Giovani Prospettive. Omaggio di Parole a Sarah Ann Loreth.


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Sarah Ann Loreth è una fotografa d’arte che crea provocanti pensieri, attraverso la cattura d’immagini che riflettono i suoi sentimenti più intimi. Lei sviluppa fotografie emotive che raccontano una storia per chiunque le stia guardando.

***

sono parola che vaga
mentre il bosco canta
e dentro si sporge la notte
quando lo spazio ignora il fuoco
che si fa inverno e ci scivola addosso

e mi faccio sconosciuta con questo bianco
che placidamente mi offre
un passato che scricchiola oltre la fine

di Antonella Taravella

***

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TROVARE UNA STRADA VERSO CASA di Antonio Devicienti

Che cos’è una casa?
Lo spazio dello sguardo condiviso in tre, l’esigenza politica che qui si faccia comunità di pensieri e d’intenti, un battello ormai inservibile e che non si può tornare indietro e che bisogna accendere un fuoco, cuocervi il pane, vegliare l’operosità dei giorni.

Casa è
l’acqua da condividere in tre, la soglia d’alberi benigni, ancora andare, ma in tre, perché casa è nello sguardo comune,

casa vorrebbe meditante solitudine, ma anche il chiamarsi delle voci dalla veranda e dalle rotte erratiche della biblioteca.

E andando, sempre andando si fa casa, così come si fa giorno per rotazione naturale del continente attorno al suo perno di luce e l’esigenza culturale di stare insieme, usare parole, aprire lo sguardo, gli sguardi.

***

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Prospettive: Omaggio di parole a Jaya Suberg


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Jaya Suberg è una nata a Copenaghen nel 1956. Dal 1980 vive e lavora a Berlino, una città la cui vitalità e diversità hanno aiutato a trovare ispirazione per le sue creazioni. Jaya ricrea le sue foto digitali attraverso la pittura o disegno stampato o collages, dando così un’espressione più profonda.

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Omaggio a Carlo Alberto Simonetti di Doris Emilia Bragagnini


Immagine

Il diciotto gennaio dopo un lungo periodo di malattia, ci ha lasciato Carlo Alberto Simonetti, scrittore e poeta ternano, noto e apprezzato nella sua città così come nei circuiti letterari che frequentava, anche in rete. Classe 1943, se ne va con lui, oltre che un caro amico dalla dirompente personalità e carica umana, un intellettuale, uno scrittore, un prezioso poeta che ha saputo declinare la sua creatività artistica in svariate soluzioni, come la regia, la sceneggiatura, la recitazione. Negli anni settanta uscì con “Terra raggruma sepolcri luce” e “Il pugno nero del cielo”, sillogi poetiche improntate dalla letteratura beatnik. Sempre in quegli anni partecipò e convogliò la rabbia, la fantasia e le nuove attese di giovani poeti ternani nell’antologia “Brani dai viaggi sul Nera”. Fondò con Marcello Ricci una delle prime emittenti private, Radio Evelyn, facendo scuola con la rubrica “Mantide religiosa”, dove puntualizzava con caustica e divertente ironia i difetti della classe politica locale, sollevando non pochi vespai sotterranei. Negli anni ottanta, spinto da un forte moto interiore si dedicò allo studio e alla meditazione di temi teologici e filosofici e più in là, proseguendo ancora, si dedicò al teatro collaborando a diversi spettacoli del Progetto Mandela contro razzismo e intolleranza. Del 2002 è “Lo scrigno, i bagliori, le cose “ opera in versi, e poi “Pensieri con gli occhi” 2005, “Racconti a quadretti” 2006, ” Vicoli ciechi e Usci” 2008 (ed. Thyrus). Aveva pronto un romanzo autobiografico, altre raccolte e alcune favole, opere ancora inedite e straordinarie. La Parola chiamava forte e per nome Carlo Alberto Simonetti, che non riusciva a non “risponderle”:

La parola?!
Penso sia la vita stessa, in qualche modo.
Minuscola forse.
Non so più immaginare alcunché se non immergendomi nella dinamica,
tra un confine e l’altro del suo universo.
I suoi confini sgorgarono con l’aurora del tempo in prossimità del principio,
prima, molto prima che le immagini prendessero a sciogliere il proprio corpo
in trame di gocciole sonore!

