Fuoco sui ragazzi del coro di Carmine Mangone – Nautilus Autoproduzioni 2014 (Sonia Lambertini)


Copertina ad opera di Marco Castagnetto

Copertina ad opera di Marco Castagnetto

Il libro, in tutte le sue forme, siano esse materiali o digitali, non esaurisce alcunché; non giunge cioè a compiere, una volta per tutte, le definizioni o le storie o le possibilità di chi intende lasciare una traccia della propria umanità o disumanità.
Il libro è sempre un libro aperto. Anzi, a dirla tutta (e meglio), solo i dispositivi testuali che si vogliono come una breccia, una feritoia, una porta socchiusa, rispetto al lettore o alla mancanza di lettori (che talvolta è soprattutto una mancanza dell’autore), solo tali opere hanno la capacità di risuonare nei territori del sapere, del senso, poiché è proprio la loro apertura, il loro farsi transito, a consentire quella continuità delle esperienze umane che è (facendosi desiderio e brama di una sua stessa recidiva) alla base di ciò che ancora possiamo chiamare sapere o senso.

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Novità Editoriale – POESIA EROTICA ITALIANA dal Duecento al Seicento a cura di Carmine Mangone (Il Levante Libreria Editrice, 2013)


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POESIA EROTICA ITALIANA dal Duecento al Seicento, a cura di Carmine Mangone, Il Levante Libreria Editrice, Latina 2013; pp. 120, euro 15, formato 14,8×21, ISBN: 978-88-95203-39-3 [il libro non ha distribuzione commerciale; per richieste contattare l’editore info@illevante-libreria.it [o il curatore mangone@subvertising.org].
Gli autori antologizzati sono: Rustico Filippi, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, il Burchiello, Antonio Cammelli, Annibal Caro, Pietro Aretino, Francesco Berni, Nicolò Franco, Luigi Tansillo, Anton Francesco Doni, Camillo Scroffa, Veronica Franco, Giulio Cesare Cortese, Giovan Battista Marino, ecc.

Alcuni estratti dall’introduzione di Carmine Mangone, “Quando le parole fanno sesso. Elementi per una critica dell’erotismo e del discorso amoroso”:

In ambito linguistico italiano, a partire dal XIII secolo, vengono a crearsi due distinti processi. Anzitutto, si ha la progressiva codificazione di una lingua letteraria volgare incentrata sul dialetto toscano; ciò è dovuto sia alla grande influenza esercitata dagli scrittori fiorentini (Dante, Petrarca, Boccaccio), sia al potere economico e politico dei Comuni toscani dell’epoca. Parallelamente, le specificità geopolitiche della penisola facilitano e mantengono un insieme di “lingue minori”, di imbastardimenti locali del volgare o di riviviscenze dei dialetti che produrrà incessantemente delle linee di fuga, delle sperimentazioni all’interno stesso della lingua nazionale che si va coagulando, aprendo così degli squarci di libertà (o delle semplici nicchie di sopravvivenza) a tutto vantaggio delle culture subordinate, antagoniste e minoritarie. Un chiaro esempio è lo sviluppo di quei filoni scherzosi, allusivi o pesantemente osceni che attraversano i primi secoli della letteratura italiana: dalla poesia “alla burchia” ai capitoli berneschi, dalle intemperanze aretiniane alla poesia fidenziana, da certe triviali parodie del marinismo fino ai versi erotici di autori dialettali del Settecento come il veneziano Giorgio Baffo o il catanese Domenico Tempio, si ha la continua emergenza di temi burleschi e sessuali che vanno ad attaccare, da un lato, la staticità del mondo feudale e, dall’altro, i luoghi comuni di quel nuovo potere che si va “addensando” storicamente intorno all’affermazione economica della borghesia. (…)
L’incrinarsi delle strutture feudali genera molteplici istanze di libertà e apre nuovi territori all’esperienza e al pensiero umani. In realtà, la struttura fondamentale della società cambia lentamente, se si eccettuano beninteso i nuovi contesti urbani, tuttavia s’intensificano la mobilità e la circolazione dei suoi diversi elementi. Emergono istanze sociali che attivano un dinamismo inedito – la borghesia cittadina, il ceto affaristico proto-capitalista – e, all’interno di questo movimento, anche la circolazione delle idee diventa valore e processo di valorizzazione dell’esistente. Con l’affiorare delle dinamiche capitaliste, si afferma una libertà legata a doppio filo alla circolazione economica dei valori prodotti dall’uomo, ivi compresi i valori “culturali”. A partire dal Basso Medioevo, l’impulso socioeconomico dato alla circolazione dei valori (merci, denaro, idee, forza-lavoro contadina che si va inurbando) comporta infatti una maggiore libertà di movimento e di opinione in capo ai soggetti sociali emergenti. L’individuo diventa vettore e riproduttore di valori sociali sempre più astratti e normati, anche per via della generale razionalizzazione degli apparati statali. Nella sfera politica, ogni individuo viene quindi assoggettato progressivamente al diritto positivo degli Stati, ma acquisisce di rimando un controvalore in libertà, in diritti soggettivi da poter “spendere” nella vita quotidiana.
I mutamenti e le contraddizioni dell’epoca che va verso la modernità si riflettono chiaramente anche nei processi artistici e letterarî. Gli spiriti più sensibili, consci di essere i produttori di una legittimazione culturale del potere, e pur restando aggiogati al carro di qualche mecenate gentilizio o ecclesiastico (in perenne oscillazione tra Impero, Papato e piccole sovranità locali), cercheranno nondimeno di ritagliarsi degli spazî di libertà dentro i nuovi processi storici. (…)
Una volta abbandonato il sentiero tracciato dalla tradizione petrarchesca o dal dogmatismo grammaticale dei pedanti, ci si può allora imbattere in spiriti inquieti come il Burchiello, Antonio Cammelli, l’Aretino, Nicolò Franco o Anton Francesco Doni. (…)

