Il femminile tra mito e logos – Tra femminile e femminile di Gabriella Laconi Vascellari – 3° parte


Platone

Platone

Tale opportunità vale anche laddove il maschile, per una sorta di regressione o di incompiuta strutturazione egoica, si sente femminile, nonostante la fisiologia, e proclive a ricercare un partner dello stesso segno sessuale fisiologico col quale potersi esprime compiutamente. Questo eros analogico, che coinvolge anche le donne, non è condannato né considerato un “indicibile”, un qualcosa che è meglio tacere. Con molta sensibilità si legge nella similarità fisiologica la differenza psicologica.
L’amore è il supremo e più positivo compimento di tutto l’esser-ci nello essere insieme; nel noi duale afferma il suo primato ontologico su quel non esser-ci che è morte, perpetuandosi così a tutti i livelli, nella simmetrica attività poietica.
Non può smentirsi che il maschile ed il femminile, nelle più diverse culture, risultino fatti l’uno per l’altro ed attratti l’uno dall’altro in un gioco che identifica e differenzia, avvicina ed allontana, sostanziando tabù, riti e miti.
Ne da conferma il Simposio di Platone[8] (in quella che Leon Robin, commentando, definisce la teoria dell’âme-soeur (anima-sorella) dove l’uomo e la donna sarebbero rispettivamente la metà d’un essere androgino originario.
Ed ancora nella Upanishad dove l’atman (l’io ed il sé) non prova, nella sua solitudine, quel piacere che di certo non può essere vissuto da chi sta solo. L’estensione dell’Io è tale quanto un uomo ed una donna abbracciati; viene quindi diviso in un maschile ed in un femminile così da essere ognuno per sé una metà che si attrae. Amare è cercare la metà di se stessi e raggiungere con lei l’immortalità. Nello stesso testo una preghiera dice: “dal non essere (asat) conducimi all’essere (sat), dall’oscurità alla luce, dalla morte all’immortalità”.
Anche nella religione del Libro con una locuzione semitica abituale per disegnare la conseguineità: “carne della mia carne ed ossa delle mie ossa”[9] si dice che la donna (ishà) è per Dio della stessa natura dell’uomo (ish) e soltanto lei può rendergli possibile l’amore.
Nel Cantico dei cantici, canto dell’amore vero che consente ad un lui e ad una lei di attingere insieme alla sorgente della vita, si descrive ciò che muove l’entusiastico desiderio di unirsi ed anche lo sgomento di un incontro mancato.
Vi si vede il narciso e la melagrana con le stesse valenze simboliche del mythos di Kore: “Io sono un narciso di Saron”; “Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa…I tuoi germogli son un giardino di melagrane”. Nella mitologia egizia si dice di Iside e di Osiride innamorati a tal punto da unirsi nell’oscurità del grembo materno ancor prima di nascere.[10]

