Viaggio attraverso l’amore delle donne


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Lo scorso otto marzo, il Liceo “A.G. Roncalli” di Manfredonia ha realizzato uno spettacolo dal titolo “Ti amo” e sottotitolo : “Viaggio attraverso l’amore delle donne”. In tale occasione si è voluto abbinare dolore e gioia, da “Posto occupato”, per quel “Ti amo da morire”, alla comunemente conosciuta “festa della donna”. Le due ricorrenze a testimoniare la funzione della memoria come richiesta di affermazione del diritto per tutte le donne, che diventino protagoniste attive e non prigioniere di amori malati.


Posto occupato, così come l’hanno definito gli ideatori del progetto “È un gesto concreto dedicato a tutte le donne vittime di violenza. Ciascuna di quelle donne, prima che un marito, un ex, un amante, uno sconosciuto decidesse di porre fine alla sua vita, occupava un posto a teatro, sul tram, a scuola, in metropolitana, nella società. Questo posto vogliamo riservarlo a loro, affinché la quotidianità non lo sommerga”
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Madre mia, mi hai affidato una piega di tristezza


*

E se passa il temporale
siete giunchi ed il vento
vi piega ancor più forti voi delle querce
e poi
anche il male non può farvi del male.

Alda Merini

1025619_400482833389171_1111707033_oCristina Rizzi Guelfi

A Luisa mia

Minutissimi relitti alla deriva,
le teste canute nel sonno
inclinate su un lato,
naufragano qualche parola.

Si distingue una litania,
resta sospesa nella sua imperfezione
eppure propaga il senso, tuona
nell’aria immobile della stanza

Gesù Giuseppe e Maria
Vi dono il cuore e l’anima mia

Un riflesso ardesia scappa via dai grani smarriti
nel cerchio di rassegnata solitudine,
si apre il rosario sulla coperta
di merletto modesto e ingiallito.

Il presente è fermo al tuo corpo vuoto,
scritto in questa immobile attesa,
nel lembo di cielo che gli occhi implorano ai palazzi,
nelle antenne scintillanti di sole.

Fanno rumore le storie che ti sopravvivono,
praticano il rito senza cuore, come si conviene,
e un silenzio o s c e n o  le mie parole,
decomposte nel niente di un fosso.

Un piccione avanza veloce, in un’ellisse di polvere
e carte sporche, mentre io ingoio l’amaro delle lacrime
e aspetto che ti conducano qui, nel cortile dove giocavamo,
quando io ero la tua bambina e tu la mia nonna onnipresente

mi hai consegnata a un’altra assenza, hai lasciato le
mie mani, bruciate dal gelo della tua fronte, e me
alla presenza discreta dei quattro angeli
che ti precedono negli ultimi passi.

Emilia Barbato

*

Eterno ritorno

Ho una galassia nana nelle mani,
lividi ricordi di bambina da salvare
e una disposizione da creatore
nell’accendere la mia scia di stelle.

Restauro il poco di
te arginando la polla di dolore
nel petto, foggio piccoli pezzi
di ricambio per l’immaginazione

e nel clamore di una luce inattesa, per sempre
apri gli occhi in un “ottavo giorno”, tutte le settimane,
e li punti sorridenti
e finalmente caldi nei miei.

Imparo nel tempo la cedevolezza del tuo prato,
la guazza che fa umide le iridi verdissime,
la terra profumata dopo la tempesta
che sa comprendere le mie bocche rigogliose di interrogativi

e sciogliere la tensione dei nervi, mentre ti stringo la mano,
convincendomi che non sia un’impressione, mi
guardo crescere nei tuoi occhi verdi,
forte, come i capelli ricci

che per sempre rimarranno neri sul cuscino
ed io sono tua figlia
e la mia galassia è tutta nella catenina
dei tuoi occhiali l’ultimo giorno.

Non distinguo i particolari delle ore,
non importa se avanza un fronte freddo,
sento il ripetersi dei miei passi incerti
ogni volta che incontro un uomo,

riconosco quella smorfia imbarazzata e la riconduco ai
tuoi guai e ai miei conflitti sospesi.
A cosa vale un sole caldo quando
resto interrotta in una dimensione senza tempo?

in una fila di corallini neri,
che sfilo ogni giorno per risolvermi,
mi hai affidato una piega di tristezza
e una memoria labile, più della nostra esistenza.

