Appunti su “Le camere attigue” di Rossella Maiore Tamponi – Edizioni del Foglio Clandestino, 2010


le camere attigue libro

“L’atto dello scrivere sfida ogni distanza” Edmond Jabès

Ascolto raramente i consigli sui libri, perché vado molto a piacere personale, ma il silenzioso consiglio datomi da Nerina Garofalo con una sua precedente nota di lettura, proprio di quest’opera, e pubblicata quasi un anno fa su Words Social Forum ha avuto l’effetto come di spinta leggera, un caldo manto nella solitudine delle mie stanze,  il resto del lavoro lo ha fatto  la scrittura di Rossella.

Appena finito di leggere, questo libro mi è subito sembrato come una scala, dove il passare per ogni piano è attraversare la silenziosa solitudine di questo palazzo poetico, era come uno sguardo al mio interiore.
Dietro ad ogni porta, una storia che graffia sui muri, si rende indelebile – il bisogno oltrepassa – arriva sui tappetini, nei pianerottoli come quasi fosse odore, di cibi e/o persone, e tu, lettore, ti ritrovi seduto nei loro soggiorni, nelle loro abitudini che sono anche le tue, uno specchio che si plasma su di te, un condominio come lo è il lettore.

E a mano a mano che si sale, aumenta la somma delle storie e del loro dolore che serpeggia e si racconta, come una signora stanca sale che questo condominio appoggiando la mano alla ringhiera – portando su la spesa, con l’ascensore fuori uso.

Ti obbliga a guardarti dentro, a fermarti per respirare quella realtà che a volte ti abita.

da Sulla Porta

Cambiare

cambiare è il nome vero del medico attento
che ci muove dentro le sue mani calde

a fargli spazio ovunque, in ogni luogo,
egli indica il centro

la casa non è che una nicchia
scavata nella carne viva
da un qualcosa di cielo

da L’ingresso

E poi…

e poi insinuavi giorni
che sfilassero il vestito vecchio
con le porte socchiuse,
coi riflessi dell’alba su ceramica e fughe

i muri di casa
facevano da occhi al tempo

e stendevi ogni volta coperte
scivolate alla notte

Ma questo libro è anche una corte, come quella in cui vivo, fatta di case e camere davvero abitate, dove le parole appartengono ad ogni finestra – ed è una necessità il dire che ci consegna in maniera perfetta Rossella, c’è una malinconia che è veglia, un vigilarsi – immagino gli abitanti anche cercarsi, in qualche modo, come se sapersi è anche sentirsi meno soli nella moltitudine.

da  Secondo Piano

Interno 21

                                                      A G.

in ogni stanza dove siamo stati
non ho saputo posare il mio bagaglio
tu avevi solo le mani
e hai decorato tutte le pareti
hai dato una cornice alle aperture

visitatrice di soli corridoi
turista di corsie per ospiti distratti
per chi teme di perdersi qualcosa
e inala infine soltanto umori d’ansia
ho cercato alloggio ad ogni ostello già occupato
dalla nuda sagoma di un’altra

le attese, amore, sono mannaie alla vita,
che mi strappi di mano quando mi avvicino

da Delle soglie e del dolore

Interno 35

è di diamante un certo dolore
sfaccettato nei riverberi serali
su cui beccheggiano gli ultimi litigi,

qualcuno giacerà con il proprio cuscino
sul divano, consumata una cena senza avanzi

la dolcezza si è sfiancata fra le quattro mura
e l’intonaco si disfa sul parquet, alla fine
un estraneo silenzio di ghiaccio
ha incrinato la luce lungo i vetri

il più piccolo sta dormendo da un po’
nel pigiama di felpa venuto troppo corto

Questo libro è anche un diario – una sorta di “esserci” che si apre ai nostri occhi e sta a noi entrare senza la paura di vederci allo specchio.
Esistenze che sono così simili a noi da farci “spavento” – Rossella le affronta per noi, pulita e limpida in una scrittura che è come una freccia che arriva al cuore.

da Ultimo

Leggo, nel peso della mia carne,
le partiture del prossimo inverno,
come tradurre versi stranieri
per cogliere alle spire di sé
la fragile scommessa delle conchiglie.

