Mater Dea, Mater Vitae II Parte – le Rune Berkana Peorth e Iss


Splendida rappresentazione della dea greca che per quanto poco abbia a che fare con le Rune (anche se ci sarebbe da confrontare) rappresenta in sè l'idea di madre

Splendida rappresentazione della dea greca che per quanto poco abbia a che fare con le Rune (anche se ci sarebbe da confrontare) rappresenta in sè l’idea di madre

Dopo aver affrontato le dee Freya e Afrodite, vediamo adesso come all’interno delle Rune, si dipana l’idea del femminile, sia connesso all’idea di madre che di operatore del magico (usiamo questa inadatta terminologia anche se la maggior parte degli studiosi parlano di sciamanesimo). Le tre Rune che simboleggiano la donna sono Berkana, Peort e Iss, alle quali per vie collaterali potremmo associare anche Lagu e Ing, ma andiamo per ordine. Berkana con Tyr forma la coppia per eccellenza. Sono il nervo del set runico per quel che riguarda il mondo materiale, perché esse costituiscono il lui e lei che dona la vita. Berkana è la donna intesa come fertilità ma soprattutto come capacità di essere resa fertile. Questa è l’unione con Freya, di cui si parlava nella prima parte di questo articolo e con le tematiche del Seiðr, nel senso di comunione con il mondo esterno-interno e quindi capacità di fruttificare. L’albero connesso alla Rune in questione è secondo la maggior parte delle fonti la Betulla, poiché essa riesce a resistere al freddo glaciale e rinascere di anno in anno, esattamente come la donna che può concepire teoricamente di volta in volta. Il concetto che sta alla base di tutto ciò, è come al solito, quello ciclico del tempo, ripreso dal moto della natura e delle stagioni, che di per sé è connesso automaticamente ai transiti del cielo. Dice un vecchio proverbio “non muove foglia che dio non voglia”. E’ un discorso banalmente applicabile alla cultura norrena in cui dominano le divinità espressione del mondo naturale: ogni cosa si muove secondo uno scopo preciso, ed è causa – conseguenza di altre cause che a loro volta saranno cause-conseguenza di altre situazioni, in un gioco di trame ampiamente definibile nel corso degli eventi ma in un certo qual modo già definito. Significa che se il contadino pianta un seme di melo, otterrà con la buona stagione un bell’albero di mele. Se saprà coltivarlo l’albero crescerà e darà i suoi primi frutti. Se il contadino continuerà ad occuparsene sapendo aspettare i tempi maturi, avrà sempre mele buone sulla sua tavola. Oggi giorno tutto questo può sembrare sciocco, ma in questa storiella si nasconde la saggezza antica. La donna è come il nostro albero di mele, con la differenza che la sua terra fertile la porta nel ventre. A seguito dell’amplesso essa può partecipare alla trasformazione della natura e effettuare il suo compito, per il quale è nata: procreare, ovvero trasformare. Il femminino sacro del resto è un bacino, un contenitore. In altri ambiti, si parla per la femmina di ‘potere passivo’ , ovvero reazionario, conservatore. La donna porta dentro di sé il passato, lo lascia maturare e lo conserva nel futuro per insegnare. Allo stesso modo essa protegge e cura i suoi figli, e coloro che levivono intorno, tanto che il suo corpo è strutturato per essere morbido e accogliente, a differenza del corpo maschile progettato per distruggere e difendere. Berkana riassume in sé tutto questo universo del femminile, che molti riducono esclusivamente alla gestazione. Non che non vi sia connessione, anzi, ma è sempre bene ricordare che la gravidanza di cui la Runa parla è sempre connessa al Seiðr e alle sue possibilità, per cui la rete di significati che il segno nasconde è decisamente più ampia e variegata e non prescinde da un attaccamento quasi ombelicale della donna alla terra, per una funzione specifica che vede il pianeta come la donna e la donna come il pianeta. Senza questa sottile idea che unisce la Runa alla vagina, all’utero e al seno, non si può pensare di possedere Berkana e attivarla. Peorth invece rappresenta un altro stadio della creazione e dell’essere femminile. Se Berkana è la possibilità, è il potenziale, Peorth è l’atto in sé, l’espressione di quella potenza femminile. Ogni donna nasce con le qualità che tale la rendono, ma non è detto che tutte arrivino a sfruttarle. Peorth di suo simboleggia l’utero, il sacco amniotico e qui si potrebbe aprire un capitoletto a parte, solo per descrivere le corrispondenze tra utero e mito. Sinteticamente, l’utero è una porta (qualcuno ha mai sentito parlare delle porte dello zodiaco? Del Cancro e del Capricorno? Delle vie dei draghi?), una sorta di universo parallelo in cui si genera la vita. Se guardiamo alla mitologia classica già potremmo fare un raffronto tra il sacco di bue che contiene il miele, che poi conterrà il vino capace di ‘non morire mai’. Sono concetti abbastanza ostici per coloro che non trafficano nel settore, ma se può essere di aiuto, vorrei sottolineare che la psicologia antica creava molte metafore per raccontare. L’utero materno è un sacco, un contenitore, una caverna, un luogo angusto ma caldo e spesso nel mito  come nel sogno, è simboleggiato da sacchi di vitello che in antichità erano usati anche per conservare il miele, sostanza che non solo per le sue caratteristiche ricorda lo sperma