[Officine D’Autore] Poesia&Musica: Fosca Massucco&Enrico Fazio


Officine D’Autore è una rubrica molto particolare su WSF, dove diamo voce e spazio a scrittori e non solo, infatti oggi vedremo come la poesia ben si sposa con la musica, Fosca Massucco (che WSF già conosce molto bene e apprezza) e la musica del famoso contrabbassista e compositore, Enrico Fazio, uniti realmente anche nella vita e di come creino una sinergia potente dialogando perfettamente.

Un grazie a Fosca ed Enrico e benvenuti su Words Social Forum !

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fosca solo

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Parlateci di voi, presentatevi ai lettori di WSF.

Enrico: Cerco di occuparmi di un bimbo, di una moglie poetica e di musica; di mantenere viva la curiosità, la fantasia, la voglia di imparare; cerco di essere diversamente giovane, di rosicchiare spazi di tempo per vivere…

Fosca: io sono la moglie di un compositore, la qual cosa da sola basterebbe a definirmi tutta la vita: lo (in)seguo e sostengo nella parte aperta a me dei suoi sogni e della sua musica. Da più di 10 anni per noi le giornate hanno una visione trasversale del tempo, dove incastriamo la cura per nostro figlio, i rispettivi lavori (lui al Conservatorio ed io per la mia società di acustica di Torino), la vita solitaria sulla nostra collina e un processo creativo e silenzioso.

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Per distratta sottrazione di Fosca Massucco con nota critica di Ivan Fedeli


Questi testi sono una parte del nuovo libro che Fosca sta abilmente costruendo, presentati al Premio Renato Giorgi di quest’anno, si è classificata al terzo posto nella sezione B è mio piacere e onore volerli qui su WSF. Per Fosca, perchè le voglio bene e soprattutto per ciò che trasmette con la sua scrittura. Buona lettura!

fosca

*
Il tempo depone minuscole gioie
sparse per via, già sapendo
il frutto a donare –
canterella
anticipando melodie domestiche
e sorride sommesso all’effetto che fa.

______________
“biferique rosaria Paesti, | quoque modo potis gauderent intiba rivis | et virides apio ripae”
“come di Pesto | due volte rifioriscano i rosai, | e in verdi rive la cicoria”
Georgiche – L. IV, 118

Gli archi scagliati dai rovi sarmentosi
drappeggiano nel gelo – la galaverna crocchia
cupa dalle rive. Un attimo di fumo bianco,
è pari l’incanto della gramigna e della rosa bifera
innestata sullo spino. Ora che ogni voce tace,
quale rifugio darò alle mie parole?
______________
*
La volpe crepò ai piedi del pilone
per guanciale un ciottolino crudo –
quello che il Cristo contemplava
dalla croce sbozzata tutto il dì –
lux perpetua luceat eis, rara
come l’arcobaleno di notte.

______________

*
Immersa in una tonale di gioia, io trionfo
incessante negli anditi riverberanti dell’anima
come un crine ebbro di pece sulla corda.

Il dolore è il silenzio del tono puro
per distratta sottrazione.

La “distratta sottrazione” di Fosca Massucco sta nell’arte di sottendere: la poesia, come emerge dai testi, avviene per semplice diffusione di sintagmi che ammiccano a richiami, sentori. Sono le “minuscole gioie” di un dettato poetico che si offre al lettore per irretirlo nella suggestione di luoghi rarefatti, abbozzando una chiave di lettura che sfugge, si rifugia altrove. E’ in questo laccio percettivo che emerge, su campo lungo, un particolare visivo o uditivo, una situazione minima di dramma, una similitudine che stravolge il dettato ritmico. Ne deriva un’architettura poetica originale che scardina qualsiasi riferimento canonico. Qui coesistono mondo interiore e realtà in perfetta osmosi. E il messaggio si scompone in particelle di senso, dense “come un crine ebbro di pece sulla corda”. Ivan Fedeli

Daguerre: dalla realtà alla quintessenza di Fosca Massucco e Maria Grazia Di Biagio


Il Daguerrotipo (1840) – Operazioni di creazione

“La prima consiste nel nettare e pulimentare la lamina
e renderla propria a ricevere lo strato sensibile”

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Il baccano della quiete di collina
è un intrico di chiame in sottofondo.
Posando lento il suono, il sole
turba l’aria di acacie e cinciarelle

poi il colpo di fucile

spezza il baccano – rimbalza – muore.
Latrati e cani saltellano stanando
il fagiano in caccia di ranocchie.

“La seconda, nell’applicazione di questo strato.”