Domenico di Giovanni, detto il Burchiello (1404-1449)

Molti Poeti han già descritto Amore,
Fanciul nudo, coll’Arco faretrato,
Con una pezza bianca di bucato
Avvolta agli occhi, e l’ali ha di colore:

Così Omer, così Nason maggiore,
Vergilio, e tutti gli altri han ciò mostrato;
Ma come tutti quanti abbiano errato
Mostrar lo intendo all’Orgagna Pittore:

Sed egli è cieco; come fa gl’inganni?
Sed egli è nudo, chi gli scalda il casso?
S’ei porta l’Arco, tiralo un fanciullo?

Se gli è sì tenero, ove son tanti anni?
E s’egli ha l’ale, come va sì basso?
Così le lor ragion tutte l’annullo:

Amore è un trastullo,
Che porta in campo nero fava rossa,
E cava il dolce mel delle dure ossa.

Pietro Aretino (1492-1556)

Mettimi un dito in cul, caro vecchione,
E spinge il cazzo dentro a poco a poco;
Alza ben questa gamba a fà buon gioco,
Poi mena senza far reputatione.

Che, per mia fè! Quest’è il miglior boccone
Che mangiar il pan unto appresso al foco;
E s’in potta ti spiace, muta luoco,
ch’uomo non è chi non è buggiarone.

– In potta io v’el farò per questa fiata,
In cul quest’altra, e ’n potta e ’n culo il cazzo
Mi farà lieto, e voi farà beata.

E chi vuol esser gran maestro è pazzo
Ch’è proprio un uccel perde giornata,
Chi d’altro che di fotter ha sollazzo.

E creppi in un palazzo,
Ser cortigiano, e spetti ch’ il tal muoja:
Ch’io per me spero sol trarmi la foja.

Nicolò Franco (1515-1566)

Donne, la legge vuole e la natura,
Che ciascuna di voi mi sia cortese
D’un bacio almanco, poichè per le chiese
Baciate fino a i legni con le mura.

L’onor del mondo non vi dia paura,
Che un bacio non pregiudica all’arnese;
E se viver vogliamo alla francese,
Bocca baciata non perde ventura.

Ma, poichè non volete questo invito,
Andate pur, ch’io non vi vo’ invitare,
Anzi d’averlo detto son pentito.

Perocchè quel non fottere e baciare,
Ad un ch’aggia grandissimo appetito
A punto è come il bere e non mangiare.

