Gli eroi d’inchiostro di Robert Sammelin – The ink heroes of Robert SammelinOfficla site:


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“sister vigilante”

I. Com’è nata la tua passione per i fumetti e le illustrazioni? E come si è sviluppata nel tempo? E. How was your passion for comics and illustration born? And how it developed through time?

I. Deve essere stato molto presto visto che non riesco a ricordare un momento specifico, ma ricordo I primi incontri con fumetti che mi hanno aperto gli occhi su quello che giace oltre il genere supereoe standard o dietro Tintin, Asterix, e simili. Devo aver avuto intorno ai dieci-undici anni, sfogliando un numero dell’equivalente svedese di Metal Hurlant che andava fra Rocketeer, Ranxerox e Corto Maltese.

E. It was likely very early on since I can’t remember a specific moment, but I remember first encountering comics that opened my eyes to what lied beyond the standard superhero genre or Tintin, Asterix and the like. I must have been around 10-11, rifling through an issue of the Swedish equivalent to Metal Hurlant that ran Rocketeer, Ranxerox and Corto Maltese.

I. Da dove trai ispirazione per il tuo lavoro? 

E. Where do you take the inspiration for your work?

I. Da tutto quello che c’è intorno; libri, idee, film, musica, fumetti, moda, eccetera. Mantengo I miei interessi in quasi tutto, cercando di sapere almeno un po’ di ogni cosa.

E. From all around; books, ideas, movies, music, comics, fashion etc. I keep an interest in almost anything, trying to know at least a little about everything.

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“Kill city robot – Male”

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“Nosebleed and Black Eye”

I. Quali autori hanno influenzato di più la tua produzione artistica, se ce ne sono? 

E. Which authors have influenced your artistic production, if there are?

I. In ordine e genere sparso: William S. Burroughs, Alfonso Font, JG Ballard, Hugo Pratt, Jodorowsky, Mike McMahon, Liberatore, Geoff Darrow, Chuck Palahniuk, Jordi Bernet, Grant Morrison, Kevin O’Neil, Attilio Micheluzzi, Toppi, Tetsuro Ueyama, Mike Mignola, Guido Crepax, Paul Pope, Eduardo Risso, scusa – potrei andare avanti tutto il giorno…

E. In no specific order or field; William S. Burroughs, Alfonso Font, JG Ballard, Hugo Pratt, Jodorowsky, Mike McMahon, Liberatore, Geoff Darrow, Chuck Palahniuk, Jordi Bernet, Grant Morrison, Kevin O’Neil, Attilio Micheluzzi, Toppi, Tetsuro Ueyama, Mike Mignola, Guido Crepax, Paul Pope, Eduardo Risso, sorry – I could go on all day…

I. Che cos’é “l’arte” per te E. What is Art for you? I. Vita e sangue, una necessità. E. Life-blood, a necessity.

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“One track Mindy”

I. Cosa ti piace di più del mondo contemporaneo dei fumetti e delle illustrazioni?

E. What do you like about the contemporary world of comics and illustration?

I. È come se il mondo dei fumetti non fosse mai stato così diverso e vivo da vent’anni, come anche ad esempio con lo stato attuale della musica, sono costantemente sorpreso e sopraffatto dalle tante cose meravigliose in cui mi imbatto ora.

E. It feels as if the world of comics hasn’t been this diverse and alive for 20 years, much like the state of music I’m constantly surprised and overwhelmed at how much great stuff I stumble upon now.

I. Cosa invece non ti piace? 

E. What don’t you like about it?

I. Niente, c’è qualcosa per tutti.

E. Nothing, there’s something for everyone.

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“Sleepy Hollow #3”

I. Come ti sei avvicinato al personaggio di Diabolik? Ci sono autori italiani che hanno influenzato la tua carriera artistica?

E. How did you approach the character of Diabolik? Is there any Italian author who has influenced your artistic career?

I. Sono stato ossessionato col film di Mario Bava per anni, molto prima che posassi I miei occhi sul fumetto. Per il “iam8bit” di Sequel, dove agli artisti si chiedeva di farsi venire un’idea per uno dei più grandi sequel mai realizzati, il mio impulso immediato è stato di fare Diabolik. Ho un’idea per una storia di Diabolik da anni, e ho riassunto tutte quelle idee in un disegno.

E. I’ve been obsessed with the Mario Bava movie for years, long before I first laid eyes on the comic. For the iam8bit show Sequel, where the artists were tasked with coming up with the greatest movie sequels never made, my immediate impulse was to do Diabolik. I’ve had an idea for a Diabolik story in my head for years, so I just summarized some of those ideas in a poster.

