La cognizione della musica di Claudio Fasoli di Angela Greco


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Inner sounds. Nell’orbita del jazz e della musica libera” di Claudio Fasoli è un libro che racconta l’essenza di un artista apprezzato in tutto il mondo; descrive la scena della musica creativa internazionale e i suoi segreti, le collaborazioni e le riflessioni di un musicista che ha sempre avuto una grande capacità di rinnovarsi, di continuare con curiosità a percorrere nuove strade. Un libro denso di testimonianze e di vita, suonata al ritmo dello spirito del tempo, alla ricerca della libertà espressiva: dagli anni della formazione veneziana alle esperienze nella vivace scena bolognese degli anni sessanta, dalla nascita dei mitici Perigeo alle jam session milanesi al Capolinea, dal laboratorio sperimentale del jazz-rock ai festival giovanili all’epoca delle contestazioni, fino ad arrivare al ruolo decisivo della cognizione e dell’insegnamento degli spazi improvvisativi.
Claudio Fasoli, sassofonista, compositore, docente e membro del Perigeo, uno dei più celebri gruppi di sperimentazione jazz-rock, ha collaborato tra gli altri con Lee Konitz, Mick Goodrick, Manfred Schoof, Kenny Wheeler, Mario Brunello e Giorgio Gaslini; insegna ai Seminari internazionali di jazz a Siena e alla Civica scuola di jazz di Milano. “Fasoli è uno dei più lungimiranti e perspicaci compositori in circolazione, oltre che solista dallo stile personalissimo e riconoscibile”, scrivono sul “Dizionario del jazz” di Philippe Carles, André Clergeat, Jean-Luois Comolli. E il musicologo Stefano Zenni aggiunge: “La disposizione di forme e colori è, nella musica di Claudio Fasoli, inestricabile dalla composizione, dalla pianificazione armonica, melodica, contrappuntistica. In questa visione sobria e profonda, Fasoli ha raggiunto esiti di grande originalità, che lo staccano da altre esperienze del jazz contemporaneo e fanno di lui una delle voci più singolari della musica di ricerca”. Opinioni confermate anche nelle introduzioni, del filosofo Massimo Donà, del musicologo Carlo Boccadoro, di Franco Caroni, fondatore di Siena Jazz, ma anche dagli interventi di molti musicisti e critici.

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“Terra di nessuno”, ovvero per i quindici anni ci si deve passare di Sergio Pasquandrea


Non so se magari è la mezza età. Forse sì, forse no, chi può dirlo. Però, per esempio. qualche tempo fa mi è capitato, quasi per caso, di ascoltare su YouTube il primo, omonimo disco degli Stone Roses. Che è del 1989, quindi all’epoca avevo quattordici anni. Ora, nel 1989 io tutto ascoltavo tranne che gli Stone Roses. Ero uno snob spaventoso, adoravo la musica classica, con brevi sortite nel cantautorato e qualche primo, timido interesse per il jazz (non so se avete presente che cosa significhi cercare di ascoltare jazz in un paesino della provincia pugliese, in era pre-internet, pre-YouTube, pre-filesharing, pre-Amazon, addirittura pre-cd; ecco, prima o poi dovrò scrivere anche di questo). Comunque, degli Stone Roses a malapena conosco il nome, e la loro musica non fa affatto parte, ma manco di striscio, dei miri ricordi d’adolescenza. E, a dirla tutta, gli anni Ottanta li ho sempre considerati il buco nero della nostra storia recente, la fetida cloaca dove marciva tutto il liquame che poi è tracimato negli ultimi venti o venticinque anni. Però, per venire al dunque, ascoltando gli Stone Roses mi veniva uno strano magone, che non era nostalgia, ma piuttosto rimpianto per un altro me stesso. Il me dei quindici-vent’anni, quell’età tremenda in cui si vede tutto e non si capisce nulla, in cui si assorbe tutto come spugne, ci si impregna con una rapidità e un’intensità dolorose (per dire: a quindici anni mi sono letto tutti gli “Ossi di Seppia”, senza capirci quasi nulla, ma imparando tutto a memoria, piantandomi dentro schegge che ancor oggi riaffiorano).

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Francesco Bragagnini e L’Heure Bleue


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“L’Heure Bleue” è un disco che comprende composizioni originali scritte dal chitarrista Francesco Bragagnini per questo suo primo lavoro per l’etichetta Birdland Sounds. I brani, di varia natura ed atmosfere cangianti, sembrano tuttavia essere collegati da un filo conduttore che ben descrive l’immaginario emozionale dell’autore. Compongono il gruppo – nato nel 2011 come quartetto – Nicola Bottos al piano, Alessandro Turchet al contrabbasso e Luca Colussi alla batteria, figurano anche Flavio Davanzo alla tromba, Giovanni Cigui ai sax e quale ospite, il chitarrista americano Russ Spiegel.

