Equilibri di vita Marco Miele e Alessandro Dellara


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Il cortile Maggiore del Palazzo Ducale di Genova accoglie grazie alla curatrice Loredana Trestin la bipersonale di Marco Miele e Alessandro Dellara.

Le fotografie di marco Miele sono spaccati di quotidianità che dialoga con l’osservatore in un linguaggio non verbale che si apre alla luce naturale del mondo. Riprendendo le parole di Angelo Bacci ” le foto di Marco Miele raccontano e rappresentano uno spaccato artistico del tutto originale, speciale e straordinario in quanto con lo scatto riesce a sostanziare ciò che lo colpisce e che coglie con una sensibilità, estro e intensità sorprendenti. Insomma trasmette dei messaggi che mettono a nudo il suo rapporto tra realtà, fantasia e creatività, elementi che con i vuoti e i pieni, la luce e le ombre racconta con l’anima. Le sue immagini fotografiche, hanno una profondità e una personalità forte, un messaggio semplice e chiaro, umile, ma efficace, ricco di valori e sentimenti umani, sociali e spirituali, riesce comunque a raggiungere e far vibrare le corde dell’anima, in quanto la rende viva e partecipe!

Le opere dello scultore Alessandro Dellara sono la rappresentazione fisica di questo legame. Uno studio quasi antropologico della ricerca clarkiana della relazione. Una scultura che cambia e muta a seconda del tipo di fruitore che la possiede. Oggetti piccoli, geometrici che dialogano ed emozionano. Una danza di forme e significazioni che si traslano in linee funzionali. Opere di diverso formato e consistenza che si tramutano in rags senza dimenticare le torri leopardiane di antica memoria che si evolvono in altrettanti vasi dislessici modellati secondo l’antica tecnica etrusca del bucchero. Qui il più nobile degli elementi, la ceramica nera e lucida prende forme affusolate, rotonde, materne. Perché la capacità dell’uomo o della donna di accogliere un sentimento non sempre è visibile alla vista, e come l’amore, una volta finito, non ha più motivo di ritornare.

Dott. Christian Humouda

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Sogni ed enigmi


image00009dal 22 marzo al 5 aprile 2019

Cortile Maggiore Palazzo Ducale, Genova

 

Sogni ed enigmi  è il titolo della collettiva promossa e curata da Loredan Trestin per Divulgarti. Un percorso  artistico che conduce il pubblico ad ammirare  12 artisti e 21 opere.  Gli autori partecipando con lavori dalle  tematiche e dai contenuti inconsueti, svelano le più celate sfumature del loro io più profondo e nascosto.

La mostra si apre con le opere fotografiche di Dario Veronelli,  nome d’arte @dariovero che propone due fotografie raffiguranti architetture spagnoleggianti. Immagini chiare e sognanti. Un insieme di colori caldi che trasformandosi  in una  luce  armoniosa fanno risaltare i dettagli presenti nell’immagine stessa.

Francesco Bisazza si affaccia con un dipinto immaterico. Un pezzo innovativo per tematica e uso dei materiali. Un’opera che sfocia in un astrattismo concettuale composto da pennellate decise che creano una contrapposizione cromatica tra il visibile e l’immaginario.

Il fotografo Franco Borio espone un’istantanea del ponte Monumentale, una sezione architettonica del ponte genovese. Lo scatto ha la particolarità  di mettere in mostra solo una porzione dell’immagine, che appare  coperta da un telo. Espressione della rappresentazione del mondo di oggi dove  incomunicabilità  e invisibilità sono parte essenziale del vivere quotidiano.  Allo stesso tempo però, l’autore invita l’osservatore alla ricerca e alla scoperta di  ciò che si nasconde alla vista. Tutto in un contrasto di bianco e nero ben calibrato e pulito.

Paolo Borio presenta due sculture, una sirena e una regina africana. Le linee di Borio sono morbide, quasi primitive nella forme in  un ritorno alla fantasia e alla bellezza dell’Africa.

