La disubbidienza tra mondanità e iniziazione


Quando il nostro caporedattore ha proposto un articolo sulla disobbedienza per gli amici di Maintenant, ne sono stato inizialmente molto entusiasta. E ho subito accettato.
Ho poi pensato che non c’è migliore articolo che non sia in realtà “azione”, e l’opera di disobbedienza in questi termini poteva essere assolta non presentando l’articolo. Sì, su Words Social Forum siamo un po’ tutti degli “scoppiati”.

Ho preferito in questo caso però ob audire al mio desiderio più alto (anche se alterando i tempi di consegna), ovvero quello di esprimermi per una volta al riguardo. “Ubbidire” in base alla radice etimologica significa “prestare ascolto”, per estensione quindi ha assunto il significato di ottemperamento e rispetto di una norma.

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La sessuale ironia di Sandra Torralba


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Basta vedere pochi scatti di Sandra Torralba per rimanerne ammaliati e incuriositi.
Folgorati dalla genialità dei simboli e del modo in cui vengono espressi, la sua ironia ci trasporta foto dopo foto a scoprire la sessuale chiave di lettura del suo mondo e di ciò che la circonda.
Una sessualità pura, nella sua essenza più schietta: un corpo nudo, privato di perversione, ma incuriosito dal mondo pornografico di cui ne studia le tecniche e l’avanzare.
Ma l’ironia di Sandra Torralba può esplorare qualsiasi mondo, e così la “caduta di un sogno” o una morte può trasformarsi in un elemento “piacevole”, dandoci una possibilità di crescita e rendendo possibile il “viverlo in modo diverso”.
I suoi lavori sono il prodotto di una precedente carriera da psicologa e psicoterapeuta (poi abbandonata per la fotografia) che vanta alcuni diplomi tra cui quello in Terapia Sessuale e quello in Counsuelling umanistico; un curriculum che si esprime e valorizza la foto attraverso elementi che la arricchiscono e la rendono quasi “universale”.

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Cos’è la fotografia per Sandra Torralba?

Per me la fotografia è un modo per fare i conti con la vita e comprenderla, una passione, una professione, un’arte, un piacere, uno sbocco e un dono. Rende la mia vita semplice, felice, piena e in generale più bella.

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Quando è iniziato questo tuo percorso e come si è evoluto nel tempo?

Scatto foto da quando ne ho memoria. Facevo film fotografici con i miei amici da quando avevo 10 anni. Ma non avrei mai pensato che la cosa non sarebbe terminata ed avrebbe impegnato la mia vita. Pensavo di voler essere una scrittrice. Ho sviluppato una carriera in psicologia e psicoterapia, è stata la mia professione per 4 anni, poi la misi in secondo piano. Non era ancora il 2008 quando mio marito ed io tornammo in Spagna, dove decisi di sospendere tutto e permisi alla fotografia di trasformare la mia vita.

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Nel 2009 hai pubblicato una raccolta intitolata “Visionarios”, qual è il tuo rapporto con la Fede e la Spiritualità?

Non sono una persona religiosa. Sono scettica nei riguardi della fede e della spiritualità, anche se sono rispettosa e comprensiva nei riguardi di queste dimensioni umane, posso solo essere cinica riguardo le mie sensazioni in proposito.

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Nel 2008 con “sleeping people” hai voluto descrivere la sensazione di essere solo un “osservatore” della vita… come descriveresti questa sensazione oggi?

Ci sono momenti nelle nostre vite in cui noi siamo dei passeggeri. Non sempre consci; la vediamo andare, intrappolati nelle routine e nei doveri, progettando per il futuro, seguendo un piano e lasciando sfuggire il tempo fra le nostre dita. Questo intendo quando dico “il presente è quello che lasciamo andare mentre progettiamo il futuro”.
Non c’è nulla che può essere fatto nei riguardo del tempo che sfugge, ma credo che esserne consapevoli dia significato alle nostre vite, tutti i giorni. Non ho bisogno di essere tutti i giorni eccezionale, non credo che la felicità sia uno stato costante di esistenza: credo che un momento felice al giorno o un piccolo pensiero possa rendere un giorno vissuto. Non riguarda l’essere tiranneggiati dal fare il più della nostra esistenza, riguarda solo la consapevolezza che la vita finisce, e non avremo nessun giorno indietro.

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Pensi che questa indifferenza si viva anche nei confronti della sessualità?

In un certo senso può darsi. Prendi la pornografia, c’è una vastità di prodotti porno che arrivano all’osservatore senza alcun auto-criticismo, interrogativo o riflessione. Questo sta succedendo in tutto il mondo dell’audio-video. Da un certo punto di vista ciò è meraviglioso, soprattutto per l’immensa proliferazione di materiale e per la democratizzazione del mondo audiovisivo. Tutti ora possono esprimere se stessi attraverso il mondo audiovisivo: ed è precisamente questo il motivo per cui più auto-criticismo e un approccio critico sono necessari. Il consumo passivo, indifferente e/o la semplice accettazione di ciò che ci viene scaraventato contro è un problema.

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Come nacque l’idea per “self-portait”?

Ci sono diversi motivi che mi spinsero a realizzare degli autoritratti.
Per prima cosa per motivi pratici: è più facile esplorare una sola persona e usare una sola persona come modella, sempre disponibile, sempre volenterosa…
Inoltre, da psicoterapeuta, usavo me stessa in primo luogo per iniziare ad esplorarmi: solo quando le emozioni e i pensieri sono puliti la riflessione può estendersi agli altri.
In secondo luogo, il mio messaggio è abbastanza personale (non autobiografico, ma personale). Non ha senso per me usare qualcun altro per incorporare il mio messaggio, eccetto alcune serie recenti, dove uso mio figlio e mia nonna: sono parte di me, e io sono una parte di loro.

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Come descriveresti “The Downfall of the dream”?

“The downfall of the dream” partì con la storia di un sogno umano e su come i fallimenti della vita portano alla deriva. È come se traessero godimento da un sapore che hanno già provato: i protagonisti di queste azioni continuano a desiderare, continuano a sognare. Ma le memorie e i sogni sono spesso sfocati, e con il tempo divengono consapevoli del proprio decesso. Questa è la farsa degli espedienti dall’esistenza: non c’è vita senza morte come non c’è sogno senza la sua caduta.

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“Estranged Sex” è uno dei tuoi lavori più influenti. Da cosa nasce l’idea e come vivi il mondo della sessualità?

