Il dolce erotismo di Manuela Tosi


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Benvenuta su WSF Manuela,

Chi è Manuela Tosi. L’artista e la persona?

Credo sia una delle domande più difficili che si possano fare ad una persona.
Chi sono?
Ognuno di noi, nella propria vita, si è sentito dire almeno una volta di mettere i piedi a terra perché era giunto il momento di farlo.
Perché decidere di fare l’artista equivale, per la società, a non lavorare e perché uscire dal pensiero collettivo porta sempre ad una sorta di emarginazione.
Per cui, per un lungo periodo della mia vita, mi sono conformata alla massa e ho seguito un percorso che fosse conforme all’ideale collettivo e “accettabile” .
Ma in realtà io, quei piedi a terra, non li ho mai messi.
Sono sempre stata una sognatrice, una idealista, una che pensa in modo trasversale, fuori dal coro .
Ho sempre pensato di essere diversa e mi ci hanno anche fatta sentire diversa e sbagliata.
Soprattutto sbagliata.
Ma questo “potere” (chiamiamolo così) che le persone hanno su di noi decade quando la vita ci mette alla prova e quando ci si riesce a guardare dentro .
Solitamente è dal dolore che si cambia e che si comprende con maggior chiarezza quali siano le nostre priorità e, purtroppo, è arrivato anche il mio momento di dolore nella mia vita .
La sofferenza dopo un po si trasforma rabbia ma, al contrario di quello che si crede, questo sentimento non è negativo ma è un motore che ci spinge ad agire e che ci porta a comprendere con più esattezza cosa siano il giusto e lo sbagliato e, soprattutto, cosa sia giusto per noi stessi.
La parte di me che fa arte e che crea è quella libera dal giudizio ed è anche la parte che sa esattamente cosa sia giusto per lei e quale sia il suo ruolo in questa vita.
La parte di me che crea è la parte che mi ha salvato e che mi salva la vita ogni giorno.
La parte di me che crea è la parte che mi rende viva.
Senza questa parte di me, probabilmente, non esisterebbe nessun’altra persona.

Come e quando inizia il tuo percorso artistico?

Fin da bambina volevo fare l’artista.
E non parlo solo del disegno (che è la mia più grande passione) ma parlo anche della scrittura e della musica.
Avrei voluto imparare a suonare una marea di strumenti musicali.
Avrei voluto scrivere un romanzo.
Volevo vivere in una roulotte, volevo un cavallo e volevo girare per il mondo vivendo di arte.
Alla fine, tra tutte queste cose, ha prevalso quella piccola creatura che si alzava al mattino presto per disegnare e che svegliava tutti per poter mostrare le sue opere.
Il mio percorso nasce esattamente da lì e da quella bimba di quattro anni che voleva poter fare tutto

Cosa dà e cosa toglie creare?

Ho sempre sentito dire che se “sposi” l’arte tutto il resto viene a mancare perché, una volta abbracciata, tutto ciò che hai attorno ed accanto a te decade e perde di importanza .
Per me non è stato esattamente così.
L’Arte può diventare una meravigliosa fuga dalla vita reale e, fintanto che sei lì, in effetti nessuno può raggiungerti
Ad ogni modo posso dire con certezza che questo “mondo” mi ha soltanto portato doni…
A partire dalla sensazione meravigliosa che si prova ogni volta nel vedere nascere qualcosa di vivo e di tuo da un semplice foglio di carta fino alle persone che hanno iniziato a entrare nella mia vita dopo aver finalmente realizzato questo “matrimonio”…

Quali cose ti mancano per una completa maturazione artistica?

Non credo che esista una completa maturazione artistica.
Sarebbe un dramma se esistesse.
Significherebbe non avere più stimoli e non cercare più nulla.
L’Arte è continua ricerca e continua evoluzione.
Cosa mi manca?
Tutto.
È grazie a quel tutto che cresco ogni giorno un po di più e che continuo la mia ricerca di un qualcosa di più grande e di migliore
Guai se fosse diverso

Le tue opere hanno un sensuale realismo, qual’è il messaggio nascosto dietro ai tuoi disegni?

Dicono che ognuno di noi sia esattamente ciò che crea.
Non so se valga lo stesso per me tuttavia questa mia continua ricerca di queste figure femminili e sensuali credo che equivalga ad una mia continua ricerca interiore di quella parte di me che credo mi appartenga ma che resta ben nascosta dietro ai miei colori..

Tra le tue esposizioni ricordiamo la Kermesse di Next Stop Venezia, cosa puoi dirci di questa esperienza?