Stefano Casamassima mostra un’ opera che ricorda la migliore tradizione astratta in una commistione di colori caldi e freddi che colpiscono creando emozioni contrastanti.

Gabriella Chizzolini porta due disegni di donne, semplici nelle forme, ma profondamente enigmatiche. La bidimensionalità delle figure diventa forza espressiva, elevazione verso un oltre celato, che non ci è permesso di vedere.

Elisa de Cesari giovane illustratrice genovese omaggia e onora Genova con un’illustrazione bicromatica che svela attraverso gli occhi del sogno le meraviglie della  sua città natale.

Andrea Gulli è un autore versatile, un ricercatore della materia che attraverso composizioni geometriche cerca il senso del movimento della vita.

I dipinti surrealisti di Marco Lombardo sono paesaggi che mischiano la realtà alla fantasia in un processo mai banale, di colore ed emozione.

Carmine Londino presenta tre opere a grafite. Corpi nudi e giochi di luce che mutuano dalla fotografia recente, elevando il disegno a rappresentazione del momento. Opere classiche nelle forme, che uniscono una straordinaria tecnica iperealista al gioco della luce e del movimento.

Pino Tipaldo, autore eclettico e versatile sottopone con uno stile mutuato dal futurismo, immagini bucoliche che si incontrano e scontrano con altrettanti spaccati della città moderna. Visi e forme che ricordano da vicino l’espressionismo illuminato dalla ragione.

Gianmario Vigna ceramista piemontese celebra la città di Genova con una scultura, un pesce colorato, dalle  forme ondeggianti come quelle marine. Una gamma di colori potenti che rimangono a lungo nello sguardo.

 

Dott. Christian Humouda

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Fantasmi e sbuffi intervista a Monia Themonia de Lauretis


 

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Ghosts 

Benvenuta su WSF Monia,

 

Come e quando nasce il tuo percorso artistico?

 

da quando disegnavo cavalli sulle porte di casa per la somma felicità dei miei genitori 🙂 quindi direi da sempre…

 

Chi o cosa ha influenzato il tuo modo di creare?

 

mi piacerebbe dire tutto e niente, tutti e nessuno… ho sempre avuto la tendenza ad assorbire una pluralità di fonti d’ispirazione e a rielabolarle nella maniera a me più naturale, con cocciutaggine e libertà, incurante dei modelli e anche della discutibilità dei risultati… ovvio che potrei fare una lista lunghissima di artisti che ho assorbito di più anche come attitudine e approccio all’arte… da david bowie a egon schiele, da michael ackermann a wim wenders… passando per una miriade di artisti semisconosciuti e incazzati neri 😀

Tra le tematiche dei tuoi lavori pittorici e fotografici ci sono sempre rimandi all’eros, alla morte e (se così vogliamo dire) alla ricerca “dell’altrove”. Per questo ti chiedo dove e da cosa trai ispirazione per le tue opere?

io sono morbosamente interessata alle devianze, agli aspetti più intimi e “inconfessabili” della natura umana, alle paure, ai segreti, al nascosto… quindi la sfera dell’eros è sicuramente una delle fonti primarie vista la primordialità/bestialità che contiene e i numerosi taboo che la riguardano. idem per la morte, da sempre argomento cruciale…

indago me stessa, ed empaticamente cerco di calarmi nelle viscere e nei baratri altrui…

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Quali sono i baratri che hai visto e di cui ti senti parlare e quanto hanno influenzato il tuo modo di creare?

Non ho chissà quale affascinante esperienza alle spalle… mi faccio accompagnare dalla mente mentre leggo, mentre parlo con la gente, mentre osservo. Problemi mentali, paure, devianze, malattie, superstizione, violenza, criminalità, banalità, ridicolo, grottesco, morte… direi che sono tutti temi immancabili, qualsiasi cosa io faccia.

Ghosts, Blowjobs, Exposing the Sickness, In between, Sistema Morboso… a quale progetto ti senti più legata e perché?