Emilia Barbato

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Cristina Rizzi Guelfi

Offertorio d’amore liquido

I

così pallida tu nelle cornici svuotate dall’aria
un silenzio candido nella particola del gesto
andare nelle mani offerte e nel giro alle maniglie
scalza riva salata della memoria
mentre oltre grumo di calle martiri
nell’impallidire delle parole
resta una stagione orfana – nella condensa
di neve lacrimata

II

quest’alba tenuta per la pelle
un rimpianto di luce – scarnificato
aggiungo un mese prosciugandomi il seno
il tintinnare delle torbide ore
mi consuma le fondamenta
in questo a_c_cadere

III

risorgono i gesti
dal fermo porta blu cobalto
alla mano trascorsa
nei resti operosi dei tramonti
un sospiro arrampicato nelle gole friabili
della memoria
che zoppica nello scendere delle nuvole

Antonella Taravella

*

[lettera ad una madre]

ha il bordo liso la gonna che hai cucito anni fa, velluto rosso e fiori ocra che ti ho pregato fino alle lacrime per averlo e tu madre sartina piegata nel buio fra una carezza ed un punto sbagliato hai cucito quel sogno bambina
mani così morbide le tue, così belle e libere in volo nel crescermi accudendo cadute e baciando ginocchia sbucciate oggi porto piccoli scrigni pieni di pietruzze e sole, anche nelle lacrime condite con il sale
alle tue gambe la notte in un pianto stesa nelle labbra e ti sentivo così forte nella fragilità di un nord dalle lame lunghe, tu donna e figlia del sud, che amava la terra e il mare che sgambettava sulle spiagge, le tue e le mie, le nostre che erano albe sormontate da castelli in aria e bellezza
e poi sentirsi al freddo di un abbaglio che fiocca e spreme una preghiera in quell’ultimo sguardo velato, nella sconosciuta stanza di una preghiera raggiunta a forza di dai
io sono tua figlia, sono la rabbia che non eri tu, quel sogno lasciato dentro le valige che restano sepolte nel cuore, sono il dolore che hai lasciato andando oltre, sono le mani che mancano, sono e siamo noi persi in avampassi che sono il cuore di un inverno che non passa, siamo fermi al tuo sorriso a ciò che venne a prenderti perché di respiri ne avevi dati troppi

ti racconterei così fra quel velo bianco passato anche sulle mie mani, che un giorno la luce divideva passo anche l’ombra con una carezza, la schiena curva sul sole appoggiato così come un passerotto e dei fiori limpidi lasciati a seccare pronti per il battesimo del vento
questa lenta passeggiata sui dorsi, sulle mani screpolate che furono strette sulle mie dita e quel sorriso transennato dagli occhiali e dalla tempra di terra sicula che a raggiera intiepidiva anche il più freddo dei cuori nordici, mi battevi contro-cuore, nella vita e negli abbracci accuditi sul ciglio del letto
tu ed io due ali, tu ed io due cuori ed un solo gemello di spazio
raccoglierò le vesti e ad uno ad uno inciprierò il ricordo appendendolo nell’armadio in un per sempre che non trova confine

madre mia quanto sei bella con il sole che accarezza le rotondità dei tuoi sorrisi e della tua carne la terra da cui vieni è profumata, raccolgo nella mano destra l’infanzia che scorre dietro i miei bulbi oculari inumiditi – dagli alberi al mare, che trascorreva veloce, dai finestrini aggrappati al veloce schiamazzo di un bambino che percorreva  i corridoi di un treno o di un traghetto colmo di amorevoli ritorni, quanto alla sinistra prende il vento come briglie sciolte e dipinge il resto che accade con la solita lentezza dei raggi e delle nuvole che si appoggiano sui sorrisi e sul quel sentirsi appartenenti anche solo nel sangue a questo triangolo di cuori cuciti nel centro di un dolore

Antonella Taravella

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Cristina Rizzi Guelfi

Inediti di Alessandro Manca


alessandro manca

PER IL NETTURBINO DELLE PENTOLE (R.C.)

E allora ho scoperto il tuo volto
(volente o nolente).
Gli scritti marxisti di Giudici.
I sorrisi per prigione
confortevole,
concessioni a tratti
possesso
demoniaco
“il lato oscuro della luna:
il lavoro, nella maggioranza dei casi,
non produce alcuna cultura”.
Questo è per te fratello.
Maglietta bianca
Capezzoli duri e paglietta che viaggia.
Dichiaro benvenuta la tua liberazione.

Notte 28-29 novembre 2010

*
Dondolando un oceano su un bastone

Vorrei arrivare a tutte le voci
E mi sforzo di sentirle.
E più tardi Bowers scrisse: “non mi ero mai figurato un odio tale”.
Dove vivi?
Non ho posto-ovunque-sorriso Chaplinesco.
Povertà, castità, disobbedienza più digiuno.
Grazie per essere qui.
Si cura una persona e quando si ha finito ce n’è già un’altra che chiede aiuto
Molto tempo fa.
Che cosa stiamo facendo al nostro pianeta, Eric?
Che senso ha ricordare la tua matita, ora?
Un viaggio mancato?
La matita, quella rossa, senza culo…

No nel senso che quando hai detto niente…
Ho risposto niente?
Perché non mi sembrava che non ci fossimo detti proprio niente stasera.

