L’Italia irragionevole e permalosa che ci rovina la vita


charlie_hebdo_jan_issue_its_nice_thatAi tempi dell’attentato di Charlie Hebdo il Words Social Forum, come molti altri, si schierò senza se e senza ma con la redazione del quotidiano francese.
Le bacheche di Facebook furono invase dall’hashtag #JeSuisCharlie, la bandiera francese imperversava sulle immagini del profilo del 90% degli iscritti al famoso social network (ma anche gli utenti di Twitter, Tumblr ed Instagram non scherzavano); i vignettisti di tutto il mondo espressero il loro cordoglio con un omaggio. In Italia il Corriere della Sera, particolarmente solidale coi colleghi francesi, fece scaricare suddette vignette da facebook senza avvisare gli autori (evidentemente avevano molta fretta di cavalcare l’onda della solidarietà, dimenticando ogni norma del vivere civile) e le riunirono in un libricino dal modico prezzo di 4 euro e 90 centesimi che, assicurò la redazione, sarebbero andati tutti ai lavoratori del settimanale francese – e in base alla serietà dimostrata ci credemmo, eh. Tutto molto bello, ma andiamo oltre.
Charlie Hebdo ha continuato a prendere e prendersi in giro senza farsi scrupoli di fronte a niente: né davanti ai propri colleghi deceduti, o a quelli del Bataclan. Neanche a quelli di Nizza. Qualcuno forse storcerà il naso, ma la libertà – sopratutto quella di satira – è anche questo.

Charlie Hebdo, vignetta su terremoto in Italia

Poi c’è stato il terremoto di Amatrice. L’ennesimo disastro annunciato, altre (tante) morti che si potevano evitare e ancora una volta un imbarazzante susseguirsi di notizie sui soldi rubati, sulla corruzione e i mancati controlli, sul politico di turno che in tempi non sospetti si era rubato la sua fetta, le chiacchiere su una ricostruzione che non si farà mai e, se si farà, sarà completamente oscena e degradante come è successo all’Aquila (e dal terremoto dell’Abruzzo molti sono ancora nelle tendopoli) o in Irpinia (stanno aspettando degli alloggi da quanto, trent’anni?). L’italiano medio abbozza, si arrabbia, commenta inferocito, abbozza di nuovo, poi guarda avanti. Il circoletto vizioso si ferma quando Charlie Hebdo pubblica una vignetta molto esplicita sul terremoto italiano di Amatrice definendolo “Sisma all’italiana”: penne gratinate (calcinacci), al sugo (sangue), lasagne (corpi schiacciati fra strati di macerie). Orrore e raccapriccio! I giornali italiani, mostrando una serietà ed un’etica giornalistica tipo il Corriere, sparge a gran voce l’interpretazione cretina e facilona della vignetta per attirare facili consensi, visualizzazioni e commenti infuocati sotto i propri articoli: Charlie Hebdo prende in giro i morti! La vignetta contro i morti! Oddio i morti! I nostri morti! Vilipendio di cadavere! I francesi ci sfottono, oddio! Un’escalation di idiozia a cui ha partecipato il sovracitato 90% degli iscritti a Facebook: improvvisamente nessuno, all’epoca dell’attentato, è stato Charlie. Gente che fino all’altro ieri portava la bandiera francese come immagine del profilo e si scagliava contro i “bastardi islamici” (citazione di un altro quotidiano degno di nota) improvvisamente si dispiace del fatto che in quell’attentato non sia morta l’intera redazione.

