Intervista a Manuela Maroli


dd1b7f4f-e9c1-4e39-bf91-65d74c4dc4d3

The wounded child ( 2014 ) Bibliocaffè letterario, ROMA ( IT ) Thanks to Ilaria Palomba & Luigi Annibaldi

09a6b1ce-a32f-4234-9b76-19366106bcb0

The wounded child ( 2014 ) Bibliocaffè letterario, ROMA ( IT ) Thanks to Ilaria Palomba & Luigi Annibaldi

In culo oggi no
mi fa male

E poi vorrei prima chiacchierare un po’ con te
perché ho stima del tuo intelletto

Si può supporre
che sia sufficiente
per chiavare in direzione della stratosfera

Jana Cernà
Benvenuta su Words Social forum Manuela!

Grazie dello spazio che mi avete concesso, affronto quest’intervista con la massima spontaneità e trasparenza, come se fossimo in un salotto tra amici e colgo l’occasione per salutare i lettori del vostro centro sociale dell’Arte!

Come e quando nasce il tuo percorso artistico “trasfigurativo” in Marked Melody?

Voglio fare una precisazione, il mio percorso artistico nasce nel 1999, nel campo della Body Art, la mia interiorità “chiamava” a gran voce, è iniziata così una ricerca dionisiaca appena dodicenne. Le mie ferite interiori sono emerse in superficie, nel mio caso nella carne. Era più che altro un’esigenza, un bisogno di comunicare la mia sofferenza, la mia gioia di vivere, la mia rabbia, la mia ribellione. L’esperienza di piercer è stata molto importante ed ha cambiato il mio rapporto con il corpo, riscoprendone la sacralità, la “religiosità”. All’epoca ero conosciuta come Manu piercer.

Arriviamo quindi alla “trasfigurazione”, nel 2010 nasce il Nick name “fotografico” Marked Melody, collaboravo con il video artista e docente DAMS Alessandro Amaducci e posavo, in qualità di modella/performer per una serie di opere fotografiche che furono esposte a Palazzo Leonardo a Torino. Volevo un nome che richiamasse la musicalità della Vita, dunque scelsi Melody, e Marked ( Marcata ) per via dei miei tratti somatici piuttosto marcati e androgeni; esprimeva bene anche la mia personalità impetuosa, “dinamitardica”. Nel 2013 è avvenuta la mia Rinascita ed ho iniziato a compiere atti poetici, ispirata inizialmente da una violenza verbale nei miei confronti, dalla rabbia creai: “Giù le mani dal clitoride” la mia prima performance. Fu uno scandalo a Torino soprattutto per l’immagine che avevo scelto come locandina, ho avuto infatti problemi di censura su facebook e il giorno della performance avevo il profilo bloccato. Ero sulla strada giusta, dunque! Una nuova me stessa era nata, un’altra era morta. Più mi riScoprivo, più avevo bisogno di tirar fuori i tesori che vi trovavo dentro.

Cosa pensi che Manuela invidi a Marked Melody e viceversa?

Bella domanda! Ho il Sole in Leone e il mio ascendente è Acquario ( come Carl Gustav Jung ). Questi due segni diametralmente opposti generano una “macchina” potente che se non gestita, può sbandare e andare fuori strada. Manuela e Melody sono rispettivamente il Leone e l’Acquario, nessuna ha nulla da invidiare all’altra, poiché in realtà sono una cosa sola.

Quali autori hanno maggiormente influenzato il tuo modo di creare?

Citerò artisti, scrittori, poeti e filosofi. Marcel Duchamp per la decontestualizzazione, Hakim Bey è invece il mio grande punto di riferimento a livello mistico, concettuale e poetico, Lao Tse per la saggezza, Alejandro Jodorowsky per la temerarietà, Ilaria Palomba ( filosofa e scrittrice ) per il pensiero critico del contemporaneo; infine grazie alle letture di alcuni testi di Claudio Marucchi ( filosofo e scrittore ) ho approfondito il misticismo ed altre conoscenze. Tuttavia, il mio modo di creare deriva dalla mia personale ricerca in cui fondo poesia, filosofia e misticismo libertario; sono molto ispirata dalle persone che mi capita di incontrare ogni giorno, o da emozioni che nascono a seguito di fatti importanti che accadono nella mia vita, in quella degli altri e ciò che accade nel mondo.

3f7ffcc3-7720-4c23-ada9-97a746fae6a3

Untitled_Radura Photographer: Marika Maroli

1150addd-7c3f-499c-8153-77db70d1701a

Untitled_Radura Photographer: Marika Maroli

c54cfbc4-3235-4972-923b-6825db58eaae

Untitled_Radura Photographer: Marika Maroli

Una delle artiste contemporanee di spicco della body art è senza dubbio Gina Pane che definiva le sue performance e il suo corpo in questa maniera: “Vivere il proprio corpo vuol dire allo stesso modo scoprire sia la propria debolezza, sia la tragica ed impietosa schiavitù delle proprie manchevolezze, della propria usura e della propria precarietà. Inoltre, questo significa prendere coscienza dei propri fantasmi che non sono nient’altro che il riflesso dei miti creati dalla società… il corpo (la sua gestualita) è una scrittura a tutto tondo, un sistema di segni che rappresentano, che traducono la ricerca infinita dell’Altro.”, che cos’è per te il corpo?