Penso che Venezia sia un sogno per la maggior parte degli artisti e il contesto di bellezza che ha fatto da cornice a questa Kermesse ha reso il tutto ancora più magico.
Posso soltanto dire che ogni artista dovrebbe avere la possibilità di vivere almeno una volta nella sua vita questo meraviglioso “sogno” .

Come vedi la “salute” dell’arte contemporanea?

Penso che la “salute” dell’arte contemporanea sua diventata molto precaria.
Qualunque cosa, ormai, viene definita arte a discapito di chi crea realmente opere d’arte.
E credo, anche, che l’arte stia perdendo il suo vero valore.
L’Arte è da sempre vita, bellezza, benessere, “ricchezza” ma, purtroppo, sono tutti troppo presi da milioni di impegni e anche da cose superflue per potersi ancora soffermare ad ammirare e a respirare lo splendore dell’arte

Cosa consiglieresti ad un giovane artista emergente?

Ogni sogno richiede almeno un atto di coraggio
Per cui il mio consiglio è quello di non avere paura nel seguire le proprie inclinazioni e i propri sogni perché è molto meglio fallire rispetto a non aver mai provato
Un fallimento si può accettare
Un rimpianto resterà per sempre un rimpianto

Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi futuri progetti?

Senza fare elenchi o entrare nello specifico posso soltanto dirti che continuerò il mio percorso con tutta l’energia e il coraggio possibile affinché questa strada non si interrompa mai…

Grazie Manuela

Dott. Christian Humouda

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Safu e la non estetica delle emozioni


Fulvio Salvi, in arte Safu, espone la sua personale presso il cortile maggiore di Palazzo Ducale a Genova. Una mostra pittorica e scultorea che viene proposta dalla Galleria Divulgarti sotto la cura artistica di Loredana Trestin.

Quella di Safu è un’ arte ricercata, che pone le sue basi sul non estetismo di Asgen Jorn. Un non-estetico che rifiuta il concetto di bellezza, senza apparire brutto. Le opere di Fulvio Salvi ricalcano un po’ questo concetto trasmettendo altresì, una forte componente personale, che trova le sue fondamenta solo parzialmente nei corpi neri e scheletrici di Basquiat. Quello che possiamo vedere all’interno dell’opera dell’artista genovese è qualcosa di più profondo. Una visione del mondo e del colore atta a coprire le brutture emozionali del proprio io.

Si rimane pertanto positivamente colpiti dalla capacità espressiva della cromia, che ci inebria, privandoci però, di quella possibilità di comprensione che solo in un secondo momento è possibile osservare. I quadri infatti, epurati dal colore, sono dei veri e propri fantasmi, vittime e carnefici di un mondo fantastico. Che rompe lo schema noioso dell’arte contemporanea producendo un contenuto di natura visiva. Un’emozione fruibile da chiunque abbia tempo e voglia di ascoltare. Qui ritorna nuovamente la scuola del genio del novecento Jorn e del gruppo CoBrA, fondato lo ricordiamo, per liberare l’artista dal controllo della ragione borghese.

Un’asimmetria oculare quella di Safu che cerca di donarci una duplice visione del mondo, una visione divisa tra la sfera fantastica e quella più meramente reale.

Le presentazioni del professor Daniele Grosso e del prof. Roberto Guerrini aprono ad una proiezione più ampia di ricerca storica. Un’indagine storico-iconografica che ci permette una maggiore comprensione dell’interiorità dell’artista, in un percorso che si propone come ultimo scopo quello di dare in modo più esaustivo possibile una descrizione sul passato dell’arte. La mia critica invece si basa su ciò che stiamo osservando e vivendo in questa nostra contemporaneità.

Safu è un graffittaro degli anni duemila, che presenta una carica interiore ben superiore a quella politica. Per questo non mi sento di associare le sue opere al ben più famoso Basquiat. Quella mostrata è un’ arte poliedrica che abbraccia in parte il design della forma e la stigmatizzazione deformata dei personaggi.

La sua visione del mondo è una liberazione da un controllo imposto, che si dipana sulle tele come un momento di assoluta libertà, una rottura verso una convenzione estetica e personale, troppo sottile per essere vista.

Dott. Christian Humouda

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Equilibri di vita Marco Miele e Alessandro Dellara


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Il cortile Maggiore del Palazzo Ducale di Genova accoglie grazie alla curatrice Loredana Trestin la bipersonale di Marco Miele e Alessandro Dellara.

