Sebastiano Adernò su “Come una lacrima” di Federico Scaramuccia – D’IF 2011


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Strano questo libro. Così esile e composto. Pare abbia in sé la geometria che facilita il volo. Ovvero un asse portante di tutte le manovre. Ma in poesia per volare occorre innanzitutto abbattere il Tempo.

Prologo

gente di corsa al principio del giorno
non ne attende l’arrivo né il ritorno

Quindi codesta corsa Federico è sul posto? Nel luogo che non ha ritorno? Perché nessuno sa come ci si è arrivati. Ecco i capi dell’incubo dantesco: “Mi ritrovai….”

L’incubo è tragedia. Tragedia che rispetta le unità aristoteliche di tempo, di luogo e d’atmosfera.

La tragedia è Inferno in terra. Ma il poeta rimane perno della sua esistenza. Perché se scrive, lui lì da solo, c’è già stato.

Ed ecco che dopo il Prologo ci sono 11 movimenti. Bel numero l’undici. Io poi ci sono nato in un undici qualsiasi. Ma questo è voluto. Desiderato. Perché la Tragedia avvenne quell’undici settembre.
E considerando buone le coincidenze del nostro piano astrale teniamo a mente che nei Tarocchi quel numero indica la fine di un ciclo che coincide con l’inizio del successivo, mentre nella Cabala ebraica equivale alla Cacciata dal Paradiso. Ovvero la Crisi in tutto il suo bagaglio etimologico.

E così Scaramuccia sceglie di provarsi in quel volo. Si forgia un ago dalla cruna strettissima, ed incomincia ad esercitare il suo occhio e la sua mano. Il suo vocabolario diviene puntuale. Non stride in nessun abbinamento lessicale. Ogni verso misurato secondo metrica. Ogni taglio rifilato alla perfezione. Solo un ottimo sarto può confezionare una cicatrice. Una cicatrice da 11 punti.

Mano ferma ed occhio dal focus infallibile. Zarathustra di Ground Zero. Conforto per Dio e per chi perse quel giorno ogni Parola.

da COME UNA LACRIMA

un tonfo le fiamme l’incenso

immondo rimane un silenzio
e in grembo giù in fondo una fame
le fiamme che dentro confondono

è il cielo in fiamme che continua a fremere
la vita che ritorna a terra in cenere
si dondola nell’aria un poco stanca
finché non si posa soffice e bianca
scende lentamente senza riposo
ancora calda si appiccica addosso
si attacca alla pelle come una macchia
come un vento freddo un soffio che graffia
come una lima che va avanti e indietro
piccole schegge impazzite di vetro
sul cielo bianco si alzano le fiamme
tagliano il buio affilano le lame
mangiano quello che ancora rimane
ardono per la febbre per la fame
una fame che ingrassa e non si sazia
nutre la carne e nel morso la strazia
scivolano chine fra le macerie
avide scorrono per vene e arterie
strozzano l’anima dentro ad un gorgo
premono in grembo cercando uno sgorgo
sbucano infine dal cavo del fosso
tra sbuffi di fumo e spruzzi di rosso

si dondola al vento ormai in panne

in trionfo sul tempo uno sciame
di fiamme che irrompono dentro
un vento di rame e di piombo

FEDERICO SCARAMUCCIA è nato a La Spezia (1973).Attualmente vive a Milano e insegna in una scuolamedia dell’hinterland. Ha pubblicato alcuni libri di versi,tra cui Come una lacrima (d’if 2011), vincitore del premio di letteratura “i miosotìs”.

FEDERICO SCARAMUCCIA - FOTO

Poesie edite di Davide Cortese


Anuda di Davide Cortese - Aletti Editore. 2011

Anuda di Davide Cortese – Aletti Editore. 2011

*

Tolgo il kimono di seta al mio dolore.
La sua nudità porta un nome di fiore.

**

Suono come un’arpa
la mia ragnatela
e lascio sorridere
le mie labbra nere.
Suono con lunghe dita
su fragili corde di colla,
piano, in un vicolo buio
perduto in una tasca del tempo.
Sulle corde si muove una luce
e sul mio volto una gioia nera.
Ho solo una tragica
fame di farfalle.

**

Il mio furore è della tenebra ferita.
Splendo di buio infinito
che ha brani di luna tra i denti.
Nero è il mio splendore.
Incedo nell’aura della morte.
Spada è la mia nudità,
snudata a fendere il cielo.
Io celebro i funerali del sole.
Serbo nel cuore una parola incendiaria.
A lei e me do sepoltura nel silenzio.
Celebra tu, ma non t’imploro,
l’estremo saluto al mio tacere.

**

Ho dato il mio cuore di fuoco
alle dita di demoni adolescenti.
Essi vi giocano
con sorrisi accesi
e ne fanno trottola
dentro al cerchio loro.
Così libero posso andare svagato
senza ornamento di fragola nel petto.