Estranged sex è partito come un esercizio. Sebbene io abbia iniziato a fotografare rivolgendomi a tematiche sessuali, era solo un tipo di esercizio che seguiva la prima immagine della serie. Il compito era quello di fare un autoritratto sessuale. “Sarà facile”, pensavo. Ed infatti feci 4 autoritratti totalmente differenti.
Nella prima che inizia la serie volli parlare di come le donne dovrebbero vedere i porno hardcore e su come non era necessario restare nel softcore. Volevo solo esprimere il fatto che loro possono, che qualcuno lo fa, e per questo ho interpretato una donna che guarda un film hardcore dove c’è del sesso anale. Ma questo era troppo semplice e non del tutto interessante o comunque originale. Credevo ci fosse stata la possibilità che alcune donne l’avessero vista diversamente. Quindi mi chiesi come avrei potuto creare una foto che contenesse del porno ma che non volesse essere un chiaro “fai l’affare”. Pensai che se avessi rappresentato solo un’osservatrice come una ragazza che guarda un porno, sarebbe stato solo quello, una ragazza che guarda il porno senza incoraggiare un pensiero che avrebbe indotto qualcosa. Ma se avessi presentato un’immagine imbarazzante, contenente porno e sessualità ma allo stesso tempo strana e non eccitante, un’immagine che conteneva tutti gli ingredienti (una ragazza bagnata, un po’ di carne, porno nel computer), e, non solo un lavoro tranquillo in termini di eccitazione… avrei probabilmente catturato l’attenzione dell’osservatore e avrei iniziato una conversazione.
Non era un’aspirazione, solo una conversazione riguardo il porno e dove ci collochiamo nei suoi riguardi. E questo è come nacque la serie con il concetto di “estranged” (allontanare n.d.T.) che ha il significato di qualcosa che usiamo per chiuderci e conoscerci, e (la sessualità) non è altro (come pensiamo che sia: genere, identità…).

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Cosa senti di dovere fotografare?

Sento il bisogno di dover fotografare tematiche che mi sono care o molti dei pensieri del mondo psicologico ed emozionale. Ci sono temi politici, che riguardano tutto il mondo e occupano molti dei miei pensieri ma non sono capace di racchiuderli in una fotografia.
Ho l’impressione di essere umoristica, sebbene alcune delle mie serie appaiano tristi e oscure (v. “the downfall of the dream”). “Estranged sex”, “the ideal man”, “sleepy people” sono basate sull’humour.

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Credi ci sia una grande differenza tra la sessualità di un tempo e quella moderna?

Non lo so. Voglio dire, ci sono differenze ovvie nelle leggi, regole, su cosa è visto normale e su cosa non lo è, su cosa è ammesso e cosa non lo è. Potrebbe sembrare di trovarsi in un circolo continuo dove alcune cose tornano indietro e avanzano (per menzionare qualcosa pensa ad esempio all’aumento dell’omofobia in questi giorni). Ma comunque non so come le persone facevano esperienza con i propri corpi e la propria sessualità 100 anni fa o 2000 anni fa. Ipotizzo che ci sia sempre stato un grande piacere e come sempre una grande repressione e un controllo sociale compulsivo su questo argomento. Quindi in questo senso penso che gli uomini abbiano fatto sempre le stesse cose.

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Con estranged sex ti sei avvicinata anche al mondo della video-art…

Molte delle mie serie contengono spezzoni di video-art, nella forma di “making of” dei pezzi d’Arte. Ma come tutto in “estranged sex”, la produzione è diventata più complessa, rifinita ed elaborata rispetto alle altre serie.
Il Video è più complicato; e diventa ancora più difficile e complicato per me rispetto alla fotografia, soprattutto senza alcun capitale e supporto per attuare le mie idee. Ma ho alcuni stralci video che produrrò il prossimo anno e che credo saranno di una estrema bellezza e di una penetrante sofferenza.
Non credo che i video e la fotografia vadano mano nella mano o che l’una si evolva nell’altra, o che uno scarseggia e l’altro può soddisfare maggiormente. Sono diversi canali d’espressione e io vedo soltanto l’uno o l’altro nella mia mente.

[Estranged Sex XVII- The Making of: http://vimeo.com/16216767%5D

Pensi sia necessario assecondare i propri impulsi sessuali?

Bene, credo che siamo esseri sociali e quindi uno debba seguire i propri bisogni il più possibile senza urtare o attentare contro la libertà dell’altro.
Credo che ognuno debba essere educato liberamente e con amore, rispettando la natura umana e il corpo, e quindi dopo si debba esplorare la di lui – o la di lei – sessualità con minore repressione e con meno ostacoli: ciò è diverso dal dire che tutto è consentito.

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Cosa comporta il making of di un tuo set?

Stanno crescendo in complessità e organizzazione. Ho iniziato da sola e ora è raro non avere un truccatore, un assistente, un proprietario di location, e infine 4-5 modelli. Io devo fare la scenografia, la direzione artistica, della luce e della fotografia, ma è d’aiuto avere alcune persone che mi danno una mano.

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Pensi che l’ironia sia un buon metodo per comunicare dei messaggi?

Penso che l’humor sia un buon mezzo per comunicare messaggi. Humor e neutralità. Ambedue in accordo nell’osservatore, per pensare liberamente, senza essere influenzati e senza la densa aura del giudizio morale.

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Qual è la foto a cui ti senti più legata?

Non credo ce ne sia una in particolare. Sono legata a molte foto, specialmente quelle più personali che contengono i miei unici amori o che comunicano qualcosa in cui io credo profondamente o che supporto.
Adoro “Downfall of the Dream 06” (quella con mia nonna) soprattutto per il tempo che abbiamo speso insieme per crearla, la sua complicità ed innocenza. Poi amo “The hope’s Crevice 01” con mia nonna e mio figlio, per la stessa ragione. Molte immagini mi permettono di godere ed affrontare i periodi di malattia e morte, trasformando qualcosa di triste e doloroso in una meravigliosa esperienza.
Oltre queste, amo le foto in cui compaiono mio marito e mia madre per l’onestà che noi tutti ci mettiamo e per la loro costante dedizione e l’incondizionato supporto.

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LINKS
http://www.sandratorralba.com
http://www.sandra-torralba.blogspot.com
http://www.facebook.com/pages/Sandra-Torralba/169765809755544

Un Museo pieno di Bottoni – intervista a Giorgio Gallavotti


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Bottoni giapponesi del 1600 il primo in. ebano, avorio, strati di madreperla e corniola lavorata a buccia d’ arancia il secondo avorio con strati di madrepera

Facciamo quotidianamente uso del bottone per mantenere insieme i lembi delle nostre camicie o dei nostri cappotti. Ma sicuramente sono pochi quelli che si sono incuriositi dell’evoluzione del bottone attraverso i secoli. Tra questi vi è Giorgio Gallavotti. Nel 1991 espone per la prima volta la collezione di bottoni che aveva cucito prendendoli dal vecchio magazzino del padre.