Tendenzialmente sempre all’ultima cosa fatta o a quella in corso 🙂 è come se una cosa, una volta finita, o anche solo concepita, già mi suoni vecchia, superata… vabbé a parte questo pensiero estremo… fra questi nominati ce ne sono almeno un paio perennemente aperti e in evoluzione, come Ghosts e In Between, senza dimenticare la mia eterna passione per la Street Photography che è un progetto di vita ormai 🙂

Ricollegandomi alla domanda precedente. Come nascono le figure di ghosts, questi fantasmi quasi per nulla erotici, ma allo stesso tempo sensuali?

Ho sempre cercato di immaginare scene di vita accadute in posti ora abbandonati… le presenze che hanno abitato luoghi… e ovviamente i miei fantasmi non sono di nobildonne con abiti d’epoca.

I miei sono nudi, squallidamente normali, con tutti i loro difetti. Grassi, magri, storpi, volgari, pensierosi, colti in atti segreti, innominabili, “sporchi”… reali, pesanti. Memorie incancellabili.

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Cosa desiderano veicolare i tuoi lavori? Qual’è il messaggio dietro al colore e al B/N?

A me interessa far arrivare impressioni e sensazioni, non ci sono necessariamente messaggi chiarissimi o morali della favola dietro. Ci sono sicuramente delle idee, e se arrivano anche quelle… beh… benissimo.

Per me il colore è molto importante, adoro il colore anche se non si direbbe dalla generale oscurità che pervade le mie cose… ma lo utilizzo solo quando ha un ruolo determinante, altrimenti, specie per la street photography, risulta spesso irrilevante e anche di disturbo.

Che cos’è per te il corpo?

E’ triste se dico un peso? E’ come un vincolo. Non una gabbia… ma di sicuro un forte condizionamento.

Puoi anticiparci qualcosa sulle tue future produzioni artistiche?

Ehhhh….. metto sempre troppa carne al fuoco… sempre messa troppa carne al fuoco!

Ecco perchè alla fine fra musica, arti visive e compagnia bella non ho mai sviluppato bene una cosa… risultato: tante cose ma fatte male!

Negli ultimi anni mi sono imposta di concentrarmi sulla fotografia ma ovviamente già sto buttando dentro addirittura un tentativo di cortometraggio… comunque direi il prossimo progetto in “uscita” è fotografico e si intitola Lazarus, un lavoraccio sulla morte e sulla dimenticanza che porto avanti da un anno e mezzo fra alti e bassi… è estremamente impegnativo a livello emotivo e spesso lo devo accantonare per riprendere fiato…

All images are copyright protected and are property to Monia Themonia De Lauretis

Christian Humouda

Official Flickr: https://www.flickr.com/photos/themonia/sets

Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Daria Endresen


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Daria Endresen è una fotografa, artista digitale e modella, nata ad Oslo in Norvegia. Lei trae la sua ispirazione dalle sue storie personali. Come riferimento per le sue immagini, cita spesso Frida Kahlo: “Dipingo autoritratti perché sono così spesso da sola, perché io sono la persona che conosco meglio”. Attenta e sensibile, Daria crea paesaggi da sogno surreale, annegati in atmosfera gelida, carica di dolore e mistero. I suoi lavori sono stati presentati in numerose pubblicazioni sia in Europa che all’estero.

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E così si ritrovò nella foresta.

Subiva cambi di gravità

Con movimenti flessuosi alzava le foglie, le scuoteva.
Loro volteggiavano, fluttuavano nel vento
Nella danza rabbiosa tutto le tornava incontro.

Poi il vortice svanì, e con lei i volteggi.

Come pulviscoli le foglie le si posavano sui rami, e nascevano. Rinascevano mille volte come polvere dorata, bucavano i germogli per creare nuove parti di lei. Verdi estensioni del suo essere.

Si accorse del benessere che provava nell’accudire, dell’amore che donava nel guardarle crescere.

E come una sinusoide infinita, ricominciò a danzare.