**

Vomito boschi dalle erbe odorose,
unicorni dalle storie millenarie.
Con un solo filo dei miei pensieri
giovani marinai dimenticano il mondo
intrecciando con dita di scheletro
gasse degli amanti e nodi dai nomi
che i loro figli mai nati
non smettono ancora di inventare.
Ciò che si muove nel mio ventre
è l’intero mondo,
bagnato fradicio, fino al cuore di fuoco,
dalla pioggia splendente della vita.
Ma sarò solo una gabbia d’ossa
se ora tu non verrai ad amarmi.
Sarò il cimitero dei miei popoli iridati,
degli arcani baciatori,
dei miei incendiari poeti.
Sarò maestoso nubifragio di tristezze
se solo tu ora non verrai.

**

Malinconie invecchiano con me.
E stanche mi aiutano
A disseppellire una luce.

**

Dammi la strada.
Dimmi dov’è
che non è santa la mia nudità.
Io ci andrò,
col mio nudo di frutto,
con le labbra rosse
per il canto di fuoco.
Dimmi dov’è
che l’amore è un errore.
Io ci andrò,
col mio cuore ferito,
e sbaglierò.
Sbaglierò tutte le volte.
E tutte le mie tristezze
si imbratteranno di sorriso.
Dimmi dove,
e io ci andrò.
La mano intrecciata allo scandalo.
Gli occhi puri.
Il sorriso nel cuore,
come un fiore sull’acqua.
Dammi la strada.

**

Ho una lumaca che segna il mondo con la sua bava di luce.
Ho una foglia che una sola volta lascerà l’albero per la terra.
Ho un sasso che è stato scelto per una strada di paese.
Ho una medusa che danza la sua bruciante trasparenza.
Ma non so, io non so qual è la mia.
Non so qual è, ma c’è una mia lumaca qui,
e segna strade di luce in questo mondo.
Ho una nuvola indaco non ancora madre di piogge.
Guardo il cielo, io,
e non so qual è la mia.

**

Sotto la pelle ho scorribande di inquietudini,
migrazioni e fughe di desideri,
vagabondaggi di tristezze.
Sotto la pelle, senza pietà,
una solitudine di fuoco brucia
le mie brulicanti moltitudini.
Un’ algida fiamma
mi lambisce con verità crudeli.
Un fuoco senza amore
che brucia come l’amore.
La mia pelle è cenere di poesia,
il mio cuore un carbone acceso,
un rovente pane nero
per la fame di un demone arcano.
Sono la bacca di un dolore che sorride.
La fiaba nera di una donna di neve.
Custodito da un segreto, io,
respiro il sale di un viaggio proibito.
Accarezzo lo spettro dell’amante,
insieme taciamo tutto il mio canto.

**

Arciere nero che scaglia frecce iridate,
arciere bello e dannato
che punta dritto allo sterno di dio,
che pianta la sua freccia nell’osso
e vi lega il suo vessillo di rabbia,
che cerca nel cielo un’ incrinatura
per vedervi sanguinare compassione,
che geme della fuga del suo dardo
carezzando l’arco con tenerezza,
che tende il braccio e stringe con le dita
l’attimo della verità, il luccichio della vita.

**

Non c’è tribù che segni a dito la mia tenda
chiedendosi perché non vi ho ancora fatto ritorno,
né accademia, né chiesa,
che nel mio nome moduli un suono di discepolo.
Ululo da solo alle mie lune.
Non cercare nell’incedere del branco
il baluginio del mio vello scuro.

**

Il carillon di silenzi
su cui lento si muove
il mio invisibile carnevale.
La mia vita invisibile
così satura di visibili venti.
La voce di pietra
della mia anima di vetro.
La danza di nube,
eterna e bambina,
della invisibile mia malinconia.
Vorrei che tutto e questo
tu lo vedessi davvero.
E che tu, e tu sentissi
ciò che la vita mi dice in segreto.
Allora sapremmo sorriderci.
E l’amore saprebbe toccarci.

**

Ho infilato l’anello al dito del maelström
e ne ho sposato lo splendore nero,
nel cavo delle mani del samurai bambino
ho adagiato il pettine di corallo di sua madre
e lontano nel tempo con una donna di silenzio
ho tessuto i fili di una preziosa ragnatela.
Ora sull’erba su cui un dio vomita vento
io dormo il sonno di un inquieto poeta
e nel sogno di nubi a cui rubare la pioggia
io piovo sul fuoco della bocca che amo.

**

Ho pelle di sera adesso,
il cuore cullato dal crepuscolo,
un sorriso stanco e mite,
come una speranza arresa.
Ma voglio esserci ancora
perché da qualche parte ancora
qualcosa sorride ancora.
E posso esser vivo e qui,
con un fiammifero contro la notte.