Le argomentazioni più in voga:

– Eh però non hanno fatto vignette sui morti in Francia! (bastava un minuto di ricerca su Google per sincerarsene, ma mi rendo conto che lo Spirito del Grande Saggio che vive in ognuno di noi non può aspettare di vedere se una cosa è vera o no)
– Pensassero ai loro morti, ché si fanno esplodere le bombe sotto al culo!
– La satira deve avere delle regole! (no, non deve)
– Non fa ridere! (in teoria la satira non deve far sempre ridere, ma ho idea che chi si è accodato a commenti di questo tipo non abbia la minima idea di cosa sia davvero la satira)
– Commento sarcastico random pro Charlie
– Commento sarcastico random contro Charlie (es. Io non sono mai stato Charlie, lo sapevano che producevano solo schifezze!)
– Insulti random contro la Francia scritti in un italiano discutibile, al punto da non riuscire a capire se chi li sta scrivendo odi di più la Francia o l’Italia
I francesi non possono sfotterci perché non hanno il bidet! (giuro che è vera, e pure fra le più popolari)

Per le tante polemiche Charlie Hebdo ha deciso di pubblicare una seconda vignetta (e quiitaliani-non-e-charlie-hebdo-che-costruisce-le-vostre-case-e-la-mafia son stati cretini loro a pensare che qualcuno in grado di scrivere commenti di quel livello per la prima vignetta potesse in qualche modo capire anche la seconda), in cui una persona ferita e mezzo sepolta fra le macerie spiega che non è stato Charlie Hebdo a costruire male le case, ma la mafia. Apriti cielo: l’idiozia ha di nuovo raggiunto l’apice e lo ha superato, dando al mondo un’immagine dell’Italia tipo Derek Zoolander alle prese col pc. Gli intelligentoni di turno affermano che no, beh, la mafia mica c’entrava con Amatrice, mica hanno costruito loro le case, che ne sanno loro di mafia? Siamo noi gli esperti! Prima la pasta poi la mafia, ci prendono in giro sfruttando i nostri stereotipi! (Eccetera, eccetera)

Forse, per un francese, la “mafia” è semplicemente tutto ciò che non funziona: corruzione, criminalità, superficialità, appalti truccati. Aggrapparsi ad un cavillo linguistico per non constatare l’ovvio – e cioè che è una grandissima cazzata prendersela per una vignetta per poi lasciarsi scivolare addosso i mille errori di un paese che non funziona in nessun modo, e che lucra e specula sulle vittime fino a renderle una specialità tutta italiana (che sarebbe più o meno il senso della prima vignetta, su cui avevo letto delle interpretazioni stupende che avevo raccolto e poi perso). E che forse non è il caso di chi disegna dei morti ma su chi ci mangia, su quei morti, come farebbe con un piatto di lasagne, per rubare altri soldi dalle tasche dello Stato. FORSE.

L’altro giorno, l’apice: il sindaco di Amatrice querela Charlie Hebdo. Una notizia che sulle prime credevo finta perché troppo stupida e invece era, ed è tuttora, la triste realtà dell’ennesima figura di merda italiana fatta a livello internazionale. Troppo poco l’indignazione cieca di una persona che non sa neanche leggere fra le righe di una vignetta: perché non affidarsi alle istituzioni, che per una volta tanto rappresentano il volere del popolo? Ma io dico. Invece di indagare su chi ha costruito l’ospedale che, ci tengo a ricordarlo, è stata la prima cosa a crollare; invece di combattere per la ricostruzione della tua città; invece di stringerti ai tuoi concittadini e accertarti che la loro dignità sia preservata e le loro proprietà siano al sicuro, che fai? Denunci una rivista. Se pure li condannassero, e non avverrà, però dico… se pure li condannassero, a chi andrebbero i soldi del risarcimento? Ai morti o alla ricostruzione? E la ricostruzione, nelle mani di chi andrà? Dei soliti quattro sciacalli che pasteggiano sui “tuoi” morti e meriterebbero la pubblica gogna, dando ancora più ragione alla vignetta che tanto odi?