Dimenticano le piante selvatiche,
lasciano il tempo dei sogni
e innalzano un muro.

Vada l’augurio
Di essere felice
Di avere tempo per capire le farfalle.

fine aprile-4 maggio 2011

*
Per Parigi
con giacca ancora di lana
in giornata di caldo quasi estivo.
Ancora una volta fare il punto della situazione.
Quali gradini davanti sul sentiero.
Nel frattempo l’Occidente è di nuovo in guerra e
chi lo metterà in pace col suo lucido suicidio
Ahimé non si fa a tempo a tirare il fiato…
Gianni Milano mi aspetta!
Monica si ricorderà ancora di me quando sarà in Spagna?
Questa sera mezzo litro di Borgogna a un prezzo assurdo
Sacro Cuore sarai degno dei tuoi 13mila affiliati?

Tutti vanno a casa a fare l’amore
Braccialetto tribale, riti vudù, mi vuoi sposare?
E un negro mi ha nominato ministro dell’economia
Siamo ancora capaci di non essere turisti?

Shakespeare & Co. non l’ho trovata
e allora l’ho scritto
Et l’or de leur corps
E del Dio che esce dal legno. Ti cerco ovunque

Davanti a Van Gogh c’è un obesa che rumina
negra-vaso-baffi
C’è Gesù che ritorna a camminare sulle acque
Fuori dalla chiesa di Auvers
Parigi 25-27 marzo 2011

*

Fermati tav

a Marianna

Fermati tav,
anche gli scoiattoli hanno il coraggio di vivere,
fermati tav.
qui è tutta roba nostra.
Necessario di parole cariche,
mentre seguo le tue orme
facendo un giro per il campo.
20 anni-tolgo 6
tolgo il pisello
sono io.
Senti che aria di fasci
stasera, stanotte e stasera lo so
gradi di luce dalla tua parte
e gabbiani nel cielo della stanza
mutande non cambiate
forse voglia di piangere.
Bisogna trovare una parola.
Devo farmi ascoltare.

Casatenovo
sera, domenica 18 settembre 2011

*
Finto
CUT-UP – STONEY (2)
[POLLOCKIANA – Torino Poesia]

Stavo per restare, con l’occhio screziato dal nubifragio delle luci
Era come un bosco
e una volta lassù
per certezze intermittenti lampi la semplicità
assoluta della nostra definitiva smentita.
sfociare in passione
paesaggi e autostrade e sensazioni
Il sole si affaccia oltre il cancello
insieme siamo andati lontano
nella bella fine di tutti i giochi
e una volta lassù
guardarsi intorno.
e moltissime parole

la potenziale vita interiore
è il realismo del nostro tempo
di ciò che è fuori dalle città
la luna sulla terra
sono rimasti in alto e senza voli
e amazzonici deserti…
lì rimane, come incisa una sentinella.
Con dei fori, ed entrate potenziali

di un mezzo prescelto
—con l’impressione di uscirvi e entrarvi
pur senza realizzarla completamente
come calibrato sulla luna
Le cose, gelosamente asseverate
Era come una gabbia
Ritira le tue mani
Ingenuo qualsiasi afferrare
qualunque sia lo sguardo.

3 ottobre 2012 Fuerteventura

Nota Bio

Quanto siete bravi? Dimostratelo.
O cosa credete, giovani come siete.
William Carlos Williams

Sono nato a Lecco il 26 maggio. Vivo a Casatenovo e cerco di muovermi felicemente in provincia. Sono figlio di un cuoco e un’infermiera in pensione. Dopo studi di informatica (completamente rimossi) e nell’ambito socio-psico-pedagogico mi sono iscritto alla facoltà di Lettere Moderne presso l’Università Statale di Milano.
Il primo ricordo di un sincero interessamento verso un qualche tipo di parola scritta mi riporta ad una domanda un po’ ingenua rivolta dopo una lezione su Leopardi : “ma si sentiva solo?”.

Permettetemi di aggiungere due pensieri, non miei, importanti. Ancora oggi fecondi.

… tornare alla materialità propria del fatto poetico. Si fa poesia per vedere qual è la tenuta d’una parola, il collante tra un’esperienza ed un’altra trasposta in parole.
Valerio Magrelli

Chi è il poeta nella società di oggi? Il poeta, secondo me, io alle volte lo spiego ai miei ragazzi, ai miei amici, è un unicorno. È una persona speciale. È un diverso. Una persona che va in paradisi artificiali e no, che ha un suo paradiso interiore e che lo vorrebbe far vedere agli altri, ma non può. Perché è un paradiso ristretto e anche universale È duro da spiegare ma il paradiso del poeta per me è la solitudine, una grande interiore mistica solitudine in cui lavora e perdona spesso. Perché il perdono è una cosa necessaria alla vita, è una cosa che aiuta a vivere. Alda Merini