Poesie tratte dalla silloge “ANUDA” di Davide Cortese
(Aletti Editore, Roma, 2011)

Nota Biografica:

Davide Cortese

Davide Cortese

Davide Cortese è nato nell’ isola di Lipari nel 1974, e vive a Roma. Si è laureato in Lettere moderne all’Università degli Studi di Messina con una tesi sulle “Figure meravigliose nelle credenze popolari eoliane”. Nel 1998 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, titolata “ES” (Edas, Messina), alla quale sono seguite le sillogi: “Babylon Guest House” (Libroitaliano, Ragusa, 2004), “Storie del bimbo ciliegia” (un’autoproduzione del 2008), “ANUDA” (Aletti Editore, Roma, 2011) e “OSSARIO” (Arduino Sacco Editore, Roma, 2012).
I suoi versi sono inclusi nelle antologie “200 giovani poeti europei in nove lingue” (Edizioni CIAS, CLUB UNESCO), “Poliantea” (Edizioni Mazzotta), “A cuore aperto” (Accadueo) e in varie riviste cartacee e on line, e nel 2004 sono stati protagonisti del “Poetry Arcade” di Post Alley, a Seattle. Davide Cortese è anche autore di una raccolta di racconti: “Ikebana degli attimi” ( L’Autore Libri, Firenze, 2005) e di un cortometraggio: “Mahara”( 2004), che è stato premiato dal Maestro Ettore Scola alla prima edizione di EOLIE IN VIDEO.

Pauline, Hannah, Joseph, il tirannosauro


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Che cos’é l’amore?
Un gioco di specchi. Quasi mai immacolati, ma più spesso sporchi, rotti, venati in più punti, scheggiati.
Forse tale frammentazione é dovuta all’asse storto della nostra visione del mondo, che solo in parte riesce a riequilibrare le azioni deformandole ulteriormente.

Questo è ed allo stesso tempo non é, Tyrannosaur.
Opera prima del talentuoso attore Paddy Considine, che scrive e dirige uno dei film inglesi più importanti degli ultimi anni.
La storia si dilata con i propri tempi fra le strade e le stanze periferiche di un quartiere di Glasgow. Una delle tante zone abbandonate dalla società borghese, in cui l’alcool e il razzismo possono trovare libero sfogo.
In questo ambiente, vive e si muove Joseph, sessantenne vedovo e disoccupato, con spiccate tendenze autolesionistiche. La scena di apertura infatti, ci permette di comprendere immediatamente il temperamento del protagonista che perso nella furia inutile di una discussione da bar, colpisce violentemente con un calcio il suo cane, uccidendolo.
Il senso di colpa é sempre più forte dell’oblio della memoria e dopo la distruzione del capanno in cui il cane era solito dormire, l’uomo si spinge come un animale ferito dentro al negozio di Hannah.
Questo inconsueto primo incontro manderà in collisione due diverse visioni del mondo, cambiando per sempre le loro esistenze. La donna fervente cattolica, cerca di consolare Joseph nell’unico modo che conosce, pregando. Ma l’uomo sebbene sia ostile ad ogni forma di religiosa gentilezza, si sente profondamente toccato dalle parole della donna ed ormai totalmente indifeso reclina il capo e piange.

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L’esplosione emozionale incontrollata dalle forti tinte devastanti di Joseph viene sublimata attraverso un serie ripetuta ed ossessiva di azioni sfrenate che si stemperano dolcemente nel charity shop di Hannah, interpretata da Olivia Colman.
Il filo conduttore che lega due personalità così diverse é la solitudine, che andrà scemando attraverso una dinamica di repulsione e attrazione, fino a condurre entrambi, in modo quasi del tutto inaspettato, alla nascita di un legame di amicizia amorosa.
Un’ emozione, l’affetto, che appartiene intrinsecamente all’essere umano e che s’insinua nelle pieghe profonde della coscienza mettendo continuamente in discussione la morale.
I due personaggi paiono non avere radici, eccezione fatta per le persone che hanno vicino.
L’unico vero amico di Josef sta morendo di cancro ed Hannah ha solo il suo negozio ed i lividi che il marito giornalmente le regala.
“Tirannosauro” non é dunque solamente il nomignolo che Joseph dà a sua moglie Pauline, ma il tipo di ambiente in cui si muovono i personaggi. La periferia, le persone ed i loro atteggiamenti da working class, ormai allo sbando.
Scelte perennemente sbagliate che conducono alla distruzione intrinseca di se stessi.
La ricompensa alla fine del viaggio non sarà la redenzione, ma la riscoperta interiore di quella parte animale dell’essere che permette all’uomo di vivere secondo natura. Un vivere per noi stessi e forse di riflesso anche per gli altri.
Il passato, come tutte le possibili opportunità, smetteranno di esistere ogni qualvolta si raggiungerà un punto di rottura, poiché dire addio ad una cattiva abitudine é più nichilistico che piangerla.
L’amore non vince sempre e le azioni non devono o forse più semplicemente non possono essere dimenticate.
Ognuno di noi porta con se’ il suo “carico di merda” e non c’é fede o santone a cui rivolgersi per smacchiare l’anima.
L’ uomo può sopportare fino ad un certo limite torture e privazioni, prima che tutto torni nuovamente in equilibrio. L’evoluzione umana di Josef non é quella canonica dell’eroe buono, quanto più la circolarità della chiusura di un cerchio biologico.
Quale é dunque la conclusione finale?
Semplicemente averne abbastanza.
Solo allora ogni parola, credo o gesto potrà tornare di nuovo ad avere la sua preistorica utilità; come l’inquadratura fissa della camminata che chiude il film e pare volerci dire: “porta con te le cose belle quando parti e per favore chiudi la porta quando l’anima sarà uscita”.