maschile (se qualcuno ha mai letto Omero, noterà che l’eiaculazione divina produce sperma d’oro) ma che è incorruttibile nel tempo. Karl Kerényi , uno dei più grandi studiosi del mito, fa un collegamento ancora più profondo con il tema dell’uscir fuori di sé (nel senso di morte) e Dioniso: vino – miele (in antichità il vino si mesceva col miele sia perché era molto forte, sia perché prima della scoperta del succo d’uva si usava il miele, di cui infatti è rimasto il ricordo sia nell’idromele che nel nettare degli dei) simboleggiano l’utero materno e quello che vi accade dentro ma sono attributi non della dea madre ma del piccolo Dioniso, successore indiscusso di Zeus, il dio smembrato e ricomposto, che porta agli uomini la capacità di essere ciò che non sono. Dioniso è per Kerényi la zoe (vita animale) non la bios (sempre dal greco, la vita in senso di esistenza) ovvero quella forza della natura di spaccare ogni cosa e poi ricrearla. Una sorta di Kaos ordinato e necessario, perché (e gli antichi lo capivano meglio di noi moderni) quando un sistema è vecchio e stantio, occorre distruggerlo per creare nuove possibilità di vita. Peorth sottintende tutto questo. Essa è l’utero che si apre, la porta che conduce alla vita e con Berkana costituisce tutto il potere femminile, a patto che la donna ne sia pienamente consapevole. Molti runologi la vedono anche connessa al sesso o alle gioie del gioco, data la sua forma di contenitore che si apre, che lancia. Mi piace particolarmente l’idea del dado che viene lanciato. Simboleggia due cose: la vita e le Rune, perché vale la pena ricordarlo, le Rune si lanciano non si estraggono. E se il gioco del lancio dei dadi è per antonomasia connesso al destino, penso che l’idea di un bambino lanciato dall’utero possa magnificamente riproporre il trauma della nascita e la responsabilità di cui ogni uomo si carica al primo vagito. Infine c’è Iss, che spesso è identificata con il ghiaccio. La Runa rappresenta il grande potere della madre che dopo aver avuto l’idea e la possibilità (Berkana) di procreare, ha fatto maturare e ha partorito il suo frutto (Peorth) ora ne conserva la stabilità con Iss. Stiamo in sostanza parlando di quel segno capace di stabilizzare le cose, di renderle eterne. Immaginate l’Europa del Nord di secoli e secoli fa, dove il ghiaccio ricopriva buona parte del paesaggio. Le popolazioni che li vi si sono stabilizzate hanno imparato a conviverci, tanto da capire come sfruttarlo e usarlo per sopravvivere. Iss racchiude questa capacità tipica della madre con una punta d’ombra: il ghiaccio conserva ma uccide. Vale la pena di nominare le Lamie, le Lilith della mitologia e della letteratura e di aprire una piccola parentesi sulla posizione della donna rispetto all’uomo. Non va dimenticato che il maschio prova desiderio per un corpo che non solo lo ha partorito, lo ha anche allattato e che culture intere hanno creato modelli e miti per parlare di questo disagio. Il rapporto con la madre è basilare per un uomo, perché è su quella struttura che egli si rapporterà al genere femminile. Tutti oggi giorno mastichiamo un po’ di psicologia e sappiamo quanto un rapporto d’amore possa diventare anche claustrofobico, divorante, accerchiante tanto che molti uomini esplodono, spesso violentemente. Senza contare la letteratura che ci offre una vasta gamma di femmè fatale o timorosi angeli del focolare. La donna può creare come distruggere, può conservare come annullare, può spaccare come ricostruire e il suo agire mina emotivamente l’uomo, sin dalla culla. Perché se una madre non bada al bambino, questo muore. Iss rivela anche questo, ed è un aspetto da non sottovalutare soprattutto nella cultura norrena, dove la donna era un elemento attivo della società che contribuiva a pieno titolo al sostentamento della famiglia – clan. Alcuni vedono in Iss anche una connessione col mondo ultraterreno, per quel che mi riguarda penso che tale legame sia posticcio in virtù della triade greca Demetra, Kore Persefone- Ecate, dato che la madre riaccoglie in sé il figlio morto per farlo rinascere a nuova vita. Non esistono Rune che abbiano a che fare col mondo dei morti perchè non è questo il loro principio vivificatore, in particolar modo rispetto a segni che hanno a che fare con la creazione. In ultima analisi Lagu e Ing, le Rune citate all’inizio dell’articolo possono essere in modo collaterale agganciate al simbolo materno perché la prima è l’espressione del lago, del sentimento, del sostrato emotivo che caratterizza la linea del femminile, del deposito, del contenitore, del ‘sempre sarà così’ e la seconda perché (per quanto io la ritenga posticcia è legata all’idea delle sementi e del raccolto. Ing è una specie di rombo, un seme con la possibilità di essere piantato. Ma anche qui, purtroppo, la maggior parte dei runologi dimentica cosa sia una Runa e si lascia ingannare dall’aspetto grafico, che è insignificante. I bastoni che formano i segni sono Vettori non sono linee per disegni. Quando si studiano le Rune, non si dovrebbe leggere ne guardarle. Banalmente bisognerebbe sentirle e quindi comprenderle. Questa è una sintetica panoramica nel mondo del femminile e delle Rune. Spero di essere stata chiara, ma per qualsiasi domanda o chiarimento, sono a disposizione.