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D’inverno i gelsi del canale sono pugni
tesi al cielo – ma al tempo di trattura
i bachi divorano le dita aperte
scuotendo teste a otto, salendo al bosco –
bollente la vendetta delle filerine!

“La terza, a sottomettere nella camera oscura la lamina preparata a ricevere
l’azione della luce affine di ricevervi l’immagine della natura.”

Infine sarò fiore di tarassaco –
nel Campo di Marte non mi risolvi
con lo sguardo – pappo piumato.
Mi disperderò silenzioso nell’aria
– tu ancora cerchi.

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“La quarta, nel fare apparire questa immagine
che non è visibile al suo uscire dalla camera oscura.”

Posano dietro le gelosie,
sono tornati i pipistrelli e le vespe
che moleste cercan le fessure.
La luce abbacina a lungo
il sole splende altrove.

Rincasa il ragno ballerino –
atto incosciente,
si rassegna alla gloria pervicace.

“La quinta finalmente ha per iscopo di togliere lo strato sensibile che
continuerebbe ad essere modificato dalla luce
e tenderebbe necessariamente a distruggere interamente la prova.”

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Riconsegno il senso alle cose –
autentica percezione di forma.
La mia ricerca è sempre controluce,
il rospo nella luna. Perturbo
miserevoli condizioni al contorno –
levigata dalla vita, mai vinta.

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Nota di Maria Grazia Di Biagio

Quest’ultima fatica poetica di Fosca Massucco ne conferma e, se possibile, perfeziona lo stile rigoroso per nitore delle immagini e precisione formale.
La poetessa si pone, qui, di fronte alla realtà circostante da un punto di vista oggettivo e del tutto originale: si fa lastra di rame nel processo di dagherrotipia, pronta a lasciarsi “impressionare” dalle immagini che osserva.
Nei versi risuona più che mai la rivelazione di Novalis: (“In der Nähe des Dichters bricht die Poesie überall aus”) “Accanto al poeta la poesia erompe dappertutto”.
È così, la poesia erompe nel primo componimento, descrivendo un moto parabolico, dal fulgido ossimoro del primo verso al “colpo di fucile”, passando per sinestesie di grande efficacia plurisensoriale, fino a ricadere sulla morte del “fagiano in caccia di ranocchie” a sua volta cacciato, che chiude il cerchio della legge naturale cui soggiace ogni vita.
Ad acuire il senso tragico sotteso al discorso poetico, sulla seconda scena cala il silenzio delle vendette inconsapevoli. Cinque versi vergati con perizia e splendide metafore, ci consegnano immagini vivide di gelsi e bachi. Verità bollenti come l’acqua che ucciderà i filugelli, per estrarre intatta di seta preziosa dei bozzoli, ci rimandano al Postulato fondamentale di Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” e Fosca lo sa. Sa che la morte è un passaggio, un mutamento di stato, come per il “fiore di tarassaco” che si trasforma in soffione per poi disperdersi “silenzioso nell’aria”.
Forte di tale consapevolezza, la poetessa non si arrende alla propria caducità, vive appieno la sua esistenza godendo della “gloria pervicace” della luce, indispensabile al processo vitale di ogni creatura, anche di quelle che per istinto la rifuggono.
Certo, non è indolore osservare le cose “controluce”, ma solo così si può vedere “il rospo nella luna” riflessa nello stagno, accolto a sua insaputa nella sfera eterna e incorruttibile dei corpi celesti.
Alla poetessa non è dato; non qui, non ora. Può solo constatare, non senza angoscia, la propria condizione di elemento minimo, quasi irrilevante ai bordi del sistema fisico che governa la realtà circostante.
La lastra “impressionata”, “levigata dalla vita, mai vinta”, lascia cadere lo strato sensibile per riconsegnare “il senso alle cose” fissate nella loro forma quintessenziale: il dagherrotipo dell’anima del mondo.

Poesie di Fosca Massucco.
Le fotografie sono di Daguerre, reperite in rete già manipolate.

Colazione Poetica a Crema con il Collettivo WSF


Tra gli esperimenti più curiosi dell’edizione in corso di ArtShot c’era Pane burro e poesia. La colazione poetica con gli autori del collettivo WSF, un collettivo nato all’interno del sito del Words Social Forum – Centro Sociale dell’Arte.
La colazione poetica è stata indubbiamente un’idea ben riuscita per animo e luogo, i ragazzi dell’Artshot quest’anno hanno regalato uno scorcio indimenticabile, intrecciando la poesia in un unico ramo, una tavolata imbandita d’ogni vizio mattutino ha chiuso il cerchio su una domenica per noi magica e dunque il collettivo WSF ringrazia l’Artshot, Il nodo dei desideri e Crema e infine, ringrazio anche le voci che si sono susseguite:
Fosca Massucco, Andrea Lucheroni, Sebastiano Adernò e Ksenja Laginja. Esperimento da ripetere.