Christian Humouda

Appunti su “Geografie di un orlo” di Emilia Barbato – CSA Editrice 2011


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L’opera di Emilia Barbato ci parla attraverso gli occhi di una madre che si offre “senza più geografie”, all’amore forte per una figlia.
E’ questa l’introduzione che ci accoglie, ci fa accomodare, una sorta di comunicazione, calda – amorevole, una voce guida.

Il libro è suddiviso in tre parti:

Frattali
Geografie
Paesaggi

La prima parte ha in se la voglia di lasciarsi l’oscuro dietro le spalle, qualcosa da smettere non solo come se fosse un abito, ma anche e soprattutto come pelle, una sorta di desiderio che attraversa e che alla fine dopo tutto il dolore ci sia il silenzio come una salvezza.

Mi ritorni.
Entri senza bussare,
come un’aria cupa in un vicolo stretto.

Sparpagli fogli, con mani di trasparenza e gelo.
Ti guardo nella fragilità della carta,
alla compostezza delle mie paure.

Mi assiepo alle tante altre,
quasi fossimo un prato di cadaveri,
senza scopi.

Ti fai monito e presentimento,
inutilmente cerco di strapparti dalla mente
e accartocciarti,
eppure vorrei che fossi diverso,
che ti prendessi cura delle mie tenaci viole.

Geografie, ha il sapore di una primavera che sta covando sole da una pagina all’altra, fiorisce con il caldo che alla sera a volte è ancora più forte di un caliente sole allo zenit.
Ogni verso profuma e si appresta ad una felicità in fasce.

Me lo ripeto spesso,
la felicità è una domenica
nelle ore pigre,
lontane dal meriggio.

L’incontro dei pensieri
al tepore di una coperta,
lo stare familiare fra le cose
e quel raggio bruno.

L’abbraccio dei pensieri
che si concedono alla vista,
le sfumature delle foglie,
e i miei sentieri quando s’inerpicano.

E’ quel cielo incerto,
quando sorride,
o le manine serene che cercano conferme.
Ha un carattere semplice la gioia.

L’ultima, Paesaggi, vuole dare l’orma per ciò che verrà dopo, il lasciare libero il passaggio e paesaggio dalla pesantezza della neve, che può essere simile ad una parola, chiusa nel buio di un gesto.

Nei gesti abituali,
talvolta si addensa la commozione,
come lo staccarsi delle pagine di poesia,
oppure cercare, negli occhi puliti, la notte.
Tremare della sua limpidezza,
nell’aria tersa di neve.
E’ come se il consueto scivolasse tra pieghe nascoste,
seguendo la lentezza e la cura di un rituale.

Credo nella crescita della Barbato ed attendo con amorevole attenzione le sue prossime parole in carta.

Robag Wruhme – Thora Vukk recensione di G.N


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Anno di uscita: 2011TRACKLIST:
1. Wupp Dek
2. Thora Vukk
3. Brücke Eins
4. Bommsen Böff
5. Brücke Zwei
6. Pnom Gobal
7. Brücke Drei
8. Tulpa Ovi
9. Brücke Vier
10. Prognosen Bomm
11. Brücke Fünf
12. EndeGenere:Minimal Techno/HouseLine Up:Robag WruhmeLabel: PampaNotte fonda. Buio. Nessun sintomo di stanchezza. Mente ordinata e libera da ogni pensiero.
A tutto questo aggiungete la Musica di Robag Wruhme, e passate una delle notti più belle della vostra vita.Esatto, sono questi gli ingredienti per gustare il nuovo album di Robag Wruhme, astro nascente dell’elettronica, intitolato “Thora Vukk” e uscito nel 2011. Campionamenti su campionamenti formano dodici sequenze musicali ricchissime di intimità e relax.

Beat ossessivi e ripetitivi dominano tutto il disco, quasi a segnare ogni passo dell’evoluzione del brano di turno, a volte anche tribali (come nel caso della title-track). Sottili e minimali, i beat sono forse il punto di forza dell’artista, quasi mai interrotti e arricchiti di volta in volta con grande maestria dal musicista. Sembra quasi che con questo ti po di percussioni Wruhme riesca a creare bellissime sensazioni di vuoto dentro l’ascoltatore; inoltre compaiono molti altri strumenti ad arricchire il quadro sonoro, suonati molto leggermente e sapientemente.Ottimo per liberare la mente, magari di sera, “Thora Vukk” dimostra come un album di musica elettronica possa essere così delicato e nello stesso tempo coinvolgente. Ogni brano è un viaggio che inizia e non finisce mai; vuoi per la sofficità con cui entra, oppure per le atmosfere quasi da film horror (si veda l’intro della title-track).Sicuramente “Thora Vukk” è un’opera che va ascoltata con pazienza e, sembra superfluo aggiungerlo, in solitudine. Non si tratta di uno di quei dischi che ti porta in una dimensione parallela, ma riesce a limitare il reale, giocando tutto sulla carta dell’ipnotismo, idea che funziona alla grande. Un altro punto a favore è sicuramente il fatto che non richiede tanta attenzione, giocando il ruolo di disco d’atmosfera: quella verrà da sé. Non ci sono difetti notevoli, e anche il minutaggio non è affatto ostile. L’ascolto richiede solo tre quarti d’ora scarsi, e questo riesce a consacrare l’album tra i migliori lavori elettronici dell’anno.Robag Wruhme fa così la sua (ri)comparsa nel mondo della musica, in punta di piedi, stupendo l’ascoltatore minuto per minuto, nota per nota.
E intanto a fine ascolto non capiremo più nulla. Proveremo solo una forte sensazione di benessere e di calma.

