Le Città Bruciate di Gianfranco Oretti della Volta


Divulgarti Eventi Ducale

Cortile Maggiore Palazzo Ducale, Genova

Dal 12 al  31 gennaio 2019

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La fiamma che arde, brucia, crea, distrugge le fondamenta di un mondo conosciuto che si piega sotto il peso della sua stessa creazione. Queste sono le Città bruciate, di Gianfranco Oretti della Volta che attraverso un percorso mai banale, ricrea il suo personale mondo architettonico composto da cornici e stoffa, tubi di plastica e vernice.

Un’architettura la sua, fondata sul riciclo di materiali che rivivono sotto una nuova veste e si dilatano in una commistione surreale di colori e ombre, Contrasti che si susseguono in una strana danza armonica. Nella sua personale non c’è solo lo spazio come dimensione, nel senso scultoreo del termine, ma un insieme di luci. Che omaggiano Van Gogh e Mondrian in una serie di dipinti a smalto lucenti sotto i riflettori al neon della stanza. Quella di Oretti è una creazione viscerale, diretta, che mutua a piene mani l’attualità dell’oggi. Una significazione che si trasforma in risultato nella ricerca storta del tessuto sociale. L’idea per questa serie di opere nasce, per stessa ammissione dell’artista, dal movimento rivoluzionario capeggiato dai movimenti studenteschi della Banlieue. La rabbia degli ultimi esplode in una follia distruttrice del mondo circostante lasciando la classe dominante tacitamente inerte a guardare.

Il materiale di riciclo diventa dunque fondamentale per comprendere che ciascuno di noi ha la possibilità di ricreare se stesso. Perché tutto parte dal necessario, passa dal possibile per incanalarsi forse in un’alterità impossibile.

Curatrice mostra: Loredana Trestin

Divulgarti Eventi Ducale: Divulgarti Eventi Ducale

Christian Humouda

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#PerunaBotanicadellaPoesia


Botanica, quindi Ecologia, mondo vegetale. Piante e fiori. Alberi,
foglie, foreste. Carta di cellulosa, carta reciclata. Ambiente, vero,
tangibile e sostenibile. Ecco i campi di interesse di questo Progetto
che radica le sue motivazioni in un Concept quello del mondo
botanico, erboristico medievale. Le piante e la loro azione
fitoterapica che è stata alla base della Medicina Antica. Che poi
tanto antica non è dato che ancora beviamo tè e tisane di alloro con
scorza di limone per sgonfiare la ritenzione gastrica. Insegnamenti,
medicine e ricette ma anche rose, margherite, papaveri e tulipani.
Bulbi, radici, rami, foglie, tutte estensioni dello stesso principio
cellulare. La stessa miccia che accende la parola ed il pensiero nel
mondo con l’apporto del grano dell’Anatolia e lo sviluppo della
Filosofia in Grecia. Noi siamo ciò di cui ci nutriamo disse un filosofo.
Ed esistono vegani ortodossi, vegetariani per scelta. Diete a base di
solo verdure. Gli insetti proteici dei nuovi mercati emergenti. Esiste
una cultura del Food che fa sede e bella mostra al Fico di Bologna.
Ed esiste un immaginario poetico, bucolico che prevede immagini,
metafore, similitudini col mondo ambientale. Retorica botanica.
Aulica e colta. Neruda scrive del Carciofo. Dante della Beata Rosa.
Tasso delle mamme irsute delle caprette dell’Arcadia ambientate
nella sua Campania Felix. Stiamo raccogliendo fondi e donazioni per
realizzare un LiveTour del Progetto. L’idea è quella di installare le
poesie dei settanta Poeti nazionali coinvolti in alcune Città italiane.

Sebastiano Adernò
ideatore e curatore del Progetto
#PerunaBotanicadellaPoesia

Di seguito allego invito in tre lingue – italiano – spagnolo – inglese
che inviammo ai Poeti di diverse Nazioni. Attualmente il Progetto
coinvolge Poeti di 9 Nazioni straniere. Ma nelle prossime settimane
se ne aggiungeranno altre.