Di Angelica D’Alessandri

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Selfie e la disperata ricerca del giudizio di Leonardo Renzi


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Partiamo da una banalità, che bisogna tener costantemente presente: il selfie non è solo un autoscatto, ma un autoscatto pensato per essere postato sui social network. Questa ovvietà lo apparenta strettamente alla tradizione ritrattistica e poi fotografica ottocentesca, di cui è la diretta evoluzione. Il selfie è quindi un’immagine di sé pubblica, una maschera sociale autoprodotta, e come tale la vorrei analizzare.
Il ritratto fotografico nasce contemporaneamente alla fotografia, e contende alla pittura ad olio il privilegio di ritrarre le classi agiate (siano esse aristocratiche o borghesi) per produrne un’immagine pubblica, che incarni l’opulenza e l’eccellenza morale del soggetto o dei soggetti ritratti, fornendo così un’immagine idealizzata, un biglietto da visita adatto ad introdurre il pubblico nella sfera della maschera ritratta. Come per il ritratto pittorico, quello fotografico richiedeva ore di posa al soggetto, un operatore esperto e formato da studi classici, e rispondeva a schemi estremamente rigidi, mutuati dalla tradizione ritrattistica nobiliare, ma soprattutto era un prodotto unico, non essendo ancora stato inventato il negativo, che permetterà la potenzialmente infinita riproducibilità dello scatto. Con l’invenzione del negativo, e poi della macchinetta Kodak, verrà dapprima eliminata l’unicità del ritratto, e poi verrà eliminato l’operatore, il terzo che con il suo sapere accademico garantiva il rispetto di uno standard qualitativo dello scatto. L’innovazione produce un ovvio tracollo dei prezzi e delle qualità dei ritratti fotografici, rendendoli accessibili a tutte le tasche e le classi sociali, ma non per questo si modificherà la rigidità delle pose assunte dal soggetto fotografato, anche se ci sarà un progressivo spostamento dall’estetica della ritrattistica a nobiliare a quella sempre più diffusa dell’intimismo borghese.

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Prospettive. I fotografi che hanno fatto la storia della fotografia: Franz Fiedler


Franz Fielder

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Franz Fiedler nasce il 17 febbraio 1885 a Prostějov, (Austria-Ungheria) e muore il 5 febbraio 1956, a Dresda.

Fiedler nasce a Prostějov, nei pressi di Olomouc in Moravia, allievo di Hugo Erfurth. E’ stato considerato come un eccentrico durante il suo apprendistato a Pilsen ed ha lavorato nel 1905 e poi nel 1912 con Rudof Dührkoop ad Amburgo e nel periodo 1908-1911 con Hugo Erfurth a Dresda. Durante l’Esposizione mondiale del 1911 tenuta a Torino vince il primo premio e nel 1913 farà pure una personale a Praga.
E’ appartenuto alla cerchia di Jaroslav Hašek e Egon Erwin Kisch e nel 1916 sposò Erna Hauswald a Dresda, dove ha aveva uno studio a Sedanstraße 7.

Dal 1919 e con la coincidenza con la sua amicizia con Madame d’Ora ( Dora Kallmus , di Vienna, che poi si trasferì a Parigi ) ha iniziato a lavorare con una × 9 12 folding e nel’24 divenne uno dei primi fotografi professionisti ad utilizzare una Leica . Nel’25 espande il suo studio, prendendo parte alla mostra “Film und Foto” di Stoccarda.

La pubblicazione sulla città di Dresda , concepita nello spirito di Die Neue Sachlichkeit, è una delle prime opere illustrate realizzate secondo i nuovi principi della fotografia, segnando l’ennesima svolta al suo lavoro. Per la stessa serie di pubblicazioni, edito da Adolf Behne , appartiene ‘a Berlino in Bildern’, tale lavoro è stato oggetto di una mostra alla fine dell’anno (2006/7) nel Berlinischen Galerie .

Lo studio di Fiedler è stato distrutto il 13 febbraio 1945. Tutto ciò che è rimasto è una scatola con fotografie per la mostra, depositata presso la sua famiglia a Moravia . Dopo il ’45 non aveva un vero e proprio proprio studio e si guadagnò da vivere nella DDR come autore di libri sulla fotografia. Anneliese Kretschmer è una delle sue allieve.