Per me il corpo è la tela più preziosa che esista, come ho detto molte volte, ed ho sempre vissuto il mio corpo come un’opera d’arte, grazie appunto alla mia esperienza di piercer; il corpo per me è Sacro ed ho un grande rispetto per la Vita, faccio arte pro-vita. Utilizzo il mio corpo come strumento di lotta contro il servilismo intellettuale, filosofico e spirituale. Il corpo è la poesia dell’anima.

Le tue performance si cibano non solo di poesia ma anche di sociale. Un’iniziativa particolarmente rilevante è stata: “giù le mani dal clitoride” esibizione nata per contrastare le mutilazioni genitali femminili. Come nasce tecnicamente un tuo lavoro?

Le mie opere nascono da un’idea, emozione, ispirazione. Dopodichè lascio fiammeggiare l’azione liberamente nell’improvvisazione. Dal momento che la maggior parte delle mie performance hanno un approccio che amo definire “individualmente collettivo” è molto importante il ruolo dei partecipanti. Spesso sono i partecipanti a creare le mie azioni, mi piace dare l’input e poi vedere cio’ che accade, è molto emozionante poiché non so mai cosa accadrà, e devo dire che l’empatia che si crea, le emozioni che si sprigionano sono potenti e davvero fantastiche, magiche direi!

792c665d-569a-430b-8b15-e73ee61c0892

Giù le mani dal clitoride ( 2013 ) Thanks to Manuela Livorno ( Go_Diva Worm Art ) Photographer: Fed Conti

ef875750-6bfd-4257-aae9-b6d4d438bb79

Giù le mani dal clitoride ( 2013 ) Thanks to Manuela Livorno ( Go_Diva Worm Art ) Photographer: Fed Conti

“Dell’erotismo si può dire che è l’approvazione della vita fin dentro alla morte.” Bataille.
Che cosa c’è di concettualmente e visivamente erotico nel tuo modo di esibirti?

Il termine esibizione non si addice alle mie performance poiché le vivo con un sentimento di condivisione totale (scusate se sono così puntigliosa a volte, ma ci tengo ad essere precisa, per non essere fraintesa).
L’erotismo è uno scoppio, per questo motivo utilizzo i palloncini, amo trasmettere e comunicare una sensazione di travolgente meraviglia. Quando scoppio i palloncini sto comunicando: “ehi, sono qui, tu? ci sei? che fai? Sei sveglio, svegliati e stupisciti e stupiamoci, insieme! Utilizzo anche l’erotismo come strumento di sovversione, di ribellione; ad esempio nella mia performance “Me Lo Dia” avevo effettuato una vera e propria “distruzione creativa”, coinvolgendo l’erotismo in un contesto letterario/poetico; devo molto alle letture giovanili di De Sade, dalle quali rimasi completamente affascinata, insieme alle letture di Pierre Louis, Saffo e Jana Cerna, una delle mie scrittrici preferite; figlia della famosa Milena di Kafka.

4435bb1d-24aa-4c9f-86a8-ebefe719da0b

Omnia vincit amor ( love conquers all ) 2015 Photographer: Stefano Boffi

151a35d3-0032-4c96-92d1-95816b382b08

Omnia vincit amor (Love conquers all) 2015 Photographer: Stefano Boffi

59899ea7-5f8e-4e36-a52f-a3ee98a17ab2

Omnia vincit amor (Love conquers all) 2015 Photographer: Stefano Boffi

Come definiresti la poesia?

La poesia è la sporcizia che pulisce il mondo, è fottere il presente in ogni posizione, è un calcio all’impossibile.

L’arte è per te santa o puttana?

Santa puttana. Amo unire gli opposti.

L’incontro con la scrittrice Ilaria Palomba (Homo Homini Virus) come ha modificato/arricchito il tuo modo di creare?

L’incontro con Ilaria è stato molto importante per me. Fui invitata da lei a fare una performance a Roma per la presentazione del suo saggio sulla Performance Art ed accettai subito. Rimasi estasiata dall’incontro con Ilaria, Olivia Balzar e Luigi Annibaldi, tre persone eccezionali. Posso affermare che il nostro incontro ci ha arricchite entrambe a livello interiore ed artistico. E’ stato uno scambio, un dare e ricevere. Amo tantissimo Ilaria, la sua intelligenza e la sua dolcezza, è una delle persone più importanti della mia Vita.

d4c17091-cb68-4da7-bb77-4e48dbc59043

Homo homini virus ( 2015 ) Con Ilaria Palomba Cassero LGBT Center Photographer: Ariase Baretta

75225634-8ffb-4288-a79f-00abe5879940

Homo homini virus ( 2015 ) Con Ilaria Palomba Cassero LGBT Center Photographer: Ariase Baretta

Come definiresti il connubio artistico che siete riuscite creare?