Arte organica. Parole da nove Stati differenti. Il Tema è la Botanica
della Poesia. I contenuti frammenti o citazioni delle Proprie. Lo
spazio da riempire è quello delle Cartoline. Mondo Green e
Vegetale. Poeti col pollice verde. Artisti visivi che si occupano di
Natura. Organizzatori di Eventi culturali legati all’Ambiente, tutti
riuniti da una sola Mission Globale, salvare la Bellezza floreale e
parlarne per farne un Messaggio serio e onesto di rispetto e tutela.

Arte orgánico. Palabras de nueve Estados diferentes. El tema es la
Botánica de la Poesía. Los contenidos fragmentados o citas de lo
Propio. El espacio para rellenar es el de las postales. Mundo Verde y
Vegetal. Poetas con un pulgar verde. Artistas visuales que tratan de
la Naturaleza. Organizadores de eventos culturales relacionados con
el Medio Ambiente, todos reunidos por una única Misión Global,
para salvar la Belleza floral y hablar sobre ello para hacer un
Mensaje serio y honesto de respeto y protección.

Organic art. Words from nine different States. The theme is the
Botany of Poetry. The contents fragments or citations of the Own.
The space to fill is that of postcards. Green and Vegetable World.
Poets with a green thumb. Visual artists who deal with Nature.
Organizers of cultural events related to the Environment, all
gathered by a single Global Mission, to save the floral Beauty and
to talk about it to make it a serious and honest Message of respect
and protection.

Link del sito per raccolta fondi:

https://www.produzionidalbasso.com/project/perunabotanicadellapoesia/

Pagina Facebook dedicata agli Eventi:

https://www.facebook.com/events/288941258629897/

Blogs che parlano del Progetto:

http://www.carteggiletterari.it/2018/11/24/perunabotanicadellapoesia-versoe-
natura-in-un-progetto-da-sostenere/

https://www.lestroverso.it/perunabotanicadellapoesia/

https://poesiesullalbero.blogspot.com/2019/01/madre-mia-concetta-diforti.
html

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Stasera di Chiara Scarfò


Stasera

Chiara Scarfò

 

01_Stasera, 29,5 x 21, Chiara Scarfò 2017

01 Stasera Chiara Scarfò 2017

02_Loft, 18 x 18, Chiara Scarfò 2017

02 Loft Chiara Scarfò 2017

 

Stasera, non domani, stasera.

L’attimo che fugge e s’imprime per sempre sulla carta. Come un ricordo che ci fluttua davanti agli occhi.

Una pittura d’azione quella presente nelle opere di Chiara Scarfò. Un’astrazione gestuale che diventa linea e colore, mentre sullo sfondo le porte si aprono e si chiudono al suo passaggio.

I limiti di un loft dalle pareti gialle che accolgono un corpo nudo che si mischia alla libertà del gesto artistico. Una figura definita nella sua semplicità stilizzata, che muta immagine dopo immagine in altrettante riproduzioni di se stessa.

Anche questa è una performance fatta di luci e colori che abbagliano e lasciano un segno durante il difficile percorso della rinascita.

 

“Stasera mi sono concessa la libertà di uscire dai canoni, che diventano vincoli del mondo dell’arte stessa”.

25 Chiara Scarfò 2018

25 Chiara Scarfò 2018

Un passaggio ben visibile tra l’opera n. 24 e la 25. La chiusura di una porta che simboleggia il rafforzamento del proprio essere attraverso l’abbandono di ciò che non ci appartiene più.

Una serie di attimi questi che si avvicinano concettualmente al disegno di Karl Stengel. Un diario d’immagini, in un susseguirsi di attimi passati che diventano presente e durano solo, il momento di un addio. Addio.

Non oggi, non domani, ma stasera.

29 Arrivederci, Chiara Scarfò 2018

29 Arrivederci, Chiara Scarfò 2018

 

Christian Humouda

Prospettive. Omaggio di parole a Michel Vaerewijck


Immagine

La natura si risveglia
Diagonali di tratti argentati,
Gemme di petali
Si mostrano nel buio

Lattesa di fiori che cadono
La presenza di creature senzienti
che lascia una scia nell’esistenza.

Più in là un germoglio ricopia la vita:
Petali appuntiti, foglie allungate
Lesistenza si fa eco,
ricomincia il battito.