Hugo Pratt, Liberatore, Attilio Micheluzzi, Toppi, Crepax and Manara have all had great influence on me. I’m sure there are more, like some Dylan Dog contributors I can’t remember the names of, and even people I never realised are Italian.

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I. Puoi dirci qualcosa dei tuoi progetti futuri?

E. Can you tell us something about your future projects?
I: Ho un po’ di progetti per fumetti brevi e un po’ di copertine che usciranno nel 2015, insieme ad alcuni progetti di poster. Non ho tempo per fare cose molto ambiziose, visto che lavoro a tempo pieno al DICE per creare dei fantastici videogiochi.
E. I have a few shorter comics projects and a bunch of covers coming out 2015, along with some poster projects. I don’t have time to do anything very ambitious, since I work full time at DICE making fantastic video games.

I. Quali sono I tuoi strumenti preferiti per illustrare? Preferisci l’analogico o il digitale?

E. What are your favourite tools for your illustration? Do you prefer the analogic or digital way to drawing?

I. Per disegnare preferisco dei supporti analogici; matita, pennelli Winsor & Newton e Raphael, pennini Gillot 303, pennarelli e inchiostri Pentel e Kuretake. Poi coloro digitalmente ( e disegno per l’ufficio) con una Wacom Cintiq 24HD.

E. For drawing I prefel analogue media; pencil, Winsor & Newton and Raphael brushes, Gillot 303 nibs, Pentel and Kuretake brush pens and ink. I colour my linework (and paint concept art at the office) digitally on a Wacom Cintiq 24HD.

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“Bayonetta”

I. Se tu potessi essere il personaggio di un fumetto, quale saresti? 

E. If you could be a comic charater, which one would you be?
I. Un disegno fra Corto Maltese e Taxi.
E. It’s a draw between Corto Maltese and Taxi.
All images and materials are copyright protected and are the property of Robert Sammelin
Christian Humouda – Daniela Montella
Trad: Daniela Montella

Brontis Jodorowsky, un dialogo tra Teatro e Cinema


Il théatron, in greco antico è una parola che indica lo “spettacolo”. Il teatro è sempre stata una rappresentazione a beneficio del pubblico, un’opera visiva scagliata contro gli spettatori. È di solito il prodotto di una fusione di Arti, la cui più importante è sicuramente la recitazione, pratica che spinta agli estremi diveniva addirittura sacra presso molte culture.

Il cinema ha poi catturato quell’arte e l’ha posizionata sotto una cinepresa, in modo da immortalare e rivedere l’atto ogni qualvolta il pubblico ne avesse sentito il bisogno. Purtroppo questo ha anche favorito la produzione di materiale scadente, che ha aiutato l’avvento di attori e registi egocentrici e narcisisti, che hanno sfruttato il cinema per crearsi un’immagine commerciale.

Molti sono gli attori che hanno preferito sviluppare una carriera teatrale seria per accrescere la propria arte recitativa e poi si sono successivamente avvicinati al cinema. Brontis Jodorowsky ha eseguito un’orbita più o meno simile come vedremo dalla seguente intervista.

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Il Movimento Panico di Bizzarro Bazar


“Il Panico non è un movimento, non è una filosofia,
non è un’estetica, non è una definizione,
non è un manifesto, non è un’arte, non è scienza,
non è questo e non è nemmeno quest’altro.”

Cos’è il Panico? È terrore, risata, strumento paradossale per la ricerca interiore. È violentare il simbolo per rivoltarlo come un calzino, e rendere evidente il suo significato ermetico. Jodorowsky, Arrabal, Topor: tre artisti geniali, coltissimi, eclettici, diversi fra loro eppure portati ad incontrarsi da un’affinità elettiva e dall’amore per il surrealismo.

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Jodorowsky, il ciarlatano sacro, il santone-clown; Arrabal, il poeta folle e visionario; Topor, l’illustratore cinico e beffardo, discepolo di Sade e del Grand Guignol. Nel 1962 questi tre universi iperbolici danno vita al Panico, una corrente post-surrealista di cui si autoproclamano unici membri. Dopo poco lo rinnegano, lo abbracciano nuovamente, lo dichiarano morto, ma continuano a definire “paniche” le loro opere singole e più personali. Non c’è un vero modo per definire cosa sia il Panico, perché gli stessi autori hanno fatto di tutto per porsi al di là di ogni categoria.

Di certo il Panico, che sia declinato in un’opera teatrale, in un happening, in un romanzo o in un film, è innanzitutto destabilizzante, violento, grottesco. Unisce, in maniera talvolta blasfema, il lercio e il sublime, sembra ricercare il sacro nel sangue e negli escrementi, e per contro ridicolizzare l’iconografia religiosa/culturale/consumistica occidentale. È innanzitutto sensazione ed emozione, un ritorno chiassoso e caotico al paganesimo. Il dio Pan, con la sua sessualità liberata e oscena, è certamente un nume tutelare; ma “panico” va inteso anche nel senso di “tutto”, un’arte che abbraccia l’intero essere umano, senza tralasciarne gli angoli più bui e scomodi, e ampliando la matrice bretoniana all’infinito.