Dopo diverse mostre private, anche fuori comune, e una voluta dalla amministrazione comunale nel 2001. Il Museo del bottone ha aperto privatamente il 10-05-2008. La collezione conta ora 12.000 bottoni.

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Bottone che raffigura Maria Antonietta

Com’è nata la sua passione?
Io e mio padre abbiamo venduto bottoni per tutto il 1900 in un’importante merceria a Santarcangelo.
Lui nel 1920 ha rilevato un vecchio magazzino chiuso da vent’anni ove vi erano bottoni in stile liberty di fine ‘800 e dei primi del ‘900, il negozio, poi, è stato chiuso nel 2002.
Naturalmente ho giocato coi bottoni sin da bambino. Nel 1980 ho iniziato a creare il Museo del Bottone.

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Un’ala del museo

Ha da subito ottenuto un riscontro eccezionale con la sua raccolta, sin dal 1991 la prima mostra. Questo l’ha portata poi ad esporre in modo permanente la sua collezione dal 2008 nel comune di Santarcangelo di Romagna. Come mai crede che la mostra abbia attirato così tanti visitatori?
Ho capito che il bottone, non serviva solo per unire due lembi di stoffa o ad ostentare la moda, ma che vi erano dieci modi di lettura: ostentazione, comunicazione, seduzione, provocazione, con le figure erotiche, del gossip, del contrabbandiere, da lutto, di superstizione e in fine il bottone psicologico e virtuale dei rapporti fra uomini e donne. Il successo deriva dal fatto che noi non facciamo vedere i bottoni, ma raccontiamo i bottoni. Ovvero raccontiamo le storie sociali, politiche, economiche e di costume di cui loro sono i testimoni. Le storie sono quelle della nostra vita della società dal 1600 ai tempi nostri.

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In vetro di Boemia 1980

Per catalogare i suoi bottoni, ha dovuto fare delle ricerche. In che ambito si sviluppano?
Le ricerche indubbiamente e soprattutto nell’ ambito della storia sociale, di qualunque tipo ed epoca.

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Giorgio Gallavotti all’interno del Museo mentre spiega ai visitatoro

Cos’è per Giorgio Gallavotti un bottone?
Il bottone è la memoria della storia. Era nei palazzi dove si decidevano i destini dei popoli e nelle carceri e dove venivano martoriati i detenuti. Era in grado di raccontare la storia dell’ umanità sotto tutti gli aspetti.
Quando succedevano degli avvenimenti sulla strada, nella società, nel mondo di cui la gente ne parlava e discuteva, c’è stato sempre uno stilista che metteva e mette ancora la simbologia di quell’ avvenimento su un bottone, che diventa una pietra miliare e testimone dell’ evento.

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Maiolica tedesca del 1800 con 32 zirconi, smaltata e disegnata a mano.

Ha dei bottoni, tra quelli della sua collezione, a cui è legato particolarmente?
Certamente vi sono dei bottoni a cui si è più affezionati. Ma contrariamente a quello che potrebbe pensare la gente non è un bottone di lusso come quello con la miniatura, pitturata a mano, sotto vetro con un cerchio dorato, montata su ottone con otto zaffiri bianchi e otto rosette di metallo del 1800,  ma un bottone del 1970 comperato in un mercatino a lire 100 negli anni 1980. Nel 1970 era finita la guerra fredda ed iniziata la distensione. Su questo bottone vi è la simbologia con la scritta Usa ed i grattacieli
( NewYork – l’America) e la scritta CCCP ed il Cremlino ( Mosca – la Russia ).
La simbologia è un grande messaggio di pace e di fratellanza fra i popoli. La pace nel mondo deve essere l’ obbiettivo di tutta l’umanità.

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La distensione nel mondo anni 1970

Il bottone, può ancora oggi essere un elemento distintivo oltre che decorativo?
Il bottone è funzionale quando serve per unire due lembi di stoffa o di ostentazione quando si vuole far notare la ricchezza.
Sono convinto che se nel 2008 non ci fosse stata la crisi mondiale economica pian piano il bottone sarebbe diventato molto importante e gli stilisti si sarebbero orientati non tanto su un bottone per allacciare, ma più per essere notato come ostentazione di ricchezza e qualcuno avrebbe osato con i diamanti. Il bottone funzionale ha ormai perso la sua funzione perché nel secondo millennio le donne non vogliono essere più abbottonate.

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Giorgio Gallavotti all’entrata de “Il Museo del Bottone”, dove illustra il lavoro ad un gruppo prima di farli entrare

DOVE SI TROVA
Museo del Bottone
via Della Costa,11
47822 Santarcangelo di Romagna (RN)
Ingresso e guida gratuita

LINK
http://www.bottoni-museo.it/
http://bottone.art-italy.net
http://www.facebook.com/MuseoDelBottone
http://ibottonialmuseo.blogspot.it/
Visita Museo : 339 3483150339 3483150

Lo Zaum di Zeena


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Self-portait di Zeena, anni 90, mai pubblicata prima.

Tra le personalità del Left Hand Path emergenti oggi in Europa molto importante è Zeena Schreck, il cui lavoro di una vita è dedicato a rilanciare in Occidente la consapevolezza della differenza che c’è tra un autentico percorso-sinistro delle tradizioni mistiche e tra le imitazione occulte. Gran parte delle sua ricerche, esperienze e insegnamenti riguardanti questo ambito sono presenti nel suo autorevole libro “Demons of the Flesh: The Complete Guide to Left Hand Path Sex Magic”, scritto con Nikolas Schreck.

Zeena Schreck è di origini Americane, vive a Berlino dove è conosciuta come artista interdisciplinare con l’unico nome ZEENA. Icona della controcultura, è famosa soprattutto per i suoi lavori come fotografa, artista grafica, musicista/compositrice, scrittrice, attivista dei diritti degli animali, Maga e Mistica. Ha praticato e insegnato Magia e meditazione per più di 30 anni. Le sue opere scaturiscono dalla sua esperienza mistica. A causa dell’ambiente familiare, fin da bambina, Zeena è stata esposta alla magia e alla stregoneria. Nel 1990, Zeena rinuncia alla religione pseudo-satanica della sua famiglia per trovare il suo percorso nei lignaggi spirituali del percorso sinistro nell’autentica tradizione Orientale. Oggi, è una praticante del Buddhismo Tibetano come yogini ed è la guida spirituale del Sethian Liberation Movement (SLM, fondato nel 2002).

Fra il 1988 e il 1993 Zeena è stata compositrice, cantante, musicista e graphic designer per il progetto magico-musicale Radio Werewolf (attivo dal 1984 al 1993). L’album più recente è : “The Vinyl Solution-Analog Artifacts: Ritual Instrumentals and Undercover Versions”.
Il suo progetto di graphic-art, “God Bless Charles Manson” è stato pubblicato in “The Manson File: Myth and Reality of an Outlaw Shaman”.