Ed ecco l’eco immediatamente delineante della caratteristica dell’autore, capace di avvolgere in un’aura poetica, di potente malìa, la personale capacità descrittiva. Tutto il suo modo di “sgarrare” le trame abituali dei tessuti espositivi, come lui stesso riconosceva. Ambientazione e poesia confluite in un unico corpo, sapiente fusione tra imbastitura del mezzo comunicativo e prezioso ricamo dell’anima. Viaggi che Carlo Alberto Simonetti percorreva alla ricerca dell’origine del proprio modo di essere, del nòcciolo della propria insopprimibile ansia di vivere, nell’impossibilità della propria natura a far coincidere l’interiorizzazione soggettiva dei significati con la rilevanza oggettiva degli stessi. Uno sguardo al sé difficile da gestire, dovuto al modo di percepire sublimante a oltranza, impraticabile conciliazione con un contorno fatto di realtà molto più semplici. Sguardo capace di tenerezza matura nell’analisi di un percorso vissuto alla ricerca di un anello di congiunzione tra l’incontrovertibile essenza di poeta e la dimensione umana calata in un – ordinario – avvertito come necessario all’identificazione in un connettivo dove tutti gli affetti e le disposizioni sociali abbiano gravitato, mediante l’inquietudine di un sentire dalla profonda sensibilità introspettiva, capace di sondare oltre che la propria specifica “composizione individuale”, gli angoli bui e riottosi di un’intera generazione come periodi di sostanziali cambiamenti storici e culturali. Di lui scrivevo pochi anni fa:

“Tentare di descrivere la poesia di Simonetti. In quale modo riuscire a collocarlo, identificarlo, nel tentativo di predisporre o forse addirittura preparare, cautelare il lettore? Lettore in partenza per il viaggio indotto verso il confine tra la frontiera del sé e la linea di demarcazione della “Creazione” del nuovo “Io”.Tema caro questo a Carlo Alberto e con lui proprio di creazione si può parlare. Trasmutazione. Ricorre nella sua opera poetica l’anelito verso il superamento di uno stato adamitico, dove il senso e i sensi sono una polifonia d’evoluzioni inverse per un ricongiungimento con l’Assoluto. L’assoluto di un attimo o l’assoluto dell’eterno. L’assoluto di un sacro che è ricerca interiore. Partenza e arrivo. Chiusura del cerchio. L’essenziale è il viaggio e chi ha la fortuna d’imbattersi nei versi di questo autore, supererà i limiti angusti della mente verso rotte inesplorate e vivide. Il suo pensiero diventa traduzione, dono, interpretazione e suggerimento del reale, trasposizione d’emozioni amplificate, dilaganti. Forse una condanna per lui stesso che non può scendere dal modo di sentire e comunicare, smettere di produrre effetti dirompenti, innescare passioni, farsi annientare e decostruire dal potere evocativo delle parole, le sue. Portavoce da sempre della magia alchemica di forgianti immagini frutto di concatenazioni verbali inconsuete e scardinati, vittima-carnefice del feroce “percepire e sublimare”. Così, tra un alternarsi di momenti di pura e malinconica passione erotica, dissacranti composizioni d’irrealtà reali, tensione spasmodica verso il divino, l’essere scagliati in una dimensione atemporale (dove l’introspezione è uno scalfire nella roccia fino a farne fluire sangue) diventa ciò di cui si ha più bisogno e del quale non si riesce a farne senza.“

Quando muore un poeta/al mondo c’è meno luce/per vedere le cose/… così scriveva Alda Merini, e nel caso di Carlo Alberto non esiste immagine migliore per definire quanto saprà mancarci mentre lo cercheremo nella lettura dei suoi testi, soprattutto nel modo più umano e speciale in cui riusciva a donarsi con chi ha avuto il privilegio di conoscerlo e di “pensargli accanto” per qualche tratto di vita. Cercando il modo migliore di salutarlo l’ho trovato tra le righe di una sua grande amica (M.T.)

Carlo, caro Amico mio… fratello
… ti penseremo, ti ricorderemo sempre come quello stravagante, fantasioso, intelligente, provocatorio, debordante umanità, ragazzo, che sei stato e sarai immutabilmente, per noi…

77 un compagno di provincia, 1979 laboratorio teatrale del Palazzo Mazzancolli

77 un compagno di provincia, 1979 laboratorio teatrale del Palazzo Mazzancolli

Alcuni testi:

dove il palo

della luce artificiale
assume forme sotterranee
sull’asfalto ubriaco di pioggia
&
cadono cicche sbriciolate in scintille
di vizi esauriti
dal volante delle fiat
&
le sonorità
di telegiornali di sedie voci
di tavole imbandite
non si riflettono
sull’asfalto alcolizzato
della mia epoca rabbia senza virus
sulla mia età ricordo del tuo volto triste l’ultima mattina
NARA
che sputa via l’ultima sigaretta
fumata insieme
fuori dall’edificio
scuola di voci perse
sul calendario delle spese
che non ci riguardavano