Collettivo WSF

Collettivo WSF

La splendida cornice offertaci dai ragazzi dell’organizzazione dell’ArtShot di Crema di quest’anno, ha creato una splendida magia/sintonia fra noi – un legame che andava ben oltre al semplice conoscerci, anche le poesie scelte in qualche modo si legavano perfettamente fra loro, l’idea si è dimostrata azzeccatissima, un susseguirsi, microfono permettendo, senza interruzioni – quasi che la parola si trasformasse in qualcosa che ruscellava, liquida e calma ma allo stesso tempo impetuosa.

Qui di seguito le foto di Alberto Mori, che immortala i protagonisti durante la lettura, intervallate da un testo simbolico di ognuno di noi…di seguito ci saranno i video di Sebastiano Adernò, buona lettura e buona visione.

Andrea Lucheroni

Andrea Lucheroni

[15]

L’acqua
un attimo prima
di chiamarsi cascata
riflette la sua personale
scelta di dissolversi, con l’occhio
di mulinello orientato al vecchio letto di pietra,
di cui seguirà la forma, anche un attimo dopo, cadendo,
come si addice ad un fiume che scorre nel divenire,
dissolverà solo l’illusione della scelta
con gli occhi serrati e disorientati
nell’ultimo respiro soffocato,
dal suo piccolo vuoto,
al prossimo salto.

Fosca Massucco

Fosca Massucco

**

Io a Firenze ci andavo per le gatte e per la bici.
Scendevo dal taxi pervasa
da un’aura di pensieri profondi
che davvero non facevo – ma tu li immaginavi
e me li spiegavi, tra i ceci e la salvia del giardino.
Ci andavo per le gatte rosse
e per le bici sul Monte Morello,
nei dicembre di luce trasversa e gemme
immobili – ero infinitamente bella
e spesso sbronza. Falsamente colti
un po’ arguti, gareggiavamo a parole e ricordi
lungo le colline fiesolane – finendo ad ascoltare Sclavis.
Io a Firenze ci andavo per le fusa delle gatte
e la bici nel gelo – mica per il jazz

Ksenja Laginja

Ksenja Laginja

Ksenja Laginja

Ksenja Laginja

“Cattedrale”

Con le dita – a sgranare le lenzuola
sotto la cattedrale dei miei fianchi
tra le fessure umide, nelle braccia aperte
lungo il mare di pelle che unisce
un cespuglio dopo l’altro
i nostri peli di radura.

Uno scorrere di unghie
a tracciare limiti irrisolvibili
sulle spalle che sono lingua, e bocca
denti bianchi sui piedi attorcigliati.

Un lento scivolare
da un lenzuolo all’altro
un grano dopo l’altro
in punta di lingua
nell’assenza di saliva
dove riposano i tuoi fianchi.

Sebastiano Adernò

Sebastiano Adernò

[CENTRO DIURNO]

precari
in equilibrio sotto il tappo
sulla filettatura di un barattolo
tenendo a mente
le frasi di un matto
con il cielo sulle gambe
ritagliamo rombi
per farne aquiloni

malati, per sogni o lagune
di mattino e pattume
come marionette, recisa la flebo
collassiamo all’indietro

siamo numeri primi, indivisibili
smacco delle categorie
e le nostre palpebre,
questo luogo trascurato dalle mappe
ci rendono incomprensibili
come postille
scritte in una lingua
ancora da inventare

alcuni giorni
seduti sulla cruna di un ago
come su un’altalena
con le gambe a penzoloni
da statuto
si fuma
carichi d’impegno
limando un progetto di fuga
basato
su una scala avambracci e caviglie

Antonella Taravella

Antonella Taravella

**

strabuzzare ferri d’avampassi anneriti dalla cenere
l’arredarsi un passato con la cipria cotta
nei mestoli dell’inverno
resiste l’abbraccio in questo aggiungerci
e la mano scorre le cifre – abbottonate ai capelli
alla fine si schiarisce l’azzurro
in una boccata di miele
quante cose ci siamo detti
mentre la pioggia ci faceva come una tasca dove scaldarci

il verso disegnato – nero di un sorriso allunato

Alcuni video:

