Il Quinto Vangelo


Il Vangelo secondo Biff è infarcito di riferimenti biblici, sia reali che inventati (Biff cita ampiamente libri inesistenti come Dalmati, Secrezioni e Anfibi). Insieme al mio editor, abbiamo valutato i pro e i contro dell’eventualità di segnalare tali riferimenti con delle note a pie’ pagina, ma alla fine abbiamo deciso che avrebbero interrotto il flusso della storia. C’è un problema, però: se il lettore conosce abbastanza la Bibbia da individuare le citazioni, è probabile che decida di non leggere il romanzo.

Christopher Moore

 

Il Vangelo secondo Biff

Christopher Moore, al termine del suo romanzo, non giustifica le sue scelte narrative bensì propone al lettore una nuova percezione dei testi sacri: storia o finzione storica? Ad esempio, perché la Maddalena, per anni qualificata come ‘prostituta’ non viene mai definita come tale nelle Sacre Scritture? Proprio nelle mancanze che si trovano nei Vangeli Canonici si inserisce quest’opera di narrativa. E non si tratta di una provocazione, che comunque potrebbe essere giustificata, quanto di un profondo studio – nonostante l’autore stesso dirà in seguito che anche uno studio di decenni non gli avrebbe permesso di commettere errori. La realtà è che, indipendentemente dalla nostra conoscenza dei testi sacri, più o meno profonda, più o meno assente, il nuovo vangelo di Biff, potrebbe andare a rappresentare realmente un quinto Vangelo o quanto meno un’integrazione agli altri.

A proposito, lui si chiamava Gesù. Jesus è la traduzione greca dell’ebraico Yeshua, Gesù. Cristo non è cognome. È il corrispondente greco di messiah, un termine ebraico che significa unto. Non ho idea del significato della S in Gesù S. Cristo. È una delle cose che avrei dovuto chiedergli. E io? Io sono Levi detto Biff. Niente secondo nome. E Gesù era il mio migliore amico.

La trama di quest’opera si presenta alquanto semplice, anche se il lettore viene catapultato in un viaggio che lo porta lungo la storica Via della Seta:  Levi, detto Biff, conosce Gesù all’età di sei anni e da quel momento diventa il suo inseparabile amico per il resto della vita. Chi meglio di lui potrà narrarci allora l’infanzia e l’adolescenza di Gesù? I Vangeli raccontano infatti principalmente la nascita e gli ultimi anni – se non le ultime settimane – della vita del Cristo. Eppure Gesù è stato un bambino e un adolescente, non solo un adulto capace di portare in Terra i valori del Padre. Eppure Gesù è stato un ragazzo che ben conscio del suo compito ha dubitato e ha voluto capire, cercare e scoprire. Gesù è un ragazzo che consapevole del proprio voto di castità non solo evita l’approfondimento dell’amore con Maddalena ma in più cerca di scoprire l’affetto sessuale tramite l’amico Biff. Proprio per conoscere realmente colui che fu il Figlio di Dio, Biff viene risvegliato dopo duemila anni per scrivere un nuovo Vangelo: un Vangelo che parla di amicizie, avventure, sentimenti in ugual modo tipici di un normale adolescente dell’epoca e tipici di un fanciullo che sa di essere l’atteso Messia.

«Allora, che cosa sta facendo?» chiese lui.

«Mi sta spogliando».

«E adesso?».

«Si sta spogliando lei. Oh, cribbio. Ouch».

«Che c’è? State fornicando?».

«No. Si sta strusciando addosso a me, con leggerezza. Quando provo a muovermi mi dà uno schiaffo».

«E com’è?».

«Tu che cosa pensi? Come se qualcuno ti prendesse a schiaffi, stupido».

«Voglio dire, com’è sentire il suo corpo sul tuo? Hai la sensazione di peccare? È come se ti si stesse strusciando addosso Satana? Ti senti bruciare come fuoco?».

«Sì, ci hai preso. È proprio come dici tu».

«Stai mentendo».

«Ma che dici!».

Poi Gesù disse qualcosa in greco che non afferrai completamente, e la prostituta gli rispose, o quasi.

«Che cos’ha detto?» chiese Gesù.

«Non lo so, il mio greco è scadente».

«Il mio no, ma non ho capito che cos’ha detto».

«Ha la bocca piena».

Set si tirò su. «Non proprio piena» disse in greco.

«Ehi, questo l’ho capito!».

«Te l’ha preso in bocca?».

«Sì».

«Ma è atroce».

«Non sembra proprio».

«No?».

«No, Gesù, devo dirtelo, questo è proprio… oh, mio Dio!».

«Cosa? Che sta succedendo?».

«Si sta rivestendo».

«Hai finito di peccare? Basta?».

La prostituta disse qualcosa in greco che non capii.

«Che cos’ha detto?» chiesi.

«Che per la somma di denaro che le abbiamo dato non ti farà altro».

«Pensi di aver compreso la fornicazione, adesso?».

«Non proprio».

«Bene, allora dalle altri soldi, Gesù. Rimarremo qui fino a quando non avrai imparato tutto quello che ti serve».

«Sei davvero un buon amico a sopportare tutto questo per me».

«Non dirlo neanche».

«No, sul serio. Non c’è amore più grande di quello che un uomo prova per un amico».

«Questa è buona, Gesù. Dovresti ricordarla per il futuro».

