Tramonto lugubre di Andrea Mauri


Danilo Capua

Danilo Capua

Aspettavo il crepuscolo sulla poltrona di vimini davanti alla finestra. Seduto, con lo sguardo fisso al davanzale, intercettavo l’annacquarsi del tramonto tra il groviglio delle piante. Lasciavo le ante aperte perché nulla impedissealla luce violacea di impossessarsi della stanza. Rallentavo il respiro per non violare il silenzio. L’unico suono che accompagnava la sacralità del momento era lo sfrigolio della lampadina dell’abat-jour. Su quello non avevo poteri, ma in fondo rasserenava l’inquietudine di una giornata ormai finita. Il viola e l’arancio investivano la poltrona e invitavano allo spettacolo.
Un’ombra imprevista si formò all’orizzonte, un gruppo proteiforme che zigzagava nel cielo. Lo stridio propagatosi nello spazio oscurò il viola e l’arancio dell’orizzonte e la stanza piombò nel nulla. Una barriera lugubre di volatili senza direzione avanzava verso di me. Il richiamo di allarme di quegli uccelli spietati cancellò lo sfrigolio della lampadina dell’abat-jour, che si spense dallo spavento. Innumerevoli ali irregolari alzarono un vento che sradicò piante e infranse vetri. Rimasi impietrito sulla poltrona di vimini, quando l’onda mi investì. Non reagii, lasciai colpirmi da quel vortice inquieto. Tutto di me tremava, muscoli e nervi, corpo e anima. Quando il muro di uccelli oltrepassò la casa, osservai l’orizzonte. L’impronta nera di quell’onda micidiale si era stampata sulla linea tra cielo e terra. Non c’era null’altro che un davanzale divelto, una finestra in mille pezzi, un abat-jour abbattuto e io immerso nel vuoto di un buio artificiale.

UNA CAPRESE AL CAFFE’ GRECO di Andrea Mauri – (di Emilia Barbato)


Uscito dall’ufficio mi perdo per le strade intorno a piazza di Spagna. Finisco sempre davanti alla pasticceria del Caffè Greco, quella con le vetrine antiche in legno decorato. I dolci sistemati in bella vista fanno riemergere ricordi di infanzia, quando mia nonna comprava un vassoio di paste, ma mi ordinava di mangiarne una sola. Le altre erano per lei. Da allora ho imparato a gustare i dolci con gli occhi. Li spio, li fisso. Rimango imbambolato davanti a glasse colorate, ghirigori vezzosi e gelatine tremolanti. Sprofondo in questo mondo soffice. Una vera cuccagna.
– Che gliene pare di questa vetrina? Facciamo un bell’effetto tutte insieme. Vero?
Controllo se alle spalle si sia avvicinato un cliente o qualcuno che voglia parlarmi all’orecchio. Invece via Condotti è deserta. Non so dove siano andati tutti. Spariti nel nulla.
– La vedo spesso venire qui. Non mi dà mai il tempo di parlarle. Deve essere parecchio timido.
Con la coda dell’occhio percepisco uno strano movimento tra le torte. Un tremolio che fa cadere lo zucchero a velo a terra. Allungo l’orecchio per capire se è colpa della metropolitana. Ha creato solo danni da quando la fanno passare da piazza di Spagna. Mi giro con decisione. Via Condotti è ancora deserta. Ma che strano che oggi non ci sia proprio nessuno in giro.
– Le piaccio?

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