L’arte panica si sviluppò inizialmente con happening e pièce teatrali che scioccarono il pubblico dell’epoca: gli attori erano spesso nudi, in preda a passioni animalesche e, cosa tutt’oggi controversa, sul palco non era raro che venissero uccisi degli animali, in una sorta di rituale liberatorio e sconvolgente. Portando all’estremo le intuizioni surrealiste (e psicoanalitiche), queste rappresentazioni teatrali sfidavano qualsiasi interpretazione e ricordavano in maniera inquietante delle grottesche orge pagane. Dopo queste prime controverse esibizioni, i tre autori si dedicarono ognuno ai territori che sentivano più congeniali.

Di Topor abbiamo già parlato in questo articolo: la sua crudeltà, spesso paragonata a quella di Sade, è in realtà attraversata da uno humor disperato e da un senso del corpo davvero unico. Ci concentreremo qui sugli altri due artefici del Panico.

Alejandro Jodorowsky, ispirato dall’esperienza panica, si butta a capofitto e senza risparmiarsi in tutte le sfaccettature della sua variopinta personalità: diventa apprezzato regista, elabora tesi eretiche sui tarocchi e sulla cabala, studia il buddismo zen in Giappone, sceneggia alcuni meravigliosi fumetti illustrati da Moebius, e infine si reinventa romanziere e psicomago prestato alla new-age. Ma la ricerca spirituale per lui non è certo tutta “luce” ed “energie positive”, anzi… Il suo percorso iniziatico non ha mai avuto mezzi termini, è sempre passato per il deforme, il sangue, la morte; e allo stesso tempo la sua formazione di clown e di mimo lo ha costantemente tenuto legato ad un amore per la baracconata, per lo spettacolo circense.

“Jodo”, l’imbonitore sacro, ha firmato negli anni almeno tre film fondamentali: El Topo (1970), western esoterico e anomalo; La Montagna Sacra (1973), perla di misticismo e simbolismi capovolti; Santa Sangre (1989), storia di un amore edipico e omicida dalle infinite invenzioni poetiche e sorprendenti. Ecco il trailer internazionale de La Montagna Sacra.

Nella Montagna Sacra, il tono allegorico del film è chiaro fin dall’inizio: tarocchi, misticismo, spiritualità. Per entrare nel film bisogna spogliarsi di ogni identità (il rituale della rasatura dei capelli). Anche il Cristo replicato ci parla di identità negata (nella riproducibilità infinita c’è la perdita della singolarità, dell’identità), e il protagonista dovrà lasciare cadere ogni velo di illusione fino al finale metafilmico, in cui si scoprirà il set stesso, con tanto di regista e assistenti dietro la macchina da presa. La “montagna sacra” è la pietra filosofale, il luogo ascetico in cui tutte le nostre illusioni vengono a cadere: la storia dell’uomo, a cui diamo tanta importanza, è visualizzata come uno scontro fra animali; i simboli sacri sono sbeffeggiati; il corpo è al centro della riflessione metafisica.

Santa Sangre affronta invece temi diversi: il circo, la morte, la crescita e l’impossibilità di liberarsi della sudditanza dalla figura materna.
Da quest’ultimo film vi presentiamo tre estratti che testimoniano il talento visionario e fantasioso del regista cileno.



Fernando Arrabal è innanzitutto poeta. La sua raccolta di poesia “panica” più celebre è La pietra della follia (1963), una serie di strane e misteriose variazioni, piuttosto ossessive, rivolte all’interno della mente e dei suoi fantasmi. Al cinema, Arrabal è ancora più estremo di Jodorowsky. J’irai comme un cheval fou (1973) narra dello strano incontro fra un matricida e un eremita dai poteri soprannaturali (capace di far venire la notte battendo le mani, di nutrirsi di sabbia, e di volare) che vive nel deserto. La tematica edipica, fondamentale per Arrabal, era già stata esplorata nel suo primo film, Viva la muerte! (1971): il bambino protagonista ha appena appreso della fucilazione di suo padre ad opera del regime franchista, e in una sequenza onirica di rara violenza vede se stesso e sua madre – di cui è segretamente innamorato – all’interno di un macello. Un toro viene sgozzato, e la madre imbrattata di sangue taglia i testicoli dell’animale, incitando suo figlio a “evirare” suo padre per divenire uomo, di fronte a una banda al completo che suona una marcia di paese. Si tratta di una sequenza davvero estrema, e ne sconsigliamo VIVAMENTE la visione ai lettori impressionabili, e agli animalisti. (A questo proposito, ricordiamo che si tratta di un film realizzato in un’epoca in cui i diritti per gli animali erano ancora agli albori; e che probabilmete il toro sarebbe stato macellato comunque).