L’opera è giunta a me – perché i libri a volte si scelgono e a volte ci scelgono – proprio nel momento in cui stavo pensando di avvicinarmi alla conoscenza della Bibbia cristiana (la Bibbia ebraica è composta da scritti differenti tra cui la Torah, a cui proprio Gesù e il suo amico Biff si riferiscono durante l’opera di Moore). La religione, così come i testi a cui è legata, deve essere infatti vista come cultura a sé stante, e non vi è motivo per cui anche gli atei non si debbano avvicinare a questa conoscenza. E Il Vangelo di Biff ha rappresentato per me non solo un’opera da cui trarre spunto, conoscenze e riflessioni bensì una letteratura moderna capace di essere tramite tra il sacro e il profano. Tra aneddoti, interessanti riferimenti a religioni differenti da quella cristiana e storia, Moore non manca nell’utilizzare una buona dose di umorismo e sarcasmo, quest’ultimo inventato proprio da Cristo in persona. Perché l’umorismo deve essere visto come blasfemia? Questo è quello che spesso accade alle opere che riprendono religioni e storie così largamente diffuse e trattate, e se invece Gesù fosse stato un burlone? In fondo il Figlio di Dio, se ci ha creato a immagine e somiglianza, racchiude in sé la nostra normalità. Ed è proprio questo il punto focale di quest’opera: Gesù racchiude l’umanità nella sua interezza e lo avvicina realmente al singolo, senza discriminazioni. Il Vangelo di Biff è quindi un’opera sì di fantasia, è narrativa – non dimentichiamolo – ma sa coniugare il Gesù umano al Cristo della Passione. Perché anche Gesù da bambino si divertiva ad uccidere le lucertole…poi però sapeva farle resuscitare.

Così, se vogliamo avvicinarsi ai testi sacri osservandoli, leggendoli e studiandoli al di là del loro valore spirituale e religioso, possiamo prendere in esame anche la letteratura moderna (Il Vangelo di Biff uscì in Italia nel 2008) andando a riscoprire non tanto i valori della Cristianità quanto i valori dell’umanità.

E Biff? Biff sarebbe potuto essere tranquillamente un Apostolo. Nella realtà così come nella fantasia. Perché Biff ha saputo vivere al fianco, ma non in ombra, di colui che già sapeva di chi era figlio. E non dev’essere stato facile essere amici del Messia.

«Lui è tornato».

«Lo so, l’ho letto».

«Era triste per quello che avevi fatto».

«Già, anch’io».

«E gli altri ce l’avevano a morte con te. Secondo loro, tu più di tutti avevi un motivo per credere».

«Per questo mi hanno eliminato dai Vangeli?».

«Probabile».

Entrarono in ascensore e la Maddalena premette il bottone per l’atrio. «A proposito, era Santificato».

«Cosa?».

«La S. Il suo secondo nome. Era Santificato. È un cognome. Ricordi? “Padre nostro, che sei nei cieli, sia Santificato il tuo nome”».

«Dannazione, non ci sarei mai arrivato».

 

Christopher Moore (Toledo, 1957) è uno scrittore statunitense. Cresciuto a Mansfield (Ohio), ha frequentato la Ohio State University e in seguito il Brooks Institute of Photography di Santa Barbara (California). Tutti i diritti degli scritti di Moore sono stati acquisiti o per lo meno opzionati da parte di produttori cinematografici, ma fino ad oggi non è stata realizzata alcuna trasposizione sul grande schermo. (Fonte web).

COSI’ OSAVANO LE NOSTRE IDEE


prima

Mercoledì 15 maggio  

Roberta…
ore 5.45: In strada, considerando l’ora non è nemmeno molto freddo. Certo è sempre strano svegliarsi quando tutti dormono e percorrere vie conosciute semivuote. Ma appena arrivata in stazione l’idea romantica dell’alba in solitudine mi abbandona, orde di umani già frenetici popolano la stazione di Tivoli.  Da qui parto per Roma e da Roma parto per Torino, nemmeno troppo giro in fondo.

ore 7.05: Entro in un bar della stazione Tiburtina, che tutta nuova sa di ordinato ma non è certo bella. Prendo un caffè, le sigarette, esco sul piazzale, controllo i treni e cerco il mio “Italo 9914”. Binario 12. E’ancora presto ma decido lo stesso di trascinare me e il trolley verso il binario, poi sigaretta.

ore 7.55: Il treno è preciso come il ciclo mestruale di una venticinquenne, occupo il mio posto, il numero 40 della carrozza 10, chiedo ad un “forzuto” giovane di aiutarmi a tirar su la valigia (che dai non ho caricato come se partissi per 5 mesi!). Mi siedo, mi guardo intorno e penso sarebbe bello un po’ dormire.

ore 09.44: Nulla, non si dorme. Provo e riprovo, inviperita perchè il cristiano accanto a me ha solo dovuto poggiare le chiappe sul sedile per cantare immediatamente l’Aida. Io non riesco, nulla. Così leggo, scrivo, guardo fuori, vado in bagno (che su questi treni si chiude ermeticamente e ti mette un ansia che quasi non ti scappa più), torno al mio posto e realizzo.  Realizzo che sto andando ad uno degli eventi più importanti di sempre in campo editoriale. Un “io c’ero” che già so ricorderò per sempre. Okay, mancano ancora due ore, non serve masticare ansie!