Roberta Tibollo

Rappresentazione moderna dell'idea di dea madre antica

Rappresentazione moderna dell’idea di dea madre antica

Mater Dea Mater Vitae. Viaggio straordinario nell’esperienza femminile runica


Freya

La Dea Freya

Freya è una figura interessante all’interno del carismatico panteon norreno. Primo perché fa parte dei Vani ma viene effettivamente trattata come uno degli Asi e passa la maggior parte del tempo tra loro; secondo perché condivide il nome con il proprio fratello Freyr e Felice Vinci, nel suo testo “Omero nel Baltico” vede nella radice una correlazione con il nome di Afrodite. Nesso molto affascinante, soprattutto a causa del fatto che, a tutt’oggi, è ancora difficile riscattare l’etimologia esatta del nome della dea greca, e l’assonanza tra le radici fr, che a questo punto potrebbero essere di natura indoeuropea, allarga la gamma di possibilità sulle correlazioni tra le due divinità. In effetti, le somiglianze tra le dee non si fermano al nome. Freya è accostata al sesso, alla bellezza, all’idea di donna fertile e affascinante. Il suo cocchio era trainato da gatti (lo Skogkatt, i norvegesi delle foreste) e il suo sex appeal  innegabile, tanto che persino i giganti vorrebbero averla nei loro territori, per portare lustro alla propria specie. Freyr dal canto suo, era un uomo meravigliosamente splendido, e veniva raffigurato con un fallo enorme. E’ molto semplice rivedere nella coppia divina, vecchie deità legate al culto antico della fertilità. Interessante sarebbe studiarne lo sdoppiamento e farlo in linea con altri “fratelli famosi” come Apollo e Artemide (dato che l’Artemide greca è solo la punta dell’iceberg della dea lunare europea). Afrodite dal canto suo, detta molto spesso “callipigia” (‘dalle belle natiche’, non a caso, dato che l’uomo condivide con i primati l’antico ricordo dei glutei turigidi come richiamo della femmina pronta per l’accoppiamento. Nelle donne il gluteo rimane gonfio durante tutta la vita dopo lo sviluppo sessuale, a differenza delle sue lontane cugine che invece tendono a gonfiarlo soltanto durante il calore. Ecco molto banalmente spiegata la passione maschile per il fondoschiena e l’epiteto di Afrodite, dea del sesso, lo conferma a pieno titolo) è la divinità capace di accendere la passione negli uomini. E’ la sola dea a poter essere raffigurata completamente nuda ed è madre, di Eros e Anteros che sono versioni antropomorfe dell’amore. Essa è nata dalla spume del mare (anche qui è facile vedere oltre che nella conchiglia riferimenti al coito, ai genitali e all’esperienza dell’orgasmo)  e inebria gli uomini del piacere della carne. In antichità il sesso, sciolto da ridicoli tabù, faceva parte del comparto non solo religioso, ma anche semplicemente quotidiano. Era grazie all’amplesso che le donne potevano rimanere gravide e quindi portare avanti il genos (la specie nel senso di famiglia-clan) in modo ciclico, esattamente come faceva la natura, quando i campi venivano messi a frutto e davano raccolti. Ancora potremmo parlare di quanto entrambe le dee fossero desiderate a capricciose, ma per nostro interesse, ci sposteremo sulla grande differenza tra Freya e Afrodite: il Seiðr di cui traccia è rimasta all’interno delle Rune. Non a caso uno degli Aettir (divisione di otto in cui i 24 segni sono concettualmente divisi) è dedicato a Freya (anche se per come la vedo io, la divisione in gruppi di otto delle Rune è posticcia. La cosa interessante però da notare è che uno dei gruppi è comunque dedicato alla dea, e forse questo potrebbe essere un retaggio di antiche conoscenze). Ma partiamo dal principio. Il Seiðr è un’antica arte di connessione con le energie naturali. Molti l’accostano allo sciamanesimo, dato che prevedeva anche la capacità di mettersi in contatto con altri piani, tanto da allacciarsi a quello che oggi giorno definiremmo spiritismo, ed era praticato esclusivamente da donne, un elemento molto interessante questo, perché apre una dimensione nuova sulla vita della donna all’interno della struttura religiosa norrena. Del resto, la connessione tra la femmina e la sacralità della nascita e della morte è abbastanza evidente, ma questa comunione con l’invisibile lo era soprattutto per gli antichi, dato che le donne potevano ‘perdere sangue tutti i mesi’ senza morire, potevano rimanere incinta e partorire uomini. In epoca moderna tutto ciò, grazie alla scienza, è un meccanismo del tutto ovvio, ma quando l’essere umano ha iniziato a tracciare la sua vita, doveva apparire come una sorta di miracolo, dato che l’esperienza della caccia e della battaglia, ad esempio, avevano insegnato che una ferita con relativa perdita di sangue, portava indubbiamente alla morte, se non curata. Questa rete di idee ha senza dubbio sviluppato un sistema di credenze intorno alla figura femminile e al suo connubio con le forze ultraterrene e naturali (cosa che la ha resa strega nei secoli successivi). Il Seiðr, a mio avviso, appartiene a questo ambito, dato che tramite il suo utilizzo si poteva prevedere il futuro, lanciare maledizioni e proteggersi da tutto ciò che era negativo. SIiamo in sostanza parlando di magia, e per quanto le Rune siano state “scoperte” da Odino, sembra che il loro vero significato sia connesso al Seiðr e al femminile, e volendo fare un paragone con il mondo ellenico, la dea che subito salta all’occhio è Artemide ‘dal bell’arco’, di cui Afrodite potrebbe essere una volto precedentemente diviso. Tutto questo è rintracciabile all’interno del ciclo runico, e Berkana, indubbiamente, domina la scena, dato che presiede a tutto ciò che nasce e muore, ovvero alla trasformazione della vita, ed è strettamente connessa sia a Freya (tanto che con Tyr, forma la coppia uomo – donna) quanto alla capacità di connettersi al mondo naturale. Berkana è il Seiðr, nella sua forza di propulsione e creazione. Essa è infatti connessa alla gestazione, protegge i parti e supporta le donne in gravidanza, oltre a procurare gravidanze, ma soprattutto essa è la Betulla imperitura, che resiste anche al freddo agghiacciante, e rinasce anno dopo anno. E’ abbastanza evidente la connessione con i riti di morte e nascita, oltre che purificazione. Ma di questo ne parleremo in maniera più approfondita nel prossimo articolo.