e tutto era più chiaro nella pioggia del giorno
orario-lezione-finis-sole delle nostre scopate azzurre
sull’erba
o sotto i ponti
della ferrovia via via via
in viaggi immagini leggendarie
fuori dalla patria potesta
e dai preservativi
che strozzavano singulti mai trovati
oltre l’immenso volto tuo
nella tempesta di capelli
tra le foglie delle querce
o
negli ingranaggi dei mattoni
dal sapore di terra dimenticata
qui
sul piazzale dove attendo gli ufo
e la reincarnazione della felicità-dolore
diciotto anni eterni
dove voglio trovare chi ha mandato a sbattere
la nostra generazione di rock
sottosviluppati
sulle catene di montaggio colonizzate
del nostro avvizzimento
e della nostra separazione
per biglietti da diecimila
ancora stampati con l’uno davanti agli zeri
NARA
dietro il tuo uno voglio
conoscere quanti zeri
combattono la tua inevitabile
cellulite
di madre assorta
&
riconoscerti tra le voci
stanotte
sul palo accanto dove si riflette la luce.

*

Alberi morti d’alba

volatili senza timoni
nonostante l’ossessione
nutrirsi per campare
con tutte le suppellettili
che campare si porta dietro
alberi morti di giorni inedia
alberi morti di notti assenza
alberi morti d’uomini vivi
tra stoppie un po’ bruciate
ed altre risparmiate
poiché non piovono giorni freschi
rubati con la bestemmia al contadino
e ai giorni incerti l’anno prossimo
considerando il raccolto
e il sistema inflazione cronica
alberi morti di digiuni fetali
di parole preghiera
di concezioni ansia
di mele cadute
di donne prosciugate
di idee volumi violenti
di liti represse
alberi morti di sere cena e fiume vino lunghissimi
su arrosti lenti di dita scottate
alberi morti corpi DNA
alberi morti chiaro lunare
alberi morti rami nostre braccia
rami nostre gambe
soli creando
dove sono strade diverse alberi morti
sulla collina
cani cuccioli maschi
passano il tempo
e stemperano divagazioni erezionali
e senza tempo
&
Senza odore di calore
& il nostro ciocco brace beve acqua
Senza fine dalle nostre mani zecca
assetate di arte
e di ipotesi ritorni
a stagioni scambio merci
alberi morti d’uomini quantità
sempre più quantità che uomini relativi
alberi morti per notti uccise
con la ragione ingabbiata al sole
da granelli di sabbia
d’acqua pulita
&
La strada
è più e più lontana
dalle favole di potere
lontano dagli alberi che muoiono
dall’umida fantasia di foglie
alberi morti
valle già pianta
dopo l’udito infantile
oltre il muro di silenzio
con i loro liquidi occhi
alberi morti

(da Terra raggruma sepolcri luce 1975)