Adriana…
Ore 9.00: Suona la sveglia ma io fingo di non sentirla come mia abitudine. Alla fine decido di elevare comunque il mio corpo in un luogo altrove, ovvero verso il bagno. Mi lavo, ebbene sì, per un’occasione così importante. Accendo il cellulare e vedo se le mie compagne di viaggio sono sane e salve: una sì, l’altra, Roberta, non so ma non mi preoccupo, so che lei può farcela.

Ore 10.30: Che faccio? Mi avvio anche io verso Torino? Sarà un viaggio estenuante ma bisogna farlo, il dovere prima del piacere. Dopo ben circa mezz’ora sono alla stazione della Metropolitana di Torino e dopo circa altri dieci minuti sono a Torino. Breve ma intenso, si dice.

Ore 12,10: Suona il telefono. Ho tratto la frase da una canzone. E’ Roberta, è arrivata. La aspettiamo al fondo delle scale mobili. La riconoscerò? In realtà non l’ho mai vista. Ok, vedo una ragazza con una valigia piccola ma tozza. Mi sorride. O è una malata mentale o è lei. O è entrambe.

INCOMINCIA L’AVVENTURA!

seconda

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Tutto quello successo dalle 12.10 – cioè il nostro arrivo/incontro – alle 10.00 del 16 maggio – cioè ufficiale apertura della 26° edizione del “salone del libro di Torino” – ve lo risparmiamo… non perché poco interessante ma perchè anche noi, quasi, preferiremmo non ricordarlo. Solo sappiate che abbiamo percorso chilometri sotto una impietosa pioggia battente, raggiunto il mastodontico lingotto bagnate e già malate, allestito il nostro stand tra ilarità e panico e finalmente cenato intorno alle 23 sfrante ma comunque molto soddisfatte!

quarta

terza

Giovedì 16 maggio

“Dove osano le idee” è lo slogan scelto per questa XXVI del Salone Internazionale del Libro di Torino e che a me è piaciuto tanto. Osano tutti qui al Lingotto Fiere; osano gli editori in un momento non certo semplice per questo settore,  osano gli autori nel loro scrivere vista la richiesta commerciale che ormai spesso verte su argomenti triti e ritriti, osano gli addetti ai lavori che popolano tacitamente un evento così grande –  quelle presenze di cui nessuno si accorge ma che smazzano questioni su questioni perché questo “baraccone di parole” funzioni perfettamente per almeno sei giorni – osano le persone che affrontano file lunghissime per esserci…
Dunque sì, osano davvero le idee qui, questo prima ancora di ogni polemica è un fatto certo!!

Si entra con netto anticipo rispetto ai visitatori; c’è uno stand da ritoccare nell’allestimento e i primi caffè da bere per portare a termine la giornata. Il Salone ha cambiato volto rispetto al giorno precedente, si è arredato di luci e moquette ed è pronto al via. L’atmosfera mi sembra quasi surreale e come una bambina davanti a dei nuovi giochi inspiro ed espiro profumo di libri. Ma se fino a ieri lì dentro mi sentivo un punto minuscolo in un mondo gigantesco ora mi sento parte integrante di quel mondo. Mi sento come se fossi a casa.

E’ trascorsa già metà giornata, c’è sempre da fare dentro questo posto; parli, ridi, fumi, bevi caffè, ti ricordi ad un certo punto di mangiare anche se poi mangi continuamente, ascolti le presentazioni continue in un luogo o in un altro, giri per gli stand e ti impregni di carta. Quando ho deciso di partecipare ero un po’ prevenuta lo ammetto, questa benedetta editoria che per noi autori a volte è un mondo così sconosciuto e nemico, non sapevo bene come prenderla. Poi, standoci nel mezzo, devo dire che molte mie negatività non hanno trovato riscontro, forse semplicemente perché a volte basta spostare il punto di vista. Il Salone è ben organizzato, puoi girarlo anche senza pianificarti e trovare tutto, i padiglioni ordinati e funzionali, i servizi sufficienti e puliti, lo spazio vitale ben distribuito e i colori perfettamente bilanciati.

quinta

Ed è già finita una giornata. Il tempo talvolta sembra passare lento, probabilmente a causa dei dolori ai piedi che iniziano a farsi sentire, e talvolta passa velocemente, troppo velocemente, perché ieri ancora tutto doveva aver inizio ed oggi sembra già troppo vicino alla fine. Potrei parlare dei primi curiosi, dei primi lettori, di un’affluenza ancora bassa – ma è solo Giovedì – e dei primi stand che sono riusciti ad attirare la mia attenzione. Potrei parlare delle prime presentazioni a cui ho volontariamente e no assistito, della pioggia che non ha dato tregua, del pranzo consumato ‘spiluccando’ a uno stand o all’altro l’aperitivo e così via. Parlerò di un Salone a cui non avevo mai partecipato e che già sento un po’ mio. Già, nello spazio Incubatore c’è una leggera aria di ‘cameratismo positivo’.

Dei piedi dolenti ha già scritto Adriana, questo sarebbe l’unico aspetto di cui vi parlerei stasera. Cos’è il salone del libro di Torino? Il mal di piedi! Siamo rientrate nell’appartamento stanche ma motivatissime, domani si prevede molta affluenza e noi affronteremo tutto con tipo 4 ore di sonno. Sì, la dura vita dell’editore!