Iside

Iside

Osiride

Osiride

Nonostamte l’intralcio di troppe associazioni simboliche astratte, su questo mythos è rilevante il logos che vede in Osiride il grano che spunta dopo essere stato seminato nel grembo della terra, e la vita che si perpetua nell’eterno ritorno: “che io viva o muoia, io sono Osiride. Io penetro in te e riappaio attraverso la tua persona; in te deperisco e in te cresco…”[11].
Iside che perde e cerca Osiride, suo sposo, e ne ritrova il corpo smembrato, è simile a Demetra soprattutto nel dolore reso da un misterico chiudersi nel silenzio[12] e nondimeno è simile a Kore nel tutelare la continuità genetica oltre la morte.
Anche qui il femminile compie nel mythos la misteriosa trasmutazione dal significante non esser-ci al più significativo esser-ci, svolgendola nel tempo ciclico della Natura e riproponendola nella iterazione rituale della cultura nel tempo della prevedibilità che agisce pur nella destorificazione a tutela del divenire storico.
Se è credibile l’affermazione di Eraclito che vede in Ade lo stesso Dioniso[13] – lo sfondo rituale delle Anthesterie[14] lo confermerebbe – di entrambi l’occultamento, l’apparizione ed il ritorno direbbero l’esser-ci ed il non esser-ci nella loro dialettica unità e nella compresenza del femminile e del maschile. Solo che Ade (maschile) deve rapirsi Kore (femminile), Dioniso no, essendo egli femminile e maschile assieme. Il suo ambito sacrale è contraddistinto dall’estasi come liberazione totale dalle regole della cultura per una comunione con le forze vitali e cosmiche della Natura. E’ esperienza orgiastica che espone l’io al rischio di non poter ridefinire la propria identità, arenandosi alla periferia di se stesso o facendosi plagiare da una volontà esteriore incontrollabile che spinde ad esperirsi nella con-fusione anche sessuale.
La fuga nell’indistinto, infatti, reintegra l’io nell’unità biocosmica della natura, alienandolo dalla sua individuazione culturale.
Così, nella regressione dalla modalità di Persona a quella di Seme, si offendono le aspettative della coscienza che vede vanificarsi l’utilità pragmatica di ogni etica.
così si offende Apollo, il dio che desidera il femminile senza volerne essere profondamente coinvolto e senza di fatto esserne coinvolto più di tanto[15]; teme, forse, di regredirvi, spegnendo nella foschia del mistero femminile la luce della propria spiritualità culturale ritenuta maschile.
Così questo dio guarda a distanza la notte[16] che l’ha partorito, dileguandone le tenebre e vanificando l’oblio nella memoria.
Dioniso, invece, ama l’oblio necessario ai processi metabolici dell’esser-ci; ama sprofondarsi nella notte, confidando nelle fiaccole che, al ritorno dall’estasi, aprono il chiarore crepuscolare nuovi sentieri.
Di certo l’idividuazione, nella fase più alta dello sviluppo femminile, porta l’io ad autodefinirsi donna, poco importa se è ancora inconsapevole di sperimentare, nell’incontro con l’uomo, il maschile suo proprio. Sta di fatto che anche il maschile come uomo non si appaga di un’autoidentificazione esclusivamente maschile.
Nel mythos si coglie il logos che del femminile, efficacemnte, dice la polivalenza essenziale, peraltro non ancora contaminata dall’assegnazione dei ruoli d’obbligo nel sociale. Il femminile dell’essere, quindi, si esprime, come forma prototipa, nella divina potenza della Natura, che è l’inesprimibile completezza nel fodersi dei contrari; si racconta nella metamorfosi dei semi seminati, esprimendosi anche nello sbocciare d’ingovernabili germogli al rinascere di ogni primavera; si esterna in quella forza, fraintesa come fragilità, che ti lega, nell’esser-ci all’eden del tutto possibile.
Femminile è quella magica Lei che, riponendo nell’amore la totalità del senso della vita, si espone alle più laceranti sconfitte, spesso colpendo a morte, nelle sue creature, se stessa.

articolo presente nella rivista di cultura poetica, erbafoglio, anno X n. 19/20, luglio 1997.

[8] Cfr. 1916.
[9] Cfr. Genesi.
[10] Cfr. Plutarco, Iside e Osiride, Milano, Adelphi, 1986.
[11]Cfr. Testi dei Sarcofagi, trad. Rundle Clark.
[12] Cfr. Hom., Inno a Demetra.
[13] Cfr. Heracl.
[14]  feste dei fiori, in onore di dioniso, celebrate ad Atene, nel mese Anthesterione, ottavo mese ateniese che comprendeva parte di febbraio e marzo. Si credeva che con l’apertura delle giare del vino nuovo le anime dei morti ritornassero sulla terra dei vivi.
[15] Cfr. i miti di Dafne e Cassandra.
[16]  Latona, dea dell’antica stirpe dei titani, è la notte che con Zeus concepisce la luce del sole, Apollo, e quella della luna, Artemide.

PRIMA PARTE: http://wordsocialforum.com/2013/10/14/il-femminile-tra-mito-e-logos-la-grande-madre-dalla-nascita-al-ritorno-di-gabriella-laconi-vascellari/

SECONDA PARTE: http://wordsocialforum.com/2013/11/14/il-femminile-tra-mito-e-logos-tra-femminile-e-femminile-di-gabriella-laconi-vascellari-2-parte/

Il Gap generazionale del Mito antico – crisi dei Valori sociali o della società?