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La sessuale ironia di Sandra Torralba


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Basta vedere pochi scatti di Sandra Torralba per rimanerne ammaliati e incuriositi.
Folgorati dalla genialità dei simboli e del modo in cui vengono espressi, la sua ironia ci trasporta foto dopo foto a scoprire la sessuale chiave di lettura del suo mondo e di ciò che la circonda.
Una sessualità pura, nella sua essenza più schietta: un corpo nudo, privato di perversione, ma incuriosito dal mondo pornografico di cui ne studia le tecniche e l’avanzare.
Ma l’ironia di Sandra Torralba può esplorare qualsiasi mondo, e così la “caduta di un sogno” o una morte può trasformarsi in un elemento “piacevole”, dandoci una possibilità di crescita e rendendo possibile il “viverlo in modo diverso”.
I suoi lavori sono il prodotto di una precedente carriera da psicologa e psicoterapeuta (poi abbandonata per la fotografia) che vanta alcuni diplomi tra cui quello in Terapia Sessuale e quello in Counsuelling umanistico; un curriculum che si esprime e valorizza la foto attraverso elementi che la arricchiscono e la rendono quasi “universale”.

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Cos’è la fotografia per Sandra Torralba?

Per me la fotografia è un modo per fare i conti con la vita e comprenderla, una passione, una professione, un’arte, un piacere, uno sbocco e un dono. Rende la mia vita semplice, felice, piena e in generale più bella.

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Quando è iniziato questo tuo percorso e come si è evoluto nel tempo?

Scatto foto da quando ne ho memoria. Facevo film fotografici con i miei amici da quando avevo 10 anni. Ma non avrei mai pensato che la cosa non sarebbe terminata ed avrebbe impegnato la mia vita. Pensavo di voler essere una scrittrice. Ho sviluppato una carriera in psicologia e psicoterapia, è stata la mia professione per 4 anni, poi la misi in secondo piano. Non era ancora il 2008 quando mio marito ed io tornammo in Spagna, dove decisi di sospendere tutto e permisi alla fotografia di trasformare la mia vita.

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Nel 2009 hai pubblicato una raccolta intitolata “Visionarios”, qual è il tuo rapporto con la Fede e la Spiritualità?

Non sono una persona religiosa. Sono scettica nei riguardi della fede e della spiritualità, anche se sono rispettosa e comprensiva nei riguardi di queste dimensioni umane, posso solo essere cinica riguardo le mie sensazioni in proposito.

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Nel 2008 con “sleeping people” hai voluto descrivere la sensazione di essere solo un “osservatore” della vita… come descriveresti questa sensazione oggi?

Ci sono momenti nelle nostre vite in cui noi siamo dei passeggeri. Non sempre consci; la vediamo andare, intrappolati nelle routine e nei doveri, progettando per il futuro, seguendo un piano e lasciando sfuggire il tempo fra le nostre dita. Questo intendo quando dico “il presente è quello che lasciamo andare mentre progettiamo il futuro”.
Non c’è nulla che può essere fatto nei riguardo del tempo che sfugge, ma credo che esserne consapevoli dia significato alle nostre vite, tutti i giorni. Non ho bisogno di essere tutti i giorni eccezionale, non credo che la felicità sia uno stato costante di esistenza: credo che un momento felice al giorno o un piccolo pensiero possa rendere un giorno vissuto. Non riguarda l’essere tiranneggiati dal fare il più della nostra esistenza, riguarda solo la consapevolezza che la vita finisce, e non avremo nessun giorno indietro.

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Pensi che questa indifferenza si viva anche nei confronti della sessualità?