Voto: 85/100

Femminimondo – Alessandra Carnaroli


Femminimondo  - Alessandra Carnaroli

martedì
undici maggio
lei
lo respinge
lui le dà
fuoco
o mia o
di nessuno

la pelle è un foglio che finisce subito
ti resta tra le dita solo la carne
che gli fa male tutto anche la luce
come se ti svegli la mattina e guardi subito la televisione
come se l’aria è una gonna di carta vetrata
la tuta dell’adidas si attacca nelle gambe
è come se lecchi una fettina congelata e ti resta nella lingua
e dopo un po’ te la spacca
da piccola ci giocavo sempre quando mia madre
tirava fuori
i ghiaccioli
per farci l’acqua freddissima
io ci mettevo la lingua
appiccicata
mia madre diceva stupida stattenta che ti bruci
ti resta attaccata per sempre ti fa la cicatrice
adesso è come se sono un vestito dell’estate che l’anno dopo non ci entri più
e invece ci vuoi entrare per forza ti sforzi tutta sembra che fra un po’
scoppi
i capelli invece per fortuna quelli non hanno preso fuoco

Sei catapultato lì, a un millimetro dal peccato, sulla punta del coltello, immerso nel sangue attorno all’occhio tumefatto. Se non sei il cadavere sei l’assassino, se non sei la vittima sei il colpevole. Non c’è più distanza. E come potrebbe essercene ancora? Il mondo descritto da Alessandra Carnaroli è il mondo che c’è là fuori, senza fronzoli, senza vane illusioni, senza scuse né reticenze. Quel mondo, il nostro mondo, è un posto molto sporco, corrotto, distorto, dove la vita di una donna non vale quanto la vita di un uomo, dove dio è maschio e il peccato originale si può sempre riversare sopra una qualsiasi eva di turno, dove l’individualismo imperversa libero di far danno, di distruggere ma è sempre più libero e più nefasto se l’individuo in questione è uomo.
Non è crudezza, non è violenza fine a se stessa, è svelamento, è squarciare le tende di quell’intimità casalinga dove si pensa che tutto sia perfetto, dove imperversa invece il vero caos che sta facendo marcire le nostre società. La famiglia è diventata il posto ideale dove riversare le frustrazioni dell’insensato vivere moderno, picchiando e violentando i nostri figli nel silenzio, uccidendo quasi una donna al giorno. È così. È inutile credere ancora il contrario. Non si può più voltare lo sguardo dall’altra parte. La sacralità della domus ha lasciato il passo alla spettacolarizzazione della violenza. Allora, se le mura domestiche sono state profanate, perché non guardarci là dentro? Perché non confrontarci con la realtà? Perché non renderci conto di quanto realmente facciamo ribrezzo come esseri umani?
Non è uno sguardo disinteressato e totalmente emotivo, come quello di milioni di telespettatori davanti al programma scandalistico in prima serata. È il tuo occhio a un millimetro dalla lama, è il tuo stomaco sconquassato sotto i colpi dei cazzi, è il tuo sangue quello che bevi durante l’ultimo bacio. È uno sguardo coraggioso, in una società in preda al panico. Uno sguardo cosciente, in mezzo a tanti piccoli esserini che giocano a fare i grandi, i moderni. Uno sguardo realista, in una realtà che non può più permettersi di far finta di niente, l’omertà.
Perché, pare chiedere implicitamente la Carnaroli, allora, non cercare di capire? Perché non lo vogliamo capire? Femminimondo, Alessandra Carnaroli, Edizioni Polìmata, Roma 2011.

sabato
ventinove maggio
padre

mi spegnavi le candele nel sedere
così contavo quanto ci badavo
a diventare grande
a farmi crescere le ghiandoline a farci venire il latte
ti chiamavo mostro ma solo di notte
quando mi sentivano i muri attaccati con la muffa
e il cruciverba che mi mancava sempre una parola
tu mi dicevi vieni qui che te la dico in un orecchio
e ci lasciavi la lingua
i denti
lo stomaco sporco che mi passava da dentro
lasciava le macchie come le ciliegie sui panni
tirava giù i piatti i reni mi veniva il prolasso
dell’osso

soffocata nel letto
con la stoffa
in bocca
la donna
ecuadoriana
era a v
da quindici giorni
si prostituiva