Roberta Tibollo

Il glifo della Runa Berkana

Il glifo della Runa Berkana

Il femminile tra mito e logos – Tra femminile e femminile di Gabriella Laconi Vascellari – 2° parte


“…(si dice) del narciso su cui Kore sbigottita si precipitò. Ed ecco, mentre essa vuole strapparlo, la terra spalancarsi ed Aidoneo, salito fuori da quella sul cocchio ed avendola ghermita, portarla via sui cavalli.”[1]

Il mythologhema di Kore (fanciulla – pupilla) rapita da Ade e restituita alla madre, demetra, nell’attivazione di sovrassenso, quasi “fabula aperta”, apre a diversi logoi l’epos simbolico dell’eterna ierogamia dell’essere e del non essere.
Nel logos genetico e sanza fine della vita svela la forma che appare, scompare e riappare, come dire il ritorno ciclico del finito nell’infinito e di questo in quello nella stagione della rinascita.

Ade

Ade

Dice il tempo e le sue connessioni alle fasi lunari e vede Kore, tessitrice[2], incrociare i fili nelle unioni sessuali che ritualizzano l’incontro tra il mondo maschile dell’io e quello femminile, perpetuando della vita i fini suoi nuovi germogli. Vede Kore decidere del destino del mondo nell’interminabile rigenerarsi dal sacrificio della morte per un fine cosmogonico, che si realizza nell’acquisizione di una rinnovata natura. Da qui l’inevitabile richiamo alla famosa similitudine omerica cui inerisce un sentimento di malinconico rammarico per la sorte degli uomini, tutti destinati al non esser-ci, “quale la generazione delle foglie, tale anche quella degli uomini”[3]
Vi è ribadita l’universale necessità dell’assenza per la presenza, la morte del seme per la gemma che nasce ed è messa in risalto la persistente mistica fra l’uomo e la Natura. Del mithologhema i misteri elusini, ferita che si apre nell’intatta epidermide olimpica, rievocano – in una mimesis che relaziona gli dei agli uomini agli dei – i grandi motivi del rapimento, dello stupro, del matrimonio di morte, suggerendo, nelle valenze simboliche, prospettive psicologiche.
Della fascinazione sessuale non è sottaciuta, nei simboli – entrambi sacri al dio Ade, del narciso, dall’intenso profumo e dalla breve vita, e della melegrana, prolifica nei molti semi purpurei[4] – la funzione rilevante di impulso fecondo ad inverare nel finito il carattere di infinito dell’Eterno Femminile. Questo, come la Natura, ha il pregio di rinnovarsi, rimandendo essenzialmente se stesso in tempo senza vecchiaia, avvolto dalla presenza del divino. Nello stesso mithologhema, per immagini, si esprime il mistero tutto femminile dell’eterna coesistenza della Madre e della Figlia nella reciproca mutazione per la quale la vita è un necessario trascorrere dall’una all’altra, nel frutto e nel seme.
In quest’ottica “ingenua” (nel senso positivo del naturale) l’irruzione di Ade nel recinto sacro a Demetra, il rapimento di Kore e la ierogamia sacrificante che ne segue – parzialmente vanificata negli effetti dal ritorno periodico della Figlia alla Madre – fa risaltare, del maschile, l’alterità completiva rispetto al femminile, nel carattere di strumento fecondatore edonisticamente invasivo e trasformante.
Proprio questo carattere ne inaugura l’affermazione affettivo culturale nel ruolo di partner, quando egli non sia aratore d’un lontano campo che vede solo quando semina o miete.