Le fotografie di marco Miele sono spaccati di quotidianità che dialoga con l’osservatore in un linguaggio non verbale che si apre alla luce naturale del mondo. Riprendendo le parole di Angelo Bacci ” le foto di Marco Miele raccontano e rappresentano uno spaccato artistico del tutto originale, speciale e straordinario in quanto con lo scatto riesce a sostanziare ciò che lo colpisce e che coglie con una sensibilità, estro e intensità sorprendenti. Insomma trasmette dei messaggi che mettono a nudo il suo rapporto tra realtà, fantasia e creatività, elementi che con i vuoti e i pieni, la luce e le ombre racconta con l’anima. Le sue immagini fotografiche, hanno una profondità e una personalità forte, un messaggio semplice e chiaro, umile, ma efficace, ricco di valori e sentimenti umani, sociali e spirituali, riesce comunque a raggiungere e far vibrare le corde dell’anima, in quanto la rende viva e partecipe!

Le opere dello scultore Alessandro Dellara sono la rappresentazione fisica di questo legame. Uno studio quasi antropologico della ricerca clarkiana della relazione. Una scultura che cambia e muta a seconda del tipo di fruitore che la possiede. Oggetti piccoli, geometrici che dialogano ed emozionano. Una danza di forme e significazioni che si traslano in linee funzionali. Opere di diverso formato e consistenza che si tramutano in rags senza dimenticare le torri leopardiane di antica memoria che si evolvono in altrettanti vasi dislessici modellati secondo l’antica tecnica etrusca del bucchero. Qui il più nobile degli elementi, la ceramica nera e lucida prende forme affusolate, rotonde, materne. Perché la capacità dell’uomo o della donna di accogliere un sentimento non sempre è visibile alla vista, e come l’amore, una volta finito, non ha più motivo di ritornare.

Dott. Christian Humouda

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Sogni ed enigmi


image00009dal 22 marzo al 5 aprile 2019

Cortile Maggiore Palazzo Ducale, Genova

 

Sogni ed enigmi  è il titolo della collettiva promossa e curata da Loredan Trestin per Divulgarti. Un percorso  artistico che conduce il pubblico ad ammirare  12 artisti e 21 opere.  Gli autori partecipando con lavori dalle  tematiche e dai contenuti inconsueti, svelano le più celate sfumature del loro io più profondo e nascosto.

La mostra si apre con le opere fotografiche di Dario Veronelli,  nome d’arte @dariovero che propone due fotografie raffiguranti architetture spagnoleggianti. Immagini chiare e sognanti. Un insieme di colori caldi che trasformandosi  in una  luce  armoniosa fanno risaltare i dettagli presenti nell’immagine stessa.

Francesco Bisazza si affaccia con un dipinto immaterico. Un pezzo innovativo per tematica e uso dei materiali. Un’opera che sfocia in un astrattismo concettuale composto da pennellate decise che creano una contrapposizione cromatica tra il visibile e l’immaginario.

Il fotografo Franco Borio espone un’istantanea del ponte Monumentale, una sezione architettonica del ponte genovese. Lo scatto ha la particolarità  di mettere in mostra solo una porzione dell’immagine, che appare  coperta da un telo. Espressione della rappresentazione del mondo di oggi dove  incomunicabilità  e invisibilità sono parte essenziale del vivere quotidiano.  Allo stesso tempo però, l’autore invita l’osservatore alla ricerca e alla scoperta di  ciò che si nasconde alla vista. Tutto in un contrasto di bianco e nero ben calibrato e pulito.

Paolo Borio presenta due sculture, una sirena e una regina africana. Le linee di Borio sono morbide, quasi primitive nella forme in  un ritorno alla fantasia e alla bellezza dell’Africa.

Stefano Casamassima mostra un’ opera che ricorda la migliore tradizione astratta in una commistione di colori caldi e freddi che colpiscono creando emozioni contrastanti.

Gabriella Chizzolini porta due disegni di donne, semplici nelle forme, ma profondamente enigmatiche. La bidimensionalità delle figure diventa forza espressiva, elevazione verso un oltre celato, che non ci è permesso di vedere.

Elisa de Cesari giovane illustratrice genovese omaggia e onora Genova con un’illustrazione bicromatica che svela attraverso gli occhi del sogno le meraviglie della  sua città natale.

Andrea Gulli è un autore versatile, un ricercatore della materia che attraverso composizioni geometriche cerca il senso del movimento della vita.

I dipinti surrealisti di Marco Lombardo sono paesaggi che mischiano la realtà alla fantasia in un processo mai banale, di colore ed emozione.

