Due stanze africane, itinerari di Livio Borriello e Alessandro Gabriele (Fuori Menù 8)


travels 037jL’Africa nord-occidentale, a ben vedere, è una delle linee di frattura del mondo, un estremo socio-ambientale che le carte geografiche non sanno mostrare. Il Sahel, la fascia di territorio stepposo che avvolge Mali e Senegal, raccoglie il grande fiato rovente del deserto che avanza. Il Sahel è frontiera nel senso più verticale del termine, è il cancello lungo migliaia di chilometri presso cui gli uomini si spezzano nel tentativo di arginare i danni della siccità. In senso opposto, è il penultimo terminale delle vie crucis emigratorie, quaggiù ci si imbarca per le lunghe traversate sahariane appesi a un camion sfasciato, con la speranza di arrivare vivi, senza essere rapinati degli ultimi dollari utili a scavalcare l’estremo baluardo del Mediterraneo GattiBILALesec2.indd(per conoscere i particolari di questo folle viaggio neo-iniziatico consultare il bellissimo “Bilal”, di Fabrizio Gatti, che racconta dal vivo l’esperienza).

Il Fuori-menù WSF di oggi è anche un fuori pista, un atto d’amore nei confronti del Reportage di viaggio, di ciò che non appare al mondo se non sulla tela del proprio percorso, quando siamo in grado di soffrirne intimamente ogni particolare.

Uno sguardo di qua e di là del Sahel, attraversando via terra questa linea di frattura che inquieta per unire i mondi incredibilmente distanti di due città-simbolo. Da una parte, sostenuta ancora dall’interesse occidentale di marca francofona, la grande centrifuga umana che anima Dakar, capitale del Senegal, cinque milioni di abitanti in perpetua dinamica; dall’altra il segno vuoto delle dimenticanze post-coloniali, il disfacimento architettonico, il morso dell’assenza di prospettiva, quella sorta di socialità arresa che si respira poco oltre confine a Bissau, capitale della Guinea portoghese, quattrocentomila anime scarse.

Dakar-Bissau, trecentosettanta chilometri di strada appena, due giorni di percorrenza via terra, con la benedizione di quattro taxi collettivi e due piroghe, nella migliore delle ipotesi che vi possa capitare.

Abbiamo messo insieme due stanze d’Africa e un’ipotesi di migrazione al contrario. Siamo due voci diverse, impressionate, su un confine che ci riguarda molto da vicino.mappa

Bissau 

Ascolto la sottile tensione dei nervi che si scarica sul taccuino. Sono partito stamattina alle otto e trenta dal Saltinho sotto la luce di un sole che mi squadra loscamente fin dentro il metro quadro d’ombra da cui vorrei farmi nascondere, ora.

L’agitazione della piazza si esprime di fronte a me come una paradossale moviola tra cortine di calore e polvere, nessuno sembra un personaggio reale all’incrocio di Makuti.

Dai puntelli ancora visibili, qualche tronco di ciò che una volta era un alberello testimonia un’antica cura evaporata. Oggi, poco prima delle quattro di pomeriggio, a ottanta chilometri scarsi dalla capitale, quelle filiformi nudità di tronchi sembrano puntellare la scena tutta, compreso quel poco di affetto assente che provo per questo che sembra l’oltretomba di un paese.

Aspettiamo tutti che qualcosa si metta in moto, realmente. I piccoli venditori d’anacardi con il negozietto chiuso in una mano, qualche improbabile funzionario con camicia a righe scure e cartella sotto braccio, molte donne cariche di ogni genere di pacchi, alcuni starnazzanti, tenuti provvisoriamente per le zampe.

Una famiglia in viaggio ha tirato su una vera casa d’emergenza con tre cartoni, un pareo stinto e una vecchia trapunta a far da pavimento, e ora si passano l’un l’altro una mezza carcassa di avocado dove piccole dita nere ancora raspano con desiderio.