Il problema dell’Italia, di questa Italia piaciona e inutilmente orgogliosa che si masturba ossessivamente su cose per cui eravamo famosi tipo cinquant’anni fa (il buon cinema, l’alta cucina, la moda, il Made in Italy, l’innovazione artistica – ma perché ostinarsi se ora facciamo schifo?) è che si infervora per le cose in superficie senza guardare più il là del proprio naso. Crolla un paese intero e il capro espiatorio è una vignetta francese. Non chi ha costruito addirittura scuole e ospedali che sono venuti giù alla prima scossa, e che quindi ha costruito male rubando soldi dello Stato – soldi dei contribuenti, noi cittadini, no: una rivista. Una donna vittima di slut shaming si ammazza e il problema sono i video su facebook – non il fatto che la gente andasse a cercarla solo per darle della troia fino a costringerla a non uscire di casa, no, non il fatto che in un paese normale tutti si sarebbero scagliati contro di lui e non contro di lei – ma ehi, evviva il popolo di santi, di poeti e di trasmigratori, la vita è bella, scurdammoc’ ‘o passat, e così via. Potrei continuare per ore sul suicidio di Tiziana o proseguire sull’infamia del Fertility Day o sull’insulso processo mediatico contro la Raggi – ma preferisco finirla con gli esempi prima che mi parta un embolo.

Qualcuno potrebbe forse accusarmi di essere esagerata, ma è questa l’Italia che ci sta rovinando la vita. Non il politico di turno (sono quasi trent’anni che abbiamo “politici di turno” pronti ad essere il bersaglio mentale delle colpe di tutto il paese), ma la popolazione che si infervora dietro una tastiera e va a lavorare col capo chino sotto lo scacco del padrone immortale e onnipotente, salvo poi aizzarsi contro il proprio telefono mentre si scrivono commenti sarcastici contro l’argomento scottante del momento – il femminicidio, le unioni civili, il gender… sceglietene uno, tanto che voi siate pro o contro la sostanza non cambia. Certo, una classe politica corrotta e incompetente che va avanti a suon di prese per i fondelli e furti non è di aiuto, ma di chi è la colpa? Se c’è una cosa che possiamo imparare dai francesi, e dico impararla davvero, è cominciare a pretendere diritti per tutti senza farsi la guerra a vicenda. Un esempio random: quando hanno cercato di rendere lavorativo il giorno della Pentecoste, Parigi si è bloccata per la calca di manifestanti. In Italia avremmo, al massimo, scritto uno stato indignato su facebook prima di andare a lavorare.

L’italiano medio può consolarsi insultando come vuole l’amico francese – che è spocchioso, scostante, poco simpatico, con la puzza al naso, che non ha il bidet – ma un culo pulito NON è più importante della dignità lesa a vita. O forse sì? Non sono al di sopra degli altri, anzi: sono più nella media di chiunque altro. Forse la stanchezza, solo quella, ha raggiunto alti picchi di insopportabilità. E non solo per me.

Daniela Montella

Brontis Jodorowsky, un dialogo tra Teatro e Cinema


Il théatron, in greco antico è una parola che indica lo “spettacolo”. Il teatro è sempre stata una rappresentazione a beneficio del pubblico, un’opera visiva scagliata contro gli spettatori. È di solito il prodotto di una fusione di Arti, la cui più importante è sicuramente la recitazione, pratica che spinta agli estremi diveniva addirittura sacra presso molte culture.

Il cinema ha poi catturato quell’arte e l’ha posizionata sotto una cinepresa, in modo da immortalare e rivedere l’atto ogni qualvolta il pubblico ne avesse sentito il bisogno. Purtroppo questo ha anche favorito la produzione di materiale scadente, che ha aiutato l’avvento di attori e registi egocentrici e narcisisti, che hanno sfruttato il cinema per crearsi un’immagine commerciale.

Molti sono gli attori che hanno preferito sviluppare una carriera teatrale seria per accrescere la propria arte recitativa e poi si sono successivamente avvicinati al cinema. Brontis Jodorowsky ha eseguito un’orbita più o meno simile come vedremo dalla seguente intervista.

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Sul sentiero dei Briganti – intervista a Valerio Minicillo


“Quale risorgimento?” è il titolo del Libro-CD pubblicato da Valerio Minicillo per la Caramanica Editore. Il testo si concentra su quello che all’epoca era chiamato il Regno delle Due Sicilie, ponendo una particolare attenzione anche al contesto musicale che fa da sottofondo a quel periodo.
Per inquadrare meglio il lavoro, lasciamo spazio all’autore.