si fa così coi maiali con le bestie
le leghi nel cancello
le fai morire d’aria
la pelle gli suda gli tira tutta
vedi che sotto c’è il sangue arrampicato sugli ossi
vedi che si sforza per arrivare al cervello
alla fine non gli arriva più niente
casca dal letto come le foglie
stava
la puttana
in autunno
marrone

sette agosto
turistafrancesce
violentata
a
dopo serata
a
da

turistafrancese
hai bevuto moltissimo e quindi ti posso scopare
ti metto contro il muro tanto anche io ho bevuto
e te lo metto dentro molto forte perché tanto non senti niente
l’alcol si usa anche per il mal di denti
per disinfettare gli orecchini prima di metterli
per accendere il fuoco alla svelta
viene il sangue vuol dire che ho rotto qualcosa
tipo la pelle la pancia
forse ho bucato un polmone
allora ti sgonfi
gli occhi ti vanno all’indietro le tette anche
e non sei più bella come prima e sporchi
quindi è meglio se ti lascio qui
e ti trovano domani mattina
quando il sangue ha finito
di farti i capelli come il legno
ti fanno la croce
che non ti stanno neanche bene
eri meglio prima

Alessandra Carnaroli (13/04/1979, Fano-PU), vive a Piagge (PU). Pubblica nel 2001 Taglio intimo, Fara editore. Nel 2005 la raccolta poeticaScartata è finalista al premio “A. Delfini”. Nel 2006 alcune poesie sono pubblicate, con una nota di A. Nove, in 1° non singolo (sette poeti italiani) Oèdipus edizioni. Nel 2011 pubblica FemmINIMONDO, Polimata, con una nota di T.Ottonieri. Nel 2011 partecipa a RicercaBo. La raccolta inedita Prec’arie è finalista al premio Miosotis 2011, D’If edizioni. Prose e racconti sono pubblicati in diversi siti e riviste (Alfabeta2, Il Verri, Atti Impuri, Nazione Indiana).

(note biografiche dal sito di Pordenonelegge)

“La rabbia” di Marco Mantello [pt.2]


[seconda parte – segue da qui]

Vorrei approfondire la questione degli archetipi – complesso di Edipo e mimesis – e superarlo, se possibile. Abbiamo già perforato lo strato superficiale internettiano, andiamo oltre. Complesso di Edipo, appunto, Leo e Filippo finiscono per condividere la stessa donna, la stessa pulsione sessuale, lo stesso desiderio, ma ciò accade senza conflitto – paradigma della società contemporanea. E mimesis, Filippo perdendo i capelli nel primo, fondante, momento di crescita – di rifiuto – diventa del tutto somigliante al padre, tanto che le persone iniziano a confonderli. Mimesi che però pare trascendere il rapporto dualistico (e chiuso) padre-figlio, per tendere verso l’imitazione (aperta) degli schemi sociali condivisi.

Filippo diventa non solo simile al padre, entra a tutti gli effetti nella fase adulta e nella società. Come tu dici, diventa “individuo collettivo”. Questa, a mio parere, è la grande menzogna. Dire, studiare, essere convinti che il mondo si sia sempre guidato da regole costanti, conosciute e condivise, quando invece forse la verità è che la società si muove attraverso un meccanismo sì ripetitivo ma del tutto sconosciuto. E sconosciuto per lo meno ai più, alla massa, a chi non detiene davvero il potere.

[È questo il paradigma ultimo del tuo libro? È perché anche il potere pare aver perso la conoscenza del meccanismo stesso che siamo condannati alla cosiddetta “crisi” (economica)? È per questo che la rabbia monta, trasale, non riuscendo più ad essere gestita nelle pieghe del sistema?]