Potentissimo. Abbiamo creato la performance “My body is my spirit” durante il primo evento d’arte che ho curato per Svergin_Arte, il collettivo che ho fondato nel 2014. Ilaria ha espresso che non è più interessata alla performance art anche a causa di alcuni“artisti” che hanno mostrato il loro lato più individualista; siamo pieni di queste famose “prime donne”, che siano uomini o donne non importa. Capisco Ilaria perfettamente poiché ho vissuto i suoi stessi turbamenti. Suggerisco ai lettori di WSF di leggere il suo romanzo “Homo homini virus” che ha vinto, tra l’altro, il premio Carver 2015 e che spiega meglio di me queste dinamiche assurde. Questo è stato un anno molto difficile per me, mi sono fermata a riflettere su quale senso avesse continuare a fare performance art immersa in un ambiente che ho scoperto competitivo, freddo, ipocrita e crudele. Credo che chi faccia arte debba prendersi una grande responsabilità verso la collettività, da ciò ne consegue che non puoi batterti per ideali, erigendoti a paladino della giustizia e poi sei tu il primo a commettere ingiustizie! La maggior parte degli artisti che ho conosciuto sono troppo centrati su se stessi. L’egocentrismo, il narcisismo cela in realtà una grande carenza emotiva, molti artisti hanno l’unico interesse di ingigantire il loro Ego, di gonfiare il loro portafogli e non di essere parte di un progresso culturale! Vivono di invidia e gelosia, questo denota sicuramente una scarsa fiducia in se stessi e nelle proprie capacità. Per me non si possono nemmeno definire artisti, sono solo mestieranti. Per questi “artisti” fare arte è creare sotto le macerie degli altri. Lo trovo ripugnante.

2cc5b66a-801a-4ae0-bd24-f1826fb0933a

La Fenice ( 2014 ) Thanks to Lavanderie Ramone Photographer: Sergio Cippo

2ec4c701-b836-4aad-a511-1ebc16fbaaac

La Fenice (2014) Thanks to Lavanderie Ramone Photographer: Sergio Cippo

cf3dbfe4-3ab1-4031-bb0e-1a26358386ff

La Fenice ( 2014 ) Thanks to Lavanderie Ramone Photographer: Sergio Cippo

2479681d-ee71-42e6-a033-25e36b9a0560

La Fenice ( 2014 ) Thanks to Lavanderie Ramone Photographer: Sergio Cippo

e8be8942-c020-44ee-a40e-07134ad81bf5

La Fenice ( 2014 ) Thanks to Lavanderie Ramone Photographer: Sergio Cippo

Quanto è difficile essere “entità libere” nell’Italia di oggi?

E’ molto difficile. Bisogna lottare contro tutti, contro il mondo intero. Sono sicuramente una persona scomoda, e lo sarò sempre più, non me ne vogliate.

Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi futuri progetti?

Vivere al meglio la mia Vita e migliorare la vita degli altri, della collettività. Mi aspetta il Tour “ME.LO.DIA” ed ho ideato insieme al mio uomo una performance live che proporrò a breve nelle Marche. A maggio avrò una piccola parte nel film “Fallacy”, sotto la regia di Kevin Bisbangian ( U.K. )

80159093-046d-4bed-bc29-39d689728d86

People Kill Artists ( 2015 ) Roma Thanks to Ilaria Palomba & Luigi Annibaldi Photographer: Serena Dattilo

ba141e89-2262-4569-9692-89a95f93ce28

People Kill Artists ( 2015 ) Roma Thanks to Ilaria Palomba & Luigi Annibaldi Photographer: Serena Dattilo

a3e880c1-d850-454d-bf5e-0e0fb1054a99

People Kill Artists ( 2015 ) Roma Thanks to Ilaria Palomba & Luigi Annibaldi Photographer: Serena Dattilo

Grazie Manuela!

Grazie a te Christian e allo staff di W.S.F.
Approffitto dello spazio concessomi, condividendo i miei links e faccio un appello a tutti gli artisti a visitare il mio gruppo di Svergin_Arte su facebook, gruppo dell’omonimo collettivo artistico e con il quale ho intenzione di creare davvero qualcosa di straordinario, se solo gli artisti iniziassero ad uscire dal loro narcisismo per giungere all’alterità. ( Siamo sempre lì, è un cane che si morde la coda ).
Credo che le collaborazioni artistiche siano molto stimolanti e favoriscano il vero progresso dell’umanità. Non dimenticate che tante rivoluzioni culturali del passato sono nate da collaborazioni artistiche tra varie personalità. Siamo niente senza l’Altro!