*

Le cose

T’incontro!
E talvolta come venissi in un bisogno, mai soddisfatto, di tanto tempo fa.
E da uno spazio, anche! lontano.
Noto, notissimo
quasi un appezzamento del patrimonio, che s’accresce! s’accresce!
Mi si accresce.
Si moltiplicano gli esiti delle emozioni. E sono ricco, ricchissimo di sogni.
Ho corazzato il mio seminterrato all’uopo!
Mi lasciai andare! prevalse la piena, mi sedusse! e…
non “mi riesco di ritrovare me”
È stato sedotto e portato via da acque infide, tumultuose. Me.
È ancora là! È così lontano: “allora”! Avverbio di luogo remoto?!
Ma vicino, vicino come… non le cose, il profumo piuttosto!
Il profumo delle cose, il profumo, il profumo.
Puoi ripeterlo ogni volta
e ogni volta ad una via diversa dischiude il suo grembo e fragra!
Non via! tu dici profumo?!
E la via della fragranza s’impregna di possibilità incontenibili,
ed incontenute! ed esplode in un fremito: la planimetria d’un aroma.
L’aroma delle cose!
L’inesplorata planimetria: aroma delle cose. Di ogni cosa.
Il profumo! il profumo… delle cose, ma il sapore anche!
Il sapore delle cose per tutti i suoi cunicoli sconosciuti,
dove l’ebbrezza ti sorprende per la fragranza dei tini.
No! non sempre il sapore rallegra, il sapore è sapore!
Inebria, ma è sapore.
Il sapore delle cose, il sapore,
ma il sapore è un mare che ti prende e
alla via così.
Di ogni cosa!
Talvolta invece possono più le forme.
Le forme! le forme delle cose
le forme che ti prendono per le palle e s’estenuano nei sensi delle cose.
Vengono giù dallo sguardo e non sai trattenere le mani,
ma non sai di dove principiare
ché le intuizioni sono gnomi di luce.
Viaggiano sui fotoni e le mani si levano.
Abbrancano, accaffano, acceffano, acciuffano acchiappano
ma non afferrano, né ghermiscono:
la forma, la forma delle cose.
La forma delle cose?!…
la forma, che scrutata si vela di forme… è svelata da gnomi di luce!
Ti lasciano una forma nelle mani, ed è già forma:
la forma delle cose. Di ogni cosa?!
È la consistenza delle cose, ed il suono delle cose anche!
Un’orgia dei sensi.
Il sapore dell’odore, nella vista del tatto: “L’ho udito!”.
O anatomia del consistere, per selezione, e torsione, e frammentazione
o ricomposizione casuale e sistematica.
Ogni Getsemani significa torchio.
Il sapore delle cose?!
ed il suono di esse, il suono delle cose?!
mentre sono mostrate! nelle forme, le forme delle cose?!
e le mani si confondono,
il contatto s’ottunde e la consistenza delle cose sfuma improbabile.
La consistenza, la consistenza delle cose! Di ogni cosa.
Si smarrisce nell’odore delle cose.
L’odore, l’inesplorabile odore delle cose!
L’odore ancora vergine, forse!
L’odore delle cose. Di ogni cosa
Scesi le scale per sentire i muscoli
di solito assorti sulle qualità delle cose.
Mistica dell’Empireo?
o pantofole ostinate a non farsi scarpe?!
Sentii distinto il suono liquido
e la fragranza d’orina di colore giallo
descriveva il suo rigagnolo sul pavimento nell’ingresso del mio condominio.
Di tra le gambe, una vecchia donna immota
con gli occhi in sorriso, spalancati
orinava e ripeteva:
“Le cose… le cose… le cose…”
Luca la guardava, e sorrideva.
Usciva da lui una vena concreta di parole, non dette, né dicibili forse. Raccontavano di luoghi mai visti prima e li mostrò in una mano!
La sollevava, e distendeva le dita.
Passò esile la mano sulla guancia della donna che diceva e diceva
senza ritmo né tono:
“Le cose… le cose… le cose…”
Luca la prese per mano e la guardò negli occhi.
Non una parola, non uno sguardo altrove
non l’orina, non l’odore
nient’altro che quelle rughe balbettanti da carezzare.
La carezzava, poi capì qualcosa, credo
le scartò un cioccolatino, l’imboccò, e l’accompagnò di fuori.
Raccolse un gattino, glielo mise nelle mani, e tornò dentro, verso l’ascensore. Scese dopo un po’.
Ripulì con cura, e se ne andò!
quell’eco continuava a rendermi inerme:
“Le cose… le cose… le cose…”
Sai che i palpiti possono stormire, Paolo?!
“Come d’autunno sugli alberi le foglie”
così stanno: la forma, il sapore, l’odore, il suono, la consistenza.
I cinque sensi, cinque! O piaghe d’una crocifissione.
Così stormirono le cinque foglie, e ritrovai… me, lì dove m’ero perduto.
Suoni, odori, tatto, vista, gusto delle cose…
e non avevo, né sapevo più le cose.
Le cose! tutto sulle cose, ma non le cose.
Crocifisse.
Forse dovrò riportare i sogni a piano terra
imparare di nuovo la libertà d’ascoltare!
E chissà che nei bagliori
le cose
non trovino una via
per sgranchire le loro gambe anchilosate?
Chissà che non prevalga il corruscare dei sogni?
Chissà che non mi tocchi di assistere alla destituzione delle scarpe?
Le pantofole! le pantofole?!
Le pantofole corona delle cose.

(Terni 31 03 96 dal poema Lo Scrigno I Bagliori Le Cose)

*

Sì, questa è una notte strana
di carta vana e francobolli inviati
al telaio dell’anima arcana
di poesie e racconti
di narrazione singolare
la danza dei miei libri amorale
un po’ solitudine e un po’ corale.
Avere libri attorno
isola io e loro mare
migrazione di sogni
a occhi aperti
scendono a leggerti loro
e la lettura di te tu inverti
e questo è l’amorale
che solo averli attorno
è uscio
e migrazione fatale
impostati nella notte tana
di una crescita strana.