Sulla facoltà mimetica farei però una distinzione preliminare. Forse ha ragione Benjamin, quando associa l’imitare all’apprendere, e richiama il meccanismo del gioco.  Pensiamo alle prime associazioni che fa un bambino fra parole e cose e al potere che gliene deriva, in quella bellissima citazione da Agostino che apre le ricerche filosofiche di Wittgenstein. Ecco in una prima accezione la facoltà mimetica è associabile ai processi di apprendimento. E qui non si sfugge, c’è qualcosa di umanamente insopprimibile, anche nel potere stesso. Poi certo per me esiste la mala mimesi, l’imitare come riprodurre più o meno consapevolmente schemi maggioritari accettati, più che condivisi. L’imitare come assumere i colori della realtà, che spessissimo è un nascondersi, o un mero fare soldi.  Nemmeno in questa seconda accezione, Filippo Van Sandt è un imitatore. Filippo si deforma nelle sembianze del padre, ma la cosa semplicemente accade, che lui lo voglia o no. Qui, paradossalmente, ho accentuato l’elemento surreale, e incontrollabile, e misterioso del diventare il proprio padre, perché volevo mantenere un contatto con la realtà della società civile italiana. Però non tutto è insondabile, ecco, gli effetti di quei misteriosi meccanismi del reale cui accennavi nella tua domanda, sono sotto ai nostri occhi, li possiamo vedere, possiamo sempre intuirli, percepirli, giudicarli.  Credo e spero che una possibilità di scelta ci sia ancora, che esista ancora quel poco di libero arbitrio che ti permette quantomeno di dire no, a quei meccanismi. Rimane il sospetto che una generazione che dice soltanto no e brucia simboli deformati in piazza (la camionetta di Giuliani, dieci anni dopo, a Roma, qualche mese fa) non basti a se stessa, e assecondi quel processo di riduzione della realtà a immagini televisive, che ha fatto le fortune di tanta letteratura americana di fine secolo, generando talora un’estetica pop, più che una riflessione critica. Per me invece occorre riappropriarsi della politica, a tutti i livelli, ma qui debordiamo verso altri temi e forse la cosa andrebbe bene per un saggio dedicato alle élites e a quella totale cancrena che ci portiamo dietro dai tempi di Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto: il concetto di classe politica, l’elemento oligarchico che governa le moderne democrazie occidentali, la formula politica del consenso attraverso il voto, la riduzione del concetto di opinione pubblica a uno dei tanti appelli contro qualcosa o qualcuno, che leggiamo sui giornali generalisti, assieme a tutti quei: “Sì, sono a favore di…”; “No, non lo sono”, senza un perché. Senza una riflessione pubblica che non sia mediata dal personaggio pubblico o dall’eroe di turno via facebook o twitter, o dal tradizionale mezzo televisivo. Basta un premi e invio. Forse quella tragica soluzione di continuità fra classe politica e gossip che ha caratterizzato i nostri ultimi 15 anni e inciso sul modo stesso di concepire i rapporti umani, e da cui non siamo ancora usciti, testimonia qualcosa di più profondo: quel meccanismo di falsificazione della realtà, e il dominio terreno dell’economia, a cui il potere stesso non sfugge, l’avvento di un nichilismo dei mercati dove a essere trasvalutati nella volontà di potenza e nei governi “tecnici” non sono più, o soltanto, i valori tradizionali, ma sovente quegli stessi diritti fondamentali delle persone che fanno ormai da cornice, alla dura sostanza della moneta e del pareggio di bilancio. Che cosa resta, allora, ai membri di una minoranza di benestanti che non ha potere, o che al più sta trasformando se stessa in tecnocrazia, pretendendo che la società si adegui alla propria percezione dei bisogni, oggettivati dalla scienza economica? Restano le carriere, resta l’immettersi in un flusso, il ridurre il dibattito politico nel peggiore dei casi alla fica, e nel migliore a formulette sulla concorrenza che abbassa i prezzi, in un paese dove viaggiare in treno non è più possibile e dove un monopolista privato spara avvisi delatori contro i cosiddetti ambulanti e ti obbliga a pagare un euro per andare a pisciare nelle sue stazioni ferroviarie, con tanto di spot di africani segregati in quarta classe.  Siamo al Titanic di De Gregori. E la cosa non riguarda solo l’Italia.  Oggi in Europa la classe politica diventa sempre di più uno specchio rotto della società civile. E ricerca il consenso, si autolegittima nella maggioranza innocua, e anestetizzata dall’eterno ritorno dell’uguale, e dalla forza livellatrice dell’abitudine. Questo comporta uno svilimento della democrazia partecipativa, in favore di presunte scelte necessitate.. Forse la narrazione dei fatti del G8, uno dei rari momenti in cui Filippo e il suo prototipo di fratello maggiore realizzato, Romano Bava Beccaris – due membri designati di un élite, appunto – manifestano quel conflitto di cui parlavamo, rappresenta il contatto ultimo con la realtà, il fare esperienza delle cose. Non basterà dire di no. E lo testimonia quel dialogo serrato al bar fra Romano e Filippo, sotto casa Van Sandt a Via Genova, con quel richiamo del secondo alla possibilità effettiva di riuscire a vivere, concretamente, in modo diverso, senza diventare carne da macello, o crearne sotto di sé. Da questo punto di vista Romano, col suo ripetere la formuletta solita dei progressisti in carriera, per cui il sistema si cambia dall’interno, rappresenta il caso tipico di una persona cambiata dal sistema, al suo interno, un ideale candidato del Pd alle provinciali. Mentre Filippo non cambia, non evolve, rimane uguale, resta contiguo al modo in cui Cecilia, la sua compagna in odore di aborto, lo apostrofava durante i  feroci litigi berlinesi: ‘Sei un bambino! Un bambino impaurito!’. Forse è da questa ambiguità, da questo nodo irrisolto fra lo stare dentro e lo stare fuori, che il romanzo è in parte caratterizzato.

Riemergiamo “dagli inferi”, vorrei concludere questa conversazione su un aspetto decisamente tecnico. Ebbene, ho una critica negativa da farti e spero che il tuo punto di vista mi aiuti a sciogliere il mio dubbio. Riguarda il tempo della narrazione. Più precisamente come sono scanditi gli eventi. Verso la fine del libro ho avuto difficoltà a collocare gli eventi in ordine “realistico”. All’improvviso la malattia di Leo, la relazione “incestuosa” fra Filippo e Marta, la morte, il funerale e l’epilogo mi sono sembrati innaturalmente accavallati, troppo ravvicinati. Ho faticato insomma a capire quanto tempo fosse intercorso tra un evento e l’altro. Devo dire che questa condensazione non ha indebolito né la trama né la comprensione della stessa ma, ecco, a tratti mi ha costretto a fermarmi, a rileggere qualche pagina indietro per fare il punto della situazione. Mi chiedo, quindi, se sia stato causato del lavoro di editing, se sia stata una tua scelta consapevole, se ti siano già arrivate altre critiche in tal senso, e ancora se anche tu hai la stessa impressione o se sono io che mi sto inventando tutto in preda a becera invidia malcelata.