In sintonia col simbolico che riconduce alla “Parola” prima delle parole, dicendo l’uomo oltre l’uomo e scoprendo sensi che non potrebbero essere detti altrimenti, la ierogamia dice il compito e l’apice di un’iniziazione all’esser-ci nei riti segreti e nella visione suprema del mistero di una vita e di una morte che si con-prendono.
In questa iniziazione, l’immersione nella notte (velamento) ed il ritorno alla luce (svelamento), risultano fortemente allusivi ai rituali che vogliono, nelle nozze con l’uomo, la donna velata e poi svelata; e, similmente, in quelle con la morte che, coi segni di una sacralità separante, rievoca, nella soggezione al tempo, il tramonto dell’adolescenza ed il graduale esaurisi nella filiazione.

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Di Kore si legge l’intimo e temporaneo desiderio del dominio conservativo della Madre, femminile ritenuto materiale, per un maschile spirituale che l’accompagni negli inevitabili azzardi dell’esser-ci, magari rendendola gravida di altro femminile o di altro maschile.
Una volta ingravidata, lei sente di dover ritornare “nobile seme” di Demetra, come dire Figlia di quel Femminile materno nel quale, fin dal suo iniziarsi all‘esser-ci, è incline a identificarsi, dileguando ogni ombra di timore e ripristinando, una una diade legata, l’indiscutibile superiorità genetica. Non si vuole dominata per sempre da un dio, per giunta leta-proiezione umana – donna soggiogata da uomo[5].
Dalla conclusione dello stesso mythos che vede Demetra donare all’uomo e non alla donna le spighe del grano, affidandogli senza riserve il sacro incarico di coltivare la vita, si evincerebbe per l’appunto uno spontaneo traferimento di potere, non insignificante preludio alla fallocrazia.
Quest’ultima, al di là della gestione patriarcale degli interessi comuni, farebbe risultare il femminile oggettuale in senso lato a meno che, senza snaturarsi, eso si affermi come Persona, adeguandosi all’hic et nunc del mondo e non certo relegando nelle tenebre il proprio io, come dire confinando nella oscurità dell’inconscio i suoi valori non solo conflittuali.
Tutto considerato, il femminile, guidando il maschile a farsi guidare, lo spinge ad un’esistenza che tende a sublimarsi nella cultura, superando l’inquietudine relazionale con la Madre ed emancipandosenenelle influenze transpersonali, a vantaggio di un’appropriata strutturazione egoica.
Per diventare autonoma coscienza, qualunque sia il segno sessuale, ci si dovrà sempre liberare da una lei che pure ha il destino di sperimentarsi in un lui che, soprattutto dai ruoli riconosciutigli nel sociale, ha maturato la propensione economica ad oggettivarsi, non legandosi più di tanto alle cose ed alle persone.
Dello stesso mythos, non è da meno il logos più ermetico che interpreta Kore (pupilla) come il riflesso che si distacca dall’orifizio dell’iride per tornarvi come immagine acquisita di un lui che si rispecchia in una lei o viceversa ad esprimere in questo approccio cognitivo un forte desiderio di possesso.
Questa per Dioniso, dalla duplice natura maschile e femminile, è realtà immediata. Per Apollo, cui è caro il seme e l’aratro, è conquista. Per gli uomini è Eros che, nato dall’unione ossimorica di Ricchezza e Povertà, determina felice compensazione nel reciproco desiderarsi ed aversi e non per una improvvisa esplosione sessuale propria del maschile così poco incline ai legami emotivi.