Veronica Franco (1546-1591)

(…)
Cosí dolce, e gustevole divento,
Quando mi trovo con persona in letto
Da cui amata e gradita mi sento,
Che quel mio piacer vince ogni diletto,
Si che quel, che strettissimo parea,
Nodo de l’altrui amor divien piú stretto.
Febo, che serve a l’amorosa dea,
E in dolce guiderdon da lei ottiene
Quel, che via piú, che l’esser dio, il bea,
A rivelar nel mio pensier ne viene
Quei modi, che con lui Venere adopra,
Mentre in soavi abbracciamenti il tiene;
Ond’io instrutta a questi so dar opra
Si ben nel letto, che d’Apollo a l’arte
Questa ne va d’assai spatio di sopra;
E ’l mio cantar, e ’l mio scriver in carte
S’oblia da chi mi prova in quella guisa,
Ch’a’ suoi seguaci Venere comparte.
S’havete del mio amor l’alma conquisa,
Procurate d’havermi in dolce modo,
Via piú, che la mia penna non divisa.
Il valor vostro è quel tenace nodo
Che me vi può tirar nel grembo, unita
Via piú ch’affisso in fermo legno chiodo:
Farvi signor vi può de la mia vita,
Che tanto amar mostrate, la virtute,
Che ‘n voi per gran miracolo s’addita.
Fate, che sian da me di lei vedute
Quell’opre, ch’io desio, che poi saranno
Le mie dolcezze a pien da voi godute;
E le vostre da me si goderanno
Per quello, ch’un amor mutuo comporte,
Dove i diletti senza noia s’hanno.
Haver cagion d’amarvi io bramo forte,
Prendete quel partito, che vi piace
Poi, che in vostro voler tutta è la sorte.
Altro non voglio dir: restate in pace.

[N.B.: qui su WSF si omettono le decine di note esplicative presenti in calce ai testi e che troverete nel libro]

Raoul Vaneigem BANALITÀ DI BASE – a cura di Carmine Mangone – Gwynplaine Edizioni 2012


Raoul Vaneigem
Banalità di base
Testo in quarta di copertina

Il saggio Banalità di base è il primo grande scritto teorico di Raoul Vaneigem. Apparso originariamente sui numeri 7 e 8 della rivista “Internationale Situationniste”, esso anticipa e sintetizza alcuni dei temi centrali della sua opera posteriore più nota, il Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazioni (1967). Nell’ottica di un rovesciamento radicale del mondo capitalista, l’autore critica le basi dell’asservimento e le dinamiche consumiste della società contemporanea, interrogandosi sull’eventuale ruolo rivoluzionario della “cultura” e introducendo concetti (come quelli di spettacolo e détournement) che faranno la fortuna postuma dei situazionisti. Il testo di Vaneigem è accompagnato da un breve saggio di Carmine Mangone, che contestualizza e critica la brillante esperienza situazionista alla luce dei processi storico-culturali che ne hanno visto l’emergenza e il repentino recupero culturale.

Il belga Raoul Vaneigem è stato membro dell’Internazionale situazionista dal 1961 al 1970. Insieme a Guy Debord, è da considerarsi il maggior teorico del movimento, rappresentandone senza flessioni la tendenza più libertaria e passionale. A partire da Banalità di base, i suoi testi punteggiano il pensiero radicale degli ultimi cinquant’anni fornendo ogni volta una visione gioiosa e umana della sovversione possibile.

Carmine Mangone è nato a Salerno nel 1967. Critico dei movimenti radicali della contemporaneità, ha già pubblicato per Gwynplaine La qualità dell’ingovernabile (2011) e curato un volume sull’anarchico Emile Henry (Aforismi di un terrorista, 2010).

Raoul Vaneigem
Banalità di base
Frammenti

(…) Il mito ha la funzione di unificare e di eternare, in una successione di momenti statici, la dialettica del “volervivere”e del suo contrario. Una tale unità fittizia, ovunque dominante, raggiunge nella comunicazione, e in particolare nel linguaggio, la sua rappresentazione più tangibile, più concreta. A questo livello, l’ambiguità è più manifesta, si apre sull’assenza di comunicazione reale, consegna l’analista a fantasmi derisori, a parole – istanti eterni e mutevoli – che cambiano di contenuto a seconda di chi le pronuncia, così come cambia la nozione di sacrificio. Messo alla prova, il linguaggio cessa di dissimulare il malinteso fondamentale e sfocia nella crisi della partecipazione. Nel linguaggio di un’epoca, si può seguire la traccia della rivoluzione totale, incompiuta e sempre imminente. Sono segni esaltanti e spaventosi, per gli sconvolgimenti che preannunciano, ma chi mai li prenderebbe sul serio? Il discredito che colpisce il linguaggio è profondo e istintivo quanto la diffidenza con cui si circondano i miti, ai quali tuttavia si resta fortemente legati. In che modo individuare le parole-chiave per mezzo di altre parole? Come mostrare, aiutandosi con delle frasi, i segni che denunciano l’organizzazione fraseologica dell’apparenza? I testi migliori aspettano la loro giustificazione. Quando una poesia di Mallarmé apparirà come la sola spiegazione di un atto di rivolta, allora sarà permesso parlare di poesia e rivoluzione senza ambiguità. Attendere e preparare questo momento significa manipolare l’informazione, non certo come l’ultima onda d’urto di cui tutti ignorano l’importanza, bensì come la prima ripercussione di un atto a venire. (…)