La sua istallazione artistica più recente (Novembre 2013) è “Zeena Schreck, Live From Eye of the Storm” in cui vengono trasmesse le sillabe sacre dalle pratiche tantriche del Vajrayana, dello Shaktismo e del percorso Sethiano-Tifoniano della mano sinistra, organizzato dall’artista visivo Frank Haines e presentato al Performa-13 (http://13.performa-arts.org/event/frank-haines-zeena-schreck).

Zeena ha scritto per VICE Magazine e per il periodico Beatdom ed attualmente lavora a progetti musicali e artistici.

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Dialectics

Come definiresti l’Arte?

Ci sono tanti tipi differenti di arte ed è per questo motivo che le persone si sentono spinte a creare. Nel mio caso utilizzo un approccio olistico. C’è sempre stato un inseparabile unità tra le mie pratiche spirituali e la mia arte. Questo approccio olistico all’arte, esattamente identico alle tecniche tantriche che pratico, si concretizza quando tutte le attività e gli aspetti della vita sono una parte di un continuo “work in progress” che contribuisce all’ultimo completo lavoro – sia dell’arte che del lavoro spirituale. Quindi ciò coinvolge tutte le attività, sia se stai comprando strumenti, preparando l’opera, mangiando, prendendoti cura di te, dipingendo, facendo sesso, dormendo, pulendoti, confezionando un regalo, guidando, facendo il genitore, contemplando, aiutando un amico malato, cantando, ecc. – tutti gli aspetti della vita se portati a termine coscientemente fanno parte di un possibile percorso, in modo che ogni più piccolo gesto contribuisca al più grande lavoro, che alla fine, metti da parte. Il tuo Magnum Opus – questa vita.

In questo senso, mi auguro che tu possa pensare che io sono un’artista ispirata, piuttosto che un’artista perfezionista o che sviluppa una particolare scuola o tipo d’arte, o ancora, un’artista che è più interessata all’aspetto tecnico dell’Arte. L’Arte ispirata è, letteralmente, quando il respiro delle energie divine o spirituali si muove insieme a te, e quindi non sei più la persona comune che sei abitualmente; costituita delle tue abitudini, condizioni, gusti, inclinazioni, circostanze, ecc.. Sei invece un medium per le energie che ti ispirano (inspirare) a creare. In antichità, il fenomeno era conosciuto come l’essere ispirati da una Musa. Sono nata con questo tipo di ispirazione a creare. Fin da quando ne ho memoria, ho da sempre avuto un impulso a disegnare e volevo solo stare lì, al centro del pavimento, nel tetto della nostra casa, o alla base delle scale bloccandole …solo per disegnare. Disegnavo su qualsiasi cosa trovassi in casa – spesso solo per irritare i miei genitori! Ero una disegnatrice maniacale. Disegnare mi dava una sensazione di totale pace lungo tutto il corpo, questo mi portò ad avere una sensazione di disagio come se ci fosse qualcosa di “sbagliato” se non avessi potuto immediatamente disegnare quando l’impulso mi fulminava. Non riuscivo a capire da dove provenisse questo sentire. Tutt’oggi non posso adeguatamente spiegarlo, è come un sogno: non puoi descriverlo completamente. Più tardi imparai che in antichità nascere con l’ispirazione creativa era considerato un dono degli Dei. Era pensiero dell’epoca, che se non si avesse fatto onore a questa ispirazione divina (o dono), adempiendo al proprio destino di creatore, gli dei non ti avrebbero visto favorevolmente. Lo considerano un oltraggio alla propria generosità, quando gli uomini sprecano le potenzialità che non sono concesse a tutti. Per questo motivo c’è la possibilità di perdere il proprio dono e la divina ispirazione passerà a qualcuno che ne è più degno. Questo è ciò che originariamente significava la frase “la Musa è andata”. Cosicché tu la attendi a lungo e la divina ispirazione è stata strappata da te per sempre. Quindi, probabilmente, da bambina ho avuto una specie di “ricordo” karmico circa qualcosa di simile a questo fenomeno mitologico.

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Da bambina non ho mai desiderato le solite cose che i bambini chiedono come regali, giochi, giocattoli, bambole o vestiti popolari. Quello che realmente mi entusiasmava era avere strumenti e materiali artistici, in particolare materiali con cui fare le mie marionette. Da qualche parte dovrei avere depositato i miei disegni da bambina e alcune marionette di carta fatte da me, che risultano molto divertenti se si considera l’influenza alla quale ero esposta durante la crescita. Ho un ritaglio di giornale che riguarda una competizione giovanile d’arte che vinsi all’età di 6 anni. Era anche l’età in cui creavo degli spettacoli o dei balletti con gli amici del vicinato. A quel punto mio nonno mi spiegò come usare una vecchia fotocamera e mi innamorai della fotografia. Dai quattordici anni iniziai ad esercitarmi nel dramma e in teatro. Feci sei film sperimentali con dei compagni di classe e scrissi monologhi e scene per presentazioni ed esibizioni. Vidi quanti più film stranieri possibile generando un sempre crescente desiderio di vivere e lavorare nell’industria dei film Europea. Gli americani all’epoca si riferivano ai film stranieri come la “art-house” dei film. Dopo divenni una compositrice musicale. Quindi, il punto è, questa ispirazione creativa non può essere smorzata.

Nelle pratiche del Buddhismo tantrico ci sono molti fattori che determinano il perché una persona abbia predisposizioni per certe cose. Tralasciando per un attimo questa ispirazione a creare, ci sono sicuramente composizioni tematiche ricorrenti in molti dei miei lavori. Uno di questi elementi, che tu hai notato, sono la natura e gli animali. Un altro dei temi comuni che ho notato attraverso gli anni, è che io adoro lavorare con i chiaroscuri, e gli estremi. Qualche volta lavoro con colori molto vibranti e altre volte mi focalizzo soltanto sul nero e sul bianco. Inoltre faccio uso dello spazio come un elemento importante di un lavoro. Nella terminologia artistica mi riferisco allo “spazio negativo”. Lo uso al meglio nella mia musica e nei miei paesaggi sonori. Il silenzio è molto importante, tanto nei suoni quanto sulla tela o nella fotografia. Creare uno spazio vuoto, o comunicante ed espansivo, consente allo spettatore o all’ascoltatore di focalizzare l’attenzione e aprire la propria mente su cosa non è stato prontamente recepito. Lo spazio negativo è importante su molti livelli. Senza lo “spazio negativo” non ci sarebbe modo di riflettere sui contrasti di un oggetto in un quadro, o sulle note nella musica. Lo spazio è quindi molto importante soprattutto in senso spirituale. Mi riferisco alla comprensione tantrica della vuotezza.