Fosca Massucco

Antonella Taravella – Andrea Lucheroni – Fosca Massucco

Recensione di Fosca Massucco: “Nella disarmonia dell’inatteso” di Maria Grazia Di Biagio – Ed. BelAmi (2012)


ph Fosca Massucco

ph Fosca Massucco

Con Maria Grazia Di Biagio ho avuto l’onore di lavorare in Giuria al Premio di Narrativa e Poesia Di Liegro nell’edizione 2012 ed è stato uno degli incontri più intensi dell’anno.
Poi esce il suo nuovo libro di poesia, edito da Bel-Ami.
Io di lei stimavo il cuore e la gentilezza, un po’ da nobildonna un po’ da mamma, mi appassionavo a leggere i suoi scritti on line qui: http://poesia-mariagraziadibiagio.blogspot.it
Poi mi arriva “Nella disarmonia dell’inatteso” e sull’incipit mi si stringe il cuore – early poems, T. S. Eliot e una frase (poco conosciuta normalmente ma che ha accompagnato e quasi perseguitato la mia vita) lì scritta, come se mi aspettasse:

“…i nostri giorni d’amore son pochi:
facciamo almeno che siano divini”

Già quello mi sarebbe bastato a rendere gradito un libro di poesie, la scelta di un incipit che facesse suonare mille campanelli.
Poi però ho letto le poesie e ci ho trovato dentro immagini, strategie di pensieri e scene che mai avrei supposto. Spero non se la prenderà Maria Grazia, ma difficilmente mi sarei immaginata che dentro di lei albergasse una poeta così gioiosa.
Con il suo permesso vi riporto i versi che mi stanno accompagnando in questi giorni:

“Cerco in ogni albero il suono inconsapevole
utile al mestiere del liutaio”

 apre la prima serie di sorprese immaginifiche.

“Tutto quello che ho perso resta
mi aspetta nel deposito oggetti smarriti
di una qualche stazione che non mi rivedrà.
Ho un biglietto di sola andata
tante cose ancora da trovare”

che è un delizioso omaggio alla Wisława Szymborska del “Discorso all’Ufficio Oggetti Smarriti”.

“Presto o tardi fa sera.
Ogni gatto torna al suo padrone
e dai tetti scendono i ricordi”

e mi rimanda alla nebbia gialla che si struscia contro i vetri nella Love Song of J. Alfred Prufrock di nuovo di Eliot, così come le donne che vanno e vengono tra parentesi parlando di Michelangelo diventano:

“(è quasi un’utopia nella memoria
il tuo volto così puro, inconciliabile
con la prosa delle umane preoccupazioni)”

inciso in mezzo ad una poesia.

E che dire di un Salinas femminile? “La Voce a Te Dovuta” riecheggia minimale in

“Se un giorno tu dirai di me al passato 

ti prego, fallo sottovoce, che io non senta”

e anche:

“Se questo amarti è un dono o una condanna
io non te lo so dire,
ma so che il mio presente è nella notte
dei tuoi occhi e l’unico riposo che conosco
è nel tuo palmo caldo
dove poso la guancia per dormire”

Un po’ di cattiveria esce, ma è nostalgica e melò come Dorothy Parker e, come nelle sue poesie, le negazioni sono richieste e preghiere stemperate di ridicolaggini:

“E’ bella la tua voce quando dice non ti amo
[…]
Ma adesso baciami bugiardo. Non ti amo anch’io”.

Insieme ad un poco di Gozzano mi ritrovo a leggere un Qoelet reinterpretato:

“Si sta sciogliendo in gocce l’affanno di questo cielo,
del resto ogni stagione ha il suo tempo
e questo è il tempo delle piogge”

Ma oltre all’elaborazione e alla restituzione personale dell’interpretazione, Maria Grazia è anche una piccola collezione di delizie personali come:

“Sono imperfetta e sono anche futura
nell’idea pura, un’intenzione
prima che si tocchi la materia”

E poi arriva quello che vorrei aver scritto io, un po’ alla Bre:

“Il sole arriva prima
e si trattiene
un po’ di più la sera
non per amore
di quest’angolo di terra.

E’ solo che
la Terra gira
e quasi sembra amore”.

Il libro si chiude con uno scoglio immenso:

“Ho mentito.
Non è vero che sto scrivendo
sono solo versi bianchi
ma ho finito i fogli colorati”

che i versi, quelli veri, terminano così: con l’attesa dei prossimi, ancora bianchi.

Novità Editoriale – L’occhio e il mirino di Fosca Massucco (Ed. L’Arcolaio, 2013)


In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta
di cacciatori con l’occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.
W. Szymborska

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Quello che subito balza agli occhi leggendo queste poesie è la stilizzazione degli elementi di una mitologia quasi panteistica in funzione dell’elaborazione lirica. Un poetico “Mikrokosmos” bartokiano – argentino, agile, sapientemente infantile – caricato però di nuovi significati in un clima dickinsoniano.