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Come presenteresti il tuo lavoro?

Non è facile presentare un lavoro del genere perché è un’opera, anzi, una doppia opera, molto particolare e complessa. Innanzitutto parliamo di un disco e di un libro. Sono due lavori che vedevo molto bene insieme e che, quindi, ho deciso di unire in un unico superlavoro: uno musicale e uno letterario. Il disco, Eredi dei briganti, è composto da 10 brani ed è un album molto versatile, che spazia da un genere all’altro. Presenta, inoltre, sia brani d’autore che strumentali. Questione Meridionale, Se tornasse Ferdinando, Angelina Romano e La storia nascosta sono canzoni legate al contesto storico e a quello che accadde durante il cosiddetto “Risorgimento” (con un po’ di eccezione per l’ultimo brano che è fondamentalmente una canzone di speranza ed un inno al popolo di una terra straordinaria che un tempo si chiamava “Regno delle Due Sicilie”). Quanti ricordi ancora è una dedica e una delle canzoni a cui sono maggiormente legato tra tutte quelle che ho scritto finora (e sono tante: spero di pubblicarle tutte!). Se te ne vai via è una canzone d’amore. Via del Campo è un mio modesto omaggio a Fabrizio De André e ci tenevo a inserirla in questo disco. Infine, ci sono due brani strumentali che sono Suono di un’alba (che suono col mio sax) e il Medley delle Due Sicilie (un medley delle melodie rivisitate di Questione Meridionale, Se tornasse Ferdinando e Angelina Romano che è caratterizzato da quello che forse è stato il mio più grande lavoro di arrangiamento fatto finora e che dura più di 8 minuti!).
Il libro, che presenta dei bellissimi interventi di Pino Aprile, Lino Patruno e Francesco D’Episcopo, riporta gli aspetti principali della storia del Regno delle Due Sicilie (dove cerco di far riflettere il lettore in particolar modo nella parte del periodo borbonico), alcune riflessioni personali, estese anche al contesto musicale, e persino un capitolo di poesie da me scritte. Credo, ad ogni modo, che la migliore presentazione del mio lavoro sia, semplicemente, leggere il libro e ascoltare il disco o, come hanno fatto in tanti, leggere il libro con in sottofondo il disco.

Come nasce il “concept” del tuo album?

Un disco nasce sempre dalla voglia di comunicare. La musica permette di fare questo. A livello emotivo, la musica ha un potere enorme e se usata bene può ottenere risultati importanti. Ad esempio, so di persone che sono venute a conoscenza di ciò che ha dovuto subire il Regno delle Due Sicilie grazie alle mie canzoni e, grazie al suono coinvolgente a sostegno delle già coinvolgenti parole dei testi, hanno avuto un’emozione e una presa di coscienza importanti. C’è chi mi scrive che quando ascolta Questione Meridionale riceve una spinta di energia pazzesca, così come c’è chi dice di emozionarsi fino a piangere all’ascolto di Angelina Romano (altra canzone tra quelle che considero tra le più belle che ho scritto). Ho sempre amato scrivere per comunicare. Scrivo da sempre: in classe, nei momenti di pausa, gli altri giocavano al “fantacalcio” e io scrivevo versi. In Conservatorio, gli altri suonavano le loro lezioni e io, assentandomi di nascosto, me ne andavo nella stanza dove c’era il pianoforte a coda e componevo. Ma mi piace scrivere anche per vivere in un mondo tutto mio: ad esempio ho scritto diversi racconti e romanzi (che probabilmente pubblicherò) e inventare personaggi, luoghi e situazioni mi permette di avere a che fare con quei personaggi, stare in quei luoghi e vivere quelle situazioni. Nel caso specifico di un album, è tutta una questione di amore per la musica e condivisione delle mie emozioni con gli altri. Quando questo avviene vuol dire che c’è soprattutto voglia di comunicazione ed il disco nasce da qui.


Come sarebbero potute andare diversamente le cose?