Mito è una parola italiana di chiara origine greca (da μύθος, pronuncia müthos). Significa racconto, trama, là dove per trama si sottintende un intreccio di fili, che a loro volta formano una struttura ben definita, capace di perdurare nel tempo. Non è certo un caso se i vecchi racconti venivano intessuti in arazzi o se Penelope disfacesse la sua tela la notte per poi recuperarla durante il giorno. Il Mito antico ha i suoi “topoi” (schemi fissi),  da cui derivano i suoi orizzonti interpretativi. E questo per una ragione essenziale: il riconoscimento. Una cultura genera i suoi racconti, i suoi miti ed in base ad essi si identifica. Di conseguenza le persone che vi appartengono sono in grado di porre dei limiti tra loro stesse e gli altri, limiti in grado di definirli e quindi renderli riconoscibili. Va da se che l’identità di un soggetto va formandosi in base alle definizioni che esso stesso da del suo se. Un uomo nato nel IV secolo a. C. ad Atene ha dovuto confrontarsi con codici linguistici, sociali e quindi culturali profondamente diversi da quelli di un uomo nato nel 2000 in Italia e ciò ne ha sicuramente temprato il carattere e quindi la personalità (il discorso è ovviamente più ampio e complesso ma è abbastanza chiaro che le persone convertano la realtà che li circonda tramite determinati metaprogrammi, forniti evidentemente dall’ambiente storico in cui hanno l’opportunità di crescere e maturare). Da qui possiamo affermare che l’uomo è il Mito che crea e in cui si identifica. O meglio lo era. In antichità, l’asprezza della vita portava necessariamente gli uomini a vivere in gruppi uniti (ovviamente in modi e contesti differenti), in cui ognuno potesse essere di aiuto all’altro. Il benessere, supportato dalla rivoluzione tecnologica, ha permesso di soddisfare più bisogni contemporaneamente e il più delle volte in maniera del tutto individuale. Il Mito è un collante, un emblema riconoscitivo: se la società non ha più bisogno di gruppi umani che cooperano in perfetta simbiosi, va a cadere anche la necessità di creare nuovi racconti che facciano da mastice. Infatti, oggigiorno, si parla molto spesso di crisi di valori ma il problema non è esattamente questo, perché la storia delle culture ci insegna che i cosiddetti (e abusati) valori mutano in base alle nuove società che si formano grazie agli scontri culturali. Ovvero, nonostante la visione monolitica che l’Occidente ha del suo impianto culturale, ogni volta che nuove realtà comunitarie entrano in contatto tra loro, generano nuove culture e quindi nuove società con nuovi valori e ideologie che sono sicuramente frutto di quelle vecchie, ma puntano al futuro, al cambiamento, alla mutazione. Di conseguenza è errato affermare che il mondo moderno non possieda Miti o valori, non potrebbe esistere o esser pensato senza di essi. Il gap sorge a causa della cosiddetta globalizzazione, su cui si innestano il fantasma del nazifascismo e il senso di vuotezza effimera che il 900 ha lasciato, cose che hanno portato ad una sostanziale spersonalizzazione non solo dell’individuo, ma anche della cultura e quindi della matrice. Siamo figli senza genitori in cui riconoscere i nostri miti, valori e quindi limiti. Ed è un grosso dramma questo, non tanto per far del perbenismo, ma perché il cervello umano è strutturato per apprendere tramite il riconoscimento. Cioè, noi apprendiamo in base a quante più volte vediamo o sentiamo qualcosa o qualcuno. A quel punto possiamo definirlo secondo i nostri personali paradigmi e incasellarlo, e riconoscerlo ogni qualvolta vi abbiamo a che fare. Questo perché l’istinto di sopravvivenza, comunque presente nel substrato della nostra mente, ci spinge a dividere la realtà circostante  tra ciò che è fidato e quindi sicuro e ciò che invece non lo è. A livello culturale accade la medesima cosa: ho bisogno per definirmi di un codice di regole preciso nel quale riconoscere me stesso e di conseguenza i miei simili, perché quel che è riconoscibile è sicuro, quel che è sconosciuto è insicuro. Inutile sottolineare che questa sia, in qualche modo, la base della struttura del pensiero umano, e che  il contatto multietnico