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Lo strano odore del jazz – Riflessioni intorno a “Infanticide” di Caterina Palazzi (Sergio Pasquandrea)


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Capita che qualcuno mi chieda: che cosa mi consiglieresti per cominciare ad ascoltare il jazz?
E io in genere rispondo: dipende.
Il jazz è una galassia, per non dire un intero universo, quindi il punto è trovare la giusta porta d’ingresso, da dove cominciare ad esplorarlo.
Sostanzialmente, tutto dipende dalla persona, dai suoi gusti e dal suo retroterra culturale. A uno che ascolta i Black Sabbath, non consiglierei Louis Armstrong (anche se non è detto: conosco una persona, fanatica di black metal, che adora Louis), mentre un appassionato di Battisti non lo farei cominciare da Anthony Braxton.
Io, che ero sempre stato attratto dal jazz, me ne sono davvero innamorato quando ho scoperto Bill Evans. E ci credo: ascoltavo la musica classica, adoravo Debussy, Ravel, che guardacaso sono proprio le sue ascendenze musicali.
Ci pensavo di recente, mentre ascoltavo “Infanticide”, l’ultimo disco dei Sudoku Killer di Caterina Palazzi, uscito a gennaio di quest’anno.

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[Officine D’Autore] Poesia&Musica: Fosca Massucco&Enrico Fazio


Officine D’Autore è una rubrica molto particolare su WSF, dove diamo voce e spazio a scrittori e non solo, infatti oggi vedremo come la poesia ben si sposa con la musica, Fosca Massucco (che WSF già conosce molto bene e apprezza) e la musica del famoso contrabbassista e compositore, Enrico Fazio, uniti realmente anche nella vita e di come creino una sinergia potente dialogando perfettamente.

Un grazie a Fosca ed Enrico e benvenuti su Words Social Forum !

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Parlateci di voi, presentatevi ai lettori di WSF.

Enrico: Cerco di occuparmi di un bimbo, di una moglie poetica e di musica; di mantenere viva la curiosità, la fantasia, la voglia di imparare; cerco di essere diversamente giovane, di rosicchiare spazi di tempo per vivere…

Fosca: io sono la moglie di un compositore, la qual cosa da sola basterebbe a definirmi tutta la vita: lo (in)seguo e sostengo nella parte aperta a me dei suoi sogni e della sua musica. Da più di 10 anni per noi le giornate hanno una visione trasversale del tempo, dove incastriamo la cura per nostro figlio, i rispettivi lavori (lui al Conservatorio ed io per la mia società di acustica di Torino), la vita solitaria sulla nostra collina e un processo creativo e silenzioso.

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Finché si è inquieti si può stare tranquilli – Intervista ad Ambra Garlaschelli


Inquietudine, è una parola che calza a pennello per le opere di Ambra Garlaschelli, giovanissima artista lombarda, per quel senso e colori tetri, ed il titolo dell’articolo viene da una citazione che la stessa Ambra fa durante l’intervista ed io ho ripreso perchè pienamente azzeccata, citazione che appartiene a Julien Green. Ed anche lei, come altri artisti già ospitati e intervistati è una scoperta legata ad ILLUSTRATI e al mio sfogliare la rivista.

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Ambra Garlaschelli. Classe 1987. In cosa in particolare ti senti una “giovane artista”?

Se devo essere sincera “artista” non è tra le mie parole preferite per descrivere chi sono e cosa faccio. Illustratrice suona meglio, ma più semplicemente e a costo di far inarcare qualche sopracciglio scettico, direi che nella vita disegno. Lo ammetto, non sono una fan delle etichette. Per rispondere alla tua domanda, in cosa mi sento una giovane artista, probabilmente la risposta più sincera e immediata a cui riesco a pensare è “nell’irrequietezza”. Intanto non mi sento affatto così giovane, anzi il fattore tempo che passa contribuisce alle mie crisi settimanali a tema “cosa sto facendo/dove sto andando”. Sono sempre di corsa, costantemente alla ricerca di un segno mio, proiettata verso un punto da raggiungere che sembra spostarsi più in avanti ogni volta che mi avvicino e ho la testa completamente affollata da mille pensieri. Di notte non riesco a dormire, di giorno non riesco a svegliarmi e bevo un sacco di caffè. Divento spesso ansiosa, soprattutto quando penso che non ho abbastanza tempo per fare tutto quello che vorrei fare. Ma poi mi ricordo di rilassarmi, di scegliere un punto e iniziare. E appena lo faccio mi rendo conto che il caos inizia a riorganizzarsi. La testa si svuota e tutto riacquista lucidità, ed è quanto basta a capire che non c’è un altro lavoro che potrei desiderare. E che le crisi mistiche ce le hanno tutti. In realtà sono arrivata alla conclusione che essere inquieti non è così male. Crea quel particolare stato di insoddisfazione che mi costringe a migliorarmi, a non fermarmi in un punto, a continuare a cercare qualcosa, a interrogarmi su quello che vedo e a non dare niente per scontato. “Finché si è inquieti si può stare tranquilli”. Questo me lo dice sempre mia sorella. Apprezzo la filosofia.

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