Se l’Italia andava fatta, andava fatta in un modo certamente diverso. Un conto è unire dei territori e metterli tutti sotto l’entità “Italia” garantendo rispetto reciproco tra popoli, culture e storie diverse; un altro è vedere un Regno (in questo caso quello sabaudo) che si allarga inglobando altre realtà territoriali. È stata fatta la seconda cosa e da lì è nata una nuova realtà basata su equilibri ben definiti in cui la parte meridionale di questa nuova “creatura” fosse la parte debole. La parte forte, per essere tale, ha sempre bisogno di una parte debole e quest’ultima parte fu assegnata al Sud. Se ci si fa caso, somiglia un po’ a quanto è successo oggi con l’Europa: si unisce tutto e si creano parti deboli e parti forti. L’Italia è diventata, a sua volta, parte debole d’Europa. La storia si ripete.

Pensi che il Sud possa ancora riprendersi? 

Secondo me sì, ma ci vorrà del tempo. Il fatto che potesse nascere una nuova consapevolezza sembrava fantascienza, eppure è successo. Se è stato possibile questo, che non è cosa da poco, vuol dire che sono possibili anche altri traguardi. Non tutti quelli che fanno musica (anzi, quasi nessuno) sfruttano il loro lavoro per parlare di argomenti importanti: io l’ho fatto e ci ho messo il nome e la faccia. Questo potevo fare e questo ho fatto. Ognuno, con le sue competenze, deve fare la sua parte. Tanti politici meridionali sono riusciti ad arrivare nei palazzi del potere che conta, ma cosa è stato fatto di concreto per tutto il territorio che una volta era il Regno delle Due Sicilie? Perché, ad esempio, c’è questo ritardo pazzesco in tema di infrastrutture? Perché alcune regioni, di fatto, è come se non ci fossero per la politica nazionale? Immaginiamo cosa potrebbe essere tutto il Centro-Sud soltanto con una buona politica di infrastrutture. Solo con quella. È un fatto di mentalità. Per molti, però la situazione è la seguente: il Sud non è importante, quindi niente infrastrutture né politiche di sviluppo. Non è così. Il Sud è importante eccome! Un’altra cosa: l’evoluzione passa soprattutto per l’arte e la cultura. Troppi giovani cadono nelle distrazioni come alcuni strani programmi televisivi (che sono quasi un’offesa al dono gratuito dell’intelletto umano) o nel calcio (che spesso smette di essere una semplice passione come tante e sfocia nel fanatismo, smettendo di essere uno sport e diventando quasi una situazione politica, come se fosse una cosa primaria: le cose primarie sono altre!). Si parlasse meno di queste distrazioni e si cominciasse ad avere passione e tifo da stadio per gli aspetti storici del Centro-Sud, per la sua cultura. Si faccia tifo per il territorio e si lascino perdere le distrazioni, che non solo non portano a nessun risultato concreto ma garantiscono la continuazione degli assetti che abbiamo. Il buon De André, proprio in Via del Campo che è presente sul mio disco, diceva: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Io dico: dalle distrazioni non nasce niente, dalla cultura nasce il cambiamento.

IMG_3567“Valerio Minicillo Nasce a Pontecorvo il 10 agosto 1985. A nove anni entra al Conservatorio di musica “Licinio Refice” di Frosinone. Affianca agli studi di sax quelli di pianoforte e comincia a dedicarsi autonomamente all’arte della composizione. Il 3 luglio 2001 si diploma brillantemente in sax, a sedici anni. Cresce l’interesse verso il jazz e la composizione e il 12 marzo 2007 ottiene il Diploma di Laurea di 2° livello in sax, nella Disciplina Musicale “Musica moderna e per lo spettacolo”, con votazione 110/110 e Lode, discutendo una Tesi di analisi improvvisativa e compositiva su John Coltrane. Nel febbraio del 2008 ottiene, infine, il Diploma di Jazz. Grazie alla passione per la musica dei Beatles e di John Lennon, ma anche per la musica d’autore italiana, soprattutto quella di Fabrizio De André, parallelamente agli studi in Conservatorio scrive canzoni fin dall’adolescenza. Dopo esser venuto a conoscenza, grazie a Mons. Vincenzo Tavernese, della grande storia, ancora poco nota, del Regno delle Due Sicilie, scrive la canzone “Questione Meridionale”, destinata a diventare un inno meridionalista che apre diversi convegni ed eventi organizzati in diverse città italiane e incentrati sul Risorgimento. Nel 2013 esce la sua pubblicazione caratterizzata da un lavoro musicale, l’album “Eredi dei briganti”, ed uno letterario, il libro “Quale Risorgimento? – Riflessioni Meridionaliste”, con interventi di Pino Aprile, Lino Patruno e Francesco D’Episcopo.”