Il desiderio di comprendere la poesia nelle sue implicazioni più ampie dura tutt’oggi, come una ricerca di un’alternativa alla posizione dell’ego-poesia dell’immediato presente; una poesia senza inizio né fine, la cui essenza risiede nel «puro attivismo, vita che diventa parola ALLA SUA STESSA SORGENTE» [D.H. Lawrence].
a. Per noi l’arte è un’avventura che ci conduce in un mondo sconosciuto. Soltanto coloro che per libera volontà si assumono tale rischio possono scoprire questo mondo [Adolph GOTTLIEB, Mark ROTHKO, Barnett NEWMAN].
Poesia come voce dell’esperienza.
Ci piacerebbe trascorrere la nostra vita alla ricerca del cosmo vivente, con uno sguardo agli Indiani del Nord America e tra le macerie profonde (evidenti a tutti, spero) della nostra società.
Abbandonare il pensiero, la vita e quindi la poesia di tipo «evolutivo» per una ricerca «rotatoria» che coinvolga anche il pensiero e le immagini. E le loro armonie-melodie.
b. Noi siamo a favore di una semplice espressione del pensiero complesso.
Quel che stiamo cercando di fare, attraverso quanto tento di delineare, non è solo di individuare gli elementi di una misura ma di ricreare una nuova misura o un nuovo metodo di misurazione che sia compatibile con il mondo economico e sociale in cui viviamo in contrapposizione al passato e che richiede una misura diversa. Noi dobbiamo cogliere la nostra opportunità ed accrescere il coacervo di cui altri scopriranno l’utilità. In ciò dobbiamo trovare il nostro orgoglio. Dobbiamo avere l’orgoglio, l’umiltà e l’entusiasmo di questa produzione. (1948, William Carlos Williams).
L’alienazione del linguaggio della Natura è il risultato della caduta dell’uomo.
L’uomo stesso è un animale mammifero (Michael McClure), la cui vera funzione non è il controllo della natura, ma il tentativo di essere una cosa sola con essa.
La creazione poetica diventa una semplice liberazione di queste forze naturali, nelle quali il poeta si sente parte del cosmo.
c. Tra i pittori è diffusa l’opinione che ciò che si dipinge non conti, purché lo si dipinga bene. Questa è pura accademia. Non esiste un buon quadro sul nulla.
Poesia aperta che non precluda elementi chiusi (Robert Duncan).
La poesia non è da farsi. Accade.
(E quindi) Niente è insignificante.
Lingua parlata, o meglio, «udita» (William Carlos Williams).
Lawrence la definisce come «vita che diventa parola alla sua stessa sorgente», Olson come «atto proiettivo del poeta», presentazione diretta (Pound) delle visioni spontanee e originarie (Ginsberg), alcuni «immediatezza presentazionale».
Nel momento in cui ti lasci trasportare da un ragionamento puramente «architettonico» o «letterario» senza tener conto di ciò da cui esso nasce, hai reciso l’arteria vitale e non ne ricavi altro che del marciume (William Carlos Williams).
Come si potrebbe riscrivere una poesia che ti è stata ispirata? (Duncan)
“Spingere il mio universo fisico alla spinta di quella prosodia”.
21.Lotta per disegnare il flusso che già esiste intatto nella mente (Kerouac).
Whitman non ha avuto la superstizione della perfezione, cosa che la vita stessa non ha.
24.Non aver paura o vergogna della dignità della tua esperienza, lingua e conoscenza (Kerouac).
Olson parlava di verso proiettivo che coinvolge l’intera fisicità del poeta, dice Ginsberg.
Se egli è contenuto entro la sua natura come è parte della forza superiore, saprà ascoltare, e il suo sentire attraverso se stesso gli comunicherà segreti che gli oggetti condividono…è in questo senso che l’atto dell’artista nel vasto campo degli oggetti, porta a dimensioni più vaste che superano l’uomo.
Perché il problema di un uomo, nel momento in cui questi lo mette in parole in tutta la sua pienezza, fa sì che la cosa che fa trovi il suo posto a fianco delle cose in natura. La Montagna mi parla.
Sedetevi al tavolino senza programmi e cominciate a stendere parole sul foglio come colori – cercate di scoprire quel che farebbe la natura nelle stesse circostanze – lasciatele andare e (senza pensarci e preoccuparvi) state a guardare dove vi portano. Potreste avere delle sorprese, potreste anche finire per diventare un esperto scrittore.
Conta solo energia e movimento.
5.Qualcosa di quello che senti troverà la sua forma (Kerouac).
Dovete lasciarvi andare, abbandonarvi ad essere quella trascendenza (ma sotto il controllo della tecnica che avete appreso, come la voce di un cantante d’opera), ma all’interno di quel quadro di riferimento dovete abbandonarvi all’atto.
L’universalità del singolare (W.C.W.).
Quanto all’azione egli è diverso dal filosofo. Egli è l’uomo integrale, non colui che spezza ma colui che mette insieme. Egli non traduce la sensualità dei suoi materiali in simboli ma ha direttamente a che fare con essi. Per questo appartiene al suo mondo e al suo tempo, sensualmente, realisticamente (…) non si tratta del passivo «essere» ma dell’attivo «sono» (W.C.W.).
Dipingere è azione di autoscoperta. Ogni buon artista dipinge ciò che è.
L’artista moderno lavora per esprimere un mondo interiore; in altri termini: esprime il movimento, l’energia e altre forze interiori (Jackson POLLOCK).
Svelare cosa? L’interiorità dell’uomo.
E lotta contro il sonno.

