Intervista ad Elisa Ciregia aka Dorian Rex


Blind, 2012 - fotomanipolazione

Blind, 2012 – fotomanipolazione

Benvenuta su WSF, Elisa!

Parlaci della tua carriera, di come è iniziata e che cosa l’ha ispirata.

Ho avuto sempre una grande passione per il disegno e l’arte. Durante il mio periodo universitario ho avuto a che fare con programmi ed esami che mi hanno avvicinato alla foto grafia e alla foto-manipolazione.

Come nascono le tue fotografie? Della loro tecnica, del loro significato e del loro utilizzo.

Di solito ho un’idea che disegno per fissarla meglio e la metto da parte. Quando ho gli elementi giusti catturati qua e là li combino assieme. Mi sono molto di ispirazione i grandi pittori del passato ma anche contemporanei.

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Intervista ad Alessandra Maria Peters – Interview with Alessandra Maria Peters


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Eleganza è la prima parola che mi viene in mente guardando l’arte di Alessandra Maria, colpiscono e incantano. Felice di ospitarla nelle pagine di WSF.
Benvenuta Alessandra Maria!

Elegance is the first word that comes to mind looking at the art of Alessandra Maria, they affect and enchant. Happy to host it in the pages of WSF.
Welcome Alessandra Maria!

Hai sempre percepito che saresti diventata artista? Cos’è che ha fatto scattare in te la scintilla artistica?

Io non sapevo che sarei finita nel campo dell’arte già a vent’anni. Avevo sempre disegnato da bambina, e per tutta la mia adolescenza… Sono andata a Pratt con il presupposto che avrei ottenuto un buon lavoro come graphic designer, carriera che mi sembrava la scelta più pratica. Era un presupposto giovane e ingenuo.

Più tardi nella vita mi sono resa conto che ero molto decisa su quello che volevo fare, ed ho iniziato a realizzare che questo cercare di fare puramente e unicamente quello che mi piace, era la definizione stessa dell’essere un artista. Si è come insinuato dentro di me, perché chi è che crede davvero di poter scegliere una carriera simile? Io no di certo, e sono ancora un po’ stordita ogni giorno che mi è stato concesso finora.

Have you ever felt that you would become an artist? What’s that triggered the spark in you artistic?

I didn’t really know I would end up in art until I was in my 20s. I had always drawn as a kid, and later throughout my teenage years.. I went to Pratt with the assumption that I would get a good job doing graphic design, as that struck me as the most practical career choice. It was a young and naive assumption.
Later in life I realized that I was very specific about what I wanted to make, and began to realize that this pursuit of making purely and only what I love is the definition of being an artist. It sort of crept up on me, because who honestly believes they can pull this bizarre career off? I certainly didn’t, and I’m still a bit dazed every day that I’ve been blessed enough to so far.

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Il Gap generazionale del Mito antico – crisi dei Valori sociali o della società?


