Giovani Prospettive. Omaggio di Parole a Christopher McKenney


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Nella impossibilità e nella non volontà di parlarvi, mi rivolgo a voi, uomini devastanti che avete fatto della mia vita un calvario.
Le lodi all’amore, le gioie sfrenate del sesso, la dolcezza d’amore filiale, la rassegnazione ad un penoso matrimonio hanno forgiato una marionetta, la cui testa troneggia nel bronzo in vita eterna.
Ho pagato la mia breve libertà a nervi spezzati ed emorragie affettive. Mi sono tramutata in una larga vagina dalla quale il sano ed il malato hanno attinto a loro piacimento.
Sono una stella, una stella spenta ed intristita e grigia, pazza d’amore e di mille sperma, folle di vendetta e di riscatto.
Non mi nominate, non mi invocate, vi prego.
Sono la reietta, la peccatrice, la demente.
Onorate il mio unico vero reale sincero atto di coraggio. Mi sono sottratta a voi e alla vostra cupidigia, ai miei diavoli e ai miei desideri.
E così vi lascio, a marcire tra le lenzuola sudate, impregnate dei vostri malsani odori.

Di Annalisa Fiorio Boscia

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CERNIERA di Chiara Baldini

La settimana del dovere è una valigia
che si annega nel pasto d’asfalto.
Mi ci rinchiudo, contorsionista condanna
ad alitare il buio in un grumo
tra vesti e intimo di vecchio bucato.
L’anima liquida ha la forma del flacone
e rotola appena: fa di beauty-case Casa.
Il fiato è tirato come un filo di ferro,
nella cerniera una gogna, quando s’indenta.

E tutto si compie, ogni volta si serra.

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URLO di Chiara Baldini

Il mio urlo è uno spillo ingoiato.
Sono l’intingolo del non vissuto,
dagherrotipo di una non famiglia.
Urlo rabbia fin dentro le feci
perché m’hai tutta spremuta in carne,
fuori. E la carne riprendo nel pugno
sognando l’urlo, la nocca e lo scontro.
Poi mi accuccio, nel mio contrappasso
sputo e reinghiotto lo spillo.

Poesie tratte da “Prugne sulla pelle”, Samuele Editore, 2016

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In del bosc
mirant à la llumera
come un rottame che non sa volare
incrostato di ruggine

tourbillonando si avvita
formicolare di cieli
riflesso vaso vagale
esondazione di fremiti

Si cercano le vene
quasi soffi di vita
l’inferno è fatto d’aghi
non si attende la luce

Gli alberi pali elettrici
fiamme di sodio
precipitare in cielo
da un banale torpore

Qui si sognano boschi di castagni
e il vidore nei ronchi
sul marciapiede cupo di cemento
insozzato dai cani

di Guido Mura

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ACCUSA di Izabella Teresa Kostka

Mi incontrerai come una madre,
culla sanguinante del rampollo mancante,
guardiana delle grida degli innocenti
dispersi tra le tombe senza dimora.

Sarò la tua sposa distesa sull’ara,
statua – ritratto della perdizione,
non chiamerai invano il mio nome
scolpito su una costola di un Dio minore.

Dal mio sguardo morirai
come il vile carnefice avvinghiato ai piedi.

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MATER NOSTRA EST di Izabella Teresa Kostka

Come una vigna matura pregno il tuo grembo,
l’ombelico del mondo gravido di allegria,
turgidi e candidi i seni – succosi frutti maturi,
accogliente dimora per le piccole labbra.

Sorridi
ignorando le grida del Male,
d’Immenso s’illumina il tuo viso,
nella Natura ritrovi la pace
quell’essenza primordiale del Sacro Creato.

Sei una corolla sfavillante di puro amore
incarnato nel germoglio sbocciato dal ventre,
ovunque tu viva su questa Terra
rappresenti il nucleo dell’Universo.

Mater Nostra di qualsiasi fede
sia benedetto il tuo nome!

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Si attendeva
il ritorno a casa
della notte
con già pronte
cento domande
di cristallo infrangibile
a l’espèttoro.
si guardava
navigare i violini
gioiosi diluvi
di brevettate vedove
all’insaputa
di fedi incagliate
le finestre
che ti fanno pensare
all’ammirazione
per nebbie distratte
dal rovistare del tasso
tra le insanguinate sponde
di lacerate labbra
tana di lupi
nei mattini di tormenta
al bosco grigiastro
che non vuole invecchiare
allo svolazzo
tra secche di gomma
ascoltando Chopin
si dimena
la polvere incisa
nell’ortografia di una lingua
che fa girare la testa
ad ali sfiancate
impeto di nere porte
infagottate parole
di poeti scaduti
tra fiamme inadatte
a sfornare il pane.

