Mauro Padovani, confessioni ultime”


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Benvenuto su Words Social forum Mauro

“Quando nasce e si sviluppa la tua passione per il fumetto e l’illustrazione?”

Innanzitutto  volevo ringraziare te e WSF per l’ospitalità.

La passione per il fumetto e il disegnare l’ho sempre avuta. Mia madre mi ha raccontato che da piccolissimo stavo ore a sfogliare gli albi di Topolino e ridere, sebbene non sapessi ancora leggere.

Da che mi ricordo ho sempre disegnato. La mia passione nasce grazie a mio zio che mi ha fatto scoprire Tex, ma la prima vera svolta arriva con gli albi supereroistici. La successiva lettura di “Comanche” di Hermann e Greg mi ha spinto a provare a fare fumetti.

Alle scuole medie ho avuto una buona insegnate di disegno artistico che mi ha spronato a seguire questa mia inclinazione, grazie anche a lei, ho preso la decisione d’scrivermi all’Istituto Statale d’Arte di Chiavari dove ho appreso i rudimenti del disegno e dell’arte in generale.

Finito gli studi, mi sono iscritto alla “Scuola Chiavarese del Fumetto”.

Dopo questa esperienza ho iniziato a collaborare con varie fanzines (Casablanca, Amazing Comics, e tante altre).

Il primo mio prodotto professionale fu per l’editore “Il Marchio Giallo”, una storia in formato bonellide di 90 pagine che realizzai  in tre mesi, nonostante dei grossi problemi di salute. Realizzare questo fumetto mi ha aiutato molto a velocizzarmi e a migliorarmi.

Subito dopo ho iniziato a collaborare con la Phoenix di Palumbo e Brolli per cui ho realizzato varie storie estreme, ma a causa del fallimento della casa editrice ne è uscita solo una, riscuotendo tra le altre cose anche un buon successo.

Ho anche realizzato una storia per la rivista Selen (Edizoni 3intini).

Nel 1999 nasce Bullet & Justine, progetto che rimane nel cassetto per vari anni a causa del mio abbandono dal mondo del fumetto.

Il progetto sarebbe dovuto uscire come webcomics in un progetto comune che vedeva Salda Press e altri editori indipendenti, ma per un incidente del curatore tutto è stato cancellato.

“Come vedi cambiato il mondo del fumetto nei tuoi ormai vent’anni di carriera artistica?”

Il fumetto é decisamente cambiato, l’uso globale di internet permette oggi una maggiore esposizione, a coloro i quali vogliono intraprendere questa carriera rendendo più facile farsi notare. Quando ho iniziato io, per poter parlare con un editor o un autore, si doveva andare fisicamente ad una fiera o presso i loro uffici. Adesso con un’email si raggiunge chiunque in tutto il mondo e le possibilità di collaborare con l’estero sono decisamente più facili. Ciò, non vuol dire che oggi sia semplice trovare un editore, la concorrenza, forse, è anche maggiore.

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Intervista a Ilaria Novelli e la ricerca del sè


tryptdefi Benvenuta su Words Social Forum Ilaria!

Parlaci di come realizzi le tue opere, Ilaria.

Ciao e grazie per l’invito! Al momento sto lavorando a delle opere tradizionali, amo molto dipingere e quindi molto spesso la tecnica che utilizzo e’ proprio la pittura ad acrilico o ad olio. Mi sento in totale libertà quando creo e quindi non mi affido mai ad un unico mezzo o metodo, a volte ho bisogno di comunicare in altri linguaggi più contemporanei ed immediati e mi servo di tecniche digitali per colorare le mie illustrazioni d’inchiostro o comporre i miei collage.

simone

Raccontaci il tuo percorso artistico e di chi sei

Per molti anni ho represso la mia natura artistica e ho seguito fino all’università un percorso scolastico tradizionale, studiando al liceo scientifico prima e alla facoltà di Lingue Orientali dopo. Solo in seguito ho rivisto le mie priorità e ho deciso di lasciare l’ università ed iscrivermi all’Accademia di Moda e Costume dove ho appreso in forma rudimentale le tecniche pittoriche e grafiche. Sono convinta però che l’arte deve avere alla base un’esperienza di vita, credo che per me tutto sia stato importante: dall’imparare altre lingue al fare lavori che non avevano nulla a che vedere con la pittura, quello che si ritrova nei miei lavori non e’ mera invenzione, e’ la mia vita.