Per un orecchio poco avveduto l’armonia di queste poesie é apparentemente tonale: il tono non é fumoso, il ragionamento non é contorto ma lineare nell’uso di un solo io lirico. Le tonalità utilizzate sono, però, più di una come nelle “Bagatelle” di Bartók. Poi, invece, la musica delle “Danze rumene” prende il sopravvento con le sue magnifiche scale modali. In effetti, il centro tonale è l’occhio: punto di riferimento indispensabile dell’osservazione le cui fasi – “Mattino”, “Pomeriggio”, “Sera”, “Senza notte” – rappresentano le linee melodiche concomitanti. Tutto torna! La musica in risonante anticipo sulle codificazioni del pensiero ha un senso: è proprio in India, infatti, che esiste forse il più complesso sistema modale del mondo; ed é proprio l’India la terra natale della mitologia sulla quale si erge questa delicata poetica.

Lung-ta imbizzarrite a simboleggiare l’anima, dalbergia (con essa si costruiscono anche strumenti musicali), rosari da cui distillare la Grazia separandola goccia a goccia grano a grano: di queste cose è scritta la Bibbia di Fosca Massucco, questa è la sua mitologia. E nel dio pellegrino c’è la ricerca e la gioia della condivisione intesa come viaggio della mente che dalla testa va al cuore (ci sono luoghi in cui è dio pellegrino a trovare me).

Tra eros e morte, immobilità e pellegrinaggio interiore, dimensione domestica e celeste si snoda, dunque, questa cosmogonia dove l’io è l’occhio che detta, estraneo alla storia, autoriferito. La grammatica colta si fonde con gli esiti di questa esplorazione che registra con precisione scientifica il punto in cui andrà inciso il carattere. La Grazia qui è precisione affilata come un coltello e serve a costruire per sottrazione lo spazio di un rifugio, di “una stanza tutta per sé” (V. Woolf). Non è la poesia ad essere vista come problematico distacco dalla vita ma è al contrario la vita che, sissì, deve rispettare questi spazi. I voli all’improvviso non hanno bisogno di aggettivi: il loro pregio sta, appunto, nello scavo. Il coriandolo del davanzale e i sonagli dell’usuale sono i segni di un ritorno intenzionato alla quotidianità.

Fosca Massucco gioca a fare Nusch consapevole che essere solo musa è riduttivo. O meglio, lei é Musa ma non di un poeta, di un musicista o di un artista tout court: é Musa della Bellezza! Esattamente come Nusch.

L’ironia di unduettrè, unduettrè, così come quel Natale che non arriva a convincere fanno da corollario al rifiuto delle convenzioni della vita. Ricorda molto la Dickinson ribelle che tenta di superare le finzioni dell’esistenza con un linguaggio nuovo. Ma qui la parola si ancora alla realtà nel suo essere scientifica mentre la fusione tra verso (che si ripiega su se stesso) e prosa, libera la versificazione dai confini della metrica. L’ispirazione splende maggiormente dove si affranca dalle lacerazioni quotidiane, dove è più lucida, dove osserva per elencare senza desiderio di modificare il reale perché c’è identità tra corpo e poesia, e trapassare il diaframma è la sua vocazione. Perché “l’uomo circondato da pensieri già fatti, la ragione degli alberi e delle pietre, la ragione della luna e dell’acqua, non ha altro intento che enumerare e contemplare” (J.-P. Sartre).

Diffido degli approcci di genere; la poesia non è uomo o donna, la poesia è stupore, l’essere umano è stupore. È innegabile, però, che esista un dialogo silenzioso interno alle donnepoeta italiane e straniere per via d’una sorta di naturale linguaggio metafisico femminile: un filo sotterraneo che unisce al di là dei confini ed é presente in questo libro. Ma non é forse un privilegio?

Ora attendo che a questa poetica segua la costruzione di una cosmogonia ancora più maestosa. E spero che nel suo cammino l’autrice continui a non salvare nessuno (sale l’arcobaleno in quota; Pomeriggio), a lasciare tutto com’è (Viver come drappo rosso non è facile) salvo forzare poi i tempi di un arcobaleno inteso come miracolo che scardina l’ordinario.

Questo è il primo luminoso passo di Fosca Massucco. Se davvero, come dice il matematico Benoit Mandelbrot, i frattali hanno corrispondenza con la struttura della mente umana, probabilmente il ‘frattale-Fosca’ deve essere molto simile a quello di un fiocco di neve. Qui in Inghilterra nevica e dopo la lettura di queste poesie giurerei d’aver sentito le nevi ciangottare…

Un tintinnio di cimbali –

a l’entrada del temps clar

ciangottano le nevi sciolte.
[…]

Maria Grazia Insinga

 occhioemirinowsf

un assaggio di testi…

2 di 4 – Pomeriggio

La rosa rampicante, ad esempio, non rispose più
inchiodata dal sole, fiorita di pidocchi;
nemmeno la lumaca passò indenne
sul marciapiede della bignonia in rigoglio,
secca nel prato la rigettò un calcio.