Mito è una parola italiana di chiara origine greca (da μύθος, pronuncia müthos). Significa racconto, trama, là dove per trama si sottintende un intreccio di fili, che a loro volta formano una struttura ben definita, capace di perdurare nel tempo. Non è certo un caso se i vecchi racconti venivano intessuti in arazzi o se Penelope disfacesse la sua tela la notte per poi recuperarla durante il giorno. Il Mito antico ha i suoi “topoi” (schemi fissi),  da cui derivano i suoi orizzonti interpretativi. E questo per una ragione essenziale: il riconoscimento. Una cultura genera i suoi racconti, i suoi miti ed in base ad essi si identifica. Di conseguenza le persone che vi appartengono sono in grado di porre dei limiti tra loro stesse e gli altri, limiti in grado di definirli e quindi renderli riconoscibili. Va da se che l’identità di un soggetto va formandosi in base alle definizioni che esso stesso da del suo se. Un uomo nato nel IV secolo a. C. ad Atene ha dovuto confrontarsi con codici linguistici, sociali e quindi culturali profondamente diversi da quelli di un uomo nato nel 2000 in Italia e ciò ne ha sicuramente temprato il carattere e quindi la personalità (il discorso è ovviamente più ampio e complesso ma è abbastanza chiaro che le persone convertano la realtà che li circonda tramite determinati metaprogrammi, forniti evidentemente dall’ambiente storico in cui hanno l’opportunità di crescere e maturare). Da qui possiamo affermare che l’uomo è il Mito che crea e in cui si identifica. O meglio lo era. In antichità, l’asprezza della vita portava necessariamente gli uomini a vivere in gruppi uniti (ovviamente in modi e contesti differenti), in cui ognuno potesse essere di aiuto all’altro. Il benessere, supportato dalla rivoluzione tecnologica, ha permesso di soddisfare più bisogni contemporaneamente e il più delle volte in maniera del tutto individuale. Il Mito è un collante, un emblema riconoscitivo: se la società non ha più bisogno di gruppi umani che cooperano in perfetta simbiosi, va a cadere anche la necessità di creare nuovi racconti che facciano da mastice. Infatti, oggigiorno, si parla molto spesso di crisi di valori ma il problema non è esattamente questo, perché la storia delle culture ci insegna che i cosiddetti (e abusati) valori mutano in base alle nuove società che si formano grazie agli scontri culturali. Ovvero, nonostante la visione monolitica che l’Occidente ha del suo impianto culturale, ogni volta che nuove realtà comunitarie entrano in contatto tra loro, generano nuove culture e quindi nuove società con nuovi valori e ideologie che sono sicuramente frutto di quelle vecchie, ma puntano al futuro, al cambiamento, alla mutazione. Di conseguenza è errato affermare che il mondo moderno non possieda Miti o valori, non potrebbe esistere o esser pensato senza di essi. Il gap sorge a causa della cosiddetta globalizzazione, su cui si innestano il fantasma del nazifascismo e il senso di vuotezza effimera che il 900 ha lasciato, cose che hanno portato ad una sostanziale spersonalizzazione non solo dell’individuo, ma anche della cultura e quindi della matrice. Siamo figli senza genitori in cui riconoscere i nostri miti, valori e quindi limiti. Ed è un grosso dramma questo, non tanto per far del perbenismo, ma perché il cervello umano è strutturato per apprendere tramite il riconoscimento. Cioè, noi apprendiamo in base a quante più volte vediamo o sentiamo qualcosa o qualcuno. A quel punto possiamo definirlo secondo i nostri personali paradigmi e incasellarlo, e riconoscerlo ogni qualvolta vi abbiamo a che fare. Questo perché l’istinto di sopravvivenza, comunque presente nel substrato della nostra mente, ci spinge a dividere la realtà circostante  tra ciò che è fidato e quindi sicuro e ciò che invece non lo è. A livello culturale accade la medesima cosa: ho bisogno per definirmi di un codice di regole preciso nel quale riconoscere me stesso e di conseguenza i miei simili, perché quel che è riconoscibile è sicuro, quel che è sconosciuto è insicuro. Inutile sottolineare che questa sia, in qualche modo, la base della struttura del pensiero umano, e