In un certo senso può darsi. Prendi la pornografia, c’è una vastità di prodotti porno che arrivano all’osservatore senza alcun auto-criticismo, interrogativo o riflessione. Questo sta succedendo in tutto il mondo dell’audio-video. Da un certo punto di vista ciò è meraviglioso, soprattutto per l’immensa proliferazione di materiale e per la democratizzazione del mondo audiovisivo. Tutti ora possono esprimere se stessi attraverso il mondo audiovisivo: ed è precisamente questo il motivo per cui più auto-criticismo e un approccio critico sono necessari. Il consumo passivo, indifferente e/o la semplice accettazione di ciò che ci viene scaraventato contro è un problema.

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Come nacque l’idea per “self-portait”?

Ci sono diversi motivi che mi spinsero a realizzare degli autoritratti.
Per prima cosa per motivi pratici: è più facile esplorare una sola persona e usare una sola persona come modella, sempre disponibile, sempre volenterosa…
Inoltre, da psicoterapeuta, usavo me stessa in primo luogo per iniziare ad esplorarmi: solo quando le emozioni e i pensieri sono puliti la riflessione può estendersi agli altri.
In secondo luogo, il mio messaggio è abbastanza personale (non autobiografico, ma personale). Non ha senso per me usare qualcun altro per incorporare il mio messaggio, eccetto alcune serie recenti, dove uso mio figlio e mia nonna: sono parte di me, e io sono una parte di loro.

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Come descriveresti “The Downfall of the dream”?

“The downfall of the dream” partì con la storia di un sogno umano e su come i fallimenti della vita portano alla deriva. È come se traessero godimento da un sapore che hanno già provato: i protagonisti di queste azioni continuano a desiderare, continuano a sognare. Ma le memorie e i sogni sono spesso sfocati, e con il tempo divengono consapevoli del proprio decesso. Questa è la farsa degli espedienti dall’esistenza: non c’è vita senza morte come non c’è sogno senza la sua caduta.

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“Estranged Sex” è uno dei tuoi lavori più influenti. Da cosa nasce l’idea e come vivi il mondo della sessualità?

Estranged sex è partito come un esercizio. Sebbene io abbia iniziato a fotografare rivolgendomi a tematiche sessuali, era solo un tipo di esercizio che seguiva la prima immagine della serie. Il compito era quello di fare un autoritratto sessuale. “Sarà facile”, pensavo. Ed infatti feci 4 autoritratti totalmente differenti.
Nella prima che inizia la serie volli parlare di come le donne dovrebbero vedere i porno hardcore e su come non era necessario restare nel softcore. Volevo solo esprimere il fatto che loro possono, che qualcuno lo fa, e per questo ho interpretato una donna che guarda un film hardcore dove c’è del sesso anale. Ma questo era troppo semplice e non del tutto interessante o comunque originale. Credevo ci fosse stata la possibilità che alcune donne l’avessero vista diversamente. Quindi mi chiesi come avrei potuto creare una foto che contenesse del porno ma che non volesse essere un chiaro “fai l’affare”. Pensai che se avessi rappresentato solo un’osservatrice come una ragazza che guarda un porno, sarebbe stato solo quello, una ragazza che guarda il porno senza incoraggiare un pensiero che avrebbe indotto qualcosa. Ma se avessi presentato un’immagine imbarazzante, contenente porno e sessualità ma allo stesso tempo strana e non eccitante, un’immagine che conteneva tutti gli ingredienti (una ragazza bagnata, un po’ di carne, porno nel computer), e, non solo un lavoro tranquillo in termini di eccitazione… avrei probabilmente catturato l’attenzione dell’osservatore e avrei iniziato una conversazione.
Non era un’aspirazione, solo una conversazione riguardo il porno e dove ci collochiamo nei suoi riguardi. E questo è come nacque la serie con il concetto di “estranged” (allontanare n.d.T.) che ha il significato di qualcosa che usiamo per chiuderci e conoscerci, e (la sessualità) non è altro (come pensiamo che sia: genere, identità…).

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Cosa senti di dovere fotografare?

