva a noi come
una macchia di petrolio su questa lavagna di vita,
il nostro vivere diventa fievole,
la nostra anima sbiadita.

**
TESTIMONE

È nella fessura che porgo l’occhio mio,

la mia perla di lingua tutt’intorno affonda,

sibili e cicalini,
nel suo rattoppo d’origine,

d’occhiatine vispe nella vispezza
che tanto arretra

e d’avanti punta indietreggia,
si stagna il gesto, come sangue rappreso

la sua macchiolina annichilita.

**
IL COLPO

Schizzano sul muro sudato le imperfezioni
d’una vita vissuta sguaiata

come ritratti che furuno sepolti
verso una sera incastonata tra le spine,

dubbi in crepe di polvere, graticole
interrotte nel calore inaffidabile

che lentamente strappa la sua carne al vento,
come dalla memoria d’un proiettile
sempre in eterno si scava.

**
DI COLPO

La mia gola asciutta in un rogo di sibili
come punita dagli eventi nati e scomparsi
negli adagi attimi rimescolati,

granelli di buio come ragnatele disperse
in un vecchio cerchio di plastica
assediato da rette immaginarie, matite
di cerume come travi di feritoie invano

***

Fabio Strinati ( poeta, scrittore, aforistapianista e compositore ) nasce a San Severino Marche il 19/01/1983 e vive ad Esanatoglia, un paesino della provincia di Macerata nelle Marche. Molto importante per la sua formazione, l’incontro con il pianista Fabrizio Ottaviucci. Ottaviucci è conosciuto soprattutto per la sua attività di interprete della musica contemporanea, per le sue prestigiose e durature collaborazioni con maestri del calibro di Markus Stockhausen e Stefano Scodanibbio, per le sue interpretazioni di Scelsi, Stockhausen, Cage, Riley e molti altri ancora.Partecipa a diverse edizioni di “Itinerari D’Ascolto”, manifestazione di musica contemporanea organizzata da Fabrizio Ottaviucci, come interprete e compositore, e prende parte a numerosi festival e manifestazioni musicali.
Fabio Strinati inizia nel 2014a dedicarsi anche alla scrittura, e in maniera continuativa.Nell’ottobre del 2014 pubblica il suo primo libro di poesie dal titolo ” Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è il ritmo”. Raccolta di poesie pubblicata con la Casa Editrice ed Associazione Culturale Il Foglio Letterario, che ha, come suo direttore, lo scrittore italiano Gordiano Lupi. Il libro è stato interpretato dall’attrice Maria Rosaria Omaggio in uno spettacolo al Teatro Lo Spazio di Roma nell’agosto del 2015.
Nel mese di novembre del 2015, esce il suo secondo libro di poesia, dal titolo “ Un’allodola ai bordi del pozzo” pubblicato sempre con Il Foglio Letterario. Il libro si è aggiudicato alcuni premi nazionali ed internazionali, come ad esempio: 2° classificato al Premio Nazionale Scriviamo Insieme. Finalista al Premio Artistico Internazionale Michelangelo Buonarroti.
Nel novembre del 2016 esce il suo terzo libro, “Dal proprio nido alla vita”. Un poemetto ispirato a un romanzo di Gordiano Lupi, “Miracolo a Piombino”, presentato anche al Premio Strega.
Strinati è presente in diverse riviste ed antologie letterarie. Da ricordare Il Segnale, rivista letteraria fondata a Milano dal poeta Lelio Scanavini.
Inoltre si è aggiudicato anche diversi Premi. Da ricordare : 1° classificato al 23° Concorso artistico Internazionale Caro Amico Rom. Prestigioso concorso organizzato da Santino Spinelli ( Musicista, compositore e insegnante italiano )
Premio Gruppo Euromobil Undier 30 per la poesia, in occasione della manifestazione poetica FluSSiDiverSi. In questa occasione Strinati viene a contatto con grandi nomi della poesia sia italiani che stranieri. Da ricordare: Flavio Ermini, Fabio Franzin, Rosana Crispim Da Costa, Paul Polansky e soprattutto Ljerka Car Matutinovic, poetessa, scrittrice e traduttrice croata che tradurrà nella sua lingua alcune poesie del primo libro di Fabio Strinati “ Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è il ritmo.
1° classificato al Premio Nazionale Sorella Africa.
Vince il Poetry Slam di Poeti di Periferie ad Ischitelle Nel Gargano, manifestazione poetica e culturale fondata ed organizzata da Vincenzo Luciani e Manuel Choen.

Nel 2017 pubblica con Il Foglio Letterario il suo quarto libro dal titolo Al di sopra di un uomo.