*

pentagramma del significare in mostra

Un balcone sulle mie notti
tiene fuori
questo inverno improbabile
e il viavai di auto che bussano
ai miei pensieri altrove.
Ho un balcone sulle mie notti
tiene fuori questo inverno
dell’anima
il calore del tuo corpo
del tuo sorriso.
Mi manca perfino il ricordo di te
e nel mio letto rifatto un mare
di desiderio disfatto e
nell’assenza del tuo corpo
dal mio e delle tue gote e
dei tuoi seni
dal cavo delle mani mie e
del mio corpo
dal cavo delle mani tue
le nostre mani svuotate
da l tempo vissuto.
Queste notti di vuoti che non si possono rendere né tendere.
Queste notti sono un abisso
di mancanza e desiderio
tenerezza e compagnia solo
appagate nel sogno
e sono mie e sono tue
sconvolti da un amore d’impropria adolescenza
che non si può sciogliere
in quella incoscienza e ti amo
e Pat mi manchi
in una buona notte di baci
per ogni secondo fino all’alba
con la speranza di sognarti
anche ad occhi spenti
come in una mostra.

*

Devo rammendare
il sentirmi perso.
Basterebbe il ciao della tua voce
o una frase via sms.
Non basta bucare l’etere
con onde gesti e suoni
la terra è mare
l’onde non sciolgono le onde.
C’è una gonna nell’email
ne esce la tua faccia.
La guardo.
Mi dà l’ago e il filo.
Rammendato.

*

Il giorno, il mare ed io
saremo vivi domani.
Oltre la coltre della notte
saremo vivi anche domani
tra le vie adombrate
i nostri occhi scalcinati
lampioni dimenticati.
Il nostro futuro sempre
con la testa volta indietro.

*

I miei pensieri
ogni giorno
stanno con te
senza scalo
di un qualsiasi
giorno dopo.
Frutti di fantasia cozzano
sulla prora che insegue
la terra e la dossologia
per due che sostano
alla fermata d’un amore
in sciopero e senza biglietto.
Domani i miei pensieri
come ogni giorno
staranno con te senza scalo.

*

Ma tu guarda
con tutto il caos
che crea la vita
se a me doveva
capitare uno
con il carattere
che ho io.
Cosi distante da me!

*

Sono un libro
messo all’indice.
Non mi leggo
che di nascosto.

*

Il gesto più deplorevole
è sul papiro
in cui scrivo la mia vita.
Il gesto più lodevole
è cogliere l’energia
che mi detta le parole.

*

Tu cerchi:
gli occhi tristi del poeta
corde di viola sfiorate dal vento,
abissi rari dal digiridu
sopori da cime Himalayane.
Ma il poeta è la porta di sé
con tendini ruggine nell’anima
arrovellati in paludi di cibo
con pagine stracciate dalla storia,
con la copertina senza prezzo
e poche pagine dagli occhi tristi …
Un uomo

*

Verso il palpito dell’universo
verso, le aurore della notte
verso, le tue gote di acero sgusciato.
Verso un procedere diverso, e
verso parole sempre uguali
fino all’estinguersi del verso
e del respiro, in un ultimo verso.

(dalle sillogi “ Pensieri con gli occhi” e “Vicoli ciechi e Usci” ed. Thyrus)

di Doris Emilia Bragagnini

Prospettive. I fotografi che hanno fatto la storia: Omaggio di parole a Hellen van Meene


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Le immagini della fotografa olandese Hellen van Meene sono l’incarnazione della fragilità, della bellezza e della solitudine. Nata nel 1972 ad Alkmaar (Paesi Bassi), Hellen studia fotografia presso la Gerrit Rietveld Academie di Amsterdam.
Le sue ragazze sembrano vivere in una dimensione atemporale, immerse in una luce naturale che mette in rilievo la vulnerabilità e il dilemma di un’età ancora acerba.
Dove i cammini sembrano ancora aperti, dove la maturità convive con atteggiamenti gioiosi e freschi. La fotografa olandese riesce a catturare splendidamente ogni imperfezione, ansia, isolamento di questo gioco tra il reale e l’immaginato.
Naturalezza e artificio si mescolano dando vita a minuziosi scenari dove lo sguardo introspettivo dei modelli evita la fotocamera. La sensibilità formale di Hellen van Meene si arricchisce di una illuminazione parzialmente ispirata alla pittura classica olandese.
Immagini poetiche, ma anche inquietanti, dove le giovani donne mostrate in contesti quotidiani, appaiono quasi come fantasmi senza vita, come corpi prosciugati dalla linfa vitale.

doris

Interno con preghiera n°

scivola il giorno
nei suoni diafani della parte lesa
accatastati – regoli – come fervide tossine cerebrali

Susette ha un segreto, lo mormora all’ora
– tre volte –
davanti al crocino areatorio sulla porta di tenebra blu

una nenia iniziata dall’alba, luce rosa che muore
per brama di un’estasi rorida, predata sul pube
ghirlanda adornata con trine caduche