Di Luca Gamberini

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Se tu mi dessi
tutti i cieli che conosci
i nembi sarebbero pellicola di tempeste
e tutti i diluvi
si stamperebbero
asciutti
sulla terraferma del mio volto
come io fossi Amazzonia
in contrasto agli astri
foresta intricata
tangente alle tue altitudini

Di Mariella Buscemi

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Nulla sanno dell’innesto
che fanno i nostri gambicini
ai rami
e della fotosintesi generata
dalle cime secolari e innevate,
tanto da portarci
dentro
le stalattiti appuntite
di tutte le generazioni
miste alle viscere.
Rido.
Al gelo della mia postazione.
Ho la certezza intessuta al nome
E la scoperta del piccolo e autentico
A stampella del vacillare.
La minaccia salta in aria.
ed io,
ad osservarne il triste volo.
Da qui, è Luce.
Ho la certezza intessuta al Nome.

Di Mariella Buscemi

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la visione
è oltre la cinta screpolata
oltre la pietra,
immobile, nonostante il crepitio
che il vento traccia
sulle venature sottili delle mani.
le scritture nodose sussurrano
ai sognanti l’alterità
la perfezione delle cortecce
i presagi che il bianco ricama
sulla terra
il capo panìco velato
senza volto

di Mirella Crapanzano

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ci sono passata tante volte nello stesso inverno , come un random di memorie che che si apliano lentamente nei passi fatti a piedi nudi in quella terra dove ogni cosa mi ricordava casa , pur non avendome mai avuta una .
e ci sono tornata tante altre volte in quella terra , nonostante fosse sempre lo stesso gelido inverno , senza lamenti moderati e disperazioni che dalla fame mi mangiavano la pelle .
se tutto questo non porta il nome del mio mancato essere , della mia addomesticata afflissione al dolore , allora chi sono io ?
da dove vengo se non da quegli inverni che mi hanno tenuta in vita abbastanza a lungo da non voler più subire la carezza della luce del sole .
forse è questo che sono io , una persona sola che si ripete in se stessa come in un riflesso .
un’anima mancata senza ombra , senza orma , senza esistenza , se non quella dispersa in un tempo curvo nel suo termine .

di Rosaria Iuliucci

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(e tu vorresti titolarmi?) di Alessandro Bertacco

No, e senti il blu, assieme
lanciato al cielo
(e non devi dimezzarti)
Ni, e senti il mondo, corallino
antropofago, ci rigenereremo
specchiandoci come ci avessero mostrato
due alici diverse, qualche paio di cose proibite
E si, e si che ed lì che tutto muore
quel fetente che non si è fatto favola
.
E più cado e più sento
questo è il budino esoterico della vita
Cristo quando le hai rese serie
E più volo, e dovevo stare
al suggerire della realtà
E più tutto mi muove
.
mi protraggo fino ad invadere
le terre che sono boschi attorno alla vostra aurea
e dico ciao allo spettro
.
Siamo alla spiaggia della realtà,
e siamo tutti di nuovo strani e normali
della alla luce che mai è banale
.
Che poi
Che poi
che tanto l’altro l’hanno raccontato
Ed il terzo mondo è questione ancora più seria
al chiamarla questione individuale
falsamente che qui ed ora sia stata rappresentata
germinare è la via di mezzo tra morire e nascere
in foto vi fotto cose invisibili

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Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Natalia Drepina


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Natalia Drepina è nata nel novembre 1989 a Lipetsk, in Russia. Impegnata nella fotografia dal 2009. Specializzata nell’arti oscura, ritratti emotivi e nudo femminile. La sua fotografia è psicologicamente profonda e riflettono l’ anima dei personaggi ritratti nei suoi scatti.

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Prospettive: Omaggio di parole a Sayaka Maruyama


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Sayaka Maruyama è nata in Giappone nel 1983 e si è laureata presso l’Università d’arte del Giappone nel 2005, quando ha cominciato il suo celebre progetto Neon O’Clock Works. La sua prima monografia, intitolata Krageneidechse, è stata pubblicata nel 2007, anno in cui si trasferisce a Londra. Maruyama ha esposto a Londra e Tokyo e le sue immagini sono state pubblicate su molte riviste tra cui il British Journal of Photography, la rivista Silvershotz, il Financial Times Magazine e Eyemazing.
Sayaka Maruyama, attinge a riferimenti classici giapponesi e motivi surrealisti, il suo lavoro esplora contraddittorie interpretazioni contemporanee delle nozioni giapponesi di bellezza, da prospettive sia occidentali e orientali. Maruyama ha guadagnato notorietà soprattutto per la sua serie Japan Avant-Garde, in cui l’artista intreccia le manipolazioni digitali delle immagini, con elementi di carta collage e pittura ad acquerello per creare intricate opere che esaltano un senso di bellezza.