Vedo l’arte anche come una forma di comunicazione – su molti livelli differenti e differentemente messi in atto da ogni artista. Nella mia arte provo a comunicare una circolazione inscindibile di energia tra i mondi interni ed esterni, lo stato di sogno e quello di veglia, il sottile e il grezzo, il massimo e le realtà relative, il mistico e l’ordinario, il femminile e il maschile. L’Arte è anche una riflessione. Tutto ciò che creo riflette su altri livelli cosa sto provando o ho provato. Questo è vero per qualsiasi lavoro artistico in qualsiasi epoca storica. Puoi riuscire a vedere o ascoltare un riflesso del suono, dell’energia o dello standard di vita in cui era l’artista durante la creazione. Lo trovo affascinante. Per farti un esempio, mentre ti scrivo questo, un vicino ha acceso la radio nella strada qui fuori dalla mia finestra, con un pezzo di Johann Sebastian Bach che ha attratto la mia attenzione. Ho notato ascoltandola che, oltre al talento, la precisione e l’energia del compositore, ci sia anche un effetto di capsula-del-tempo musicale che riguarda la pace e il modo di vivere all’epoca del compositore e che si riflettono nella composizione. Anche il mondo interiore dell’osservatore, o dell’ascoltatore, è riflesso posteriormente – questo ci riporta all’elemento della comunicazione. Da artista, sei in comunicazione remota con le persone di tutte le epoche – come Johann Sebastian Bach che è con me e il mio vicino in questo momento! Ho sempre trovato affascinante vedere come un’opera può essere differentemente percepita da persone diverse. Quanto spesso accade che percepisci un umore o una sensazione in un’opera d’Arte e qualcun altro percepisce qualcosa di totalmente differente nello stesso lavoro. Questo accade perché il tuo stato mentale contribuisce a selezionare cosa viene percepito, incluso l’Arte.

La mia arte è anche paradisiaca e ispirata dai sogni e dalle esperienze mistiche. Questi messaggi possono essere notevolmente chiari, senza significati ambigui, o possono essere espressi in un linguaggio di simbolismo e atmosfera. Tutta l’arte deriva dalla comunicazione tra i reami della veglia, dello spirito e dei sogni. Le pitture rupestri, le sculture degli animali totem, i ritmi ipnotici dei tamburi, i canti degli oracoli o la personificazione nei personaggi delle commedie morali – tutti questi sono esempi di arte che in origine erano trasmesse attraverso le esperienze mistiche ed oniriche. Non molto tempo fa, prima del nostro sviluppo obbligato dal mondo dall’ideologia antropocentrica-umanista, l’arte ispirata era sinonimo di magia, misticismo, animismo, sciamanismo, divinità, religione e magia. Questo è ciò che l’Arte è per me.

Burg Lockenhaus

Emanation

Cos’è la Magia (magic) per te?

Prima di tutto, grazie per averlo scritto correttamente, e per non aver aggiunto una “k” alla fine di “magic”. Vorrei rendere chiaro che la parola “magic” non ha alcuna connotazione positiva né negativa. Il mio libro Demons of the Flesh (a breve in ristampa in edizione rivisitata) spiega in dettaglio le origini e il significato della parola “magic”. Per farti un riassunto, la magia è un metodo o una tecnica. La parola ha radici nel Greco antico magike tekhne o “arte dei magi”. Da Demons of the Flesh:

«Il mago moderno fa bene a ricordare l’antica concezione di magia come arte, facendo attenzione al fatto che “tekhne” è la radice etimologica di “tecnologia”. Avvicinarsi alle pratiche magiche come se fossero un delicato equilibrio di intuito, arte estetica, logica e razionalità tecnologica – al tempo stesso come se fosse una scienza esoterica o (quella che una volta era chiamata) Magia Nera – può consentire un approccio più attento allo sviluppo delle proprie abilità».

In base a ciò, uno dei miei primi insegnanti Buddhisti mi disse che, per comprendere la complessità e la disciplina della pratica del Dharma, era davvero buono che io fossi un’artista perché queste pratiche sono più affini ad un arte piuttosto che a una religione. Mi disse che probabilmente il miglior modo che avevo per insegnare, era attraverso la mia arte. Questo, naturalmente, fu musica per le mie orecchie!

Per descrivere cos’è per me la Magia, è d’aiuto fornire la più ampia e accurata definizione di magia, che sorvola la cultura e le molte opinioni differenti. Questo estratto viene da alcune note che ho usato per una presentazione nel 2009 a Berlino sull’ argomento, Magic, Media and Meditation, brevemente riassunto così:

«La Magia ha una interpretazione molto soggettiva presso i differenti tipi di praticante. Ma c’è uno standard di base, una costatazione comune, che ogni mago accetta come nucleo della propria definizione. Come il praticante sviluppa poi le proprie basi, è determinato da molte variabili differenti in accordo alle proprie opinioni e alla pratica degli insegnamenti magici accessibili dalla propria cultura. Il nucleo pratico della magia è: l’esecuzione di un intento volitivo per creare un cambiamento nel mondo materiale, con cui resistere, affrettare o purificare l’effetto consequenziale della legge naturale di causa ed effetto».

Come l’arte, la magia è anche una forma di comunicazione che si rivolge a molti livelli apparenti e sottili. Il comunicatore infelice ha difficoltà a praticare magia con successo. Un mago potrebbe pensare di essere un comunicatore perfetto perché parla, scrive e legge molto. Ma collaudando le proprie abilità comunicative con esseri non-umani, diventa immediatamente chiaro dove è, o non è, capace a entrare in contatto con Gli Altri. Ad esempio, quelli che non sono in connessione con tutti gli animali, o che non hanno mai provato a comunicare insieme ad un animale, provando più spesso a controllarlo, saranno maghi infelici. Allo stesso modo, qualcuno che si sente sciocco o imbarazzato provando a comunicare con un’entità non visibile (cosa necessaria nella pratica Theurgica): invocazione, preghiere, incantesimi, visualizzazioni, e fondamentalmente qualsiasi tipo di magia, sarà un mago infelice. Una buona tecnica comunicativa (vorrei chiarire), non vuol dire che c’è il bisogno di avere molto da dire, o che bisogna parlare in continuazione per colmare i vuoti nella conversazione. Al contrario molti risultati effettivamente magici arrivano da una comunicazione chiara ma leggera, o attraverso emozioni indisturbate, o, ancora, in un linguaggio comprensibile soltanto da te e dall’essere con cui stai comunicando consapevolmente.