Susette ha un segreto, lo spinge nell’ora
– tre volte –
lo nomina piano, lo attende, nel blu

(Doris Emilia Bragagnini – inedito per WSF)

enzo

Fossi
ancora quel gheriglio
per accovacciarmi
di luce diagonale

Sollevato dentro un pugno
di tiepido embrionale

Avanzerei – aliti- alla tenebra

liquefatto su un sofà
d’amniotico stupore

ma
c’è troppo scuro
da scontare
troppo cuore
da abbandonare
troppa mente
da dimenticare

L’uscio invano
mi resta al palmo

ad un solo passo
distante luce
dalle mie
gambe

(Enzo Lomanno – inedito per WSF)

Sylvia-Hellen van Meene

entra
nella cucina che ti racconta
i vecchi giochi
della bambina senza soluzione
e le corse dei suoi occhi dietro i cespugli
fitti di denti sbucati dalle mani
per accanirsi dove saltava fuori il capezzolo
avvizzito che le destinò la fame

di Sylvia Pallaracci

Oltreverso (il latte sulla porta) – Zona Editrice – Recensione


Nel nido più alto
lo squarcio nel cielo
induce al raggiro
che io torni e traduca
il verso oltreverso

oltreverso copertina

Con questi versi esordisce Doris Emilia Bragagnini in questo libro pieno di musica.
Mi hanno sempre affascinato i suoni di questa poeta dalla scrittura riservata ma tagliente; apparentemente appena accennata e stretta nella sua dimensione di pensiero ma, evidentemente, pronta alla deflagrazione per espandersi nell’oltre di quel verso, per diventare gesto e concretezza (consistenza di pensiero/che ansimando evapora/in mille gocce di rubino) in una dimensione non più solamente sua ma dell’intero attorno a sé. Il tempo, se non quello musicale, sembra non aver consistenza nell’ambiente poetico dove si muove anzi, proprio lì, in quel suo territorio, ne domina i residui correggendolo verso uno scandire personale (ultimo bacio freddo al cielo/di tormento già concluso/-insieme al battito-) che risolve e riapre la sensazione di “squarcio temporale” più che di passato e, quindi, attesa.
M’impressiona la capacità della Bragagnini, di rendere dinamico il pensiero racchiuso in una serie di insiemi statici, di come riesce a muovere il fondo senza minimamente sfiorare la superficie e l’atteggiamento poetico, che respira di proprio, quasi fosse un’entità a sé, ma in simbiosi con un’attività parossistica interiore del corpo e i suoi legami (Potesse uscire/questo squarcio eterno/arrotolarsi su se stesso/e scorrere…) in un fluire fine a se stesso ma senza la necessità di separarsi. La funzione geografico-affettiva, le posizioni e le dinamiche circoscritte, sono il palcoscenico di questa poesia viva e vissuta che Doris Emilia Braganini ci propone, poesia che non ha simboli ma evidenze; che non sfocia con un delta bensì con un enorme estuario verso i sentimenti accesi o corrosi e si svolge con carismatica chiarezza e coinvolgente sensualità dalla base al vertice.
A tratti, da questa parte dell’anima, Doris si affaccia ad osservare come quell’attorno a sé si muove con tutte le sue meraviglie ma anche con quei proiettili devastanti che determinano il passo e la velocità e li descrive, questi momenti, con parole entro una gamma di suoni illimitata tra danze amare, pianti risolutori e grandi slanci di passione.
Ecco come leggo Doris Emilia Bragagnini, poeta che stimo per eleganza e capacità trasmissiva.

doris

Immobile flamenco

Provo a guardare
eppure non ho occhi
di ragioni escluse
vuoti dipanati
con nebbie latitanti

Quei vuoti sono
abissi bui, moltitudini
di fantasmi andati, volta
di un inchiostro assiderato
immobile flamenco
dettato a labbra strette

Tacchi in tasca non consumo
petali di passi antichi
pronti a piedi scalzi

La tua danza assorbe l’ora
frazione di colore
il mentre che divora

Assoluzione sinfonica

Assoluzione sinfonica
contrattempo – di un banale schianto

luci imperterrite, a ritroso propagate
scia di passi storti in branchie asciutte
e quel parlare ovvio, mattoncini -lego-
infilati in bocca