Un virgulto, la peristalsi
Bambini accuditi da un bosco:
L’essere, un unico insieme.

di Angelica D’Alessandri

**

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Smettila di fissarmi
non ho più niente da darti.
Non ho più carne per sfamarti
ne sangue per dissetarti.
Ho bruciato l ‘anima e il corpo…
nello stesso rogo
con le stesse fiamme .

di Franco Ciufo

**

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NIENTE SARÀ PIÙ COME PRIMA di Izabella Teresa Kostka

Che ne sarà di me
quando finirà la sabbia nella clessidra?

Gocciola il tempo tra le dita
infreddolite dall’inverno,
si gela in questa stanza
riempita di troppe assenze.

Dimmi,
poserai una margherita ove
lascerò le tracce?

Sono in partenza
come all’epoca degli alberi spogli
quando nulla fu ancora scritto.

Porterò le scarpe rotte
perché conoscono le mie ferite,
ricordano le cadute.

Dimmi,
accenderai un cero
per indicarmi la strada?

Ho perso le conquiste
come un acero le foglie,
niente sarà più come prima
e tutto diventerà nudo.

Ricordati di
lasciare una finestra socchiusa,
se avessi voglia di tornare
per un ultimo abbraccio.

**
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.la costanza della solitudine. di Rosaria Iuliucci

è una costanza la solitudine che mi porto addosso
un’ombra fredda che si fonde nella frivolezza delle scelte
sconfinata e bruciante dell’assenza più cupa
mentre dentro si arrampica a morsi
l’alibi dell’attesa
strappata alla sola regola che mi lascia disarmata
/ un assolo di luce che cerca di venire al mondo
nell’insistenza infinita della mia pelle fredda
sola in questo dolore postumo che non mi lascia scelta
se non rinunciare e mettere in salvo
quell’unico brivido che mi ricorda che posso ancora essere viva
di un’ultima vita raccolta in controluce

**

.

.

**

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.contropelle. di Rosaria Iuliucci

Ho vissuto la mia vita come fossi un foglio bianco
nessun colore predestinato sulla mia pelle
e nessuna parola a sfondare la curvatora
della mia lingua muta .

Ho vissuto in silenzio
fra verbi claudicanti interrotti solo dalla sete
e senza mai avere fame mi sono divorata nella giusta misura
per sopravvivere ad un ennesimo qualunque giorno
che mi trapassava dentro fra la pelle e le ossa .

Ho giaciuto accanto alle ombre
abbracciando spigoli di luce su letti di cartapesta
ingoiando a piccoli sorsi il pianto
e moltilicando il dolore per il suo stesso peso .

Sono stata tutto e niente
un agglomerato di anima contropelle
divelta e divorante
in un ripetersi di sangue mai caldo

La missione per la colpa – Coleridge


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Capita, come fosse atto senza coscienza, di uccidere un innocente. Da questo immotivato atto, capita di iniziare un viaggio che porti a cercare spiegazioni e non trovarne.
Capita di portare il peso dell’innocente cadavere intorno al collo ed essere così privati della visione della bellezza della natura: condannati e privati della visione dell’alto, a testa in giù stare nei passi di terra e trascinarsi con la colpa da espiare.
Capita, inoltre, di veder apparire un nave sospinta da nessun vento, da nessuna corrente, e che questa “nuda carcassa di nave” abbia due unici passeggeri, due donne impegnate in una partita a dadi, Morte (Death) e Vita-in-Morte (Life-in-Death).
In breve potrebbe essere la trama di un film dell’orrore o di una profezia biblica che tutti potremmo sperimentare durante un viaggio al limite del reale. Invece, parliamo di Coleridge e la sua “The Rime of the Ancient Mariner”, un classico del romanticismo inglese, nonché capolavoro della letteratura mondiale.
Parliamo di un vecchio marinaio che ferma tre invitati pronti a recarsi ad una festa, felici ed elegantemente vestiti, di un vecchio marinaio straccione che gli invitati cercano di scansare in tutti i modi.
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«Perché mai avrebbero dovuto fermarsi?» Non avevano tempo per colui che tutto sembrava tranne che una persona, molto di più un vecchio diavolo. Uno degli invitati riesce anche a divincolarsi dal vecchio, dalla sua mano rinsecchita, ma ancora potente nella presa. Lo offende, pure. Poi, improvvisamente la scena cambia e i ruoli si sovvertono. Per quale motivo l’invitato decide di voler ascoltare il vecchio, la sua storia? Non ci è dato sapere.
Sappiamo solo che lui, così elegantemente vestito, si siede su di una pietra per ascoltare il vecchio, che non è più un adulto, bensì un bambino di tre anni, che gli occhi del vecchio sono riusciti a catturarlo: “Non poteva fare altro che ascoltare.”