Ladders

C’è un energia inerente a qualsiasi cosa che costantemente fa vibrare le particelle sottili che formano tutta la materia. Noi oggi sappiamo che focalizzando e dirigendo i pensieri, possiamo cambiare la struttura molecolare, la qualità e l’energia della materia. Questo richiede, quindi, una chiara comunicazione con la mente, in stato di concentrazione. Considerando ciò, si può immaginare come la motivazione di un artista e del suo stato mentale influenzerà l’esito finale del lavoro. Questo è vero per tutti gli aspetti del vivere e del morire. Non solo riguardo al fare arte.

Per esempio, se vai in un ristorante e mangi un piatto preparato da un cuoco arrabbiato perché ha da lavorare fino a tardi, che è impaziente per la fine del suo turno, ed è risentito per il fatto che lavorerà di sabato notte mentre potrebbe fare qualcos’altro, tu mangerai queste emozioni tossiche attraverso il cibo. C’è una differenza nel modo di gustare un cibo quando è preparato da qualcuno che ti ama e fa pensieri amorosi incanalandoli nella pietanza (anche quando il cibo non è preparato perfettamente), paragonato ad una pietanza simile in un locale di una catena ristorativa pieno, preparato da un cuoco pagato da schiavo. I nostri pensieri sono quindi molto importanti quando creiamo qualcosa di artistico. Se abbiamo una mente dispersiva, distratta, emotivamente disturbabile, ciò si manifesterà – naturalmente – nell’arte. Se focalizziamo la nostra motivazione su cosa speriamo di realizzare facendo arte, anche se è semplicemente pensare o ripetere un’unica parola o frase, questo pensiero verrà trasportato all’interno dell’opera d’arte. Il tema potrebbe comunque essere spiacevole o disturbato (cioè, un fotografo di guerra, oppure, un’opera o poesia creata dopo l’esperienza di un regime politico repressivo o di una famiglia violenta). Se c’è una motivazione compassionevole mentre si lavora sull’opera, l’effetto dei pensieri compassionevoli resisterà comunque oltre il lavoro, nonostante il tono o l’apparente acidità dell’opera ultimata. Naturalmente, anche l’inverso è vero: soggetti piacevoli creati da una mente emotivamente disturbata, assorbiranno e convoglieranno questa energia.

Quindi, come se fosse una tecnica magica, uno dei pensieri più importanti per qualsiasi artista è di ricordare – prima di iniziare – di essere chiari circa la motivazione. In un contesto inferiore, è come iniziare a intendere la magia in un contesto di crescita: la pratica non finisce mai.

C’è sicuramente da dire molto di più sull’argomento Magia – abbastanza per un’altra intervista. Ma questo può darti un’idea di come io utilizzi la magia nelle mie creazioni.

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Spesso nelle tue foto i soggetti sono paesaggi e animali, perché questa scelta?

La risposta più semplice è che io amo la bestia. Essere attorniati dagli animali e la natura mi fa sentire bene, quindi perché non fare ciò che ti fa sentire bene? È per questo che vivo nella foresta di Berlino e non nel centro della città. Il segreto più bello di Berlino è questo: ha la foresta più larga in estensione del resto delle capitali Europee. In contrasto a questo, prendi in considerazione uno dei film più famosi provenienti da Berlino, Metropolis, e il suo ritratto del lavoratore industrializzato e che svolge un lavoro monotono denigrando il lavoro in fattoria. Bene, questa era un riflesso della vita nella città di Berlino negli anni ‘20. Ma ciò che il film rappresenta, sul come la vita industrializzata aggredisca la psiche, oggi è molto più reale e interessa qualsiasi metropoli. La vita in città crea una dis-empatia, un malessere anedonico che scarica la vitalità e pesa sul sistema immunitario. Hai una libertà limitata di movimento e spazio, e confini te stesso in uno spazio personale molto selettivo e sorvegliato. Sei costretto a vivere nelle città come se fosse un grande macello umano, categorizzando tutto e nutrendo un desiderio di segregare. Ma in natura, i limiti sono poco definiti, avrai quindi, una sensazione di espansione piuttosto che di costrizione. In Giappone il Corpo Forestale ha creato l’idea di pulizia forestale ed oggi è ufficialmente riconosciuta ovunque come un attività di gestione dello stress. Ho notato che quando le persone vengono dal centro della città per visitarmi, commentano abitualmente su quanto istantaneamente si sentano meglio soltanto essendo attorniati da alberi, laghi e spazi aperti senza traffico o strade. Quando ritraggo le persone, attorniate dalla natura, nelle loro espressioni c’è una differenza evidente. Le persone si sentono molto più sollevate in natura. Negli ambienti di città, sottostando a circostanze frenetiche e frettolose, le espressioni utilizzate dalle persone sono molto differenti. Di continuo le persone felici mostrano una sottile tensione perché non possono interamente rilassarsi, prevedendo la prossima interruzione da qualsiasi dispositivo elettronico – non posso lavorare in questo modo.

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Cosa pensi sia necessario per fare Arte?

Pazienza. Auto disciplina. Pratica. Fiducia. Gratitudine. Un senso dello humor, e di ciò che in Sanscrito è conosciuto come lila, il divino gioco creativo. Una “preparazione di sfondo della mente” è necessaria. Facendo chiarezza dal disordine mentale, si potrà raggiungere una trance sicura o uno stato meditativo che aiuti a diventare completamente assorbiti durante il lavoro. Se ti prepari prima di iniziare a lavorare, l’arte scorrerà liberamente. Non hai bisogno di “pensare” a cosa fare. Questo stato meditativo della mente creerà un tipo di entusiasmo (che significa letteralmente: un infusione di energia da una forza pura e potente) che influirà sul prodotto finale.

A causa del mio modo di lavorare, sono molto selettiva riguardo alle persone con cui lavoro e i progetti a cui collaboro. Considero accuratamente l’energia, l’abilità e lo stato mentale delle persone con cui lavoro perché questo influirà sul risultato finale del progetto. Nella scelta di un apprendista o un assistente, è molto importante per me lavorare con quelli che hanno un temperamento simile volto a mantenere un’atmosfera coesiva e favorevole durante la creazione. Quando è il momento di fare il lavoro, scelgo chi non si distrae, ha una buona concentrazione, non è preoccupato dalle frivolezze, non è impaziente, e non è in attesa dello “spasso” di iniziare, sono cose importanti. Questo è vero per tutti gli artisti ispirati. È un temperamento particolare; un modo di lavorare con cui hai una visione chiara e puoi quindi lavorare solo con persone che comprendono il tuo modo di operare. In altre parole, non sono quella che tendo a chiamare “congregational artist” (artista da congregazione) – ovvero, qualcuno che si impegna nell’arte, solo per sentire un senso di accoglienza tenue in comunità con “persone che la pensano uguale”. Fareste meglio a unirvi agli Hare Krishna, se è questo ciò che cercate.