Non salvai nessuno,
la rosa, la lumaca – neppure la lucertola
sgranocchiata impassibile dal gatto –
accolsi quello sterminio di universo angusto;
quando cercai un arcobaleno a forzare i tempi,
aprii l’acqua del giardino in controluce.

***

Un tintinnio di cimbali –
a l’entrada del temps clar
ciangottano le nevi sciolte.

Preghiere brevi,
la lievità di dio
in un giardino dei semplici.

***

“Guarda gli alberi lungo la bealera(*),

li vedi in cima i nidi neri tra i rami?”

Non ricordo più come fosse guardare
e cime degli alberi spogli e scorgere solo rami.
Ma conosco ciò che avvertì Thomson (**)
– trapassare il diaframma tra visione e modello.
Il baratro liberatorio della scoperta,
ognuno in proporzione sua.

Chissà cosa fui, prima di me –
quando scoprii i nidi le altre volte,
se l’atterrimento fu il medesimo,
identica scoperta disperante.

E il traboccare di formiche
nei prati – osservarne una,
percepirle a migliaia con le code
degli occhi, migrare dall’uno.
Non nasco sarta di diaframmi,
non v’è rimedio alle scoperte della vita.

(*) bealera [be–a–lè–ra] s.f. region. Canale che trasporta acqua utilizzata per irrigazione o per produrre forza motrice

(**) Joseph John Thomson (Cheetham, 18 dicembre 1856 – Cambridge, 30 agosto 1940) fisico britannico, noto per aver proposto il primo modello fisico dell’atomo e scoperto l’elettrone.

***

MARIA GRAZIA INSINGA (nota meta-biografica) : Faccio capriole polverose per vedermi da fuori e scrivere di me, ma debordo come da una rilegatura che non tiene. Laureata con lode in Lettere e pianista, sono giunta tre anni fa in anticipo all’ora del tè in Inghilterra dove ho deciso di vivere dopo aver mollato anni di concerti e di insegnamento nelle scuole. Mi disincontro qui a centellinare trifogli siculi aspri e gialli. Due mondi sono troppi ma la Sicilia, sogno conchifero, è esausta d’essere se stessa. Non ricordo d’esser morta e sento due notti in luogo d’una. Ora mi leggo come se avessi gli occhi sulla nuca dell’Altrove. Chissà come mi leggerete voi.

FOSCA MASSUCCO (nota biografica): Fisico Acustico e Tecnico del Suono, moglie del Jazzista e Compositore Enrico Fazio. “L’Occhio e il Mirino” ed. L’Arcolaio, [2013] prefato da Dante Maffia è il suo primo libro.

Fan Page:http://www.facebook.com/pages/Locchio-e-il-mirino-Fosca-Massucco-/505855679453599?fref=ts

Fosca Massucco:http://521poesie.com/

Ed. L’Arcolaio:http://arcolaio.ning.com/profiles/blog/list

Prospettive: I fotografi che hanno fatto la storia della Fotografia – Francesca Woodman – Omaggio di parole


Ho sentito spesso chiamarla come un giglio malato da sé, senza riuscire a non fare altro che farsi pensare, per la realtà che scavava ben oltre le sue fotografie, quei rituali domestici e gli spazi che sapeva riempire con poco.
Lei potrebbe apparire come angelo caduto, una foresta nel pieno dell’inverno o una casa che all’apparenza può sembrare abbandonata. C’è tutto questo ed altro, la sua nudità e il suo smarrimento.
Avvolge e fa sentire il suo dolore. L’omaggio per me era dovuto, ed ho cercato le voci che pian piano sono arrivate a fare parte della mia vita e che adoro, per quello che sono, Donne, Mamme, Poetesse e Vita…si vita.

in questo quando d’ombra e presagio
trattienimi parola sul limite oscuro:
è una cicatrice d’alabastro la pelle agli occhi del giorno
dove lasciare polvere di trascorsi e sabbia
assente d’orma che non siano i miei fantasmi
.
scivolami addosso nelle pieghe
di un’ora di pioggia e pagine cancellate
raccontami di cieli sottosopra nello specchio
di quanto è stato tolto al ramo e gettato nello scarico
imbiancato da rimorsi e ripartenze
.
e poi – soltanto allora, però –
ingannami col ci saremo ancora
all’imbrunire di quel sogno (non più nostro)
mentre accanto al corpo la croce
già esige chiodi e non più mattini.