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Sayaka Maruyama

“sei gradi ” di Francesca Dono

Erano altre parole,nude e incompiute come fiori di cambria a nascere,
sottratti dal buio per una liquida notte di sole a Dicembre.
-Solo poche sillabe non hanno avuto respiro-
scivolate dalla carta alla morte o distrutte e ritorte a decorosa apparenza.
Ad ogni modo erano me stessa,
dentro il corpo madre a dilatare,
fuori dalla civiltà di plastica,
oltre quest’età freddAsei gradi,
………………………………………………
che ormai da secoli parla.

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Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Rosangela Betti


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Rosangela Betti nasce a Mercatale-Sassocorvaro (PU) il 27 ottobre 1946.
Studia alla scuola d’Arte F. Mengaroni di Pesaro. Non porta a termine gli studi. E’ autodidatta in tutte le sue forme espressive. Vive e lavora a Rimini.
Prima mostra di pittura a Pesaro nel 1968.
Dall’ottobre del 1980 inizia ad esprimersi con il mezzo fotografico.
Prima personale di fotografia alla galleria Ken Damy a Brescia nel 1982.
E’ stata pubblicata su varie riviste di settore e non. In Italia e in Giappone.
Hanno scritto di lei: Italo Zannier-Giovanna Calvenzi-Roberta Valtorta-Giuliana Scimé-Roberto Mutti-Paolo Barbaro-Denis Cur-ti-Ken Damy-Ando Gilardi.
Vari articoli che parlano del suo lavoro sono apparsi su importanti quotidiani, quali: La Repubblica-Corriere della Sera-L’Unità-Il Resto del Carlino e settimanali quali L’Espresso.

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STONATE ECLISSI di Fabio Bosco

Sangue
sulle ali degli angeli
e sulle rive di presagi indecifrabili,
rossi riflessi che non sono alba,
ma ferite
a dipingere contorni
di un pianto che mi corrode i tendini,
accovacciato in angoli di letti disfatti.
Benvenuta ora in questi luoghi ostili…
entra,
e divorami gli occhi
danzando scalza in giardini marmorei,
dona sussulti alle mie indegne notti
dove piogge sventrano silenzi
di salmastre lacrime
e neri vellutati germogli
di sospiri insalubri
scindono svenduti attimi
dall’eterno declino
di due lugubri amanti…
entra,
e osservami disciogliere
in sospirati sguardi
di un etere ipnotico,
disegni scarlatti di un sogno morente;
come graffiti di luce
in un abbraccio di nero,
il tempo sarà vigile assenza,
giallastro vomito
di luci al neon
a inquinare l’armonia geometrica
che queste mani invocano…
vieni,
e non conoscerai odio più grande
di quello che provo per me stesso;
da un grembo a una tomba,
ciò che sarò
non è poi così diverso
da ciò che sono stato:
un corpo imputridito
consegnato al tempo che ci separerà,
per sempre.

***

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Inediti di Chiara Baldini


chiara

Tu non sai papà.
Non l’ho mai schiuso
dalle labbra in perché io faccio
la farfallina come tu mi dici curioso
a guardarmi riempire l’aria del tinello
tiepida di pipa e legno.
Non l’ho mai spremuto
al di là dei pori ma era dolore
adulto nel corpo baccello, fitta
d’essere compressa – pastiglia
rotonda e tonta, forse crescerò.
Non l’ho mai schiuso
dalle labbra il perché ma sapevi
già guardando le lune di me tanta
la pena e la pazienza, fitta
d’essere compressa – pastiglia
rotonda e tonta, si farà la donna.
Pena e pazienza
per l’avvento e l’avventore
che di me vorrà farsi come io
di te sono fatta
e tu in fondo di me.

***

Ninnolo

Pallido inverno sul mio seno
nudo spazza il segno
timido, ricordo di sole.
Come passamaneria della mia pupa
fa ninnolo per il tuo albero
adorno a festa, magari.
Sì, magari.
L’abete è un intruso verticale
ai nostri occhi stesi al suolo
stanchi come corpi giunti, magari.
Si, magari.
È solo una vertigine
su cui pregare i sogni come quando
bambini, magari.
E chiedere al camino di sbuffare
ancora sull’abbozzo di coppia
che siamo stati.