C’è stato un momento un paio d’ore fa, ero appena sbarcato sulla desolata piazza, in cui ho visto tutto questo circo minore di pendolari bisognosi sollevarsi faticosamente e cominciare a correre sbandando sulla destra, davanti all’unico porticato dello spiazzo, poi ancora sul lato opposto, gettando a terra e riprendendo più volte con inesausto tono tutto l’universo tascabile che li accompagna.

Due o tre vecchi furgoni si stavano muovendo, nessuno gridava “Bissau, Bissau, Bissau”, come quando un trasporto collettivo apre il proprio fantasioso check-in, e i furgoni stessi si avviavano con portelli e finestrini chiusi ma, in un giorno di festività nazionale, la fame di distanza colmata è una molla insindacabile quaggiù, nei meandri rarefatti della Guinea portoghese.

Dakar è appena trecento chilometri di polvere e posti di blocco alle mie spalle, Dakar, a modo suo una raffinata entreneuse del caos organizzato, covo di procacciatori e ragazze bellissime, coacervo di gas e ferraglie e locomozione sbilenca, di sciami di bambini che s’intraversano, che fanno esplodere le urla in strada.

Dakar è un gioioso bilico di adrenaline vitali al confronto con le introversioni umane e le illusioni paesaggistiche della confinante Guinea.

E’ difficile credere agli inusuali estri delle maree del golfo di Bissau, così come me li hanno raccontati. Per questo il primo gesto che compio appena sceso sullo spiazzo polveroso della stazione d’arrivo è quello di trovare una macchina che mi accompagni velocemente al porto. Nessuno sa nulla del Ferry che parte per le isole Bijagos. Quando c’è acqua a sufficienza il battello va, più di questo è stato impossibile sapere.travels 029

In effetti, sono tornato in momenti diversi della giornata a scrutare la gettata di fanghiglia giallastra che fin sotto i pontili malmessi si stendeva a partire dall’orizzonte. Ho guardato e riguardato questa pittura marcia a tono giallo-ocra punteggiata dalle pozzanghere di mare intrappolate tra piccoli argini provvisori di una materia indefinibile, davanti a me, ho fatto fatica a immaginare le isole, e anche un po’ a respirare.

Le grandi piroghe da pesca mezze seppellite nello sconfinato pantano, la lugubre sagoma di ferraglie arrugginite di un porto che chiude la baia, non si riesce a trovare un angolo che sollevi lo sguardo in quella fatiscente capitale di una nazione poco più che trentenne, una delle ultime afriche a ottenere l’indipendenza.

Al consolato di Guinea, ospitato in una stanzetta di un’altra ambasciata africana, un modesto funzionario m’aveva rassicurato, quasi scusandosi: girare il paese non presentava alcun reale problema, contrariamente a quanto riportato dal sito ufficiale del ministero degli esteri italiano. L’anno prima, soltanto, c’era stato un piccolo golpe militare, ma non s’era sparato tanto, avevano solo deposto il vecchio presidente ubriacone. Nessun reale problema, quindi, a ribadire il concetto.

Il problema non è affatto reale, infatti, nessuno m’ha dato fastidio quaggiù, ed è proprio questo il punto, le persone sembrano vivere un’esistenza retrocessa, un’umanità silenziosa e sfumata che si muove in un quasi soppiatto lungo i larghi viali derelitti del vecchio centro coloniale in disfacimento. Il problema, se ce ne fosse uno, sarebbe filosofico.

Se c’è un motivo valido per arrivare fin quaggiù, in una realtà africana moribonda, laterale, che non gode nemmeno dei casuali riflettori di qualche sporadica indignazione occidentale. A poche centinaia di chilometri da qui, in Liberia e Sierra Leone, si continuano ad addestrare i bambini soldato.

Nella onirica Bissau, un po’ di vita la trovi lungo il marciapiede divelto che dà accesso all’unico internet point della città, dove lunghe teorie di cittadini intorpiditi si accalcano finalmente in uno spazio lineare esiguo. La fila più corta serve a prenotare il proprio turno di visita alla Rete, quella più lunga ad attendere che i collegati presenti finiscano di sforare la loro finestra temporale dedicata e lascino libera di nuovo la postazione del computer.