Angela Greco

Francesca Woodman (Denver, 3 aprile 1958– New York, 19 gennaio 1981) è stata una fotografa statunitense. Suicida a 22 anni. Volò verso la terra da un palazzo di New York. Scelte da non discutere. Non distrusse i propri lavori, prima del salto: quindi il suo passaggio in una particolare era e in una particolare fetta di mondo ha voluto lasciarlo. Addentrarsi in questo passaggio non è come partecipare a un ballo mascherato, o forse sì? C’è da comprendere chi indossa la maschera: Francesca o noi, spie sollevatrici di lapidi. Per trovare che cosa? Una ragione? L’Arte? Una ragazza?
Dire lo sguardo altrui sulle cose, accavallando le gambe e anche fumando. Dire il proprio sguardo, rimasto senza possibilità di replica. Dire.

Eliminato il colore dagli scatti, ché sia spietato il primo doppio offerto: il bianco, il nero.
Il corpo è quasi sempre aspro, scarno, per ciascuno di noi imprendibile se non nella superficie di sé, vero Francesca? Tanto non puoi replicare, e io dei critici me ne infischio.
Corpi.
Due sono i seni, due le mani, due le gambe, i reni, i polmoni. Speculare non è il volto, ma ha due occhi, troppi denti, una lingua, due tonsille, un palato, amaro come il fegato, solo, sotto un costato.
E allora hai preteso un ritaglio di specchio, tagliente, perché ciò che era uno ti faceva sentire patetica, sola?
Specchio, perché il tuo corpo non fosse obbligato ad essere unico. Avere un compagno di sé, identico, scabroso, rassicura? Capirti, adesso, non ha un vero valore: è interpretazione sterile. Le tue immagini, eredità per crearci turbamento: che scherzo in strazio!
La ragazza, per metà sotto ciò che io vedo teca, ha palpebre spalancate in odore nauseante di giglio-purezza. Ha paura, la ragazza? L’hai saputo tu. Ma ho paura io nel vederla sotto una lastra, pesante, benché non di marmo.
E quell’altra – vestita di carta da parati marcita in fiore – nascosto il volto e il sesso, ha freddo nell’inverno che si è decisa addosso.
Donne, con poca carne sulle ossa. Donne eburnee. Gigli e calle. Vento che non si innamora, che non si ferma.
Porte, per suicidarsi i polsi appesi, come un volo saltato da una sedia. Capelli tirati dalle dita: ed è la forca. Prove pratiche: ancora basse le distanze.
Porte mai spalancate alle nuvole. Che sia viziata l’aria, come una peste, una lebbra, un contagio mortale. L’aria pulita ammorba, soffoca, insudicia le calle.
Ancora teche di vetro, per sante imbalsamate con le volpi, astute bestie non addomesticabili. E poi macerie di case, per ectoplasmi femminili.
Abbandoni di donne, così ti sei voluta rappresentare, sapendo dal tuo inizio che l’immaginario apparente ha più peso del troppo raccontare, che il nulla ha più spessore delle filosofie sofferte pensate e ripensate. Teche, gigli, calle. Specchi per frantumi di arti e Arti.
Mutilare la vita intera, dal principio. Invecchiarla e concederla morente, anticipando.
Poche le fughe, se le conseguenze sono il ritrovarsi murate nelle calci.
Posate sulle mani, le quotidianità gelide e appuntite.
La sporcizia in ogni angolo di stanza, ché sia distante il perbene agire da borghese. Vivere nell’immondo e forse, poi, lavarsi in una vasca priva d’acqua.
Sei stata accondiscendente alla comprensione di te, in parte anche alla compassione, ma di toccarti a lungo, se pur con la pupilla, non mi sento. Ti sfioro e vado via, sotto altre carte da parati a brandelli. E dei fiori, neppure il ricordo.