Sento il bisogno di dover fotografare tematiche che mi sono care o molti dei pensieri del mondo psicologico ed emozionale. Ci sono temi politici, che riguardano tutto il mondo e occupano molti dei miei pensieri ma non sono capace di racchiuderli in una fotografia.
Ho l’impressione di essere umoristica, sebbene alcune delle mie serie appaiano tristi e oscure (v. “the downfall of the dream”). “Estranged sex”, “the ideal man”, “sleepy people” sono basate sull’humour.

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Credi ci sia una grande differenza tra la sessualità di un tempo e quella moderna?

Non lo so. Voglio dire, ci sono differenze ovvie nelle leggi, regole, su cosa è visto normale e su cosa non lo è, su cosa è ammesso e cosa non lo è. Potrebbe sembrare di trovarsi in un circolo continuo dove alcune cose tornano indietro e avanzano (per menzionare qualcosa pensa ad esempio all’aumento dell’omofobia in questi giorni). Ma comunque non so come le persone facevano esperienza con i propri corpi e la propria sessualità 100 anni fa o 2000 anni fa. Ipotizzo che ci sia sempre stato un grande piacere e come sempre una grande repressione e un controllo sociale compulsivo su questo argomento. Quindi in questo senso penso che gli uomini abbiano fatto sempre le stesse cose.

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Con estranged sex ti sei avvicinata anche al mondo della video-art…

Molte delle mie serie contengono spezzoni di video-art, nella forma di “making of” dei pezzi d’Arte. Ma come tutto in “estranged sex”, la produzione è diventata più complessa, rifinita ed elaborata rispetto alle altre serie.
Il Video è più complicato; e diventa ancora più difficile e complicato per me rispetto alla fotografia, soprattutto senza alcun capitale e supporto per attuare le mie idee. Ma ho alcuni stralci video che produrrò il prossimo anno e che credo saranno di una estrema bellezza e di una penetrante sofferenza.
Non credo che i video e la fotografia vadano mano nella mano o che l’una si evolva nell’altra, o che uno scarseggia e l’altro può soddisfare maggiormente. Sono diversi canali d’espressione e io vedo soltanto l’uno o l’altro nella mia mente.

[Estranged Sex XVII- The Making of: http://vimeo.com/16216767%5D

Pensi sia necessario assecondare i propri impulsi sessuali?

Bene, credo che siamo esseri sociali e quindi uno debba seguire i propri bisogni il più possibile senza urtare o attentare contro la libertà dell’altro.
Credo che ognuno debba essere educato liberamente e con amore, rispettando la natura umana e il corpo, e quindi dopo si debba esplorare la di lui – o la di lei – sessualità con minore repressione e con meno ostacoli: ciò è diverso dal dire che tutto è consentito.

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Cosa comporta il making of di un tuo set?

Stanno crescendo in complessità e organizzazione. Ho iniziato da sola e ora è raro non avere un truccatore, un assistente, un proprietario di location, e infine 4-5 modelli. Io devo fare la scenografia, la direzione artistica, della luce e della fotografia, ma è d’aiuto avere alcune persone che mi danno una mano.

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Pensi che l’ironia sia un buon metodo per comunicare dei messaggi?

Penso che l’humor sia un buon mezzo per comunicare messaggi. Humor e neutralità. Ambedue in accordo nell’osservatore, per pensare liberamente, senza essere influenzati e senza la densa aura del giudizio morale.

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Qual è la foto a cui ti senti più legata?

Non credo ce ne sia una in particolare. Sono legata a molte foto, specialmente quelle più personali che contengono i miei unici amori o che comunicano qualcosa in cui io credo profondamente o che supporto.
Adoro “Downfall of the Dream 06” (quella con mia nonna) soprattutto per il tempo che abbiamo speso insieme per crearla, la sua complicità ed innocenza. Poi amo “The hope’s Crevice 01” con mia nonna e mio figlio, per la stessa ragione. Molte immagini mi permettono di godere ed affrontare i periodi di malattia e morte, trasformando qualcosa di triste e doloroso in una meravigliosa esperienza.
Oltre queste, amo le foto in cui compaiono mio marito e mia madre per l’onestà che noi tutti ci mettiamo e per la loro costante dedizione e l’incondizionato supporto.

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