[Cosa puoi dirmi a proposito? E inoltre (anche se forse una domanda del genere rischia di risultare poco elegante) quali altre critiche sono state mosse al tuo libro? Infine, sei pienamente soddisfatto della tua Rabbia e, in caso negativo, cosa cambieresti se potessi?]

Critiche sulla parte finale no, non ne ho avute ancora. Leggendo le recensioni e soprattutto parlando con persone che il libro lo hanno letto in tutte le sue stesure, nel corso dei quattro anni che ci ho messo a scriverlo, mi è stata rimproverata una eccessiva densità dei temi trattati, il fatto che scrivo in modo difficile; il fatto che questo romanzo è stato “scritto da un poeta”; il fatto che “la trama è esile, e talora si spezza”; il “ci si perde”; il “ci si entra con difficoltà”.  Quanto ai contenuti: un senso di già sentito nelle parti dedicate alle corporazioni letteraria e universitaria; una riduzione di quelle parti a satira, o a immaturità di chi scrive… Per quel che mi riguarda se si sente la poesia nel testo, ne sono felice. Secondo me un testo non va costruito soltanto in funzione della sua fluidità e scorrevolezza. Anche il lettore può dare qualcosa, sforzarsi un minimo, se crede che valga la pena finire un libro, al di fuori delle tradizionali aree riservate della spiaggia e della tazza del water. Invece la critica che rivolgerei alla Rabbia resta senz’altro legata alla resa dei tempi narrativi. Partivo da un manoscritto di quasi cinquecento pagine, ho dovuto ridurlo della metà, e sul testo dimezzato abbiamo fatto l’editing. Si tratta di un lavoro che in parte qualcosa di buono può dare, perché ti allontana dalla tua opera, te la spersonalizza, recide i legami affettivi, distrugge la bellezza del superfluo, del ripetuto e del non necessario, e in parte va fortemente controllato dall’autore, per la stesse identiche ragioni. Il finale della Rabbia, come del resto tutto il romanzo, erano in origine più dilatati e forse questa cosa si sente ancora dentro al testo dato alle stampe. La storia in origine si concludeva a Vicenza, dai genitori della Marta, con la sparizione di Filippo Van Sandt durante i festeggiamenti per la laurea della sorella minore di sua moglie. Vi era poi, nelle ultimissime righe, una rivelazione secca, di poche righe, circa l’identità della voce narrante. Alla fine abbiamo deciso con l’editore di eliminare quella parte, optando per una chiusa più asciutta, che non introducesse temi ulteriori, assieme a personaggi nuovi come i genitori e la sorella della Marta (gli individui collettivi).

Se mi sono permesso, direi gratuitamente, di chiudere questa recensione dinamica non solo con una critica ma anche calcando la mano con domande così provocatorie, è perché ho grande considerazione sia del prodotto letterario sia del suo autore (e la tua disponibilità, la tua franchezza qui dimostrate motivano da sole il mio giudizio). La mia, voglio precisare, non era una critica del finale, ma appunto ai tempi di narrazione che verso il finale mi sembrano troppo bruschi. Mentre invece ci tengo a precisare che proprio il tuo linguaggio (non poetico ma ficcante, attento e ricercato) e la profondità degli argomenti trattati rendono il tuo libro eccezionale, un grande libro direi. Quattro anni ben spesi.

Tagliando corto, brutale, non mi resta che consigliare la lettura de La rabbia. Voglio farlo così come ho iniziato, per negazione insomma. Sconsiglio vivamente anche solo di aprire il libro a tutti quelli che pensano di poter cambiare questo mondo. Sconsiglio di leggerlo anche a quelli che credono che questo mondo non cambierà mai. Non è un libro per persone che non sono totalmente aderenti alla realtà. La rabbia è per lettori senza fronzoli, non contaminati da fantasie sterili o nichiliste. La rabbia non è uno di quei libri che cambierà il mondo, o anche solo la nostra piccola Italia, se è questo che vi state domandando. La rabbia non è nient’altro che una diapositiva (o un’immagine Jpeg se preferite), un diaframma aperto per un tempo lungo almeno due decadi su quel che resta della nostra società. Roba per stomaci di ferro. La rabbia di Marco Mantello è qualcosa con cui dovete fare i conti se davvero avete intenzione di vivere con i piedi per terra, ossia su quel mare di merda che giulivamente ingoiamo tutti i giorni. Un qualcosa per fare i conti con quello che siamo diventati.

Profondo il grazie a Marco Mantello

Chiappanuvoli