Saprei cadere non ci fosse gravità
(il mio volo è approssimato)
devio volantini all’ingresso di un cinema all’aperto

posso precipitare all’infinito…

gatta

un piano fulgimediale
di stelle sbriciolanti cielo
e faville di scioltezze

in questa sera immane
dove gatta
è quella morbida sfattezza
di una vita a peso piuma
non intinta
nell’inchiostro dell’avverso
sì, mi preme
il suo solletico a – strapiombo –

siderale

vorrei zittirlo, il non detto
quando arraffa stretto il seno
il non scorrere dei rami lungo i vetri
e paesaggi ininterrotti, artigliati
intorno a zigomi di sbieco

un orecchino solo
il resto reclinato sotto muri ceralacca
e gambe, senza rete – a filo –
dritto il laccio, fiore o perla da sedare
ciò che dentro è tonfo sordo (Griet)

di dirigere a memoria
cerchi piccoli, con la punta delle dita
brucia il palmo teso avanti
un giorno dopo l’altro – a capo
tra cuscini di un giardino siderale

sciogliere il vermiglio, la gota spaiata
deciderà l’inverno, torbido indietro di crespo
o – sapore di lago – trementina, sulle labbra

Il balzo

Come una stretta (ma no, è fretta)
di polmoni latrati
e un cuscino appoggiato, a rapprendere il balzo

potrei morirmi tra le braccia – ora –
tanto stringo quanto manca
soffocando di parole inerti
restituendo al mondo quanto non ho tolto

– finalmente dirlo – nel lasciarlo andare
precipitarlo con un vestito sceso, scalciato sotto il letto
e chiuderò la stanza la pelle a raggrinzire
orrendamente offerta a quanto più non voglio

Sfregavo il ghiaccio e mi sfaldavo io
sopra giorni rattrappiti, schiacciati
come insetti sul soffitto

ne sgombrerò la vista con un gesto freddo
zucchero negli occhi asciutti
quanto il tuo restarmi dentro – eterno – d’umido sgranato
ex voto, cera dura a lume spento

Doris Emilia Bragagnini viene al mondo in provincia di Udine, pensa così la sua essenziale biografia: ”nata nel nordest vive da sempre a due passi da sé, qualche volta v’inciampa e ne scrive”. Compare in alcune antologie, prefazioni per sillogi poetiche, redattrice in Neobar è ospitata anche in altri siti letterari web: Filosofi Per Caso, Il Giardino dei Poeti, Torno Giovedì, Viadellebelledonne, Carte Sensibili, La Poesia e lo Spirito, La Dimora del Tempo Sospeso, Le Vie Poetiche. Ha partecipato al poemetto collettivo “La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello” (ed. Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011). Inserita nell’antologia Fragmenta (premio UlterioraMirari ed. Smasher 2011). “Oltreverso, il latte sulla porta” (ed. Zona 2012) è la sua opera prima. Cura il blog personale “Inapparente Crèmisi”.

Oltreverso – il latte sulla porta – Doris Emilia Bragagnini


oltreverso copertina

” Credo che sia questo essere poeti, aver ricevuto con il dna il dono o la dannazione di un modo di sentire le cose che per quanto mi riguarda, ho sempre inteso scorticante, l’inflazionato ” senza pelle “ Doris Emilia Bragagnini

– tratto da Oltreverso pg. 7 –

Con un piacere molto particolare voglio parlare di questo libro e di questa autrice , delle sue parole acuminate che brillano in chiaro-scuri pregni d’amor per l’estetica ad un livello d’astrazione innegabilmente ricercato. Leggendola,  seguendo il suo passo non ho potuto  fare a meno di paragonarla ad una chiglia celeste immersa in  certe tempeste omeriche , dove il verso ora appuntito nel significato, ora affilato per lessico dissonante cerca sempre la sondabilità di un sentire di contrasto. L’unico reale, l’unico possibile. La scelta di non privarsi in nessun modo di alcuna parola, anche la piu’ complessa ed ostica in suono e saperla modellare con le altre , in un’unica musica con il proprio senso , compone in tono inedito un discorso caldamente emozionale e lirico. E’ una scrittura cerebrale, a tratti psicanalitica,  di concetto ampio e intenso. E’ un dire femmineo, spesso a maglia stretta, ma sempre dinamico e accuratamente cesellato. Vi si avverte in tutte queste sue il respiro, la caduta, lo slancio della fuga ; ci si inoltra in scenari intimi di un sentire  profondo e  sensibilissimo.

il ripiano

non conto più i giorni passati
i tasselli imprecisi, le scriminature – sostegno –
all’altra metà del vero

il gene d’ombra si congiunge in filigrana
quando sgocciola la linfa per lo sguardo che s’imbuta
“basta spostare la frangetta e gli scheletri scompaiono”

fissità perimetrali stile liberty (trompe-l’œil)
nasoboccacollo di dinieghi, ghirigori appassionati
come feti in formalina (dagli occhi puntuti, neri)

i contorni sono tagliole, lemmi da dottore
“fuori la lingua” a serrare permessi
che trillano, infantili, come già pazzi rettili osceni

In questo testo, i ” rettili osceni” restituiscono un vero e proprio sussulto. Splendente e forte contrasto che si  incastona perfettamente nella sua sempre personalissima e cuneiforme scrittura, che artisticamente sontuosa sa virare mostrandosi anche torva e abbrunita dall’ombra e condurre così ai più fascinosi declivi.