Scheda sul sito dell’editore: http://www.caramanicaeditore.it/catalogo/schedalibro.asp?id=324
Contatti: infovaleriominicillo@gmail.com

I stay here – Io resto qui


I Stay Here è un progetto fotografico che si focalizza sul problema dell’emigrazione giovanile che ancora oggi affligge le regioni del sud Italia. Alta disoccupazione criminalità organizzata, omertà e una mentalità restia ai cambiamenti contribuiscono a sradicare ancora oggi i frutti migliori di queste terre, i nostri giovani, dalle proprie famiglie e dai propri affetti costretti come sono ad emigrare verso il nord del paese o all’estero. La fotografia rappresenta così il catalizzatore della volontà di cambiamento di questi giovani che vogliono crescere rigogliosi sviluppando radici ben salde nella propria “terra”, così da erigersi fieri e liberi proprio come sono gli alberi. Vogliono restare consapevoli che i frutti della loro sfida rappresentano la migliore garanzia per le generazioni future. Restare per dare l’esempio, per combattere le mafie, per vincere l’omertà. Restare per riaccendere la speranza. Per questo IO RESTO QUI- I Stay Here-
(estratto dal sito del Fotografo Giuseppe Lo Schiavo  www.giuseppeloschiavo.com)

I stay here – Giuseppe Lo Schiavo

Alla faccia dello spread, della crisi internazionale, della disoccupazione giovanile, della precarietà. I ragazzi delle foto di Giuseppe non solo restano qui, ma sono quello che RESTA delle radici di questa Italia, sulle loro facce fiere e sospese, ma convinte di essere dove sono e in piena sintonia con la natura che le circonda, c’è la rinnovata memoria di un ecosistema alla ricerca di qualcosa di più della sopravvivenza, sulle loro facce anche tiepide e determinate, insomma, c’è una ricostruzione. Giuseppe ha fotografato questo. Molto più complicato del rimboccarsi le maniche, ma forse l’unica cosa che resta da fare. Piantarsi nella propria vita, saper accettare il proprio cambiamento, essere i primi investitori di noi stessi e non smettere di curare le cose tangibili che ci nutrono. Respirarle, seminarle e lasciare qualcosa in grado di restare.
Tutti, anche noI STAY HERE.

Questa serie fotografica di Giuseppe Lo Schiavo è stata scelta come titolo generale dell’esposizione delle opere di 7 giovani artisti calabresi al MACA Museo di Acri, proprio per sottolineare la portata del suo messaggio e a Novembre attraverserà lo stivale e sarà in esposizione a Torino, presso la Galleria Claudio Bottello Contemporary.  Si può visionare l’opera completa al seguente indirizzo  http://www.giuseppeloschiavo.com/istayhere.html

La Stella che brucia l’Italia


Sento ancora i loro passi fuori le mura della città, diventati grida di gioia e applausi e musica. Sono andati via ma io li sento ancora. Sento le loro voci che mi rimbombano nella testa, vedo i loro muscoli affaticati e la loro pelle bruciata dal sole, ascolto le loro parole, i loro racconti, le esperienze, scaldo il mio cuore intorno al fuoco in mezzo a loro, mi commuovo ancora scostando appena il capo perché non mi vedano, e mi sento meno solo, meno solo davanti alla sfida che da aquilano e italiano so di dover affrontare.