L’obiettivo non è la sperimentazione ma l’uomo (W.C.W.).

Sembra molto semplice.
Tutto quel che ti occorre sapere è il significato delle parole, e poi lasciarti andare.
E allora? Quale fu la prima cosa che imparasti?
Che non è così facile lasciarsi andare.
WILLIAM CARLOS WILLIAMS “La tecnica dell’immaginario”

Una poesia vera può creare una calma divina nel mondo.
FERLINGHETTI

Questo breve scritto non sarebbe nato senza “La nuova poetica americana”, 1982 Newton Compton

Le citazioni di Jack Kerouac sono tratte da “Scrivere Bop”.

Ma se tutto è vuoto, dove si poserà la polvere?

Antonio Mellino: Deliri d’Inchiostro


ANTONIO BN

Antonio Mellino è nato a Crotone il 27 Luglio 1983. Fin da piccolo ha sempre dimostrato una grande passione per l’arte, soprattutto nel disegno e nel canto. Grande amante della musica, a 17 anni entra nella sua prima band a Verona, coltivando così il suo amore per il canto e inizia a scrivere testi in inglese. L’esperienza con i testi andrà poi avanti con l’ingresso come voce nei MoR, band crotonese, dove è finalmente libero di esprimere la sua creatività nella musica, ma soprattutto nelle liriche. Finiti gli studi trova lavoro come grafico pubblicitario e questo incrementa la sua passione artistica che riesce ad esprimere anche nel lavoro. Nel 2010 pubblica la sua prima raccolta di poesie dal titolo “Deliri d’inchiostro” con la casa editrice “Il Filo – Albatros Edizioni” di Roma.

Qual è il tuo concetto di poesia?

La poesia per me è uno sfogo, una liberazione, la necessità di far emergere quello che ogni giorno porto dentro la mia anima. Sono un ragazzo molto timido ed introverso e la poesia mi permette di esprimermi completamente, senza timori, senza riserve. Quando scrivo sono semplicemente me stesso, il mio animo si libera di tutto quello che lo circonda, siamo solo io e la mia penna.

 Quali sensazioni accompagnano la tua scrittura?

Lessi una volta una frase che mi è rimasta impressa e che diceva “La poesia è un fiore cresciuto sul dolore”. La mia esperienza è nata proprio da un periodo della mia vita in cui ho sofferto molto e lo scrivere mi ha aiutato ad alleviare il dolore. Molto spesso sia nelle canzoni che nelle poesie, scrivo per lenire la sofferenza che non riesco, diversamente, a buttar fuori, ma l’ispirazione può giungere da qualsiasi fonte. Tutto quello che suscita in me una forte sensazione si trasforma in versi; a volte diventa denuncia o ironia, quando mi guardo intorno e vedo tanta ipocrisia e ignoranza da parte della gente, altre volte, come la maggior parte dei poeti, è l’amore ad ispirarmi o l’incontro di anime simili alla mia.

 Qual è la tua poesia preferita?

Sono sempre stato molto affascinato dai poeti francesi del decadentismo e soprattutto da Baudelaire perché li sento molto vicini alle mie sensazioni, ma amo molto Alda Merini e una delle poesie che preferisco è “La Terra Santa” tratta dall’omonima raccolta del 1983. Basta leggerla per rendersene conto; in questi versi, la scrittrice paragona il manicomio, dove per anni è stata rinchiusa, alla Terra Santa biblica e lo fa con una metafora dalla quale scaturisce l’immensa sofferenza e la profonda amarezza provata nel periodo d’internamento. Realtà e visione si intrecciano, dalla tortura l’anima risorge prorompente e tutto questo crea un’immagine forte che scava nel profondo e non può assolutamente lasciare indifferenti. Amo questa poesia perché sa essere violenta e dolce nello stesso tempo, mi da delle sensazioni fortissime e ogni qualvolta la leggo, fatico a trattenere le lacrime.

L’autore c’ha fatto dono di questi versi inediti.