Venerdì 17 Maggio

Il Lingotto Fiere di Torino si presenta come un ampio spazio dedicato a fiere e congressi: parcheggi, hotel, centri commerciali e quant’altro fanno da sfondo a quello che sembra già dall’esterno una grande luogo di scambio. Manca ancora un’ora all’entrata eppure il piazzale antistante è già piuttosto pieno di persone e studenti. E’ uso ormai consolidato che da Torino e provincia il Venerdì giungano scuole medie e superiori al Salone: questi ragazzi forse non saranno interessati, forse non saranno acquirenti o forse – senza pensarlo neanche loro – girovagando con gli amici troveranno comunque una lettura interessante per loro. Così al Salone del Libro di Torino ti capita anche di rimanere completamente assorbita da un’orda di bambini in età da Scuola Materna: loro guardano tutto e poi guardano te e nei loro occhi vedi un po’ di quel bambino sognante che è rimasto in te.

bambimi

sesta

La città che abbiamo percorso per arrivare al Lingotto è tutta al servizio di questo evento, negozi che pubblicizzano, mezzi pubblici che cambiano gli orari solo per questi giorni, tutta Torino che si muove per e con la fiera del libro. Hanno attrezzato un intero padiglione per le scuole, iniziative, giochi, volontà… questo mi fa credere ancora che la cultura può salvare molto e dovremmo badarci più spesso. Noi adulti di questo dovremmo sentire piena responsabilità. Non voglio raccontarvi di alcuna polemica, perché trovo sia inutile parlare sempre delle stesse cose; piuttosto voglio raccontarvi dell’Incubatore, che è lo spazio dedicato agli editori con meno di 24 mesi di vita ed è lo spazio che mi vede continuamente presente. Dentro l’Incubatore, accanto al nostro stand, due passi più avanti, ci sono libri voluti, progetti appena nati, intenzioni preziose, persone semplici che tentano una strada indipendente e non facile. Loro per me sono il salone del libro di Torino. Certo, per dovere di cronaca, devo anche dirvi che lo spettacolo esiste, pateticamente come esiste per questo nostro tempo di lustrini fasulli. I “pescecani” che ad ogni presentazione sfamano per due ore con buffet da prima comunione, o alcuni ospiti che hanno sfilato su quella moquette paralizzando tutto, manco fossero il papa che butta le scarpette rosse per puro diletto!

La cultura a volte è anche spettacolo: sarà forse triste da dirsi ma è vero. Così, mentre passeggi al ritorno dalla toilette improvvisamente ti ritrovi circondata da poliziotti e guardie del corpo e comprendi perché in molti si lamentano dei mass media. C’è un scrittore (?), giornalista (?), showman (?), ed intorno a lui presto si forma la calca: non ho mai letto nulla di suo perché tendenzialmente non leggo ciò che viaggia sull’onda della pubblicità. Mi fermo, lo guardo, e cerco di comprendere perché si sia formato quel capannello di persone. Non lo capisco, passo oltre.

Avrei voluto scrivervi qualcosa sul programma, cercare di raccontarvi quello che ci accade intorno ma prendendolo fisicamente in mano mi rendo conto che è un’impresa impossibile. Gli eventi sono continui: i laboratori, le presentazioni, gli incontri, le letture; chiunque può interessarsi a qualcosa mentre passeggia tra i libri e riuscire in un intento così ampio è una nota di merito organizzativa che esclude ogni eventuale accanimento sui contenuti. Almeno esclude il mio, per ora.

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Scopro con estremo piacere la vicinanza della cucina ai libri, lo scopro con piacere del mio palato che è già pronto a gustare tutto ciò che può. Ci troviamo davanti a ‘Casa Cook Book’, luogo in cui è possibile trovare libri su ogni tipo di cucina ma soprattutto luogo in cui è possibile trovare una cucina. Assaggio una bruschetta preparata da alcuni chef mentre Catena Fiorello legge un passaggio del suo libro, e pensare che non l’avevo riconosciuta. Ecco la differenza tra gli uomini al Salone del Libro: c’è chi è lì per il personaggio, c’è chi è lì per tutt’altro. Fosse anche solo per mangiare.

Sabato 19 Maggio

C’è un piazzale già gremito al nostro arrivo: quattro o cinque code si snodano lungo il parcheggio. Torno ad osservare la folla pochi minuti prima dell’apertura e noto che le code non esistono più: la folla sembra davvero quella in attesa dell’inizio di un concerto – anche La Stampa ha così intitolato il suo articolo in prima pagina. Il Salone del Libro non è solo uno spazio commerciale, come i più credono, o meglio non è solo quello: lo è certamente per i ‘grandi nomi’ e i ‘grandi editori’ – laddove la parola grande non sta ad indicare la loro portata culturale ma solo il loro immenso portafogli – ma non lo è per i medi e piccoli editori. La vendita conta ovviamente, sarebbe quasi irrisorio dire il contrario, ma c’è qualcosa che conta di più: la visibilità. Per tutte le opere, per tutti gli autori, per tutti i progetti, che non trovano spazio nelle grandi librerie d’Italia, il Salone di Torino rappresenta un punto di svolta: sono stati contati all’incirca 330mila visitatori, se anche solo un terzo ha visto te vuol dire che hai raggiunto un pubblico così vasto che altrove non avresti trovato. Oltre a tutto questo ci sono i rapporti, quelli con le altre realtà, con gli altri editori, con gli addetti ai lavori che possono sempre darti un consiglio e insegnarti qualcosa. A Torino ho scoperto che la competizione non esiste e che, se esiste, la si può trasformare in partecipazione e condivisione.