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L’anima teatro di Dio di Antonin Artaud (tradotto da Michele Baraldi)


« Se il segno dell’epoca è la confusione, io vedo alla base di tale confusione una rottura tra le cose e le parole, le idee, i segni che le rappresentano… Il teatro, che non risiede in niente di specifico, ma si serve di tutti i linguaggi (gesti, suoni, parole, fuoco, grida) si ritrova esattamente al punto in cui lo spirito ha bisogno di un linguaggio per manifestarsi »

« Il Teatro della Crudeltà è stato ideato per restaurare il teatro di una concezione passionale e convulsiva della realtà ed è in questo senso di rigore violento e di estrema condensazione di elementi scenici che la crudeltà su cui questo si basa deve essere compresa. Questa crudeltà, che sarà sanguinaria quando necessario, ma non in maniera sistematica, può essere così identificata con un tipo di severa purezza morale che non teme di pagare alla vita il prezzo che le deve. »

(Antonin Artaud, Il Teatro della Crudeltà)

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Come il proprio suppliziato delle tenebre in cui il destino di vivere mi ha sprofondato, tutti i miei volti si piangono nei loro sogni perchè non hanno più in sé quella continuità, quella inespugnabile autenticità del loro essere che l’anima immortale donava loro.
Credendo di vivere se medesimi non si accorgevano che il loro vampiro, il loro nemico, quell’altro che si è sempre voluto loro stessi e che non avendo corpo ha preso il loro per essere, tiene il posto dov’essi s’immaginano ancora vivere e muoversi.
Il doppio del teatro è la vita, ma il doppio dell’io è quell’essenza impercettibile che non ha mai voluto né teatro né dramma e che nella vita interna dell’io respinge il dramma per il quale l’io davanti a ogni pensiero deve meritare e guadagnare se stesso battagliando con le larve del proprio spirito, e introduce al posto di questa interna esaustione una statua o un’effige tutta creata e già fatta, come quell’improvvisa incarnazione di un essere che risalirebbe in essi membro a membro del tempo della pubertà.
Ora tutto questo è il nemico, è l’altro, e l’io è il non manifestato, il vuoto, il drammatico abbandono di ogni cosa, che attraverso la guerra del distacco fa venire in avanti l’anima e non il corpo. Ecco ciò che l’uomo oggi non sa più, ed ecco ciò che è di tutta urgenza apprendergli nuovamente, poichè credendo di vivere egli sarà perduto.
A lui manca un’attualizzazione nell’immediato di ogni materia esterna di questa scienza imprescrittibile del cuore.
La materia, lo so, passerà, ma non la scienza che avrà saputo prendere il posto delle ombre che la materia emana intorno a sé.
Il denaturamento, la traslazione inconscia di un principio che fa essere tutte le nostre volizioni è il punto sul quale ci si dovrà contare affinché abbia inizio la grande guerra che salverà la nostra idendità. Noi crediamo di essere noi e non lo siamo più, perchè non ci avvediamo che ciò che formava il nostro io è stato rapito nelle stelle proprio da colui che in noi si sceglie e che noi prendiamo come il culmine di noi stessi, quand’è in questo culmine di noi stessi, in questa energetica ineffabile dell’io che ci pietrifica con la sua imprescrittibilità, con il lucore delle sue sorprese, che ha luogo quel denaturamento, quella traslazione di cui parlo, ma con una rapidità così sottile, un giro di mano così istantaneo che il prestigiatore ha saputo dissimularsi in noi stessi, essere noi e pensare per noi. E noi non siamo più che i suoi propri portatori. Ed è il Male che noi portiamo su noi stessi. E sventura a chi non ne fosse cosciente. Ora, sono tutti a non esserne coscienti e a non sapere più che cosa è vivere, perchè vivere è raddrizzarsi in se stessi, a ogni secondo, con accanimento, ed è questo lo sforzo che l’uomo attuale non vuol più fare. Egli preferisce che l’automa dei limbi conduca l’opera del suo proprio sé. – E colui che non era nemmeno uno spirito non ha mai tratto profitto che dalle debolezze degli esseri per darsi l’illusione della vita. A forza di non scegliersi e di abbandonarsi alle attrazioni del non-essere l’uomo ha finito per dar posto nell’essere a qualche cosa che non era vita, e che in lui è diventato uno spirito.
Lìamore è più semplice da realizzare che l’odio, la virtù che il vizio, il distacco che l’egoismo, la rapacità, la cupidigia e la malvagità.
Ora non è questo che l’uomo pensa.
L’essenziale è non perdere l’occasione di apportargli l’aroma della verità e non lasciare che si frastorni per un’opera che non risponde a tutte queste interrogazioni.

(scritto tra il 15 e il 20 febbraio 1945)

tradotto da Michele Baraldi, da In forma di parole, 1991