Sento il cuore pulsare forte,
mi sfonda il petto
e continua forsennato in gola.
Ogni parola
che prende vita
dalle tue labbra,
è come una lama calda
che mi trapassa l’anima.
Posso sentire
ogni piccola goccia di sangue,
cadere lenta sul pavimento
e una sensazione d’amore bruciante
illuminare tutto il mio essere.
Piange lacrime dolci la mia anima
che viene carezzata così dolcemente
e il respiro si blocca
schiavo ormai dei tuoi occhi,
adesso posso abbandonarmi
all’estasi.

CIELO ROSSO SANGUE

 Urla.
Echi di ninna nanne per le strade
scavano dentro la mia mente…
Urla di morte,
che scavano dentro la mia mente…
Se chiudo gli occhi
vedo ancora i corpi gettati intorno a me, intorno a me…
Non c’è pace, non c’è giustizia, non c’è via d’uscita.
Non c’è musica, non c’è silenzio, solo il rumore degli spari.
Nessun Dio da pregare.
Ogni momento è una lotta con la morte,
faccia a faccia, puoi guardarla dritta negli occhi.
Ho cercato di dimenticare il sangue sulle mie mani,
lo sento ancora bruciare sulla pelle.
Ho cercato di dimenticare gli occhi dei bambini,
che morivano tra le mie braccia.
Ho pensato di poter aiutare la gente,
ma portavo con me, solo dolore e sofferenza…
Un cielo rosso sangue  cadeva sulla città,
nessun uccello volava su quella valle della morte…
Case distrutte. Strade deserte. Sciacalli ovunque. Fuoco e Pioggia.
Ho cercato di dimenticare il sangue sulle mie mani,
lo sento ancora bruciare sulla pelle.
Ho cercato di dimenticare gli occhi dei bambini,
che morivano tra le mie braccia.
Ho pensato di poter aiutare la gente,
ma ho portato con me, solo dolore e sofferenza…

IGNORANCE AND BLISS

È buia la realtà in cui ci troviamo,
meglio non sapere,
non conoscere…
Meglio non chiedersi perché,
meglio vivere leggeri
in sogni di plastica…
Meglio ammirare paesaggi
fatti di colline verdi
e cieli azzurri,
meglio camminare a mezz’aria
colando materia grigia dalle orecchie…
Meglio rimanere ciechi,
senza bastone,
aspettando che sia un muro
a dirci dove andare,
meglio non affacciarsi mai
sul baratro sotto ai nostri piedi,
senza mai sbirciare nel buio…

ONE MORE TIME

 Grande è stata la pena
per la morte nel mio cuore,
lancinante il dolore, quando, con pazienza
ho dovuto ricucire le ferite.
Ancora una volta,
ho fatto a pugni con me stesso,
in una battaglia persa in partenza.
Ancora una volta,
ho raddrizzato le mie ginocchia spezzate
provando a rimanere in equilibrio
come su una fune.
Ancora una volta,
sono emerso come cristo dalle acque
piangendo lacrime di resurrezione…

PORTRAIT

Una collana di filo spinato,
lamette come orecchini,
rovi nei capelli…
Truccata di lividi,
viola e rossi intensi
come ferite sulla tela…
IMPERSONIFICAZIONE DI SOFFERENZA…
Dipingo implacabile,
violento la tua immagine su un cavalletto,
mentre dal dolore,
rinasce stupenda,
la bellezza di un’opera d’arte.

TOO MUCH

È stato mai troppo per te?
Hai mai sentito la pelle bruciare, rovente
quasi a volersi staccare dal corpo.
Hai mai sentito ogni fibra del tuo corpo
Tendersi fino a strappare i muscoli, i tendini.
Hai mai sentito le ossa deboli,
incapaci di sorreggerti,
quasi da diventare polvere al minimo scontro.
Hai mai sentito l’anima
straziarsi in convulsioni epilettiche,
quasi a voler uscire, vomitando fuori dal corpo.
È stato mai troppo per te?
Hai mai portato, stanco
Il peso della vita
Il peso della morte
Il peso dell’amore
Quando tutto era troppo per te?

LINK

Pagina dell’Editore: http://www.ilfilo.eu/antoniomellino/index.html
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/deathseller

Dentro la notte


I giorni vengono distinti fra loro, ma la notte ha un unico nome.
Elias Canetti

notte

Lunga è la notte di Peppino Impastato

Lunga è la notte
e senza tempo.
Il cielo gonfio di pioggia
non consente agli occhi
di vedere le stelle.
Non sarà il gelido vento
a riportare la luce,
nè il canto del gallo,
nè il pianto di un bimbo.
Troppo lunga è la notte,
senza tempo,
infinita.

 


Superba è la notte di Alda Merini

La cosa più superba è la notte
quando cadono gli ultimi spaventi
e l’anima si getta all’avventura.
Lui tace nel tuo grembo
come riassorbito dal sangue
che finalmente si colora di Dio
e tu preghi che taccia per sempre
per non sentirlo come rigoglio fisso
fin dentro le pareti.