Links:
https://www.facebook.com/sverginarte
https://sverginarte.wordpress.com/
https://www.facebook.com/aao.artists
http://www.theothersociety.com/
https://www.facebook.com/marked.melody
https://www.facebook.com/markedmelodyperformanceart
https://www.facebook.com/groups/596220160516280/?ref=ts&fref=ts https://markedmelodyperformanceart.wordpress.com/

La Grande Madre – Palazzo Reale Milano 2015


IMG_4588

Inno a Iside

Perche’ io sono la prima e l’ultima,
Io sono la venerata e la disprezzata,
Io sono la prostituta e la santa,
Io sono la sposa e la vergine,
Io sono la mamma e la figlia,
Io sono le braccia di mia madre,
Io sono la sterile, eppure sono numerosi i miei figli.
Io sono la donna sposata e la nubile,
Io sono colei che da’ la luce e colei che non ha mai procreato,
Io sono la consolazione dei dolori del parto.
Io sono la sposa e lo sposo,
E fu il mio uomo che mi creo’.
Io sono la madre di mio padre,
Io sono la sorella di mio marito,
Ed egli è il mio figliolo respinto.
Rispettatemi sempre,
Poiché io sono la scandalosa e la magnifica.

La splendida cornice milanese di Palazzo Reale ospita “La grande Madre”, una mostra totalmente al femminile ideata e prodotta dalla Fondazione Trussardi.

Lo scopo dell’allestimento è quello di ripercorrere attraverso le 138 opere di artisti nazionali e internazionali, la condizione della donna nel suo ruolo essenziale di genitrice e madre. Le installazioni distribuite nelle trenta sale dedicate, raccontano l’evoluzione storico-culturale della figura femminile nella società di ieri e di oggi. Un percorso ambivalente quanto spesso distorto che esprime attraverso accezioni piuttosto forti il contrasto emozionale tra l’accettazione e la negazione della maternità.

Il percorso tematico proposto dalla mostra porta a suddividere, scandendoli, i diversi periodi storici dell’emancipazione. Gertrude Kasabier e Alice Guy-Blachè artiste a cavallo tra Ottocento e Novecento mostrano attraverso i propri lavori filmici e fotografici la gioia della maternità e l’accettazione più o meno volontaria del proprio ruolo.

Le immagini accompagnano lo sguardo verso “l’Abakan red I” di Magdalena Abakanowicz. Un tessuto rosso dalla forma a cuore che porta al centro una cicatrice evidente, simbolo spartiacque tra passato e futuro.

Un viaggio allo stesso tempo emblematico ed emozionale che si dipana e divide in un percorso tematico creato ad arte per destabilizzare le normali convinzioni e svelare nuove consapevolezze.

IMG_4530

IMG_4506

IMG_4525

IMG_4584

IMG_4549

IMG_4454

IMG_4424

Copyright photo Christian Humouda

Le linee somatiche delle antiche divinità si sovrappongono a quelle delle donne moderne, mentre sullo sfondo appare la terra e i suoi frutti simbolo di fertilità.

L’avvento della ragione, Freud e la sua psicoanalisi si scontrano con le opere modernissime di Lucio Fontana. La rivoluzione femminista degli anni sessanta e la rivendicazione di una più libera sessualità sfocia nel manifesto futurista di Marinetti che definisce la lussuria come: “la ricerca carnale dell’ignoto”. E ancora l’istallazione gigantesca e vivissima di Jeff Koons che si contrappone alla performance di “me and my mother” dell’islandese Ragnar Kjartansson fino ad arrivare alla cerva ferita dipinta da Frida Khalo.

L’unione tra antico e moderno è ancora evidente nel fazzoletto indossato dalle madri di Plaza de Mayo e il muro di Yoko Ono, che vanno a sovrapporre l’emozione di un condiviso quanto diverso ricordo.

E’ questa la grande madre, la dea suprema dispensatrice d’amore e di psicosi, la grande vagina che si storce scandalosa e candida nella parola mamma.

Christian Humouda

Voci nuove: Intervista ai Laguna


Su Words Social Forum torniamo ad occuparci delle ultime uscite musicali, prediligendo i più interessanti lavori emergenti dall’intricato dedalo dell’ underground made in Italy. Oggi abbiamo il piacere di presentarvi i Laguna.

10615489_882387521825302_2700532184363031670_n

I Laguna nascono nel 2013, in Sicilia. Il loro intento è <<esplorare, attraverso un metal melodico e decadente, un immaginario cupo e surrealista.>>
Ma partiamo dal principio: come nasce e riceve il suo battesimo il progetto?

Come ogni band che si rispetti, trovare il nome è stato un problema. Laguna è il personaggio di un videogioco (Final Fantasy VIII): non è novità per Gabriele e Gioacchino proporre nomi legati al mondo dei videogames alle loro formazioni musicali. Il nome è piaciuto a tutta la band perché comunica due elementi cari al nostro immaginario: lo stato liquido e il mistero. In parole povere: ci piacciono gli acquitrini stagnanti.