Cosa dovrei aggiungere? Adriana ha fatto un intervento così giusto ed è pur sempre sabato in fiera… siamo qui cerchiamo magari di vendere, ma prima di tutto è il ritmo di questo evento che ci rapisce completamente. Ti cercano al Salone del Libro e ti trovano anche, arrivano proposte continue; stampatori, autori, grafici, illustratori, agenti letterari, tutti qui a guardare e a farsi guardare, a muovere l’energia in questo spazio che mi piace pensare finisca in ogni singolo libro già stampato e in tutti i prossimi che da qui, assolutamente, si avranno.

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E’ davvero finita questa giornata? I miei occhi brillano ancora di curiosità anche solo al pensiero di tutto le persone a cui ho rivolto un breve saluto. La stanchezza inizia a prendere il sopravvento un po’ su tutti e anche la moquette mostra i primi segni di troppi passaggi. Il Salone è anche questo: qualcosa che si rompe e viene prontamente sostituito. Gli sguardi con il vicino di stand, una sedia lontana su cui riposarsi un breve attimo, un’occhiata alle scarpe della hostess addetta alla sala presentazioni che ieri aveva i tacchi e oggi non più. E nuovamente quella sensazione del troppo vicino e del troppo lontano: sono attimi, quelli in cui vorresti finalmente poter riposare e quelli in cui vorresti non andare più via.

Ed anche oggi a fine giornata quel bel senso di caos compiuto nella testa, alle 23 per le strade di Torino a cercare una cena da mangiare in fretta per allungare le ore di sonno che restano e che sono sempre troppo poche, prima di un altro giorno di fiera.

panino

Domenica 20 Maggio

Davvero al Salone del Libro non va più nessuno? Ho sentito qualcuno dirlo. Beh onestamente anche io trovo eccessivo il prezzo degli stand per gli editori ed eccessivo il costo del biglietto per i visitatori – che poi guardando il costo dell’abbonamento settimanale si riduce notevolmente – però sono certa di non aver mai visto un’affluenza di tale portata. La domenica a Torino mostra effettivamente questo: file umane infinite, passi svelti tra gli stand, code spropositate ai servizi igienici – solo in quelli riservati alle donne ovviamente – e così via. E poi ci sono io, che salto al secondo piano e guardo tutto dall’alto, e da lassù tutti sembrano formiche operose. E rimango incantata. Perché le persone sono tante e creano flussi di movimento continui. E rimango incantata perché purtroppo si celebra – quasi come se fosse un dovere – la fiera della mediocrità anche qui (vedi le urla rivolte al Sig. Saviano) eppure per ogni persona che acquista (pagando un biglietto) un libro di un autore/editore che potrebbe trovare ovunque, se ne trovano due che passeggiano incuriositi tra gli stand dei ‘minuscoli’, ‘invisibili’ editori – ma non per questo meno seri, professionali o interessanti. Inizio a sentirmi parte di un mondo dentro al quale non sapevo ancora d’essere.

decima

Oggi è un giorno pazzo in questa fiera, forse il giorno più pieno. Siamo a metà giornata ma sembrano già le 22. Non so dirvi quanta gente hanno visto i miei occhi, non lo so più sintetizzare. Tra gli stand iniziano sguardi di sostegno e complicità, della serie: “amico io ci sono! Non mollare, mancano ancora otto ore alla chiusura dai!”…e tu ricambi complice, prendi ancora un altro caffè, fumi ancora una sigaretta.

Sorridi agli ultimi curiosi, cerchi di scambiare un ‘buonasera’ con gli ultimi lettori che prendono in mano un libro dal tuo stand e vorresti quasi ringraziarli perché sono le dieci di sera e loro ancora decidono di informarsi su di te. Appena sono oltre il tuo stand di cinque passi,  avvisti la sedia più vicina e le corri incontro. Desideri solo lei.

Lunedì 21 Maggio

L’ultimo giorno di una lunghissima fiera equivale all’ultimo giorno di una gita scolastica, perché è così che noi viviamo queste situazioni: pochissime ore di sonno, tante ore di veglia – cosciente o meno – e tanta voglia di vivere tutto fino all’ultimo minuto. Vorrei tornare qui anche domani solo per vedere il retro del Salone, per rivedere quegli stessi posti oggi ancora così vissuti svuotarsi lentamente di tutto. Ed è già strano, verso sera, iniziare a vedere pile di scatole colme di libri nascoste dietro gli stand, pronti a essere smantellati.

Da domani inizieranno gli articoli sui numeri effettivi, le rassegne stampa sulle vendite, le critiche – non potrebbero mai mancare – e via dicendo. E’ vero, al Salone Internazionale del Libro di Torino gli ospiti sono scelti dalle grandi case editrici; è vero, al Salone i grandi editori prendono spazi considerevoli in ogni padiglione; è vero, al Salone spesso i grandi editori rischiano di offuscare l’immagine degli altri; è tutto vero. Ma è anche vero che è un’arte dei piccoli poter stare al loro fianco, senza sfigurare, anzi andando magari ad interessare il lettore/curioso medio, mostrando a lui titoli, opere e prodotti non meno degni.