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“C’era una nave…”
Una nave che viaggia sull’onda del ritmo dell’intera opera alternato in otto sillabe – quattro giambi, sei sillabe – tre giambi, il cui stile elaborato è arricchito di assonanze, consonanze e ripetizioni nonché figure retoriche che danno al testo una particolare patina letteraria.
C’era una nave…
…compagna fedele che segue le “tappe” del viaggio del vecchio marinaio e della sua maledizione. Spinta verso l’Antartide, intrappolata in una tempesta, tanto da finire nei pressi del Polo sud. Il ghiaccio impedisce alla nave di muoversi e i marinai temono per la loro sorte.

“The ice was here, the ice was there,
The ice was all around:
It crack’ed and growl’d, and roar’d and howl’d

It crack’ed and growl’d, and roar’d and howl’d
Like noises in a swound!


Il ghiaccio serra la nave da ogni parte, il legno comincia a scricchiolare…
Improvvisamente, attraverso la nebbia, arriva un uccello bianco, un albatro “uccello pio e di buon augurio” (the pious bird of good omen), da Coleridge paragonato a “un’anima cristiana”. I marinai lo accolgono, gli danno da mangiare, vi giocano insieme, l’uccello accorre ai loro richiami. Poi, senza alcuna ragione, con un atto “infernale” (“a hellish thing”), il vecchio marinaio abbatte l’albatro con la balestra:
“With my cross-bow
I shot the Albatross!”
Da oltre due secoli ci interroghiamo su questo crimine inaudito, ancora più tremendo di quello di Caino, che aveva ucciso, sì, ma per invidia del fratello. L’uccisione dell’albatro, invece, non ha alcuna giustificazione, rappresenta il Male assoluto, il male che non ha bisogno di moventi, perché è insito in ciascuno di noi, sembra dire Coleridge. Per questo l’unica cosa che dice è: “I shot the Albatross!” Perché il bene ha bisogno di spiegazioni, non il male! Il male è solo male, un colpo, niente più.
La nave cade sotto un maleficio, Dio stesso sembra aver abbandonato il mondo, la brezza ha cessato di spirare. La nave si arresta in mezzo all’oceano.

“Water, water, everywhere,
Nor any drop to drink!”

“Acqua, acqua ovunque,
e neanche una goccia da bere! “

Ecco la punizione divina si abbatte sugli uomini, privandoli dell’acqua, del segno della sua benedizione.
La ciurma, prima consenziente in maniera ambigua, ora accusa apertamente il Marinaio per il suo delitto, apponendogli al collo il cadavere dell’albatross.
I marinai iniziano a morire di sete, nessuna salvezza intravedono all’orizzonte, quando improvvisamente appare un’altra nave, fantasma, con due soli naviganti a bordo: Morte e Vita –in- Morte che si giocano a dadi le vite dei marinai.