Lo scorso 27 febbraio, avete debuttato con la vostra prima pubblicazione dal titolo: “Inside Panopticon EP“; una scelta molto suggestiva che immediatamente contestualizza l‘introA Dark Lane” in un locus spazialmente definito pur nella sua assenza di concretezza, carico e infestante come la stratificazione di un campo elettromagnetico…
Oltre ad essere un Extended play, potreste definire “Inside Panopticon” anche come un piccolo Concept Album?

Non è stato pensato per esserlo, ma a volerlo analizzare, tutti i testi dei brani hanno un elemento in comune: la prigionia. Quindi sì, è un piccolo Concept Album inconsapevole.

Noi di Wordsocialforum.com diamo molta importanza al processo creativo legato alla parola. Di cosa parlano i testi del disco? Avete subito l’ascendenza di qualche riferimento letterario?

Ci piace scrivere testi come se fossero micro-storie. Non riguardano elementi di vita vissuta dai componenti, né intendono essere esplicitamente critici verso qualcuno o qualcosa. La formula da noi adoperata consiste nel raccontare una storia suggestiva, che non si spieghi del tutto, ma che lasci all’ascoltatore la libertà di completarla con la propria immaginazione. È “micronarrativa” cupa e surreale. Ci illudiamo di poter trasmettere il senso di disagio che si avverte giocando a videogiochi horror psicologico o guardando un qualsiasi film di David Lynch.

10615489_882387521825302_2700532184363031670_n

Mistery Man: Perturbante personaggio del film Lost Highway diretto da David Lynch

Bob: entità maligna della serie tv statunitense “Twin Peaks”, ideata da David Lynch e Mark Frost

The Host parla di un ospite, un aguzzino all’ interno del proprio corpo; Aurora racconta la fuga di due persone da una struttura sorvegliata da cani, attraverso un buco nel muro; Panopticon, che da il nome all’EP, parla di una prigionia ingiustificata e di incontri allucinati.
Non c’è un diretto riferimento letterario nelle nostre canzoni, ma riteniamo Franz Kafka e Dino Buzzati due autori che contribuiscono alla creazione dell’immaginario e dell’atmosfera che ricerchiamo.

Da amante nostalgica di “Twin Peaks”, sono rimasta piacevolmente colpita dalle vostre ispirazioni cinematografiche: David Lynch in testa, con il felice seguito di Angelo Badalamenti e, a poca distanza, BOB. E poi ancora, per quanto concerne l’ambito video-ludico: “Silent Hill” e Akira Yamaoka… nomi che rimandano ad un colore molto vicino a quello del lyrics video di “Aurora“. Come si combina la componente culturale di ciascuno di voi con la vostra musica?

Per alcuni di noi Twin Peaks è un culto! Il comparto contenutistico delle canzoni è totalmente frutto delle nostre fruizioni culturali. In diversi livelli siamo tutti appassionati di film, o telefilm, o videogiochi, o libri. Dalla realizzazione dell’artwork di copertina (l’occhio del custode del panottico, illustrato da Antonio Cascio ed elaborato graficamente da Gabriele) fino alla scelta dell’estetica del video di Aurora,  abbiamo seguito da vicinissimo i lavori, essendo il nostro grafico un componente della band e avendo ben chiaro in mente cosa volessimo citare e comunicare.

Pyramid Head -:Mostro immaginario presente nella serie di fumetti e videogiochi survival horror ” Silent Hill”

Panopticon“, fra gli altri, è un pezzo che mi è piaciuto particolarmente e che mi ha ricordato molto Opeth, Katatonia e Porcupine Tree in un’ amalgama sui generis, inedita e originale. Quali sono le vostre influenze musicali?

Opeth, Katatonia e Porcupine Tree sono nomi indovinati: il metal decadente un po’ prog del Regno Unito e dei paesi scandinavi è un nostro riferimento musicale fermo. Inoltre, provenendo da diversi background musicali, rimane in noi un certo attaccamento all’alternative rock e metal californiano: sicuramente Tool e Deftones scorrono nelle nostre vene. Infine, vorremmo condire i nostri brani di suggestioni emozionali o ambientali tipiche delle colonne sonore di Badalamenti o Yamaoka.

Sono diverse le band italiane che, soprattutto nel sud della penisola si spendono per dare vita e vigore alla scena musicale con prodotti  “di genere” che qualitativamente non hanno nulla da invidiare a grandi nomi del panorama internazionale. Eppure moltissime restano in ombra, il più delle volte conoscono notorietà soltanto all’interno di una cerchia selezionata di connazionali. A cosa è dovuto, secondo voi, questo oscurantismo italiota?

Per quanto siamo dei grandi sostenitori del “de gustibus non est disputandum”, riteniamo che la situazione riguardo alla cultura musicale in Italia sia abbastanza critica, sicuramente non favorevole nei confronti di certi generi musicali. Ci sono realtà italiane nell’underground rock/metal contemporaneo quali L’ Alba di Morrigan, PTSD, Kubark, Arctic Plateau e Klimt 1918 che non hanno nulla, ma proprio nulla da invidiare a nessun collega internazionale, eppure l’Italia “mainstream” non sa neanche chi siano.
Per concludere con un po’ di sano ottimismo, aggiungiamo che crediamo in una ripresa della cultura musicale nelle future generazioni, grazie ai social network e alla maggiore fruizione della musica su internet.