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E poi c’è quel “grande” spazio di cui vi abbiamo detto all’inizio. C’è questo incubatore che ci ha ospitato più di ogni altro angolo di questa fiera, in cui gli autori meno conosciuti possono presentare le proprie opere. Uno spazio in cui il pubblico si trova di fronte realtà differenti da quelle che, volutamente, in questo nostro intervento non abbiamo nominato. Uno spazio in cui non importa se sei piccolo, medio o minuscolo… perché chi prende in mano un libro lo sfoglia semplicemente guidato da un qualche suo istinto e basta.
Potevamo raccontarvi della XXVI edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino in tanti modi, abbiamo deciso di farlo nel modo più semplice. Per noi è stata una crescita personale, una possibilità di conoscenza e confronto, un divertimento e questo è il senso di tutte le cose grandi.
Quindi senza ombra di dubbio, promossa questa manifestazione…
perché non può essere altrimenti tutte le volte che osano le idee!

Festivallando.


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23 Febbraio 2013 ore 4.30 a.m.

Suona la sveglia, ci metto un po’ a capire che è proprio la mia sveglia e ci metto ancora di più a capire che sta suonando proprio per me. Vero, devo partire per Milano e con i mezzi pubblici duecento chilometri si trasformano in quattro ore di viaggio, se non di più. A Cinisello Balsamo si tiene il Festival Tra le Righe, dedicato alla piccola e alla media editoria indipendente: io collaboro da qualche mese con una giovane casa editrice e dunque sarò presente.

Le varie fiere del libro mi sono sempre piaciute ma fino a qualche tempo fa non ero un’assidua frequentatrice perché io i libri se li vedo li devo avere: anche se non riesco a trovare nulla che attiri la mia attenzione esco sempre con qualcosa tra le mani, e ora sto cercando di frenare il mio shopping compulsivo.

23 Febbraio 2013 ore 10.00 a.m.

Arrivo a Cinisello Balsamo, a dieci minuti circa dal centro di Milano, e mi ritrovo davanti al Centro Culturale IlPertini, inaugurato nel Settembre del 2012. Che dire? Dall’esterno l’edificio già si presenta bene, con un insieme di vetrate ad illuminare l’ambiente esterno, e all’interno l’impressione non cambia: le numerose finestre – oltre ai lati completamente vetrati – rendono l’illuminazione interna adatta ad una così grande biblioteca; il bianco è il colore che spicca sugli altri e dona ai cinquemila metri quadrati suddivisi in quattro piani una grande sensazione di calma e silenzio; gli spazi lettura sono comodi ed accoglienti con moderne poltrone così come gli interi spazi dedicati esclusivamente ai più piccoli. All’ingresso leggo le varie iniziative che solitamente si svolgono al suo interno mentre il valore della biblioteca di per sé si nota dal numero considerevole di libri (ma anche cd musicali) che si trovano sugli scaffali – per altro mobili proprio per poter creare in base agli eventi nuovi spazi interni.

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23 Febbraio 2013 ore 10.15 a.m.

Arrivo allo stand dell’editore e scopro che per ogni piano una piccola stanza è stata dedicata al Festival. Penso subito che così la situazione si presenta alquanto dispersiva, soprattutto per i curiosi che entrano e sbirciano nell’attesa di altro. Magari mi sbaglio, in fondo è solo il secondo giorno e quasi ovunque la vera affluenza inizia a notarsi solo nel pomeriggio del Sabato.

Sabato in effetti si rivela per me una giornata effettivamente piacevole grazie alla compagnia, mentre per quanto riguarda l’afflusso, seppure non nullo, non mi stavo sbagliando per nulla. Insomma, i curiosi ci sono ma non sono forse i veri lettori e qualcuno si lamenta anche perché il rumore che una fiera qualsiasi genera lo distrae dalla lettura in biblioteca – e così via. Il meteo certamente non è dalla nostra parte, sta iniziando a nevicare, però misembra strano che da Milano non sia proprio venuto nessuno: l’entrata è gratuita e IlPertini dista solo dieci fermate di metropolitana dal centro del capoluogo lombardo. Inizio a pensare che l’evento sia stato pubblicizzato male. Inizio a sentire i malumori degli editori e qualcuno, mestamente, saluta e se ne va.

Quanti curiosi ho visto? Parecchi. Quanti lettori ho visto? Molti. Nonostante questo pochi sono passati tra i banchi degli editori e pochi si sono soffermati a guardare i libri. Però c’è ancora l’intera giornata di Domenica e spesso è la giornata che si rivela più piena. Fuori nevica e nevica. E continuerà a nevicare.

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24 Febbraio 2013 ore 08.00 a.m.

Suona la sveglia, non sono pronta per un’altra giornata e mi giro nel letto, sperando che nessuno venga a svegliarmi. Le favole però non esistono e qualcuno mi sveglia davvero. La nota positiva della giornata è l’immensa colazione a buffet dell’albergo. Indovinate cosa scende dal cielo? La neve. Pensare che io vivo in un luogo dove nevica parecchio di solito ma non ricordo di aver mai visto così tante ore di neve e nient’altro che neve. Non potrei raccontare molto di questa giornata perché non ricordo sia successo nulla: pubblico mancante, organizzazione mancante, pubblicità mancante. Insomma mancava qualunque cosa, c’erano solo gli editori sempre più scontenti.