Una poesia ad una notte d’estate di Luca Piccolo

Il giallo scuro dei lampioni
dà sapore alla carta
che strofino.
Il balcone ch’odora
di notte, mi riscalda
e distrae con i suoi rumori.
Indifferenti auto, bici,
persone
non odon queste parole
di poesia.

XVIII di Rainer Maria Rilke

Effondermi voglio. Agisci. Per quanto puoi
dilaga. Non hai dato tu forma al volo dei pastori,
ancor più grandosa di quanto nel grembo
di principesse ininterrotto lignaggio e ardire futuro
plasmasse l’effige regale? Se le polene,
nel legno stupitodell’immoto intarsio
accolgono i tratti del regno marino che sovrastano muti:
come potrà, un essere che sente, se lo vuole e a te si discopre,
non somigliarti infine sempre più, altera notte.


Alla notte di P. B. Shelley

I
Avvìati svelto sull’onda d’occidente
spirito della Notte!
fuori dell’antro offuscato d’oriente
dove hai intrecciato tutto un lungo giorno
di solitudine sogni di gioia e paura
che ti rendono terribile e cara –,
sia veloce il tuo volo!

II
Avvolgi la tua forma in un grigio manto
intessuto di stelle;
acceca coi capelli gli occhi al giorno,
bacialo fino a stremarlo,
poi vaga su città, su terra e mare
tutto toccando con la bacchetta oppiata –
vieni, a lungo cercata!

III
Quando mi sono alzato e ho visto l’alba
ho preso a sospirarti;
con la luce più alta, svanita la rugiada,
il meriggio che gravava su fiore e albero,
e il giorno allo stremo che non si decideva
ospite odioso a togliersi di mezzo,
ho preso a sospirarti.

IV
Morte è venuta, tua sorella, gridando:
vuoi forse me?
Tuo figlio Sonno, soave occhivelato
come un’ape meridiana ha sussurrato:
mi anniderò al tuo fianco?
vuoi forse me? E io di rimando,
no, non te!

V
Morte verrà quando sarai morta,
presto, troppo presto –
Sonno verrà quando sarai sparita;
all’una e all’altro non chiederei la grazia
che chiedo a te, amata Notte –
sia veloce il tuo volo che si avanza,
vieni presto, presto!


Notturno Invernale di Antonia Pozzi

Così lieve è il tuo passo, fanciullo,
che quasi non t’odo,
dietro me, sul sentiero.
E così pura è l’ora, così puro
il lume delle grandi stelle
nel cielo viola
che l’anima schiarisce
dentro la notte
come i tetri pini che albeggiano
nel biancore della neve.
Un alto sonno tiene la foresta
ed i monti
e tutta la terra.
Come una grazia cade
dal cielo il silenzio.
Ed io ti sento l’anima battere,
dietro il silenzio,
come un filo vivo di acque
dietro un velo di ghiaccio –
e il cuore mi trema,
come trema il viandante
quando il vento gli porta
attraverso la notte
l’eco d’un altro passo
che segue il suo cammino.
Fanciullo, fanciullo,
sopra il mio cammino,
che va per una landa senza ombre,
sono i tuoi puri occhi
due miracolose corolle
sbocciate a lavarmi lo sguardo.
Fanciullo, noi siamo
in quest’ora divina
due rondini che s’incrociano
nell’infinito cielo,
prima di mettersi in rotta
per plaghe remote.
E domani saremo
soli
col nostro cuore
verso il nostro destino.
Ma ancora, nel profondo, tremerà
il palpito lontano delle ali sorelle
e si convertirà
in nuova ansia di volo.

Notte di Fernanda Ferraresso

E’ perché si fa notte dentro un passaggio mai pago
una zattera dentro il paesaggio chiuso da un magico cerchio
vocabolo dei segni disattesi e vocabolario del presagio
ampio quanto la curvatura minima dell’occhio
che dentro vi salta esponendosi a se stesso.

Notte
nello scavo che altre notti preannuncia
nella debolezza e nella lentezza
navigazione dentro l’ orma
dove qualcosa  resta
la soglia sconosciuta che si estende
celebrando  un abbraccio intatto
un  silenzio incorrotto
dove tutto si scompagina
e in altro  scompaiono
persino i pallidi clamori dell’estasi
poiché ciò che resta  è

lontananza necessaria
un’attesa che ci promulga

La notte di Cesare Pavese

Ma la notte ventosa, la limpida notte
che il ricordo sfiorava soltanto, è remota,
è un ricordo. Perdura una calma stupita
fatta anch’essa di foglie e di nulla. Non resta,
di quel tempo di là dai ricordi, che un vago
ricordare.
Talvolta ritorna nel giorno
nell’immobile luce del giorno d’estate,
quel remoto stupore.
Per la vuota finestra
il bambino guardava la notte sui colli
freschi e neri, e stupiva di trovarli ammassati:
vaga e limpida immobilità. Fra le foglie
che stormivano al buio, apparivano i colli
dove tutte le cose del giorno, le coste
e le piante e le vigne, eran nitide e morte
e la vita era un’altra, di vento, di cielo,
e di foglie e di nulla.
Talvolta ritorna
nell’immobile calma del giorno il ricordo
di quel vivere assorto, nella luce stupita