Dioniso

Dioniso

Apollo

Apollo

Eros

Eros

Appunto Eros, mediando tra immanente e trascendente quella energia per la quale domina il mondo, gestisce la sessualità come realtà biologico-culturale, fino a renderla determinante nei ruoli sociali e nelle regole etiche che, in un contesto maschilista, come nulla, diventano inibitorie se non denigratorie dell’espansività e della sessualità femminile.
Sta di fatto che l’energia erotica, così implicata nella complicità creatività dualistica e di segno contrario, pervade tutti i territori dell’esser-ci, animando un gioco il cui senso, sfuggendo all’ordine della ragione, risulta atopico.
Nè uomini nè dei ne sono esenti, non ugualmente le dee Artemide, Athena ed Estia, impersonando, del femminile, la natura libera,  selvaggia e ritrosa all’amore, la rinuncia a sé, nella competizione col maschile, la fedeltà oltre ogni divenire al sentimento non conflittuale, in un ambito ben protetto dai giochi enigmatici di Afrodite.

Athena

Athena

Eros, a buona ragione maschile e femminile come Dioniso, ha potere soprattutto nella capacità di mediare le opposizioni e, laddove lo siano, anche il maschile ed il femminile, concedendo ad ognuno dei due partner di ritrovare nell’altro ciò che di per sé ciascuno non ha. Mai sarebbe motivante una vaga risposta ad una aspettativa di reciproco piacere.
Amare è trascendere la dualità in un’unità che pure la con-prende, a riprova, peraltro, della forza e della debolezza di entrambi e della diversità qualitativa del desiderio: quello femminile più implicato nell’Eros e, quindi, più relazionale, anche nella consapevolezza del senso della vita contaminato dal non senso; quello maschile più egoista e conteso dal Logos, che lo allontana dall’inquietudine enigmatica dell’amore per la quiete d’un sapere epistematico.

Afrodite

Afrodite

Sta ad Afrodite – la dea “che fa nascere il desiderio”[6] – e scopre, nella pulsione sessuale, l’elemento unificante comune all’esistenza vegetale, animale, umana e divina – tutelare l’equilibrio erotico nel reciproco scambio: “…se non ti ama presto ti amerà”[7].In lei si dissimula la rivelazione della sessualità come trascendenza e sacro mistero.
Eros, deputato a gestire le risorse spirituali dell’amore non di meno deve potersi rispecchiare in qualcuno che ne ricambi il sentimento, cioè in un Anteros che non a caso il mythos dice suo fratello.
ci si può illudere di sperimentare, nell’autosufficienza, l’intenso piacere d’amore, presi e confusi dalla vaghezza del riflesso del proprio io che si enfatizza come altro da sé, rendendolo esclusivo nel desiderio e letale nel raggiungimento vanificante; si conferma così l’opportunità di un’autentica relazione erotica duale e di segno contrario.

articolo presente sulla rivista di cultura poetica, Erbafoglio, Anno X – n.19/20 – luglio 1997

[1] Papyrus Berolinensis 44.
[2] Cfr. F 182K; Porphirius, De antro numph.
[3] Hom., Il. Z.
[4] Cfr. Hom., Inno a Demetra.
[5] tutto ciò quasi a perpetuare quel matriarcato il cui declino è colto anche quale regressione femminile nell’acquiescente arrendevolezza al maschile.
[6] Cfr., Hom., Inno ad afrodite.
[7] Cfr., Saffo.