Northern Symptom

Per creare c’è bisogno del “fuoco nel ventre” (fire in the belly, è anche un idioma che significa “lottare con tutte le forze”, n.d.t.). Un impellente sensazione del tempo che passa e della sua caducità. È la consapevolezza che se non ne approfitti nel momento in cui ce l’hai, non l’avrai più nello stesso modo. Non registrerai mai il pezzo in modo soddisfacente senza completarlo…ora; non filmerai mai la scena come lo faresti in questo momento se aspetti domani. Il “fuoco nel ventre” è il senso di necessità. Che non c’è tempo da sprecare. A prescindere dalle circostanze, l’accessibilità a materiali utili, tempo, condizioni finanziare o ostacoli …gli artisti che sono ispirati a creare hanno un fuoco inarrestabile. Essere realmente ispirati a creare significa che non puoi dire di dover aspettare di comprare un nuovo notebook per scrivere: scriverai con qualsiasi cosa tu hai o troverai un modo per farlo comunque. Non puoi dire che hai bisogno di aspettare quando avrai più tempo per iniziare a disegnare. Crei il tempo o lo sacrifichi dalle attività sciocche della tua vita. Non affermerai i tuoi gusti creativi se non sei già con il giusto compagno sessuale nella tua vita. Integrerai i tuoi desideri per il giusto partner sessuale nella tua creazione. Quindi probabilmente, come nel Pigmalione, la tua Galatea apparirà nella tua vita. Non sarai un ansioso geeky nerd riguardo ai materiali o strumenti che ti servono, e nel caso della loro mancanza non potrai creare. Se hai con te il fuoco per creare musica, creerai i tuoi strumenti. Se sei realmente ispirato, non avrai voglia di bere o prendere droghe per simulare la creatività perché altrimenti verrai intossicato dal processo di creazione. Quando hai l’ispirazione adeguata e la fiamma interiore creativa, è come essere un bambino che è pronto a nascere – non può essere partorito in un momento migliore rispetto a quello in cui accade. Questo è ciò che succede ed è come essere innamorati, non puoi resistere.

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Intersection

Hai dei progetti in sviluppo?

Sto lavorando a tre progetti differenti simultaneamente, coinvolgono la musica, la scrittura e l’arte. In generale non parlo dei progetti in corso, prima che siano completati o siano vicini al completamento. Ma per questa intervista, ho incluso alcuni esempi di fotografia al quale sto lavorando. Considerando questa intervista, come il mio lavoro passato, presente e futuro, tutti come frammenti del mio Gesamtkunstwerk, o del mio progetto artistico di ispirazione olistica… un “work in progress”.

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[English version]: http://www.zeena.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=114:interview-with-zeena-schreck-by-luca-piccolo-for-italian-art-magazine-wsf-social-center-for-art-february-21-2014&catid=41:articles-a-interviews

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“FERMATI, GUARDA E ASCOLTA” – Elsa Schiaparelli


Sono nata tra i fili e l’odore inconfondibile dell’olio delle macchine da tessitura. Da piccola sperimentavo, giocando, su manichini nudi, li vestivo di stoffe cucendole solo di spilli e disegnandole di gessi. Inventavo ricami e forme nel laboratorio di mia mamma – senza attitudine ne desiderio di essere una stilista ma solo per gioco – costretta ad occupare il tempo che mi restava tra la scuola e il catechismo mentre intorno a me quelle mani di donne realizzavano vestiti veri.  Intere collezioni commissionate o singoli completi su misura per corpi “deformi” o anche “troppo in forma” di donne decise a spendere abbastanza per lusingarsi, magari solo per distrarsi. Insomma, la moda c’è sempre stata nella mia vita, è sempre stata un interesse preciso, indotto dalla genetica forse o solo educato dalla presenza di chi quel mestiere sapeva proprio farlo. Crescendo ho acquisito il gusto e la coscienza delle proporzioni, capito l’importanza di ogni abbinamento, accettato (non senza fatica) quello che il mio corpo poteva permettersi e quello che proprio invece non doveva contemplare. Soprattutto da adulta, ho capito l’importanza della Signora Moda nella nostra società, quanto rappresenti la storia e i suoi innumerevoli girotondi.
La moda è specchio della realtà che ci circonda ed è stata arte eccelsa nelle mani di menti sensazionali e brillanti.

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“un abito non è solo stoffa: un abito è un pensiero”

Mai citazione fu più vera! La scriveva una donna eccezionale, che ha fatto della moda la sua vita attraversando lo storico e da esso prendendo come si dovrebbe sempre per creare, inventato un colore, esprimendo posizioni personali e pensieri unici nelle sue collezioni, collaborando con personaggi di sensazionale spessore artistico, rivisitando il ruolo della donna negli abiti e dunque nel suo tempo, vincendo lotte e perdendo poi tutto senza però mai più oscurarsi d’importanza. C’era il tempo tra le due Guerre, la moda di quel tempo e due donne che seppero crearla: Gabrielle Bonheur Chanel e Elsa Schiaparelli. Elsa nacque nel 1890, figlia del benessere e di tutte le obbligate limitazioni che questo comporta, l’arte fu subito un’amica con cui camminare a braccetto…

“Avevo un pensiero fisso in testa: salvarmi dalla monotonia della vita di salotto e dall’ipocrisia borghese. Per le mie idee d’avanguardia venivo considerata una folle

Pubblicò a ventun’anni una raccolta di poesie, che fu anche apprezzata ma che comunque turbò l’aristocratico perbenismo della sua famiglia, tanto che per non correre rischi con questa figlia “folle”scelse di esiliarla in un convento svizzero. Ma giustamente, l’animale in gabbia si ribella. Elsa fece un lungo sciopero della fame contro la forzata reclusione finché non le fu accordato il trasferimento a Londra. Nella capitale inglese conobbe quello che poi divenne “sciaguratamente” marito e padre dell’unica sua figlia Gogo (mi fa sorridere l’assonanza di questo nome con quello della sua antagonista per eccellenza Coco). Questo insieme di tre, prima di sfasciarsi, si trasferì a New York dove poi Elsa rimase sola e con Gogo molto malata.  Non le rimaneva che tentare la sopravvivenza usando quella caparbietà scaltra che solo certe donne possono avere. Questo lei fece. A New York conobbe e frequentò gli artisti d’avanguardia dadaista, Man Ray, Baron De Meyer, Alfred Stieglitz e Marcel Duchamp, e nel 1922 ospitata dai coniugi Picabia, si trasferì a Parigi.
Madre/donna/ creativa