Inside Panopticon EP” è disponibile su diverse piattaforme on line, da Spotify a Deezer. Quanto la rete vi sta dando soddisfazione in termini di risposta da parte del pubblico?

10615489_882387521825302_2700532184363031670_n

Cover illustrata da Antonio Cascio. Elaborazione grafica di Gabriele Fontana

È forse un po’ presto per parlare, ma finora stiamo ricevendo dei feedback veramente positivi, e la cosa ci sorprende e ci gratifica. Ci riteniamo fortunati di vivere in un’epoca in cui realizzare un disco non è più un miraggio irraggiungibile; inoltre, per promuoverlo, oggi esiste l’enorme mare di internet. Tanto enorme che ci si può perdere, è vero, ma non è mai stato così semplice far arrivare la musica alla gente.

Progetti futuri e prossime performance live?

Nel prossimo futuro è previsto un vero e proprio album, attualmente in fase di scrittura e composizione. Per quanto riguarda le performance live, diciamo che ci stiamo lavorando, e speriamo di riservare a chi ci segue qualche sorpresa gradita.

E come da rito, dulcis in fundo: presentiamo le singole unità di questa promettente esperienza artistica!
10615489_882387521825302_2700532184363031670_n
I Laguna sono:
Toti Castronovo (voce), Gabriele Fontana (basso), Tommaso Lombardo (chitarra), Domenico Messina (chitarra), Gianvito Di Matteo (tastiere) e Gioacchino Fulco (batteria)
.

Potete trovarli a questi indirizzi
:
Mail: bandlaguna@gmail.com
Sito Web: http://lagunaband.bandcamp.com/
Contatto stampa: metaversus.press.promo@gmail.com
Agenzia di prenotazioni: bandlaguna@gmail.com


Simona Di Profio

L’amore di Kafka


È già tanto tempo che non le scrivo, signora Milena, e anche oggi Le scrivo soltanto per caso. Non dovrei neanche scusarmi se non scrivo: Lei sa come odio le lettere. Tutta l’ infelicità della mia vita – e con ciò non voglio lagnarmi, ma soltanto fare una constatazione universalmente istruttiva – proviene, se vogliamo, dalle lettere o dalla possibilità di scrivere lettere.

Gli uomini non mi hanno forse mai ingannato, le lettere invece sempre, e precisamente non quelle altrui, ma le mie. Nel caso mio si tratta di una disgrazia particolare, della quale non voglio dire altro, ma nello stesso tempo anche di una disgrazia generale.

La facilità di scrivere lettere – considerata puramente in teoria- deve aver portato nel mondo uno spaventevole scompiglio delle anime. È infatti un contatto fra fantasmi, e non solo col fantasma del destinatario, ma anche col proprio, che si sviluppa tra le mani nella lettera che stiamo scrivendo, o magari in una successione di lettere, dove l’una conferma l’altra e ad essa può appellarsi per testimonianza. Come sarà nata mai l’idea che gli uomini possano mettersi in contatto fra loro attraverso le lettere? A una creatura umana distante si può pensare e si può afferrare una creatura umana vicina. Tutto il resto sorpassa le forze umane.”

Franz Kafka

Franz Kafka

La corrispondenza tra Franz Kafka e Milena Jesenská, scrittrice e traduttrice in ceco di molti dei suoi racconti, ebbe inizio nel 1920. Afflitto dalla tubercolosi e da una vita emotivamente difficile, l’amore per Milena fu l’ultimo episodio della vita tormentata di Kafka, che sarebbe morto appena quattro anni più tardi legato ad un’altra donna. La loro storia partì con pessimi auspici (lui era fidanzato da molti anni, lei già sposata) e la loro storia si mantenne a lungo puramente epistolare.

È probabile che per Kafka, che per tutta la vita aveva sofferto di problemi di salute, disturbi alimentari, difficoltà nel mostrare il proprio corpo ed evidenti problemi nei confronti della sessualità, la relazione con Milena fu struggente e appassionata proprio perché a distanza, ed ebbe modo di trascendere, per la maggior parte della storia, la parte fisica della loro relazione. Dall’altro, la distanza potrebbe averlo portato ad idealizzare in maniera effettiva la figura di Milena, proprio perché così distante, profonda e altrettanto innamorata.

Leggendo le lettere dei due amanti si vede un Kafka appassionato, distante dall’ossessione del ripudio per il contatto fisico che lo aveva contraddistinto per quasi tutta la vita.

Ora penso soltanto alla mia malattia e alla mia salute, e l’una e l’altra, è vero, la prima come la seconda, sei tu.”

Questo incrociarsi di lettere deve cessare, Milena, ci fanno impazzire, non si ricorda che cosa si è scritto, a che cosa si riceve risposta e, comunque sia, si trema sempre.”