che  il contatto multietnico e multiculturale conduca ad allargare il proprio spazio mentale: la curiosità, infatti, spinge a voler conoscere, a socializzare, a viaggiare, a scontrarsi ma la globalizzazione pretende, invece, una sorta di livellamento culturale in cui le definizioni smettono di esistere. Un’impalcatura impossibile, quanto improbabile da realizzare se non a patto di mutare completamente le coordinate mentali dell’uomo, in quanto dovremmo poter immaginare un mondo bianco in cui tutto non è armonico, ma identico perché, come il mondo antico ci insegna, l’Armonia è data dall’equilibrio tra le varie forme di esistenza e dalla loro unicità; non possono esistere note perfettamente uguali in una melodia. Ecco perché, non si può parlare di assenza di valori, ma di mancanza di una struttura sociale precisa e contenitiva in cui riconoscerli e unirli. L’Italia poi, a causa delle sue vicende storiche alquanto travagliate, che le hanno permesso di costituirsi nazione in età moderna quasi, soffre maggiormente questo senso di alienamento culturale e fatica a riconoscersi in uno specchio preciso. Questo discorso inevitabilmente a cosa porta? A ciò che ogni giorno possiamo vedere: persone disorientate, che usano miti fittizi per definirsi all’interno del loro fittizio universo sociale. Ognuno ha il suo racconto, il suo mito che purtroppo però non godrà mai di vita eterna, perché non è strutturato all’interno di una dimensione sociale ben definita (immaginate le famose “meteore”). Ed è qui che si innerva la condizione sociale dei cosiddetti “desideri di plastica” tipici della nostra cultura. Una società come quella moderna, che ha rinunciato alla religione, alla mitologia, al dogma, al folklore o a qualsiasi impronta di stampo culturale, e che quindi ha smesso di creare racconti comuni, ha necessariamente bisogno di sostituire questi capisaldi con progetti effimeri, quali le riviste platinate o i format di successo in televisione per fare un esempio banale. Cose che per lo meno danno la possibilità alle nuove generazioni di riconoscersi in un limite comune, di fare “branco”.  Qui si  innesta il vero dramma, perché gli essere umani, al di la di qualsiasi appartenenza sociale, religiosa, etnica o geografica hanno un solo ed unico scopo: riprodursi, mantenere la specie in vita il più a lungo possibile. E se non si provvede a dare ai propri figli una dimensione sociale netta in cui riconoscersi con facilità (ma anche una dimensione sociale contro cui contestare, da ribaltare eventualmente), per la quale scontrarsi, crescere, animarsi, finiremo col creare non uomini, ma bambole incapaci di autodefinirsi e quindi di volere, pensare, crescere e maturare. Bambole alla mercè di falsi miti, introdotti a scadenza temporale, buoni a succhiare sangue, sogni e denaro. Bambole semplici da governare. Con questo discorso vorrei poter focalizzare l’attenzione su un concetto che fu già di Socrate, secondo il quale la società nasce e vive grazie alle sue regole (politiche, sociali, religiose, economiche) che ne sono la spina dorsale. Le regole identificano e permettono al soggetto di scegliere se seguirle o meno. Non può esistere una società senza regole, perché un singolo uomo può decidere di se anche al di la di quelle che sono le leggi (e la storia insegna che quando un modello culturale è superato, nascono gli innovatori) ma una comunità intera per coesistere ha bisogno di una forte identità che la strutturi e caratterizzi. Del resto come si può affrontare un meraviglioso scambio culturale oltre che soddisfacente, se non sappiamo neanche da che cultura proveniamo? E’ ridicolo, dover leggere di episodi in cui il patriottismo viene additato, perché come al solito, oggigiorno, con l’incertezza sociale in cui viviamo, tutto sembra aver perso di valore, tutto sembra negativo o sbagliato. Amare la propria Patria non significa disdegnare quella altrui, ne fare razzismo. E’ un modo parallelo per amare se stessi e la terra che ci ha dato i natali, anche perché l’amore porta cura, e forse la nostra politica ha proprio bisogno di questo: di amore e cura per il Paese.