***

Avanza la notte
nelle urla il silenzio
sono feto d’utero stretto.
M’ incerta la nascita la morte
mi macera il giorno
con muri riversi
nuda e spersa calcino
d’affanno e inganno
per la terra
ancora trema
Mi vacilla, sobbalza d’intorno polvere
mi amalgama ai respiri morti
mi confonde
d’ orrido e sangue
in croce
le lacrime di Dio
attendo.

di Enza Armiento

L’altra verità


C’era un tempo dove i grandi poeti si giudicavano per le opere, per lo stile di scrittura, per il loro credo filosofico che si rifletteva su ogni singolo verso, anche fosse un punto esclamativo, una pausa o un parola all’apparenza insignificante.

C’era un tempo che oggi non c’è più.

Nell’era moderna il poeta è eletto direttamente dalla pseudo-cultura mediatica, quell’accozzaglia di lobby editoriali, intellettualoidi radical-chic e vecchie puttane televisive che non avendo consapevolezza alcuna dell’arte, incensano il dramma quotidiano e la retorica qualunquista a dispetto del reale valore di un artista.

Uno degli esempi più concreti di tale sciatteria culturale è  la poetessa Alda Merini. Inutile propinarvi i soliti cenni biografici, che culminano nella malattia mentale che tanto ha afflitto la poetessa, ma che in un certo senso ne ha causato le fortune letterarie. Non credo di essere il solo a ricordare le numerose ospitate in televisione, condite dalla mercificazione dei suoi drammi personali che tanto hanno contribuito ad esaltare l’artista come fenomeno culturale dell’italietta post-sessantottina. La verità è che la Merini è stata un’ottima penna nell’universo letterario, nulla di più, sicuramente inferiore a molti altri suoi contemporanei ma osannata come fosse l’ultima musa di un’arte ormai moribonda.

Così colei che scriveva di se stessa in modo sicuramente profondo e alienante, scavando nei meandri più oscuri e devastanti dell’anima, viene trattata dai suoi epigoni come fosse una protagonista scialba di una qualsiasi soap-opera sudamericana. Questi adepti dell’ultima ora, adorano scimmiottarla con componimenti al limite della decenza senza la benché minima parvenza poetica. Un’armata sbilenca di cuori, amori, soli e mari guidata dalle figlie della poetessa che fiutato l’affare, si ergono a generali instancabili di un nulla cosmico che rasenta l’inutilitarismo.

Uno sfruttamento mediatico partito dal sito ufficiale, dove si promuovono incontri poetici soporiferi, al limite della narcolessia culturale. Per poi passare con nonchalance alle cause giudiziarie contro chi osa appena menzionare Alda su un qualsiasi libro, per altro tutte o quasi perse perché è noto che la scrittrice amasse REGALARE le sue parole senza il pur minimo compenso. E ancora, il feticismo imperante che culmina con veri e propri appelli alla guerra santa per salvare i muri di casa Merini come fossero esequie da far adorare ai posteri. Tutto questo ovviamente in nome del dio denaro che nulla ha a che fare con l’arte poetica, lo stesso dio che deporta i componimenti della poetessa tra spettacolini teatrali, filosofia spicciola e musichette obbrobriose che neanche al “cesso” intonerei per rispetto dei fluidi corporei.

Nessuno e dico nessuno che tenti una critica vera alla scrittrice, lontana dall’essere addomesticata dai santoni televisivi e facebookkiani, una critica che scinda il reale valore della Merini dal suo essere fenomeno mediatico, che la smarchi dalla pletora di vecchie pazze e poetucoli della domenica convinti che venerare l’Alda sia il viatico per entrare finalmente nell’olimpo poetico.

Per concludere ritengo che certe aberrazioni siano da collocare in una totale mancanza di considerazione per la Merini e le sue opere. Non è certo la prima volta che alla dipartita di uno scrittore, chi ne detiene i diritti si esponga in una strategia economica a discapito dell’essenza stessa dell’arte. Uno degli esempi più illuminanti è stato sicuramente il grande F. Kafka per la sua volontà di non pubblicare nessuno dei manoscritti, qualcuno potrebbe obiettare che se questo fosse accaduto non avremmo avuto il piacere di leggere le sue opere ma non è questo ciò che voglio asserire. Il punto è che il rispetto ad un artista è dovuto tanto da vivo ma molto di più nel momento della sua morte, senza distorcerne il “messaggio” che quasi sempre si discosta dallo sfruttamento delle sue opere, che si tratti di un guadagno economico o solamente la voglia di somigliargli.