Al di là dell’efferatezza visiva e delle questioni morali più moderne, è innegabile la potenza simbolica di questo rituale di passaggio: ogni viaggio spirituale è intriso di dolore e deve scontare una quota di necessaria crudeltà, di (auto)immolazione, di distruzione catartica. Tutto il film si snoda su due livelli paralleli, la vita reale del ragazzino e le visioni del suo inconscio, forse ancora più vere: come scriveva Alberto Moravia, “l’inconscio è pieno di mostri che Arrabal ha evocato con esattezza in un contesto che li giustifica. L’avere stabilito un rapporto dialettico tra i mostri dell’inconscio e la vita morale mi pare uno dei meriti principali di questo film eccezionale”.

In fondo, forse il tema costante di tutti i racconti panici è proprio il viaggio alla scoperta di se stessi. L’intero corpus creativo di questi autori – al di là delle evidenti intenzioni anarchiche e iconoclaste – passa per la ricognizione e l’accettazione dei lati più oscuri dell’esistenza. Per loro le pulsioni edipiche, la coprofilia, il sadismo, la morte, il cannibalismo sono archetipi potenti in grado di parlarci anche oggi, e paradossalmente di curare l’anima.
L’essenza del movimento panico ha proprio questo scopo: liberare l’uomo moderno dalle catene emotive che lo ingabbiano, ricercando una trance euforica infantile, ribelle, estrema.

articolo di Bizzarro Bazar

Un “Viaggio Essenziale” con Alejandro Jodorowsky


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Nel 2010, da un’idea di Giovanni Picozza, la casa editrice Spazio Interiore ha iniziato il proprio percorso. Negli ultimi anni l’editore si è fatto notare per i testi di non trascurabile valore in campo spirituale.
Nel Maggio 2014 è stato pubblicato, presso quest’ultimo, un interessantissimo “poema psicomagico” di Alejandro Jodorowsky, l’artista cileno noto soprattutto in campo cinematografico e letterario.

Il breve poema composto da 12 essenziali poesie è intitolato “Viaggio Essenziale”. Lo stesso traduttore, Andrea Colamedici, ci fa notare che la parola “viaggio” appare una sola volta nell’intero poema e si trova a dover fare i conti con “mille abissi”.
La prefazione è affidata ad Antonio Bertoli e ci permetterà di leggere l’opera nel modo corretto, ricordandoci i trascorsi e la filosofia poetica di Jodorowsky. La parola chiave è “poesofia”, ovvero, la fusione di un pensiero ispirato con un pensiero ragionato: il singolo che diviene universale nel momento dell’atto poetico.

L’Atto Poetico è stato tenuto sempre in grandissima considerazione da Jodorowsky, infatti la prima sezione delle interviste di Gilles Farcet che costituiscono la prima parte di “Psicomagia – una terapia panica” (edito in italia da Feltrinelli e che riassume l’intero pensiero di Jodorowsky rispetto a questo argomento) si concentra proprio su questo concetto: “la poesia è azione” afferma Jodorowsky citando il futurista Marinetti, non un insieme di parole che suonano armoniosamente se messe in fila.

Ci troviamo di fronte ad un autore che vuole rompere gli usuali schemi della poesia e vuole penetrare attraverso essa in un mondo più vissuto. Anche questo è un viaggio: un modo di vivere, di fare esperienza, di crescere… un viaggio essenziale, perché necessario.
Ma essenziale anche perché ha bisogno di poche parole per essere espresso. Le poesie risultano a volte prive di una struttura rigida e disegnano un libero andazzo dell’anima, lasciando in questo modo spazio alla creatività.

Questo libricino (il quinto nella collana “nonordinari”) è un viaggio breve ma intenso che ci fa sorridere, gioire e ci lascia l’amaro in bocca. Un viaggio che ha il ritmo della vita, che ci permette di assaporare la finezza del pensiero ma che non ci fa dimenticare del puro disprezzo che dobbiamo nutrire verso ogni istituzione (che sia politica, religiosa o sociale) che ci limita e ci vieta di esprimerci al meglio.

L’edizione è arricchita dalle meravigliose illustrazioni dell’artista cileno Matlop, e da una splendida nota del traduttore che apre uno spiraglio ad una riflessione finale.

LINK
http://www.spaziointeriore.com/