Ti vedo china sul lavoro, il collo libero, io sto dietro a te, tu non lo sai – non spaventarti se senti le mie labbra sul collo, non volevo baciarti, è soltanto amore impacciato.”

Sono stanco, non so nulla e non vorrei che posare il viso nel tuo grembo, sentire la tua mano sul mio capo e rimanere così per tutte le eternità.”

E poi c’è la lettera della notte, non si capisce come la si possa leggere, non si capisce come il petto possa allargarsi abbastanza e contrarsi per respirare quest’aria, non si capisce come si possa essere lontano da te.”

Milena Jesenská

Milena Jesenská

Di solito, quando si tratta di lettere e diari degli scrittori, si nota un linguaggio diverso rispetto alle loro stesse opere. Ci sono appunti, incertezze, aspetti puramente umani e comuni di chi è in grado di dividere la propria vita dalla propria narrazione. Per Kafka non è così: le lettere e i diari erano scritti allo stesso modo dei racconti e i romanzi, immettendo la sua idea del mondo senza filtri in ogni caso – e rendendoli, in tal modo, veri e propri discorsi d’arte comparabili alle visioni dei lavori narrativi.

Nel caso specifico di Kafka le lettere e i diari sono il modo più efficace per comprendere la vita interiore dello scrittore, snodare le sue problematiche psicologiche e comprendere i suoi difficili rapporti con gli altri esseri umani e con la propria stessa opera. Tutto questo è soggetto ad un’interpretazione personale di chi legge, perché una risposta chiara non è mai arrivata. Kafka, infatti, aveva chiesto in punto di morte all’amico Max Brod di distruggere tutti i suoi scritti ed è stato solo grazie al “tradimento” di Brod se noi possiamo godere per intero del suo lavoro.

È davvero molto difficile apprezzare le opere, i diari e le lettere di un autore pur rendendosi conto di fargli una violenza leggendo la sua parte più intima e profonda. Tuttavia trovo indispensabile la lettura delle Lettere di Kafka.

Penso che la sua poetica e il suo amore per Milena, così pieno di dubbi e incertezze, così intenso e sofferente, sia l’anello di congiunzione fra l’ascesi dell’artista e il suo aspetto più vulnerabile, schiacciato dalla propria impotenza verso la consapevolezza di un’inevitabile infelicità e il bisogno di vivere, ancora e ancora, ciò che causerà per sempre quell’infelicità. Nonostante Kafka non volesse che fossero lette, le sue confessioni sono quanto più si avvicina alla comprensione dell’amore, di quanto rende fragili, e di quanto sia impossibile resistergli.

Credo Milena, che noi due abbiamo una particolarità in comune: siamo tanto timidi e ansiosi, quasi ogni lettera è diversa, quasi ciascuna si spaventa della precedente e, più ancora, della risposta. Lei non lo è per natura, lo si vede facilmente, e io, forse, nemmeno io lo sono per natura, ma ciò è quasi diventato natura, e si dilegua soltanto nella disperazione, tutt’al più nell’ira e, da non dimenticare, nell’angoscia.”

Ciò che accade è per me qualcosa di mostruoso, il mio mondo crolla, il mio mondo risorge, vedi come tu (questo tu sono io) ne possa dare buona prova. Non mi lagno del crollo, il mondo stava crollando, mi lagno del suo ricostruirsi, mi lagno delle mie deboli forze, mi lagno del venire al mondo, mi lagno della luce del sole.”

Sporco sono, perciò faccio un tal strepito per la purezza. Nessuno canta così puramente come coloro che si trovano nel più profondo inferno. È il loro canto che scambiamo per il canto degli angeli.”

Quanto l’amore ci porta a capire di noi stessi? Quanto la ricerca del sé resta incompleta senza l’altro? Nella visione individualista del mondo moderno sembra inconcepibile pensare che la affermazione del sé possa avvenire tramite l’altro. Ma l’essere umano È l’altro: ogni interazione ci colpisce e ci influenza più di quanto possiamo concepire. Cresciamo in base agli insegnamenti dell’Altro, su misura della società creata dall’Altro, e non ci si deve stupire all’idea che anche nell’amore ci siano le basi per ritrovarsi.

Oggi, almeno nell’ambito artistico medio, l’affidarsi all’amore è visto come una debolezza e ogni intuizione vissuta sotto la sua luce è giudicata contaminata e poco affidabile. Nella visione dell’artista contemporaneo o aspirante tale l’amore si insegue ma non si vive, perché il vero motore dell’arte è la sofferenza – l’inseguire la completezza, non il raggiungerla. L’amore è debolezza e al tempo stesso assoluta forza, ma non quando soddisfa e appaga e, quindi, distrugge la creatività. L’amore ideale per l’artista moderno è l’amore non corrisposto, l’assoluta solitudine e l’indipendenza creativa.