morte e vita


L’unico a sopravvivere è il Marinaio che da questo momento è condannato a vivere perseguitato dal ricordo dei compagni morti e da enormi serpenti marini che si agitano in mare.
Il castigo per il Marinaio è ancora più terribile della morte stessa: vivere in solitudine, senza la speranza della pietà di Dio, con l’animo tormentato e in continua agitazione: il cor inquietus di Sant’Agostino, che trae la sua radice nell’origine della colpa, della maledizione dell’orfano.
Il Marinaio è maledetto e inquieto, come l’orfano tratto dal cielo e portato all’inferno.
“An orphan’s curse would drag to hell
A spirit from on high”.
Chi è l’orfano di cui parla Coleridge? A nove anni Coleridge perde il padre, una morte che, come dice in una lettera del 1797, egli riesce a presentire e che provoca in lui un profondo senso di colpa, effetti disastrosi. Atteggiamento comune a tanti altri bambini come dirà in seguito il dott. John Bowlby, incapaci di elaborare il lutto, soprattutto quello di un genitore e arrivare, addirittura, ad attribuirsi la colpa della morte del genitore.
Coleridge, per tutta la vita, si sentirà insicuro, indeciso, privo di volontà, un morto in vita, pieno di disprezzo e di sfiducia in se stesso.
Ma la maledizione del Marinaio è più terribile di quella dell’orfano: il marinaio è costretto per sette giorni e sette notti a vivere in compagnia della morte dei suoi compagni, non essendo lui morto. Al settimo giorno, le creature marine, un tempo viscide ai suoi occhi, diventano meravigliose, le vede uniche e meravigliose tanto da fargli esclamare
“O happy living things!
Il Marinaio inconsciamente (“unaware”) le benedice, si accorge di potere finalmente pregare, e in quello stesso momento l’albatro, che gli era stato appeso al collo, gli cade e affonda nell’acqua. Un miracolo! Un miracolo prodotto dal riconoscimento della bellezza del creato e delle creature che Dio ha fatto e ama” (“love and reverence to all things that God made and loveth”).
Sembra un lieto fine, la maledizione ha fatto il suo corso, l’equilibrio della natura è stato ristabilito, ma il Marinaio non può interrompere la sua missione: ammonire gli uomini, quelli che lui stesso, ora, sente figli di Caino, coloro che come lui si sono macchiati di delitti orrendi o desiderosi di acquisire maggiore saggezza, anche se accompagnata da maggiore tristezza.
Il Marinaio rimane escluso dalla comunione degli altri uomini, non partecipa a banchetti d’amore, a matrimoni simboli di patti con il divino, lui resta fuori a fermare uomini, ad “arrestarli” con il suo “strano potere di linguaggio” e gli occhi scintillanti ai quali nessuno può sottrarsi, al loro incantesimo.
Ma cosa deve insegnare il Marinaio?
Ce lo dice Coleridge stesso ovvero l’antico marinaio prima di prendere congedo dal suo ascoltatore e da noi che lo ascoltiamo con altrettanto incanto:

“He prayeth well, who loveth well
Both man and bird and beast”.

“He prayeth best, who loveth best
All things both great and small.”

“Prega bene, chi ama bene
l’uomo, l’uccello e la bestia”

“Prega bene, chi ama bene
tutte le cose, le grandi e le piccole”


Il suo è un messaggio d’amore che usa lo splendore delle creature, di un Dio che vuole essere amato e adorato attraverso le sue creature, tutte, nessuna esclusa: il sole, la luna, le stelle, le piante, gli animali, il vento, l’acqua, l’uomo, ogni cosa, le grandi come le umili, le cose belle come le brutte, brutte come quelle “migliaia e migliaia di cose viscide” di cui riesce a vedere la bellezza e la corrispondenza che Ermete Trimegisto esprimerà in altro modo nella sua Tavola Smeraldigna : “Il visibile è il simbolo dell’invisibile”
In questo modo c’è nel mondo una redenzione e una continua teofania.

 

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Picasso


PICASSO Capolavori del Museo Picasso, Parigi

10 novembre 2017 – 6 maggio 2018

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Il pittore catalano ritorna sulle coste liguri con una retrospettiva di circa cinquanta opere provenienti dal museo Picasso di Parigi. Le stanze di Palazzo Ducale accolgono nuovamente le figure e gli schizzi preparatori dell’artista che viene qui raccontato attraverso le sue tele più personali e intime.

L’evento visitabile fino al 6 maggio, cerca di ripercorrere tutte le fasi salienti della vita artistica e personale dell’uomo prima e del mito poi, posizionando l’attenzione sulla quella fase di passaggio che conduce all’abbandono della figura in favore della geometria.

Le tele presenti nelle sale coprono quasi tutta la produzione del pittore accennando il periodo rosa e focalizzando altresì l’attenzione sulle donne, presenza costante e fondamentale nella vita personale del Picasso uomo.