***

Edoardo lo sa

Come le croci che per educazione
mi passo mentalmente
sulla fronte (è ciò che so)
sulle labbra (perché so anche tacere)
sul petto (ti conservo)
davanti a lui così mi segno, carezzando
lobi e capelli d’imbarazzo
prima di comunicarmi.
Lui, che mi vuole di bene bianco:

Edoardo lo sa.

L’unica cassetta di sicurezza per la mia
chiave piccina, custode
singolare di quanto io ti voglia
e mi perda nel tuo volere
e mi perda nelle tue vocali
aperte o chiuse a mio esatto negativo.
Lo vedi, almeno con l’orecchio
che anche nella voce siamo fatti
per essere un incastro?

Edoardo questo lo sa.
Ché lui carezza musica ogni giorno
e sa ch’io penso di noi
poter – essere due dita
umide che lisciano il bordo
d’un bicchiere di cristallo
gemendo di piacere un’eco tonda:
potrebbe – sarebbe un respiro
sorridente nel nostro silenzio.

***

Ho fame di labbra
e di un albergo caldo asciutto
come dove il tuo fiato nacque
a da allora m’imbambina quel tanto
da farmi pulita di talco
e sporca di bugia bianca.
Se effimera è la cosa non poco
mi par a volte vera
da bastarmi quieta e aggiustata.
Come mai quieta mi sono bastata
come mai ricordo d’essermi incrinata.

***

Ricordi Berlino? Io la trattengo
cifrata sulla nocca, invisibile
per l’occhio che non scandaglia fin dove
il mio sa ritornare e nel ricordo
s’appoggia. Così, Berlino ricorda:
erano piccoli pugni di giorni.
Sulla carta felpata di un giornale
c’era un bicchiere di sana spremuta
(ci assolverà da speck e uovo-specchio!)
Perfetto era conoscerci, mangiarci
a colazione in volo sulla mia
maldestra mano, che sa solo fare
cocci e ne mantiene il segno comico
del caso: la ferita è la custode
della memoria. E delle rosse perle
perse solo il nostro parlare fitto
sotto i chicchi di riso solari
rotti dai tigli. Ricordi Berlino?
Eravamo ancora tutto da fare.
Come chi sul giovane sangue spera.

***

Gotto in mano e capo di feltro
sillabail vecchio ricordi e piega
le labbra a fettina di limone
trottando una montaturaal setto
carnoso che bene non so, ma sopra
di lì tra levene viaggiadi piuma.
Tanto basta al mio occhio per rotolare
una biglia d’idea soffiata in testa:
che se quello sia povero e folle
darei oro e senno ora ad essere
così in luna calante.Sì,quelvecchio
mi vorrei. Con te bastarmi, al tavolo
come ora noi, così lui. E guardare
la vita da due guance in appetito
sapendola essere stata anche mia.

***

Due

Perché timorata curiosità
Madre s’impasticca la lingua e tace
facendo il canarino cattivo
in una metà corpo che è miniera?
L’altra parte invece prode è Padre
e spazza con i piedi idee nel sonno
paura no al dovere sempre in palmo.
Sono due così, due in una sola:
bocca-cuore di Cerere gravida
braccia-gambe di Marte sostenuta.

***

Il geco

Il geco ha posto su vetri viltà.
Ticchettato ha i suoi passi
su briciole mondane
con due schizzi di fiato. Il mio fato.
Ha fatto anche cerchietti
lungo tutta la mia schiena – una lastra
sul mio petto che resta – una finestra
aspettandosi che da me nascesse
sciapa mosca. Una mossa.
Poi cauto se n’è andato
puntato ha le ventose in un altrove.
È altro ma non troppo.
Mai troppo lontano dalla mia Casa.

***

1 cent

Legge d’economia il valore cresce
con la rarità della merce. M’esce
quindi un urlo impotente ferma in cassa
strisciando un bottino in doppia massa
per lo sgarro a me Milady offerto
testa di sole da un bullo reperto
archeologico maschio brizzolato
con due pomi in mano e il ciglio seccato.
Ceduto avevo il passo ed il valente
caduto da cavallo Sir servente
ringrazia con la picca della lancia
lasciando del servigio un cent di mancia.
Non dico che gran taglio nell’orgoglio
ché al di sopra in fatto io mi voglio
ma lesta in cocchio m’ammiro allo specchio
pensando se sì poco m’apparecchio
al guardo sotto lente indefesso
di quello che ben poco è il gentil sesso.

Morale della storia sempre accolta
non esiste più il prode d’una volta.