Carmine Londino presenta tre opere a grafite. Corpi nudi e giochi di luce che mutuano dalla fotografia recente, elevando il disegno a rappresentazione del momento. Opere classiche nelle forme, che uniscono una straordinaria tecnica iperealista al gioco della luce e del movimento.

Pino Tipaldo, autore eclettico e versatile sottopone con uno stile mutuato dal futurismo, immagini bucoliche che si incontrano e scontrano con altrettanti spaccati della città moderna. Visi e forme che ricordano da vicino l’espressionismo illuminato dalla ragione.

Gianmario Vigna ceramista piemontese celebra la città di Genova con una scultura, un pesce colorato, dalle  forme ondeggianti come quelle marine. Una gamma di colori potenti che rimangono a lungo nello sguardo.

 

Dott. Christian Humouda

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Onde di vita Mu.ma Galata museo del mare dal 1 al 23 marzo 2019


Il mare e la sua forza espressiva. L’onda e la sua forza naturale, dispensatrice di vita e di morte. “Onde di vita” è il titolo della mostra che Loredana Trestin propone al Mu. Ma Museo del Mare di Genova. Un viaggio che coglie le due anime dello stesso elemento, l’acqua.

Un percorso tra figurazione paesaggistica e figure astratte. Una mostra innovativa che si trasforma e diventa interattiva con la video installazione dell’artista cinese ZHU Yaning. Un punto di fusione tra l’antico e il moderno in una panacea di opere figurative che si tramutano e si astraggono in altrettante linee di colore.

Possiamo osservare le linee post impressioniste di Gianmarco Crovetto e i colori della Liguria, in un susseguirsi di pennellate decise che nascono da una visione del mondo filtrata dagli occhi dell’autore. Una riproduzione di mondi reali e immaginifici che ci accompagna verso le costruzioni a picco sul mare di Letizia Gregni strutture che si confondono con il contesto, in una strana danza dettata dal movimento pittorico. Si passa poi, ai rilievi e ai colori delle coste deserte di Maristella Laricchia, una commistione di toni che sfumano dal blu al verde. La tonalità blu scuro ritorna sulla tela di Michela Magnani che mostra le profondità più oscure e profonde del mare e dell’animo umano.

Mario Pascali invece, riproduce un mare increspato, ricreando le rifrazioni quasi illuministe della luce e del mare. Le onde si increspano fino a disegnare nuove linee e colori. Daniela Rombo raffigura un mare in tempesta, con linee quasi post-impressioniste che danno all’osservatore la capacità di cogliere l’emozione di una burrasca .

La mostra però, si astrae con nuove voci di artisti che utilizzano l’elemento acqua per ricreare altro. Acquasculture propone una serie di soggetti assolutamente innovativi. Quella che i due artisti (Andrea Amorusi e Simone Giorli) sottopongono alla nostra visione sono delle vere e proprie sculture create dal movimento e immortalate con l’ausilio fotografico. Qui è la sostanza che attraverso il movimento assume forme quasi naturalistiche in un susseguirsi di sagome e colori mai visti.

Il movimento è presente anche della pittura di Sofia Ancillotti. Un’opera astratta che unisce pennellate decise a linee più sottili in una miscela mai banale che colpisce per qualità e tecnica.

L’ing. Carlo Busetti mostra una delle sue opere digitali, ricche di colori ben calibrati e simbolismi che ricordano l’arte di Mirò.

Anna Maria Ferrari propone un’opera duale di purezza e forza che si raffigura con il rosso del fuoco e la delicatezza del petalo che richiama la spensieratezza dell’infanzia.

Menzione d’onore a Fiamma D’Auria che nella sua opera unisce la forza primitiva dell’ onda marina ad un corpo umano che viene ritratto coperto dai flutti. Un’ opera attuale che mostra come la dualità del mare. Una bellezza da osservare, ma anche nemico da sconfiggere per coloro che anelano ad una terra promessa sempre più difficile da raggiungere Una scala di grigi che coprono il viso della figura e si distendono, dilatandosi, verso il corpo.

Beppe Saccomani presenta un’ opera particolare e interessante che ricorda la riproduzione post impresionista di una città osservata attraverso l’occhio storto di un grandangolo. Pennellate tratteggiate danno vista ad un’esperienza visiva nuova e innovativa per contenuti. Il quadro di Renzo Sbolci frammentato e diretto ricrea linee e colori che ricordano l’astrattismo geometrico kandiskiano in una connubio di linee e angoli che creano emozioni contrastanti. L’opera immaterica di Martina Tamberi gioca sulla luce prodotta dalle cromie del colore in una miscela che riproduce il senso del movimento attraverso l’uso del materiale pittorico.