Nelle sue Lettere, invece, Kafka ama ed è ricambiato, ma la sua sofferenza è immensa e definitiva. Lui è il suo stesso tormento, e c’è da chiedersi se non fosse proprio l’impossibilità della storia con Milena ad attrarlo, o se gli fosse capitato per caso, senza scampo. Non c’è modo di saperlo davvero, ma trovo questa sua opera in particolare una lettura indispensabile per il suo modo di definire l’amore, l’umanità e l’incredibile forza distruttiva che possono scatenare questi due elementi messi insieme.

L’imperfezione solitaria la si deve sopportare in ogni momento, l’imperfezione in due non si è costretti a sopportarla. Non abbiamo forse gli occhi per strapparceli e il cuore per il medesimo scopo? Eppure non è poi così grave, questa è esagerazione e menzogna, tutto è esagerazione, soltanto la nostalgia è vera, non la si può esagerare. Ma perfino la verità della nostalgia non è tanto sua verità quanto piuttosto l’espressione della menzogna di tutto il resto.
Sembra un’idea bislacca, ma è così.
E forse non è vero amore se dico che tu mi sei la cosa più cara; amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso.”
(Citazione erroneamente attribuita a David Grossman)

Daniela Montella

Siamo tutti ungeziefer


Racconterò di noi.

Se vi consola immaginarlo distante da voi, chiamatelo pure Gregor o Franz. Non ha importanza come lo qualificherete, perché nella costruzione cognitiva che gli altri hanno di voi, come appendice all’immagine radiosa che si sono fatti rispetto alla vostra persona, ce ne sta un’altra. Assomiglia a uno spettro che è pronto a balzare fuori dall’ombra in cui viene tenuto a bada. È quell’indefinito, misero e potenziale ungeziefer che si metamorfosa sulle vostre spalle.

Ciò che gli altri immaginano di voi, compone – come un puzzle – ciò che siete. Lo hanno detto milioni di grandi studiosi che non avevano nient’altro da fare che formulare teorie su come ci rappresentiamo e su come ci rappresentano gli altri. Ma, se consideriamo i naturali margini di errore, questa rappresentazione si trasforma, muta, cambia aspetto e asseconda una o l’altra preferenza nella diade buono-cattivo. In sostanza cambia al mutare della corrispondenza tra ciò che siete e ciò che gli altri pretendono da voi.

Gregor Samsa siamo tutti noi. Franz Kafka, costruendo il racconto “La metamorfosi”, non era stato poi così tanto fumoso nel sospingerci l’idea. Né parlava solo della sua malattia e della sua solitudine come preludio alla sua morte. Il suo personaggio è un lavoratore che, scoprendosi d’improvviso scarafaggio, tenta di nascondersi per non farsi scoprire dalla sua famiglia. Ma ben presto i genitori, il datore di lavoro e la sorella lo trovano, provando per lui solo schifo e orrore. Grete, la sorella, mossa da un istinto di pietà all’inizio gli dà qualcosa da mangiare. Ben presto, però, lo lascia morire. In fondo, Gregor non serve più a nulla e peggiora solo e soltanto le finanze della famiglia. Questo in estrema sintesi.

Gregor-Franz-Noi è sostanzialmente un individuo che, nel momento in cui non serve più a nessuno e si ammala di una delle tante patologie sociali, vede trasfigurare ogni aspetto della propria vita. Il suo lavoro non esiste più. Il suo corpo è talmente tanto orripilante che terrorizza chiunque si imbatta in lui. Sul dorso, la sua corazza rigida non lo salva dalle ferite. Le gambette gli permettono di sgattaiolare in fretta, certamente. Ma la sua presunta velocità o la possibilità di andarsene per le pareti della sua stanza servono solo a perimetrare il percorso che diverrà la trappola nella quale morirà. Un’alienazione e una spersonalizzazione che non sono surreali, né solo dovute ad un momento di angoscia. Nessuno bacia il brutto addormentato e il personaggio muore insetto.

Ora potete anche scostare la faccia da queste righe “qualunquiste”, pessimiste e apparentemente imbevute di luoghi comuni. Ma siamo tutti Gregor nella testa degli altri, anche se in forma latente.

Quotidianamente aggiustiamo il tiro per non dare fastidio, per non litigare, per piacere, per non perdere il posto di lavoro, per essere salutati ancora, per non farci insultare, per essere riconosciuti tra i colleghi, per farci trovare belli, per non perdere soldi, per non perdere la faccia. Tutto questo per respirare con gli altri. Aggiustiamo il tiro a ogni ora per non essere lasciati al nostro destino. Ma non siamo pronti a confessarlo.

Gregor è quella parte di noi che si affatica ogni giorno per costruire l’immagine nella testa degli altri e questa immensa corsa quotidiana, per migliorare e non peggiorare la conseguente considerazione, fa di noi un ungeziefer. Per non essere uno scarafaggio ci basterà servire a qualcosa, per più tempo possibile.

Perché siamo tutti Gregor.

(Liberamente ispirata a “La metamorfosi” di Franz Kafka)