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Si sopravvive come ovunque, nel terzo e quarto mondo. La vita si sposta altrove, restano a casa i cimiteri delle presenze, le mani protese, le ricevute dei pochi denari che viaggiano da banco a banco, le file interminabili che riconnettono gli affetti scomodamente, ma a prezzo ragionevole, tra server e server.

Solo dieci paesi al mondo producono meno pro capite della Guinea Bissau. I trasporti pubblici non esistono, la gente si organizza con ciò che di marciante gli riesce di trovare lungo il percorso. Nell’anticamera di nessun cervello appare un concetto superfluo come quello del turismo, nessuno si cura della mia presenza, non ci sono mendicanti in giro ma parecchi locali ne hanno il dolorante aspetto.

Non c’è nemmeno il sorriso della semplicità spontanea, quel po’ di africa cartolina che solleva appena, cammino nel centro di vuote strade polverose come all’oscuro di ognuno. Vado a sedermi al bar più probabile di Bissau, in Praça Che Guevara.

Ai tavolini intorno si affollano quella decina di europei che lavorano in zona per le ONG nei progetti di cooperazione.

Con scatti leggeri sollevano in aria gli aperitivi, con mani nervose afferrano pugni di noccioline annerite. A voce alta, altissima, si chiamano e sorridono tra di loro e dichiarano enfaticamente le carte in qualche gioco di scale provvisorie.

La cameriera scura fa un mezzo gesto di scusa e mi indica un unico tavolo possibile occupato da un francese con una camicia hawaiana che grida vendetta. Saluto cortesemente e mi accomodo, almeno un minuto o due, forse, poi la tristezza specifica di questa comunissima faccia d’oltralpe mi morde la coscienza. E’ così che mi rialzo improvvisamente in piedi.

I venditori di ammennicoli, simili a statue di mogano invalicabili, presidiano senza sosta il perimetro esterno del bar. I taxi Mercedes barriscono inutilmente a caccia di clienti, mentre girano ossessivamente l’ovale della polverosa piazza. Una puttana giovane, raffinata e molto carina, si aggira sorridendo tra i tavolini cercando di scacciare la morte volatile dalle spalle crollate degli europei.

Do un ultimo sguardo intorno, e sto quasi per sorridere di rimando, vivaddio, perché no. Si tratterebbe solo di cooperazione bilaterale, in fondo.

West Africa, Bissau, ore 13e10. E’ ora di tornare a Dakar.

A. G.

Dakar

foto di Franco Visintainer

foto di Franco Visintainer

Dakar, la più europeizzata delle città africane, circa 5 milioni di abitanti distribuiti su una penisola interminabile, è una sorta di allucinazione reticolare, un immenso tessuto senza inizio né fine, se non i contorni irregolari delle coste, che sfumano nella luce estatica dell’oceano: una specie di tenebra luminosa che avvolge l’allucinazione. 

L’immenso reticolo che ricopre compattamente la terra rossa e umorosa della brousse, è formato da cellule umane avvolte nel triplice guscio degli abiti, delle auto e delle case. Come nella nube quantica, nel web e nel sistema nervoso, i punti della rete fluttuano freneticamente da un ganglio all’altro: gli uomini dentro o fuori della capsula di lamiera, attraverso i nodi di scambio delle case o i macrogangli dei mercati, o collegati fra loro dalla fittissima rete di fatiscenti telecentre o portable della Vodafone. Gli uomini mutuano incessantemente il loro posto fisico e psichico, le loro informazioni e esperienze, il loro denaro e i loro beni. Scambiano e commerciano tutto, anche i loro stati psichici, ovvero quello che chiamiamo anima, ma poiché hanno un senso della proprietà poco accentuato, non la perdono, come accade in occidente. Il loro commercio è dunque essenzialmente una forma della comunicazione, filosofia che si giustifica nella figura di Maometto, commerciante oltre che mediatore fra umano e divino. 