MetroNOmia   (tema di)

Nel molleggio ipnotico
di una coda bianca
metronomia toltami dagli occhi
scorre – poi – il cilindro della vita

alla tempia quel gennaio
ripetutosi nel rosso
divorante/dissipato tra le cosce
che i giorni contati (tiratura limitata)
sono proiettili di gomma “per signore”
filano e nemmeno te ne accorgi

non lo sapevo allora
lo credevo malattia, vincolo segreto
da scontare in mimetica d’assalto:
il grembiule d’ordinanza
giusto il fiocco esonerato
a pareggio forse, dello stesso colore
s e g n a l e t i c o tra i banchi

Ora servo una cortina
si studiano le mosse, se si brucia è d’immenso
si contano le pecore, si ammaliano gli agnelli
solo – si osa – abbassare lo sguardo
così, come un grilletto

Non c’è parola che non scavi il silenzio; parole come stiletti di un fiore rosso tra distese di neve,che stringono i segni alle cose e non le abbandonano se non per imparare a morire nel distacco del gesto.

Il balzo
Come una stretta (ma no, è fretta)
di polmoni latrati
e un cuscino appoggiato, a rapprendere il balzo

potrei morirmi tra le braccia – ora
tanto stringo quanto manca
soffocando di parole inerti
restituendo al mondo quanto non ho tolto

– finalmente dirlo – nel lasciarlo andare
precipitarlo con un vestito sceso, scalciato sotto il letto
e chiuderò la stanza la pelle a raggrinzire
orrendamente offerta a quanto più non voglio

Sfregavo il ghiaccio e mi sfaldavo io
sopra giorni rattrappiti, schiacciati
come insetti sul soffitto

ne sgombrerò la vista con un gesto freddo
zucchero negli occhi asciutti
quanto il tuo restarmi dentro – eterno – d’umido sgranato
ex voto, cera dura a lume spento

La furia iniziale pazzesca nel parlare di lacerazione, in una dinamica suggestiva e amarissima. Il balzo che riporta all’immagine di una farfalla ferita che al suolo muove ancora tenuamente le sue ali.  Immagini forti che non lesinano colpi  e che si rafforzano grazie a  tinte che dipingono morte. Tutto questo a rendere la dinamica di quel balzo gesto potente ed altamente drammatico che non concede lieto fine , ma solo ” zucchero asciutto negli occhi”.

 

Spettrale

 Decapitavo serpi tra i capelli
mille e mille occhi da cavare – liscio –
il cranio tra la mano e il mio riviverla
come morsa attorno all’odio – zitto –
in fessure da schiumare, stretta

Così io lavo il lutto abbandonato
un “Caravaggio folk”
di teste e drappi dentro al cesto
biancheria disposta ad arte
luce spettrale che – accade – di lato

il “due X uno”, che di me non c’è
—————- nessuno —————-

Uso di  tinte caravaggesche , ed una splendida ombra di donna al buio. La parola e’ assolutamente femminea in questa interpretazione di abbandono e solitudine.

Oltreverso è la sua opera prima.

http://www.zonacontemporanea.it/oltreverso.htm

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Doris Emilia Bragagnini, nata in provincia di Udine, dopo un’iniziale formazione scientifica si diploma all’Istituto Statale d’Arte dello stesso capoluogo. Considera e definisce con queste parole la sua biografia più essenziale: ”nata nel nordest vive da sempre a due passi da sé, qualche volta v’inciampa e ne scrive”. Compare con suoi testi in alcune antologie e prefazioni per sillogi poetiche, in blog e siti letterari web come: Filosofi Per Caso, Il Giardino Dei Poeti, Neobar, Torno Giovedì, Arte Insieme, Carte Sensibili, Le Vie Poetiche, VDBD, La poesia e lo Spirito. Ha partecipato al poemetto collettivo “La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello” (edito da Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011). Inserita nell’antologia Fragmenta (premio Ulteriora Mirari ed. Smasher, 2011). È redattrice del blog di letteratura e poesia “Neobar”.

Cura il blog personale ”Inapparente Crèmisi” http://inapparentecremisi.wordpress.com/ .

Articolo a cura di Mezzanotte