I primi anni del Novecento danno vita alla fase più meramente e stilisticamente figurativa in cui il giovane autore omaggia i suoi miti. Basti ricordare la rappresentazione plastica delle Bagnanti, opera del 1918 che ricorda da vicino le linee orientaleggianti di Igres e accompagna verso i tumultuosi anni Trenta. Un periodo di transizione e oscurantismo storico questo che modificherà il suo stile portandolo ad essere più spigoloso e indefinito. Il periodo azzurro conduce pertanto ad una stilizzazione delle forme che mutano talmente tanto da diventare scomposte e sovrapponibili. In questa serie di dipinti troviamo la parte più profonda del pittore che sfocerà nel capolavoro novecentesco conosciuto ai più, come la Guernica. La violenza della realtà si modifica e trasforma in una serie di pennellate sempre più nette e definite, mostrando un doloroso percorso di nascita e revisione di un futuro sempre più colorato d’azzurro.

Quello che colpisce ancora, sono le figure orripilanti dei bambini, che vengono rappresentati con occhi grandi e privi di innocenza. Come se l’infanzia evidenziasse già l’angoscia del vivere. La dualità della scomposizione dei volti è ritrovabile soprattutto nelle espressioni femminili presenti nei ritratti di Dora Maar e Marie Thérese Walter . Il viso diventa dunque luogo di sperimentazione, un campo conosciuto di ricerca dove poter trovare del vecchio per crearci del nuovo.

La guerra civile spagnola aggiunge nuova linfa alla sua arte che diventa ancora più stilizzata e viscerale. Da questo momento il cubismo si astrae mostrando la semplicità del male in tele ampie e ricche di azzurro. La liberazione dal Regime porta nuovamente il pittore ad aprire alla luce, che ora ritorna prepotentemente alla ribalta. I paesaggi bucolici si fondono con i personaggi formando un’osmosi tra corpo e natura. Qui le figure geometriche assumono una connotazione preponderante nello spazio bianco. Uno stile questo che si ammorbidirà verso gli ultimi anni di vita del pittore che ormai novantenne, dipinge se stesso in modo grossolano ma con lo sguardo rivolto verso lo spettatore. L’ultima occhiata verso un mondo in trasformazione, l’evoluzione ultima di un genio che dopo aver riscritto i dogmi della pittura apre nuovamente al futuro. Un testamento spirituale immenso e irripetibile, perché “ci sono pittori che dipingono il sole come una macchia gialla, ma ce ne sono altri che, grazie alla loro arte e intelligenza, trasformano una macchia nel sole”.

Christian Humouda

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Le bagnanti 1918

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Picasso Pablo (dit), Ruiz Picasso Pablo (1881-1973). Paris, musée Picasso. MP189.

Poesia – Quattro inediti di Marco Tufano


Marco Tufano – Inediti

 

Si intravedeva sulla proiezione del vetro
– fino all’arrivo di un altro convoglio rapido
la danza tra due pilastri di una madre
persa per i sogni di una piccolissima parte
di sé. Sulla soglia della partenza si scioglieva
l’ombra all’ultimo raggio di sole del tramonto:
a Roma ho ingoiato il nodo che sembrava legarti
ninnananna dei ritorni, incrocio di vite, di tempi verbali.

*

Arriva persino la neve sulle viti del sud
e domani già so si arenerà la carne
di chi desiderava la fine e la dispersione
senza impronta da seguire né genetica
come un fardello insopportabile nelle sere
residuali dell’inverno a guardare ai bordi,
le mimose bruciate e le linee luminose
dei fendinebbia per non sparire del tutto
nell’affanno delle circostanze.

*

Ancora una goccia di questa pioggia incessante
creperà fino al midollo dal capo di un’anima,
la pelle già escoriata d’inferno e officina
senza avvertire bisogni di carne né rime
prosegue sul verso sbagliato
scivola nelle pozzanghere e nelle storie
guarda!, nasce un cuore suburbano
su questo arcobaleno in scala di grigi.

*

Ti tengo uno spicchio per il ritorno
senza sconfitte sulle venature del legno:
non paghiamo il pianto delle sirene,
solo una fine senza premonizione
né cronometro che guardi dietro la meta.
Ti tengo il ritrovo e i posti che sono
il tempo fermo a troppi anni prima
o solo un pacco per farti felice
e ancora una volta l’asfalto, il dopo,
che non è morte e non è niente.

 

Marco Tufano è nato a Napoli nel 1989 e risiede a Somma Vesuviana. Laureato in Editoria e Pubblicistica presso l’Università degli Studi di Salerno, è finalista di alcuni premi nazionali di poesia. Principio Verticale (96, rue-de-La-Fontaine, 2017) è la sua opera prima.