elsa ok

A Parigi un incontro illuminò il suo destino…

“Un giorno accompagnai una amica americana ricca nel piccolo hotel straripante di colori che Poiret aveva in Faubourg Saint-Honorè. Era la prima volta che entravo in una Maison de Couture. E mentre la mia amica sceglieva degli abiti, mi guardai intorno abbagliata. Silenziosamente provai dei vestiti e, dimenticando completamente dove mi trovavo, passeggiai, molto contenta di me, davanti allo specchio. Misi un mantello dal taglio ampio e largo, che sembrava fosse stato fatto per me. Era di velluto d’arredamento nero con grosse bande lucenti, doppiato in crepe de Chine blu vivo. Era magnifico. – Perché non lo acquistate, signorina? Si direbbe fatto per voi. – Il grande Poiret in persona mi guardava e io sentii lo choc delle nostre due personalità. – Non posso, risposi. E’ certamente troppo caro, e quando potrei metterlo? – Non vi preoccupate del denaro, riprese […]. E poi, voi potreste portare qualsiasi cosa in qualsiasi posto. – Poi con un affascinante saluto me lo offrì. Nelle mie stanze scure, il mantello somigliava a una luce del cielo.”

Era iniziata l’avventura di Schiap, soprannome affibbiatole per semplificare quel cognome fin troppo italiano e divenuto poi il suo vero nome d’arte. Nel 1927 venne presentata la sua prima collezione, si trattava di maglieria ispirata al Futurismo e a Poiret. Un golf fu la porta che si spalancò sulla moda. Realizzato con un particolare punto a maglia bicolore, che Elsa modificò creandoci sopra i più disparati disegni. L’idea del golf trompe-l’oeil fu premiatissima, il primo lo indossò lei stessa poi liberò la sua fantasia e nel tempo di un giro sul posto tutte le signore alla moda avevano un maglione trompe-l’oeil.

maglione trompe-l’oeil

Indossava personalmente le collezioni più stravaganti, l’abito era un’azione concreta sulla sua epoca e sulla cultura delle donne. Il vestito diventava comunicazione interpersonale. Nei primi anni trenta la produzione di Schiap crebbe assieme al suo coraggio. Rischiava. Si sentiva un’artista e proprio per questo fecondava di senso ogni sua creazione. Stabilì una silhouette femminile capace di rappresentare la donna che stava emergendo, decisa a creare abiti in grado di proteggerla dai contrattacchi del maschio, contro il quale era ormai viva una sfida di superiorità. Creava gli abiti e loro creavano una rivoluzione sociale. Aveva vissuto e subito il fallimento del suo matrimonio ed era rimasta sola con una figlia da crescere, per tutto questo la “sua” donna – diffidando degli uomini – doveva essere un universo autonomo. Ideava per la “nuova” donna degli anni trenta vestiti con imbottiture, dalle linee dritte e verticali e dalle spalle larghe e squadrate, pulsanti di decori che fossero  femminilità ma irrinunciabile armatura.

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Ingrandì nel trentuno la sua Maison, ogni settore aveva un responsabile e vantava ormai una serie di collaborazioni. Questa coraggiosa donna ce l’aveva fatta! Nel 1935 Elsa scelse di non limitare più la sua produzione agli abiti; voleva proporre alle clienti tutto. Abiti, accessori, profumi Schiapparelli. Sfogò liberamente la sua teatralità sfruttando l’intuizione che lei per prima ebbe, quella di creare nella sfilata lo spettacolo, la proposta, l’aspettativa. In poco tempo la sua boutique fu famosa per la nuova formula di pret a porter. Proporre taglie standard e abiti pronti, accessori solo da provare e scegliere. Sperimentava Schiap e si divertiva, creava, provocava. A Copenaghen un giorno, passeggiando al mercato del pesce, vide donne sedute sui canali con in testa cappelli fatti con fogli di giornali ripiegati. Tornata a Parigi ritagliò articoli che parlavano di lei e li mise insieme per farci stampare seta e cotone. Era il 1935 e quella stoffa stampata divenne la sua nuova collezione… la chiamò:  “FERMATI, GUARDA E ASCOLTA”.
Voleva l’individualismo Schiap, anche osando contro l’alta moda.  Era sempre presente il contatto avuto anni prima con gli artisti Dada e i Surrealisti. Nel 1936 sull’azione creativa di Elsa fu forte la presenza di due importantissimi artisti del surrealismo: Cocteau e Dalì con i quali cercò di proporre un parallelismo tra linguaggio del corpo e abiti.

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Dalì disegnò per Schiap un tailleur su cui furono cucite delle bocche che nell’immaginario dell’artista rappresentavano l’organo genitale femminile, con il tailleur fu presentato un cappello a forma di scarpa proposto come simbolo fallico. Attraverso questi accostamenti il capo poteva esprimere autenticamente qualcosa che fino a quel momento si era invece voluto celare.  Comunicazione dall’interno verso l’esterno passando attraverso l’abito.

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Restando alla comunicazione nel 1937,   Schiap creò il profumo “Shocking” e con esso tra genio e naturalezza nacque quello che sarà per sempre il rosa shocking…

“Nacque la bottiglia di profumo a forma di donna […] il colore d’un tratto mi si palesò davanti agli occhi: brillante, impossibile, sfrontato, piacevole, pieno d’energia, come tutta la luce, tutti gli uccelli e tutti i pesci del mondo messi insieme, un colore proveniente dalla Cina e dal Perù, non occidentale; puro e non diluito. Così chiamai il profumo Shocking. La presentazione sarebbe stata Shocking e la maggior parte degli accessori e degli abiti, sarebbero stati shocking. […] Il colore shocking si impose per sempre come un classico.”

profumo

Nel trentotto la ricerca di questa sensazionale donna cambiò ancora una volta, si rese conto che la concettualizzazione di Dalì le stava ormai stretta e che la strada da percorrere doveva essere ancora più “surreale, ancora più libera. Vestiti come pagine bianche da riempire. Si ispirò a quello che era stato l’esempio di Duchamp e dei suoi ready-made. La collezione “circus” del 1938 fu la massima espressione di tutte le sue ricerche, la sfilata fu davvero uno spettacolo fatto da acrobati tra capi che erano ormai gioielli.

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Poi venne la seconda guerra mondiale e tutto quello che una guerra fa… questa storia la lascio così, come avesse ancora l’orlo da cucire. E’ stato bello raccontarvi di lei, chiamarla per nome come fosse un’amica, sorridere e in qualche modo invidiarla. Come spesso mi capita di invidiare certe donne che stimo e che per me diventano esempio da seguire, bellezza a cui tendere.

“Il vestito perfetto che resiste alla moda e alla vita è solo uno: il vestito della libertà”

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