Per i piccoli e medi editori le fiere del settore sono importanti, non solo per le vendite in loco ma soprattutto per mostrarsi davanti ai lettori, avendo spesso difficoltà nell’essere presenti nelle librerie. La partecipazione ad una fiera è una scommessa spesso ma rappresenta una spesa e, indipentemente dalle vendite – come detto sopra – è fondamentale la presenza del pubblico. Probabilmente il Centro Culturale IlPertini non è la struttura adatta, e non per spazio, bensì perché ospita già un numero considerevole di opere che il pubblico può leggere gratuitamente. Non è vero che in Italia i lettori sono pochi, il problema è forse rappresentato dal numero ormai sconsiderato di opere sul mercato. Una fiera bocciata (non c’è motivo di nasconderlo) anche a causa di un’organizzazione che non è stata in grado di rispettare le aspettative: quattro piani di libri in cui gli editori venivano ospitati in piccole stanze, senza alcuna indicazione sulle direzioni da seguire per gli ospiti, e senza un responsabile che potesse per primo ricevere critiche da parte di chi in questa fiera ha investito. O forse il responsabile era quel signore che si è presentato alle ore 17.00 della Domenica pomeriggio? Un po’ tardi direi.

I libri sono vivi, così come l’editoria emergente. E’ compito di tutti gli addetti però aiutare i piccoli a crescere: scrittori, editori, collaboratori e organizzatori di fiere.

Volete visitare IlPertini? Scoprirete un’enorme biblioteca in grado di ospitare anche lacd musicali.

Volete partecipare al prossimo Festival Tra le Righe? Onestamente non ve lo consiglierei.

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Better than chocolate – la nicchia per tutti.


better

‘Meglio del cioccolato’ – traduzione letterale del titolo che riprende una canzone inglese – è un film canadese del 1999, presente nello stesso anno al Festival di Berlino e vincitore al Festival di Londra per film a tematica omosessuale.

Perché recensire un film a tematica lesbica? Semplice, perché i film possono essere belli indipendentemente dalla tematica trattata. Insomma, i film con amori e non amori eterosessuali si trovano ovunque, questo no: in Italia non è mai uscito nelle sale cinematografiche e anche nei siti web è possibile trovarlo solo sottotitolato.

Il film è una commedia romantica che riesce comunque a trattare differenti temi e soprattutto riesce a superare tutte le barriere del pudore con un sorriso: troviamo così la classica storia d’amore tra due ragazze; la meno classica storia del transgender in attesa di operazione e la non – classica storia della madre che scopre l’utilizzo dei sex toys. In tutto questo è inoltre pressocchè impossibile trovare volgarità. Ecco perché consiglio il film a chiunque. La trama è abbastanza semplice visto che le vicende ruotano attorno al personaggio di Maggie, che ha lasciato l’università e lavora e vive in una libreria – una libreria che riprende la reale Little Sister’s Book and Art Emporium di Vancouver. In tutto questo non mancano scene da cabaret e tematiche più forti come l’omofobia, in un Paese che dieci anni fa era comunque molto più avanti del nostro nel 2013.

L’idea di recensire un film che possiamo definire di nicchia – quanti di voi possono dire di averlo visto? – nasce qualche giorno fa quando, senza volerlo e senza saperlo, ho scoperto di essere parte di un gruppo: girovagando per il web ho trovato molte persone che parlavano di ‘solidarietà lesbica’ e ho pensato che non posso, e non sono, essere solidale con tutte le persone omosessuali del mondo. La realtà è una, la prima discriminazione nasce da chi si sente diverso e da chi la diversità la crea. Dunque perché non iniziare a proporre libri e film con tematiche considerate ‘diverse’? Giusto per iniziare a far capire che sono assolutamente UGUALI.

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C’era una volta…di Adriana Pasetto


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C’era una volta un libro dalle pagine ingiallite che di generazione in generazione, di occhi in occhi, faceva sognare, amare, arrabbiare e riflettere. C’era una volta un libro impolverato che le nonne andavano a ripescare nel baule dei ricordi per portarlo in dono all’ultimo nipote, per leggerlo con lui nelle domeniche di un freddo inverno. C’era una volta una poesia, amata o odiata, che lentamente si insinuava nelle nostre menti, con quell’inchiostro di china capace di tatuarsi nella nostra memoria.

Tutto questo c’era una volta ed ora non c’è più. Ammettiamolo anche noi, eterni romantici e sognatori. Alcuni di noi ancora vivono in un tempo passato, tra le pagine di un libro eterno, faticando nel dare spazio ad una cultura vista ormai come obsoleta – neanche fosse l’ultimo aggiornamento di Whatsapp– e superata. Il libro, specialmente se vero strumento di conoscenza e cibo per le anime, passa ormai di mano in mano solo in un ristretto gruppo di persone – che chiameremo ‘nicchia’ per questioni di privacy – ben lontano dall’occhio della moltitudine. Non saprebbero apprezzarlo? Probabile che questo avvenga, ma perché non si può dar loro la possibilità di osservare qualcosa di differente?

C’era una volta il libro, oggetto quasi venerato per la sua importanza. Ci sono oggi troppi libri che quasi volgarmente e senza pudore offuscano la magnificenza dell’oggetto, non di per sé ma in sé. Insomma, ammettiamolo – nuovamente – ad oggi si sentono acculturati i lettori di ‘Cinquanta sfumature di un colore qualsiasi che potete aggiungere a vostro piacimento’. Orrore. Un libro – o meglio un insieme di pagine scritte – che ha avuto all’incirca mille mila lettori. Orrore. Lettori? E poi si chiedono perché c’era una volta la cultura ed ora non c’è più. Anche le donne hanno dovuto lottare per poter imparare a leggere, per studiare, e per cosa poi? Per arrivare a poter leggere delle sfumature che di sfumato hanno poco o nulla.