KLIMT-L'ALBERO3

L’albero della Vita di Klimt

Roberta Tibollo

La preghiera di Narimi – di Amina Narimi


klimt

Quella notte la risposta fu abbagliante quando mi svegliai
alle quattro del ventisette luglio
-corri da Lei-
Si era consumata a tre quarti la candela benedetta
il due febbraio di tanti anni fa nel giorno della Candelora
una donna di mare me ne fece dono incartandola dentro una preghiera
accompagnò le sue mani la parola di raccomandazione
accendila solo in caso estremo,quando non c’è più niente da fare.
Durante questi venti anni l’ho conservata in alto nei mobili più alti,
più vicini al cielo e lontani dal dolore
Nei momenti difficili l’ho sfiorata, riposta
ho creduto non fosse l’estremo dolore quello provato
ce la posso fare-mi ripetevo-
deve esserci qualcosa di più grande
per convocare Dio

La voce spezzata di mia madre
bagnata nei capelli come una bambina appena nata
conteneva quelle parole:
“non c’è più niente da fare”
dieci mussole imbevute,gli ultimi sorsi
d’acqua succhiata dalle mie mani
tre volte,tenevi tra le labbra sfinite le garze
come ninive. Io pregavo
te le porgevo e pregavo
narimi,sussurravo,rimani
Negli occhi avevi”non posso”
ed io ti ho implorato :perdono
Nella notte piena mi ha inondato la vigilia della sue parole
nella camera bianca,
le sue braccia affaticate lungo le mie spalle
a dire fai presto,fai tutto quello che puoi,corri…..
Non c’è più niente da fare.
Sono uscita dalla stanza con un compito ben preciso da proteggere
Ho aperto la carta che conteneva la preghiera e a sua volta la candela
solo allora ho compreso il senso,la misura esatta del tempo e tutto il lago nel cuore
Quella candela sarebbe durata solo… il tempo degli Angeli
si era consumata tutta, meno un quarto…il tempo di raggiungerla
Il tempo dell’uccello che canta Narimi all’alba
Le cose aprono fessure segrete
i numeri tornano perchè così qualcuno ha prestabilito
sapeva da tempo mia madre della sua imminente partenza…
sapeva Lei,Zingara,tranne Noi
Un anno di Vita..Kurskaja Kosà,per prepararmi al distacco..
credo questo sia stato il suo dono,il più grande,L’Amore
le garze di mussola nel numero giusto
il solo fianco,il suo dolore
le Ninive…quante preghiere inginocchiate in un anno
gli amici del boscovecchio,le fessure i segreti la creta
di loro sempre mi chiedeva,dei Geni
infine
ventisei respiri…
ventisei volte hanno girato le viti alla vita
la sua casa di legno
avamposto sul mare
Ho chiuso gli occhi…
a venticinque ho detto piano :più uno
è arrivato
…l’ultimo foro…
il sigillo a tenere il segreto
la neve
il rosso nudo del sangue,sciolto
di ceralacca
un premio di luce
è una piccola pace quella che sento
nel tormento del lutto,l’amore
tante cose da dirLe ancora
segrete , sfinite
gli aghi dei pini cadono quando è ora….
quando è ora
Narimi,resta il dolore,contiene
tutta me stessa
regge il mio passo,nel bosco, senza fiatare
fino alla radice del foro
stringo le mani, le garze imbevute
le trasparenze degli occhi
che niente nascondono,chiari
Lasciami l’ll tuo coraggio
-le ho scritto-
La tua paura di niente che mai hai avuto,
deponi
nel cuore mio impaurito e solo
una niniva di mussola
sottile respiro di quiete,la neve
Ho messo nel pugno la corsa,durante la messa
la rondine,la traccia,il fianco,la tana
tringevo le zampe.la cerva,il mio bosco
la niniva,come a un figlio appena nato
l’ho messa ancora al seno,
gli ho dato da bere la luce
Inginocchierò gli occhi, alle 7,45
come un muezzin canterò
ogni mattina, a quell’ora
come l’usignolo…

UnaVoltaPerSempre…nell’8 sdraiato

*

Pieno di grazia
e qualche settimana.
una specie di solitudine
dove avviene il tumulto
si alza la posta
È pietas l’acuto
di percezione, tra la carne
e l’inquietudine,insaziabile
di presagi,di confidenza
coi territori dei sogni
si sgretola carsico (il natale)
così flessibile…..
come grano
-da poter essere seminato
prima dell’inverno-
una pace relativa
un sè minimale, l’essenza
di quella voce  che le spighe
non riescono più a trattenere
le sue iridescenze incrinano
fino al nadir del silenzio
l’abisso di tenebra
Madre mia Invisibile
trasformeremo in latte
il gorgo di luce
Padre,tra le cose
che non ci hanno
abbandonato

Corri adesso,settanta anni fa
vento freddo della steppa
Sulle montagne gelate
tagliavi l’inverno a métà
Prodigioso sagittario
irriducibile silvana
la lupa con la criniera

L’acqua si fa blu,balena
e congela sulle labbra secche
Il canto terminale
fitto da una verità allucinata,
la mia lottatrice nuda, vera
più del vero,inzuppata di dolore
lucida di male-Sorgiva-
oltrepassi il tormento.
Con la cautela dei fiori
ponevi il vento,spingevi
mio sagittario severo
nel vuoto del tuo polmone
arreso ilcoraggio
un banco di prova
nostra morfina
la protezione raccolta
tra le tue braccia
mentre un destino Altro
ci attraversava le scelte,
le cure i viaggi,
il presente