Un fondato sospetto di prigionia
si è insinuato una sera dei ceppi del camino
nell’ipnosi del fuoco, nel borbottargli
tristezze e usare il mantice.

Il corpo a volte stride,
domanda inutilmente perdono,
schiocca le dita in segno di obbedienza,
esposto al vento e sfibrato
dalla costanza della sete e dall’esitazione di un dio.

È un libro necessario.

Il traduttore autentico si mette in gioco penetrando e non semplicemente volgendo.

R.M.Tamponi

articolo di Antonella Taravella

Kamikaze (e altre persone) – Gian Maria Annovi


kamikazewsf

Danno la loro vita per un ideale più alto, più importante della vita stessa, che così ne è rimpolpata di senso. Li chiamano kamikaze, ma sacrificano la loro vita anche altre persone. Accomunati, gli uni e gli altri, proprio da questo ideale più alto, che sia un scontro di civiltà, che sia Dio, che sia la dura legge del mercato globale, che sia una cartella esattoriale. Al centro è il corpo, in alto è l’ideale, in basso è l’essere umano, intorno, tutti noi con la bocca ripiena di parole preconfezionate, cavate fuori da un antico libro sacro o dal quotidiano dell’altro giorno, ripulite e luccicanti per dare un senso agli inspiegabili eventi dell’oggi. L’oggi è il ventunesimo secolo, “uomini che precipitano / (così inizia un secolo)”, e così inizia un libro, Kamikaze (e altre persone) di Gian Maria Annovi (Transeuropa, collana Inaudita, 2010).

Il linguaggio poetico si dà decomposto, frammentato, difficile da rimettere insieme, proprio come il corpo di un uomo saltato in aria. E così diventa estremamente facile – una tentazione identitaria – riempire quegli spazi mancanti, i brandelli oramai scomparsi, con parole astratte, sradicate del tutto dai corpi stessi che le hanno create. Restano come macchie di Rorschach alle quali ogni gruppo – sociale, religioso, politico – è libero di attribuire il senso che crede. Resta una poesia sfilacciata, sottile, che lega come ragnatela il World Trade Center e la Cecenia e la Striscia di Gaza e Piazza Gaetano Alimonda. Resta una voce rotta, distrutta anch’essa, dal dolore, una voce che si fa nostra voce e che tenta di dire, ci tenta di dire, avvisare, mettere in guardia. Ma non ha alcuna pretesa di spiegare, di saturare il vuoto che ci annienta tutti. Questa voce, la voce di Annovi, sa che la nostra lingua, come tutte le altre lingue del mondo, non ha più la forza di spiegare, non è più capace di scrivere i nostri racconti individuali tra la nascita e la morte: “la lingua-malanno che passa / (passeremo)”.

Restano queste parole, poesie generazionali, slanci atemporali tra laghi di silenzio privato.

disponimi cose nel corpo
che esplodano:

riempimi il vuoto delle
palpebre

(che il tuo respiro è un timer)

quel ticchettio che hai dentro

che prima o poi si ferma

c’è cena e cibo
sui tavoli che solleva

pensiero che gravita
acceso
al centro del corridoio

tu sei la porcellana
cinese che si frantuma

la donna cecena
che sgrava tritolo

parla la lingua che non conosci
che non comprendi ma ha
senso

(secondino e persona)

tu corpo-ostaggio
ostinato ostacolo a te stesso

mal mediato da media
che di fatto trasmettono

il tuo interno conflitto

la senti tra i cadaveri
tra i labbri spaccati

fare strage di nomi
parola imbottita di chiodi e
tritolo

che stritola il coro degli assedi

(sommari esecuzione ed
atti corporali)

la lingua (ti dico) non muore

ma tramortisce

torneremo a chiedere il conto
persona secondo persona
al tetro stivale che ci scalcia
in una storia veramente poco
necessaria per la donna e
per l’uomo

noi che parliamo da fosse
comuni con respiro sepolto
nelle narici
nelle fosse nasali
con la torba nel cavo orale

con le ossa tutte abbracciate

con i triangoli al petto sgualciti

il sogno della lingua:

assurdo animale
o persona
che non si estingua

(canguro in fiamme)

bestia che fa segni
che fa salti e dolore

senza fare parole

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Chiappanuvoli