Attaccando frontalmente l’organizzazione mitica dell’apparenza, le rivoluzioni borghesi andavano a colpire, loro malgrado, il punto nevralgico, non soltanto del potere unitario, ma soprattutto del potere gerarchizzato sotto qualunque sua forma. Quest’errore inevitabile spiegherebbe il complesso di colpa che è uno dei tratti dominanti dello spirito borghese? Fuor di dubbio, si tratta davvero di un errore inevitabile.

Errore, anzitutto, perché una volta infranta l’opacità menzognera che dissimula la proprietà privata, il mito esplode e lascia un vuoto che solo la libertà delirante e la grande poesia vengono a colmare. Certo, la poesia orgiastica non è riuscita finora ad abbattere il potere. Non vi è riuscita per ragioni facilmente dimostrabili: i suoi segni ambigui denunciano i colpi che vengono inferti e allo stesso tempo cicatrizzano le ferite. E tuttavia – lasciamo gli storici e gli esteti alle loro collezioni – basta grattare la crosta del ricordo perché le grida, le parole, i gesti antichi facciano di nuovo sanguinare il potere in tutta la sua estensione. L’intera organizzazione della sopravvivenza dei ricordi non impedirà all’oblio di cancellarli man mano che, divenuti vivi, cominceranno a dissolversi; allo stesso modo, la nostra sopravvivenza si dissolverà nella costruzione della nostra vita quotidiana.

Processo inevitabile: come ha mostrato Marx, l’apparizione del valore di scambio e la sua sostituzione simbolica da parte del denaro aprono una crisi profonda e latente in seno al mondo unitario. La merce introduce nelle relazioni umane un carattere universale (un biglietto da mille franchi rappresenta tutto ciò che si può comprare con quella somma), nonché un carattere egualitario (vi è scambio di cose uguali). Questa “universalità egualitaria”, almeno in parte,sfugge sia allo sfruttatore sia allo sfruttato, ma l’uno e l’altro vi si riconoscono. Si ritrovano faccia a faccia, non più a confronto nel mistero della nascita e dell’ascendenza divina, come nel caso della nobiltà, ma in una trascendenza intelligibile, che è il Logos, un insieme di leggi comprensibili per tutti, benché una simile comprensione resti pervasa dal mistero. Un mistero che ha i suoi iniziati, in primis i preti, che si sforzano di mantenere il Logos nel limbo della mistica divina, per cedere ben presto il posto, come pure la dignità della sacra missione, ai filosofi e successivamente ai tecnici. Dalla Repubblica platonica allo Stato cibernetico.

Così, sotto la pressione del valore di scambio e della tecnica (che potremmo definire la “mediazione a portata di mano”), il mito si laicizza lentamente. Tuttavia, sono da registrare due fatti:

a) il Logos che si libera dell’unità mistica si afferma in essa e, allo stesso tempo, contro di essa. Alle strutture comportamentali magiche e analogiche vanno a sovrimporsi strutture comportamentali razionali e logiche, che le negano e le conservano (matematica, poetica, economia, estetica, psicologia, ecc.);

b) ogniqualvolta il Logos, ossia l’“organizzazione dell’apparenza intelligibile”, guadagna in autonomia, esso tende a staccarsi dal sacro e a frammentarsi. In questo modo, viene a crearsi un doppio pericolo per il potere unitario. Si sa già che il sacro esprime l’esproprio della totalità da parte del potere e che chiunque voglia accedere alla totalità deve passare per l’intermediazione del potere: l’interdetto che colpisce i mistici, gli alchimisti, gli gnostici lo prova a sufficienza. Ciò spiega anche perché il potere attuale “protegga”gli specialisti, nei quali riconosce confusamente i missionari di un Logos risacralizzato, senza per questo conceder loro piena fiducia. Storicamente esistono dei segni che attestano gli sforzi compiuti per fondare, nel potere unitario mistico, un potere rivale che rivendichi una propria unità del Logos: appaiono tali il sincretismo cristiano, che rende Dio conoscibile psicologicamente, il movimento del Rinascimento, la Riforma e l’Aufklärung.