Prima Parte: http://wordsocialforum.com/2013/10/14/il-femminile-tra-mito-e-logos-la-grande-madre-dalla-nascita-al-ritorno-di-gabriella-laconi-vascellari/

Fuori Menù – 3 – Cibo e Sesso


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Il sesso oltre ad essere una grande forma d’ispirazione per alcuni tipi d’artista, può anche divenire una forma d’arte alla sua massima espressione. Quando la mente è avvampata dagli ormoni, il corpo – che riesce a sfidare ogni condizione climatica – è come guidato da quello dell’altro. Così come un liquore sprofonda lentamente trascinato dal nostro mestolo nel cioccolato caldo, allo stesso modo i due respiri si fondono in uno.
Potremmo dividere le fasi di quest’arte in tre parti (si consideri questa come una divisione grossolana, il gioco dell’amore è formato da milioni di periodi che spesso si intrecciano tra di loro): la prima è quella che banalmente potremmo chiamare “seduzione ed induzione”, la seconda è il vero e proprio atto sessuale e la terza è il post-orgasmo.
La seduzione (o la stimolazione) la potremmo considerare come tutto ciò che è antecedente alla pratica dell’amore. In questa fase i corpi iniziano a sentire un richiamo impellente verso l’altro. Piccoli dettagli solitamente accendono gli istinti ormonali, ad esempio è risaputo che quando si è eccitati le labbra si ingrossano e s’arrossiscono, l’inconscio riesce a tradurre questa caratteristica e se ne sente attratto. La seduzione è molto importante, poiché se saltassimo questa fase l’atto sessuale in sé ne risentirebbe.  Ci sono molte azioni “induttrici” come lo sfuggire o il coccolare sensualmente…
Una cosa importante, di cui pochi si rendono conto, è che non c’è un limite massimo al tempo necessario  per la seduzione, che può durare in certi casi anche mesi o anni.
La seconda fase è quella che forse ha meno bisogno di descrizioni, ma necessiterebbe di tanti consigli.
Tutto ciò che segue l’orgasmo, in fine, dovrebbe essere votato ad accompagnare la sensazione di piacere che –se è stata eseguita bene la seconda fase – dovrebbe ribollire in entrambi.
Il cibo – in certi casi – potrebbe essere accompagnato a tutte e tre le situazioni (inutile dire che per una certa praticità, è forse meglio accompagnarlo solo alla prima ed alla terza).

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Il cibo e la seduzione

Sebbene certe pietanze abbiamo risapute proprietà afrodisiache, non dovremmo fare totale affidamento su di loro e concederci anche un po’ all’ambiente che circonda il piatto. Infatti lo stimolo sessuale è acceso principalmente da due fattori: quello fisiologico (tra i cui stimolanti possiamo inserire anche il cibo) e quello psicologico (che si riferisce in particolare agli stati emotivi).
Molto importante è perciò tentare di stimolare e di soddisfare tutti e cinque i sensi fisici in una cenetta romantica preparata interamente da noi, poiché, sono tutti e cinque i sensi che partecipano alla degustazione del piatto anche se spesso ce ne dimentichiamo.
Il tatto va stimolato con tessuti morbidi che andranno a comporre il tovagliato, oltre ai vestiti che indosseremo.
La vista va ammaliata principalmente con l’ambiente che ci circonda, deve trasmettere una sensazione di calore e di intimità. Ottima idea è di usare molto le candele in sostituzione della sterile luce di una lampadina, le quali creeranno un ambiente magico attorno agli amanti. Naturalmente il piatto deve essere di gradevole aspetto, per indurre i partecipanti a gustarlo al meglio …
L’udito va risvegliato con l’utilizzo di melodie dolci che siano quanto più vicine alla musica classica, se proprio si vuole evitare un silenzio di sottofondo. Gli eventuali suoni non devono essere troppo elevati, in questo modo si evita di alzare troppo la voce per dialogare. Il tono della voce dovrebbe essere sereno e tranquillo.
L’olfatto va sedotto per mezzo di profumi delicati e non troppo “insistenti” o forti. Il naso deve poter partecipare facilmente alla degustazione di un piatto. Questo può essere eccitato intelligentemente tramite il consumo di un vino, che si sposi ed accompagni con le pietanze che stiamo andando a consumare.
Il gusto deve naturalmente esplodere ad ogni boccone che andiamo ad ingerire, e deve soddisfare l’intera aspettativa che siamo andati a creare.
Le pietanze non devono appesantire, ma devono soddisfare il senso di fame. Le sequenze di piatti dovrebbero, quanto meno, essere in armonia tra di loro e devono sicuramente lasciare spazio ad un dolce (che farà sentire coccolati i due amanti).
Sono numerose le pietanze che vengono annoverate come afrodisiache per vari motivi. Questo termine fa richiamo alla Dea Greca dell’amore e della bellezza che portava il nome di “Afrodite”, si fa riferimento a tutte le sostanze che provocano uno stato di eccitazione o inducono uno stimolo sessuale.
Tra gli alimenti afrodisiaci, il più importante è sicuramente il Cacao. Questo alimento contiene la feniletilamina (ormone che è alla base dell’innamoramento a causa della sua forte capacità di creare assuefazione) e la teobromina due sostanze altamente eccitanti. Presso gli Aztechi questa pietanza veniva addirittura consumata nei rituali di fertilità. La feniletilamina è contenuta anche nei formaggi.
Per le donne gli alimenti più stimolanti sono: la mandorla, che fra l’altro stimola la libido; il sedano che contiene androsterone, che aumenta – appunto – il desiderio sessuale; e la salvia, noto afrodisiaco femminile, soprattutto per le donne ipersensibili.
Per gli uomini invece abbiamo: il peperoncino, che va ad agire sulla prostata e sulla circolazione sanguigna (con conseguente erezione); il caviale, utile alla produzione di sperma; e la rucola, che pare gli antichi greci facessero crescere intorno alle statue del Dio Priapo, a causa delle grandi proprietà eccitanti.
Sarebbe ottimo inserire all’interno del nostro Menù, alcuni di questi alimenti.
Inseriamo di seguito due ricette tratte da “Venere in Cucina” di Douglas Norman.