Savina Dolores Massa

Le emozioni della Woodman ci giungono attraverso un linguaggio surreale e onirico. Nei suoi lavori il soggetto si sposta dalla modella e/o dalla disposizione degli oggetti nello spazio all’insieme che rappresentano. Alla parola sommessa cui Francesca da voce. Così, le cose e i corpi sussurrano una sola fragile lingua che ci racconta non solo del disagio che la porterà, con un gesto estremo, a difendersi dalla paura del mediocre e a proteggere le sue opere delicate, ma anche della voglia di usare l’ironia del vivere per sperimentarsi.
Il fulcro della scena si sposta dai dettagli alla dimensione. Il bisogno di comunicare le coordinate della sua anima la spinge ad utilizzare le immagini per costruire il luogo cui appartiene e che le sopravvivrà. Una dimensione in cui bellezza e minimalismo sono in perfetto equilibrio e rappresentano la chiave per entrare e conoscerla. Così uno specchio trasmuta in una porta aperta sul suo universo parallelo, distinto ma integrato con il nostro, ed il procedere a gattoni il simbolo delle esperienze verso l’autoconoscenza e l’interazione con il mondo.
La nitidezza dell’immagini riflesse, i nudi lisci e perfetti dei corpi, in luce, sembrano lasciare scivolare le ombre ed emarginarle ai limiti della dimensione e l’uso di una lunga e doppia esposizione si presta perfettamente alla realizzazione del luogo rifugio dal reale. Così il corpo vuoto di una stanza e il corpo della donna diventano un solo vuoto, un’unica solitudine che pietrifica gli istanti ed inventa una nuova forma di comunicazione nel silenzio.

Bisognerebbe mettere in posa i miei pensieri razionali
e affollarli in una fila regolare,
per sorprenderli in atteggiamenti equivoci
e deriderli, quasi fossero modelli compiacenti.

Oppure, tentare un’analisi surreale delle foto,
sorvolando la superficie liscia delle cose e la metafora dei nudi
che ci restituiscono alla bocca dell’universo parallelo
dentro cui spariscono i corpi stessi e le cose.

Solo dopo la sottrazione di quello che siamo,
potrei pensare alla mitezza di uno sguardo
che smarrisca la parola vilipesa
e affidi alla poesia le linee della mano.

Emilia Barbato

Francesca-Woodman—From-Angel-Series,-Rome,-Italy-1977

Cercai l’angelo alla tavola
che imbandivano a Dunedin,
mille incanti, un coperto.

Bastava un angolo a quel tavolo,
l’ascolto delle anime toccate –
servir loro un caffè, farmi sfiorare
la veste- ma quando giunsi
già l’angelo scuoteva la tovaglia.

Hush-hush – riverberavano le pareti
mescolando il frullo d’ali
e la stoffa in volo – hush-hush.

Fosca Massucco

just-around-midnight: Francesca Woodman

Ditemi tutti i segreti
insegnatemi, lasciatemi sapere
con un segno sulle ginocchia.

Io sarò cauta, vi somiglierò piano piano, un po’ per volta.
Resterò nel mondo, prometto, ma voi ditemi.
Non chiederò altro.
Mi farò crescere, resterò.

Datemeli ora, in mano.
Serrerò subito il palmo e manterrò, nessuno intuirà cosa stringo.

Se me li dite, io starò buona, mi contenterò.
Adesso, qui, così: vedete?
So stare quieta e quieta ancora di più.

Ma loro sapevano che stavo mentendo.

Sara Trofa

restare così nell’attesa
una parola pronunciata
appena prima di una piuma

seguo la linea del sonno
una carta imbavaglia le ore
il filo – forma l’agiatezza del martirio

restami – completamente ala
nella sottoforma disperata
che sgualcisce le forme

[la tendenza delinea l’imbrunire contorto
di un ago che cuce un avampasso di sensi]

Antonella Taravella

Altri Testi:

di Luca Ispani

Pietra mesmerica
raccogli fluidi armonici
fili sottili
ragnatela di illusoria speranza .

Trovi pietre sul cammino
i rovi,le tue braccia
pungolo desolante il destino
tra te e il declino.
Lascia le parole prendere peso
[saliscendi costante il tono]
accendi un fuoco
scaldando l’anima
un segno.

Negli ossari apprezza il silenzio
nelle dita consumate
una gioia ghiacciata da involuzione sintetica
il respiro infinitesimale del tempo che fugge.
[un corpo libero in spazi asincroni].

Nel fondo soltanto una voce
litania poetica
urlo asperso di indifferenza ammorbata.

fw

di Antonella Lucchini

Non finirai più di scartavetrarmi
il cuore

o qualunque cosa sia
che ti contiene

e mi fa a pezzi.

Sylvia- Francesca Woodman

vivo dietro
un angolo il tuo
paradiso.
tutto il visibile
faccio l’inferno che mi porti all’estremo
bianco spogliato di bianco.
la terra di mezzo non basta
a ricoprirmi il cuore possibile
tra l’azzurro e il suo incendio.

di Sylvia Pallaracci

Immagine3

la tua voce
raffica incendiaria cerebrale
nel giardino sbucato della bocca
è il verso dell’onda che sfonda
la vena d’inchiostro, un galoppo di mare il sangue
che mi fai e la vita
dilaga ovunque le mani per portarti
alle labbra la bellezza
da sfinirti dentro

di Enzo Moretti