Non un esercito, non una moltitudine ma uomini e donne, tante persone con lo zaino in spalla e un sogno nel petto. Rimettere insieme i pezzi del passato, dimenticare le divisioni e i conflitti, salvare il buono che c’è stato, immaginare il nostro futuro, abbracciarlo insieme.

Dal sito “Il Primo Amore”

Sono arrivati nella mia Città e oggi la Città mi sembra meno vuota. Resta la macchia del fuoco acceso nella grande piazza. Il vociare di persone nei bar che già ricordano quei pazzi spuntati dal nulla. La vita che ha riempito di vita questo posto dove vita non c’è. La stella tricolore appesa sulla transenna davanti alla Casa dello Studente, come a dire “l’Italia è qui e con gli Aquilani aspetta la verità”. I fili di lana colorati tesi nella Zona Rossa, fili che ora legano un’esperienza ad un’altra, una lotta ad un’altra, un’emozione ad un’altra, una valle ad un altro Valle. I germogli dei tanti saperi, delle tante idee e testimonianze condivise già si stanno facendo strada spaccando le piastrelle della pavimentazione cittadina. Quei germogli oggi sono tutte le nostre speranze di Aquilani, di Italiani, di sognatori. Quegli abbracci fraterni già mancano al petto ma hanno scaldato e sempre scalderanno i nostri cuori. Oggi, siamo tutti meno soli.

Ricucire l’Italia, questa la missione delle centinaia di persone che hanno camminato per sessanta giorni dai cinque estremi del Paese verso L’Aquila. Rimettere insieme i pezzi della nostra identità. Ritrovarci Italiani, amici, vicini, simili, se volete disperati, ma disperati della stessa disperazione. Rimettere in moto l’Italia e credere così in un futuro migliore.

Questa missione però non ha nulla di rivoluzionario. Il cammino, o meglio, il ritorno al cammino è una reazione prettamente naturale, istintiva, genetica. Ogni essere vivente si mette in moto quando le condizioni che permettevano la sua esistenza in un determinato luogo sono giunte ad esaurimento, che siano nomadi, che siano bisonti, che siano funghi. E l’Italia, non devo certo dirlo io, si trova sull’orlo del precipizio, un baratro, più che economico, culturale. Il nostro è un Paese che si sta spegnendo rapidamente perché non sa più essere terreno fertile per le idee, non offre più le condizioni necessarie per la sopravvivenza dei sogni.

I camminatori di Stella d’Italia questo lo hanno capito, e l’hanno capito prima degli altri. Hanno così deciso di dirigersi verso L’Aquila, una città di confine, una città già sprofondata nel baratro, dove la catastrofe naturale non ha fatto altro che anticipare ai suoi abitanti la catastrofe culturale. Hanno deciso di venire a vedere il fondo, il limite ultimo del degrado. I camminatori di Stella d’Italia hanno viaggiato, e continueranno a farlo, perché non hanno alcuna intenzione di arrendersi.

Viaggiare non è altro che andare alla ricerca delle condizioni che permettano la vita, una vita migliore. Si intraprende un viaggio perché si immagina, perché si sente, che queste condizioni esitano. Viaggiare, in fondo, è il primo atto creativo.

I camminatori di Stella d’Italia lo hanno capito, hanno sentito la catastrofe, si sono messi in viaggio. Oggi, che la città è vuota, sta a noi Aquilani avere il coraggio di prenderne coscienza. Oggi, che la Nazione è un’entità vuota, sta a voi Italiani mettere da parte le paure e armarvi di speranza. Oggi, che i camminatori ci hanno mostrato la strada, sta a tutti noi, Aquilani e Italiani, imbracciare lo zaino e partire uniti per il nuovo cammino.

Sento i loro passi che si allontanano dalle mura della mia città, eppure, oggi mi sento meno solo. Domani, sono certo, arriveranno già alle porte delle vostre città. Uscite di casa. Spalancate le vostre braccia. Seguiteli. Tornate a camminare. Vi sentirete meno soli.

[Video di Valeria Tomasulo]

09/07/2012

Chiappanuvoli