-Appartate-
tutto è stato possibile
in un momento,
calata nel buio
Ti ho sentita entrare
in paradiso

Mi sporgo,ora,
dove ti muovi
la sera,in segreto
dove ti espandi
sotto i miei occhi
di latte e biscotti
preparando il tuo compleanno,
il primo.Di sempre.
Ti proteggo raccolta.
Tra le mie braccia
ho una bambina
di appena tre chili
brilla, a gambe incrociate
nella sua culla
d’Avorio,nido di cenere
e gioia splendente
di un altro mondo
Si accende.Si accende
Soffia! Soffia ancora!

Sará il suo compleanno il 14 dicembre

Chi è Amina Narimi?

Amina Narimi, anagramma che nasce dopo che il corpo di mia madre si è reso invisibile: Anima Rimani.
Nella rete  e nella vita Claudia Sogno è il mio nome, nata a Bologna il 23 gennaio 1963,segno d’aria,da mamma metá sarda di Nuoro e metà spagnola di Granada,papà bolognese .
Criminologa dal 1988.Viaggia spesso per lavoro, fingendosi zingara,condizione non troppo distante dal suo vero essere nomade.
Ama i cavalli tanto da non separarsene e seguirla per il mondo sul suo van,come una circense.

Le assenze del cuore: Madre


E’ un regalo silenzioso, ad un’assenza che non si placa e mai si placherà.
Auguri Madre.
14.08.1942

Gustav Klimt, Madre e figlio

Le Mani della Madre di Rainer Maria Rilke

Tu non sei più vicina a Dio
di noi; siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare in te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.

La mamma di Ada Negri

La mamma non è più giovane
e ha già molti capelli
grigi: ma la sua voce è squillante
di ragazzetta e tutto in lei è chiaro
ed energico: il passo, il movimento,
lo sguardo, la parola

A mia madre di Eugenio Montale

Ora che il coro delle coturnici
ti blandisce nel sonno eterno, rotta
felice schiera in fuga verso i clivi
vendemmiati del Mesco, or che la lotta
dei viventi più infuria, se tu cedi
come un’ombra la spoglia
(e non è un’ombra,
o gentile, non è ciò che tu credi)
chi ti proteggerà? La strada sgombra
non è una via, solo due mani, un volto,
quelle mani, quel volto, il gesto d’una
vita che non è un’altra ma se stessa,
solo questo ti pone nell’eliso
folto d’anime e voci in cui tu vivi;
e la domanda che tu lasci è anch’essa
un gesto tuo, all’ombra delle croci.

Lettera Alla Madre di Salvatore Quasimodo

Mater dolcissima, ora scendono le nebbie, il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve; non sono triste nel Nord:
non sono in pace con me, ma non aspetto perdono da nessuno, molti mi devono lacrime da uomo a uomo.
So che non stai bene, che vivi come tutte le madri dei poeti,
povera e giusta nella misura d’amore per i figli lontani.
Oggi sono io che ti scrivo:
Finalmente, dirai, due parole di quel ragazzo che fuggì di notte
con un mantello corto e alcuni versi in tasca.
Povero, così pronto di cuore lo uccideranno un giorno in qualche luogo.
Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo di treni lenti che
portavano mandorle
e arance, alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze, di sale,
d’eucalyptus.
Ma ora ti ringrazio, questo voglio, ell’ironia che hai messo sul  mio labbro,
mite come la tua. Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.

E non importa se ora ho qualche lacrima per te, per tutti quelli  che come te
aspettano, e non sanno che cosa.
Ah, gentile morte, non toccare l’orologio in cucina che batte
sopra il muro
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto del suo quadrante,
su quei fiori dipinti: non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde?
O morte di pietà, morte di pudore.
Addio, cara, addio, mia dolcissima Mater.

Supplica a Mia Madre di Pier Paolo Pasolini

E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…