e multiculturale conduca ad allargare il proprio spazio mentale: la curiosità, infatti, spinge a voler conoscere, a socializzare, a viaggiare, a scontrarsi ma la globalizzazione pretende, invece, una sorta di livellamento culturale in cui le definizioni smettono di esistere. Un’impalcatura impossibile, quanto improbabile da realizzare se non a patto di mutare completamente le coordinate mentali dell’uomo, in quanto dovremmo poter immaginare un mondo bianco in cui tutto non è armonico, ma identico perché, come il mondo antico ci insegna, l’Armonia è data dall’equilibrio tra le varie forme di esistenza e dalla loro unicità; non possono esistere note perfettamente uguali in una melodia. Ecco perché, non si può parlare di assenza di valori, ma di mancanza di una struttura sociale precisa e contenitiva in cui riconoscerli e unirli. L’Italia poi, a causa delle sue vicende storiche alquanto travagliate, che le hanno permesso di costituirsi nazione in età moderna quasi, soffre maggiormente questo senso di alienamento culturale e fatica a riconoscersi in uno specchio preciso. Questo discorso inevitabilmente a cosa porta? A ciò che ogni giorno possiamo vedere: persone disorientate, che usano miti fittizi per definirsi all’interno del loro fittizio universo sociale. Ognuno ha il suo racconto, il suo mito che purtroppo però non godrà mai di vita eterna, perché non è strutturato all’interno di una dimensione sociale ben definita (immaginate le famose “meteore”). Ed è qui che si innerva la condizione sociale dei cosiddetti “desideri di plastica” tipici della nostra cultura. Una società come quella moderna, che ha rinunciato alla religione, alla mitologia, al dogma, al folklore o a qualsiasi impronta di stampo culturale, e che quindi ha smesso di creare racconti comuni, ha necessariamente bisogno di sostituire questi capisaldi con progetti effimeri, quali le riviste platinate o i format di successo in televisione per fare un esempio banale. Cose che per lo meno danno la possibilità alle nuove generazioni di riconoscersi in un limite comune, di fare “branco”.  Qui si  innesta il vero dramma, perché gli essere umani, al di la di qualsiasi appartenenza sociale, religiosa, etnica o geografica hanno un solo ed unico scopo: riprodursi, mantenere la specie in vita il più a lungo possibile. E se non si provvede a dare ai propri figli una dimensione sociale netta in cui riconoscersi con facilità (ma anche una dimensione sociale contro cui contestare, da ribaltare eventualmente), per la quale scontrarsi, crescere, animarsi, finiremo col creare non uomini, ma bambole incapaci di autodefinirsi e quindi di volere, pensare, crescere e maturare. Bambole alla mercè di falsi miti, introdotti a scadenza temporale, buoni a succhiare sangue, sogni e denaro. Bambole semplici da governare. Con questo discorso vorrei poter focalizzare l’attenzione su un concetto che fu già di Socrate, secondo il quale la società nasce e vive grazie alle sue regole (politiche, sociali, religiose, economiche) che ne sono la spina dorsale. Le regole identificano e permettono al soggetto di scegliere se seguirle o meno. Non può esistere una società senza regole, perché un singolo uomo può decidere di se anche al di la di quelle che sono le leggi (e la storia insegna che quando un modello culturale è superato, nascono gli innovatori) ma una comunità intera per coesistere ha bisogno di una forte identità che la strutturi e caratterizzi. Del resto come si può affrontare un meraviglioso scambio culturale oltre che soddisfacente, se non sappiamo neanche da che cultura proveniamo? E’ ridicolo, dover leggere di episodi in cui il patriottismo viene additato, perché come al solito, oggigiorno, con l’incertezza sociale in cui viviamo, tutto sembra aver perso di valore, tutto sembra negativo o sbagliato. Amare la propria Patria non significa disdegnare quella altrui, ne fare razzismo. E’ un modo parallelo per amare se stessi e la terra che ci ha dato i natali, anche perché l’amore porta cura, e forse la nostra politica ha proprio bisogno di questo: di amore e cura per il Paese.

KLIMT-L'ALBERO3

L’albero della Vita di Klimt

Roberta Tibollo