Gamberi d’acqua dolce alla sibarita

Friggere nel burro due cipolle, tre carote, prezzemolo e timo. tutto dapprima finemente tritato. Buttarvi dentro i gamberi, puliti e tagliati in due o più pezzi. Farli cuocere da entrambi i lati ed aggiungere qualche spezia, come: un pizzico di cannella, una piccola grattugiata di noce moscata e due pizzichi di paprika. Aggiungere un cucchiaio da tavola colmo di burro, e quando si sarà sciolto versarvi mezza bottiglia di champagne secco, che non dovrà assolutamente bollire.
Cuocere per mezz’ora e servire caldo.

Pollo con riso

Dividere in quattro un pollo giovane, condire con sale e pepe e tenere da parte.
Mettere sul fuoco una casseruola con cento grammi di battuto di prosciutto o pancetta. Quando avrà preso un bel colore dorato, unire due grosse cipolle affettate ad anelli fini, due carote affettate, una stessa quantità di sedano tagliato a pezzettini e qualche fungo affettato. Versarvi sopra un quarto di riso condito con sale e un cucchiaio da thè di paprika, aggiungere del brodo dell’acqua fino a coprire tutto e disporvi i quarti di pollo.
Coprire la casseruola e far bollire lentamente per un’ora, agitare la casseruola di tanto in tanto senza mescolare ilo contenuto, servire caldo con del parmigiano reggiano grattugiato.

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Cibo ed atto sessuale

Credo che tutti riescano ad immaginare quali possano essere i giochi possibili con del cibo durante l’atto sessuale. Si potrebbe nascondere un grande messaggio psicologico e subcosciente nell’unione della pratica sessuale e di quella alimentare.
Il mangiare è uno degli atti più naturali, lo eseguiamo quotidianamente, e da un certo punto di vista, siamo un prodotto di ciò che mangiamo.
Forse è l’impossibilità di divorarsi a vicenda che spinge due corpi esaltati a condividere del cibo (sarebbe il caso di fare brevi accenni anche al Cannibalismo, ma non voglio rovinarvi l’appetito).
Si nasconde quindi una voglia di sprofondare completamente nell’altro, o più semplicemente si ha solo voglia di fare qualcosa di divertente?
Qualsiasi sia la risposta, in queste circostante le pietanze più adatte sono la cioccolata, le fragole e la panna … sia singolarmente che contemporaneamente.

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Cibo e coccole

Le coccole sono il relax post-orgasmo. Mentre il fuoco si spegne, giriamo gli ultimi tizzoni incandescenti, in modo da mantenere sempre viva la fiamma (che spesso si riaccende dopo pochi istanti). Prendersi cura dell’amante è umano. Dà valore all’atto sessuale e all’altro, che si sente più di un semplice oggetto.
Queste attenzioni che possono essere di vario tipo, possono arrivare anche dopo un po’ di tempo in varie forme.
Preparare una cioccolata calda al risveglio del partner, magari con una piccola bacca di vaniglia e uno spruzzo di panna può servire a “ringraziare” l’altro (ammesso che ce ne sia bisogno).

Per chi è abituato ai soliti Fuori Menù questo devo ammettere che è stato un po’ insolito … ed ha lasciato poco spazio alle “sinestesie tra cibo e letteratura” come Mezzanotte aveva egregiamente definito.
Tuttavia, anche se non sono un amante di Moda, mi fa piacere seguire un percorso già tracciato inserendo questo abito di Agatha Ruiz de la Prada che tempo addietro mi colpì molto. Penso che con questo abito possa riassumere questo articolo egregiamente …

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Per altre pietanze afrodisiache ed altre curiosità legate al cibo rimando al mio libro:

Luca Piccolo
“Magia ed Alimentazione – Esoterismo, Tradizioni e Rituali del Cibo”
Bastogi Editrice Italiana
Foggia, Marzo 2012.
ISBN 978862734073

Si ringrazia per le immagini (eccetto l’ultima) Iren Maiden.