Sforzandosi di mantenere l’unità del Logos, tutti i padroni avevano coscienza del fatto che soltanto quest’unità rendeva stabile il potere. Se si analizzano più da vicino, i loro sforzi non sono stati poi così vani come sembra dimostrare la parcellizzazione del Logos nel XIX e XX sec. Nel movimento generale di atomizzazione, il Logos si è sbriciolato in tecniche specializzate (fisica, biologia, sociologia, papirologia e cosi via); ma il ritorno alla totalità s’impone simultaneamente con maggior forza. Non si dimentichi che basterebbe un potere tecnocraticamente onnipotente affinché sia messa in opera la pianificazione della totalità e per far sì che il Logos succeda al mito in quanto confisca della totalità da parte del potere unitario futuro (cibernetico). In una simile prospettiva, il sogno degli Enciclopedisti (progresso indefinito rigorosamente razionalizzato) avrebbe avuto solo una dilazione di due secoli prima di realizzarsi. È proprio in tal senso che gli stalino-cibernetici preparano l’avvenire. In questa prospettiva, bisogna capire che la coesistenza pacifica innesca l’unità totalitaria. È tempo che ognuno prenda coscienza che c’è già chi si oppone a tutto ciò. (…)

Carmine Mangone
Contro ogni alienazione, I
[introduzione a Banalità di base di Raoul Vaneigem]

(…) La Rivoluzione francese frammenta definitivamente l’unità spirituale e culturale del mondo feudale. I saperi vengono nazionalizzati, individualizzati; la totalità magica delle religioni viene abbattuta perché di ostacolo al movimento del capitale. Dio muore, ma la sua ombra continua ad aleggiare in tutte le strutture di pensiero che si accontentano di rappresentare il mondo senza muoverlo, senza reinventarsi criticamente nel movimento materiale dell’esistente.

La frammentazione dei saperi porta alla proliferazione di ambiti separati, dove il ruolo culturale (artista, letterato, intellettuale, ecc.) è fondato sulla specializzazione e sulla valorizzazione della propria opera dentro circuiti determinati, tendenti invariabilmente ad una museificazione dell’opera stessa e alla neutralizzazione del gesto creativo in categorie estetiche.

Tale separazione è la falsa coscienza del creativo, il suo determinarsi idealisticamente a partire dall’opera, nonché la lotta formale che egli ingaggia invano per ricollocare il proprio agire in relazione al mondo materiale.

Tutte le contraddizioni scatenate dal dominio del capitale e dai limiti materiali del proprio intervento creativo, risuonano in un’espressione del pittore comunardo Gustave Courbet (1818-1877): «In arte, l’immaginazione consiste nel saper trovare la più completa espressione di una cosa esistente, ma giammai nel supporre o nel creare questa medesima cosa.». La rappresentazione della “cosa esistente”, per quanto possa tendere formalmente alla completezza, si ferma pur sempre alla cosa stessa, ne fa l’oggetto del proprio agire, del proprio lavorio, e rimane quindi dentro una cornice data (quella del capitale), non rendendosi conto, o non volendo sapere, che il “supporre o creare” le cose, compresa la possibilità di una rottura reale con l’esistente ridotto a cosa, concerne più propriamente la continuità tra i vari saperi, nonché tra questi e l’intervento umano costantemente verificato dentro i propri rapporti col mondo.

L’opera artistica o letteraria è un residuo, un paravento; figura fissata per sempre in una catalogazione mortifera. Solo quando essa viene ricreata come volontà o desiderio, dentro la gratuità del movimento che affratella i viventi annientando la valorizzazione dei loro legami, solo in certi frangenti, e nella continuità che rende molteplici le esperienze ancorché invariante la loro intensità, solo allora abbiamo lo scioglimento delle creazioni parziali in una creazione superiore, compiuta, che non ha bisogno di fissare delle forme, in quanto le accoglie e raccoglie già tutte nel suo stesso movimento, nel suo stesso possibile. L’espressione totale non ha quindi bisogno di ridursi all’arte, perché è splendore senza volto – con tutti i volti possibili –, in continuità da sempre con la lotta degli uomini contro ogni alienazione.