Ultima non per ordine d’importanza è l’opera di ZHU Yaning che attraverso una video installazione riproduce e contrasta gli elementi ciclici della natura in un susseguirsi emozionale carico di pathos.

Dott. Christian Humouda

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“In-perfecta” di Roberta Marinaro


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In-perfecta, l’emozione dell’imperfezione.

Nella bellissima cornice del Palazzo Ducale di Genova prende vita la mostra curata da Loredan Trestin per Divulgarti.

In-perfecta di Roberta Marinaro è un viaggio colorato e astratto che colpisce per la qualità dell’emozione espressa. Le opere esposte seppur di diversa natura, ricordano da vicino la pop art e si astraggono in una serie di dipinti dalla duplice matrice in cui il vero protagonista diventa il colore. Denso, vivace, sanguigno, che si dipana sulle tele creando figurazioni che diventano concetti astratti. Momenti di interiorità messi su tela che definiscono, mostrandoli, i lati più intimi dell’animo.

Un insieme d’immagini pop che incontrano una pittura analitica legata alla realtà e al suo significato sotteso. Un vortice di emozioni e forme che si traduce in rossi vividi e colori dorati che mitigano la visione producendo uno strano senso di smarrimento. Un ricordo cheap della società moderna, in cui tutti possiamo essere famosi per non più di quindici minuti.

Dott. Christian Humouda

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Biennale Arte Dolomiti 2018


Nella splendida e austera cornice dell’ex Caserma Monte Rite prende vita la seconda edizione della Biennale arte Dolomiti, promossa e organizzata dall’Ass.Culturale Biennale Arte/PaiviProArte.Com.

La mostra dopo il grande successo della prima edizione ritorna con un tema molto particolare ed emblematico chiamato: il “Rosengarten” – il giardino delle rose. La delicatezza del petalo che si contrappone alla durezza della roccia nell’infinito scontro tra natura e uomo.

L’idea del giardino delle rose prende spunto da due elementi, la volontà di ricreare una zona di pace in cui mostrare le visioni artistiche dei quarantaquattro autori provenienti da ogni parte del mondo e recuperare, mostrandola, una parte della nostra storia recente.

Il tema proposto dall’organizzatrice Paivi Tirkkonnen va però oltre. La sua infatti, pare essere una ricerca più profonda, che sfocia nella semiotica del segno, inteso come interstizio, cicatrice fisica o mentale che l’uomo lascia su se stesso e su ciò che lo circonda.

L’esposizione si apre con la testimonianza diretta dell’artigliere Elio Humouda che ci svela e racconta della sua permanenza all’interno della Caserma Rite in uno dei numerosi campi invernali svolti durante il periodo di leva. L’inchiostro si unisce ben presto però al murales dell’artista brasiliano Andruchak. Un segno vitale e pieno di vita il suo, che attraverso arabeschi e simboli riesce ad inserire, trasformandolo, il significato di libertà e unione dei popoli che l’uomo troppo spesso dimentica di avere.

Proseguendo il nostro viaggio all’interno delle sale restiamo colpiti dalla quantità e varietà di opere presenti. Dalla fantastica installazione video performativa: “In Between” di Veronica Fernandes Schell e Pierre do Vale alla performance di Uko Sepsivart. Opere lontanissime per genere e forma che vengono accomunate dalla volontà di esplorare il mondo delle emozioni e della scultura. Il coro di voci però non si conclude qui e passando per l’australiana Karee S Dahl si arriva all’opera regina di questa kermesse, quella dell’austriaco Reinhald Schell. La sua installazione chiamata “Peace” del 2018 altro non è che una colomba composta di filo di ferro dentro ad una gabbia troppo stretta.

Proseguendo al piano superiore troviamo l’estone Kristin Reiman, che con la sua opera: “Dolby Toblerone” riproduce centinaia di piccole copie del monte Cervino formando una struttura piramidale che ha il duplice scopo di occupare lo spazio e produrre silenzio. E’ qui che si svelano le illustrazioni puntiniste e antropomorfiche di Daniel Torres che ci accompagna con il suo stile realistico e grottesco verso l’opera regina presentata da Yoko Ono.

Nutopia” pur nella sua semplicità è un appello alla pace. Un addio alle armi, in favore di una tregua ormai sempre troppo fragile fra i popoli e le religioni. Una carezza silenziosa che chiude una Biennale ricchissima e ben organizzata che ci lascia dopo la visione il suo coro di voci. Che rimangono dentro di noi in quell’interstizio cavo, chiamato memoria.

Christian Humouda