Il libro è un veicolo culturale così come può anche essere – o dev’essere – una pausa divertente tra le difficoltà della realtà. Ma cultura e divertimento possono viaggiare di pari passo e divertimento non è sinonimo di squallore letterario. La cultura è nelle nostre mani ed ognuno a modo proprio può aiutarla a tornare in auge. Esiste la poesia, esiste l’arte e la fotografia così come esistono i vari generi letterari, ognuno con una propria dignità e un proprio valore: si trovano tutti lì, nello stesso posto, subito dietro il primo scaffale della grande libreria del centro che per comodità siete abituati a frequentare.

di Adriana Pasetto

Quel luogo chiamato Val Di Susa di Adriana Pasetto


Ph Luca Pizzolitto

Esiste un luogo chiamato Val Susa. O almeno esisteva. Perché da troppo tempo quel luogo ai piedi delle Alpi Occidentali nient’altro è divenuto se non una visione straziante del potere mafioso in Italia. Da vent’anni si è deciso che in Val Susa passerà il Tav – anche se molti dei politici italiani certamente ben conditi d’istruzione continuano a chiamarla la Tav –  e nonostante quest’opera sia profondamente costosa, inutile e deleteria per la salute degli abitanti così è stato deciso e così si farà, o almeno Loro lo credono. Loro, quelli che già vent’anni fa si sono intascati mazzette e mazzette e che ora non potrebbero ridarle indietro avendole già spese chissà dove. Il Tav, per chi non lo sapesse, è un maestoso progetto di un Treno Alta Velocità per MERCI – molti ancora pensano sia passeggeri ma così non è –che dovrebbe partire da Kiev per arrivare a Lisbona e viceversa, passando dunque attraverso l’Italia che si è auto proclamata “punto strategico”. Di quale strategia ancora non ci è dato saperlo, visto che il Portogallo ha bloccato il progetto così come sta pensando di fare la Francia con il Presidente Hollande. Così la Tav porterà in quel di Torino dei beni di prima necessità provenienti da Kiev, e anche in questo caso non ci è dato sapere quali siano.

Quello che avviene in Val Susa da anni non è dato saperlo al popolo che si basa su false notizie giornalistiche. Il Movimento No Tav è un movimento ampio che include varie realtà e basterebbe prendere parte ad una qualsiasi marcia organizzata un mese sì e l’altro pure per saperlo, ma il popolo preferisce mantenersi stretto ad una comoda poltrona e non godrà mai di quelle immagini che mi riempiono il cuore di gioia, quelle in cui puoi osservare famiglie intere con bambini e cani al seguito sfilare pacificamente. Il popolo non potrà neanche mai sapere perché una lotta pacifica esistente da oltre vent’anni talvolta può trasformarsi in una sassaiola; il popolo non potrà mai vedere al di là del proprio naso fino a quando un lacrimogeno ad altezza uomo non colpirà sul volto il proprio figlio; il popolo non saprà mai realmente che il Movimento vede schierati in prima linea nonni che lottano per dare un futuro ai propri nipoti. Quanti motivi per dire NO al Tav? Troppi da elencare: il calcolo spese previsto inizialmente che si è negli anni moltiplicato; la natura deturpata in un luogo in cui non servirebbe farlo spendendo un decimo di quei finanziamenti per migliorare la linea tramviaria esistente; la salute degli abitanti messa in pericolo da amianto e uranio che in natura esistono nelle montagne val susine che dovrebbero essere scavate per 50 Km. E via dicendo.

Così avviene che un movimento che arriva a portare per strada 80mila persone diventi improvvisamente pericoloso per il futuro di un’opera inutile eppure fondamentale per le tasche di qualcuno. Non quelle del popolo certamente, anche perché quest’opera progettata oltre vent’anni fa ad ora non ha neanche un progetto certo e sicuro. Come si combatte un movimento con idee proprie valide? Lo si combatte tramite un’informazione corrotta e distorta; lo si combatte arrestando chiunque capiti a tiro – perché l’Italia è quel paese in cui essere presenti ad una manifestazione non gradita vuol dire commettere reato – e si cerca di sfinirlo militarizzando un paese. La Val Susa è militarizzata, con tanto di filo spinato e jersey. Però l’Italia è così, grida allo scandalo quando questo avviene all’estero e non quando la giustizia manca in casa propria.

Marianna ha ventun’anni ed è stata condannata ad otto mesi di reclusione. La sua colpa? Essere presente in prima linea a difendere i suoi diritti e i diritti di tutti gli italiani. Io la ringrazio, come ringrazierò sempre chi ha il coraggio di rimanere in prima linea nonostante il lancio di lacrimogeni al CS  – vietati dal trattato di Ginevra – e gli idranti a pressione riempiti non solo di acqua ma di sostanze urticanti. Io ringrazio anche chi spesso mi ha permesso di scappare, perché le pietre si lanciano da entrambe le parti delle recinzioni, ma da una parte c’è chi dovrebbe difendere i cittadini e dall’altra i cittadini che non vogliono più farsi difendere da chi l’umanità non ce l’ha.

di Adriana Pasetto