Anche Goethe, quando afferma che «ogni epoca di regresso e dissoluzione è soggettiva, mentre ogni epoca di progresso è oggettiva», non s’interroga sulla separazione tra la dimensione soggettiva e quella oggettiva, tra l’individuale e il comunitario, restando perciò ancora tutto preso dalle strutture culturali alienate e limitandosi unicamente a mutare la “torre d’avorio” idealista in un placido condominio borghese.

Dalla seconda metà dell’Ottocento, abbiamo dunque una tensione sempre più forte verso una ricomposizione delle contraddizioni in seno all’ambito culturale, tensione che va sdoppiandosi essenzialmente in due direzioni principali: a) un superamento individuale e formale di tutti i limiti sociali posti all’espressione umana (emblematici, in letteratura, i casi di Rimbaud e di Isidore Ducasse/Lautréamont); b) il posizionamento del proprio agire artistico e intellettuale su un piano sociale o comunitario dalla marcata caratterizzazione politica.

La seconda tendenza, da leggere come un tentativo di superamento dialettico o idealistico della prima, segnerà tutte le avanguardie del Novecento e condurrà alla critica totale dell’arte e degli artisti fatta dai situazionisti francesi negli anni Sessanta. (…)

Link di riferimento
Carmine Mangone: http://carminemangone.com/
Gwynplaine Edizioni: http://www.gwynplaine.it/

Recensione di Gian Paolo Grattarola de “La qualità dell’Ingovernabile” di Carmine Mangone


Gwynplaine Edizioni, 2011

L’amore possiede una forza ingovernabile che la rende difficilmente assimilabile a una definizione univoca, che trae la propria forza dalle contraddizioni che lo animano, non consentendo ad alcuno di poterne delimitare i confini e contenere gli effetti. Non solo l’amore vive di un’energia naturale e indomabile, individuale e libertaria, ma è il solo strumento realmente capace di schiudere la vita di ogni individuo su un infinito cui attingere e offrire molte vie per accedervi. Affrancato da ogni vano tentativo di ingabbiarlo entro recinti semantici e schemi etici che ne precludano la reale portata, l’amore rappresenta perfino la manifestazione più autentica di diniego e di lotta nei confronti di una  società sempre più preda di ritmi disumani che ci sottraggono, giorno dopo giorno, forza, idee e sapere…
Con tutta la prevenzione possibile indotta da quanto indicato nella quarta di copertina (La qualità dell’ingovernabile s’interroga sulle possibilità di una pratica amorosa della sovversione e lo fa attaccando senza remore  il recinto delle definizioni date”) abbiamo iniziato a leggere l’ultimo libro di Carmine Mangone, autore di numerose raccolte poetiche e di traduzioni di autori del valore di Bataille, Artaud, Blanchot, Lautréamont  e Péret. Con tutta l’ammirazione possibile ne abbiamo terminato la lettura, perché crediamo che pochissimi pamphlet contemporanei abbiano la stessa energica fluidità discorsiva; la stessa intrepida e generosa capacità di scoprirsi al lettore mostrando senza troppe coperture fiducia nella forza, generatrice di vita e insieme devastante, dell’amore; la stessa tenacia nello sforzo individuale per non soccombere nella lotta, troppo spesso perdente, nei confronti del destino. Il libro –  permeato da gustose dissertazioni di ordine storico e antropologico, filosofico e politico – mostra più intento provocatorio che rigore teorico, la rivendicazione acritica e appassionata dell’idea che nel groviglio dell’ingovernabilità possano esistere forme di libera espressione più degne di quelle date. Un pensiero che risulta essere, al massimo, una sfida tutta da vincere. Ma che induce nondimeno il lettore a riflettere e a confrontarsi con il piglio caustico, ribelle e irriverente di un autore cui non fanno difetto il coraggio e la sincerità dell’impegno culturale.

di Gian Paolo Grattarola
http://www.mangialibri.com/

Carmine Mangone: http://carminemangone.com/