Il 62% del Pil senegalese è prodotto dallo scambio, cioè dal commercio e le telecomunicazioni, ma il problema è che attraverso questo scambio qui si scambia il nulla. Il Senegal infatti importa tutto e non produce nulla: produce pulsazioni: un grande battito che si irradia fra la terra e il mare. Nello stesso modo non producono nulla (il reddito pro-capite è estremamente basso) e non sembrano perseguire una finalità precisa le singole cellule del sistema: per una legge strutturale, infatti, maggiori sono le dimensioni e la densità del sistema, minori sono il valore e la libertà d’azione individuali. Gli uomini agiscono in base a un impulso impersonale e indeterminato: sopravvivere, e far sopravvivere il sistema. Ciò spiega e determina anche la grande capacità comunicativa di queste popolazioni, l’empatia e simpatia e quel senso di accorata, intima solidarietà – flebile e depotenziato nelle nostre razze – che coinvolge e commuove il visitatore di queste zone. 

L’allucinazione del sacro 

La capsula ermetica, il grande “emboutillage” umano che è Dakar, ha solo un punto di comunicazione con l’esterno: la preghiera: 5 bocche di deflusso, in 5 determinate ore del giorno, in cui i dakarensi, nelle moschee, in stanzette dedicate, o dovunque riescano a stendere un tappetino, con una devozione e uno zelo ben maggiore di quello di noi occidentali, entrano in contatto con ciò che non comprendono. Posto che la religione sia davvero un legame fra l’umano e il non umano, il che è ancora più dubbio nel caso di umani particolarmente umani come gli africani. Qui la funzione coesiva e sociale della religione si manifesta infatti con particolare evidenza, le feste e i matrimoni sono eventi collettivi che accomunano nella frenesia della danza e della preghiera tutta la comunità, le foto dei marabut, rigorosamente stinte dal sole, sono attaccate ovunque, e i loro lunghi discorsi vengono diffusi di continuo dalla tv nazionale e ascoltati con grave attenzione. E tuttavia se il sacrificio, il dispendio, rappresenta la componente propriamente mistica e sacrale della religiosità, anche questo carattere è qui più forte che altrove. Se le rigorose interdizioni (alimentari, sessuali, economiche) e regole musulmane (che nel pacifico Senegal non assumono mai la forma del fanatismo) fossero finalizzate, come nell’antipodica etica protestante, alla produzione e all’efficienza, se il culto di Allah integrasse in sé quello del lavoro, o almeno lo contemplasse, lo sviluppo non avrebbe assunto le forme dell’inviluppo, del viluppo che soffoca e irretisce questa megalopoli. L’allucinazione reticolare di Dakar è dunque anche l’immagine dell’umano sospeso nell’indeterminato, della vita che agisce nell’inconoscibile. 

L’allucinazione tecnologica 

dakar2Ed è per questo un’allucinazione fatta di faglie cupe e abissali e luci abbaglianti e fosforiche, di vampe di colori e puzza insopportabile (è la miscela miasmatica del CO2 delle auto e le esalazioni delle fogne a cielo aperto, per fortuna spazzata di continuo dagli alisei). Procedendo nell’interminabile budello rettilineo dal centro al sobborgo di Wakhinane (vado al matrimonio del mio figlioccio Ablaye), 3 ore di code estenuanti, le auto rugginose, sbrindellate e pestilenziali (tutti scassoni euro zero, tutti residuati occidentali) si accalcano una sull’altra come una mandria ingovernabile, sgasando e strombando, rischiano ogni momento di travolgere donne e bambini, o i ragazzi appesi ai portelloni dei piccoli soupere fatiscenti e variopinti, e quelli le cui teste rigurgitano dai finestrini. Un camion manda in frantumi lo specchietto di un furgoncino, ma nella sardana apocalittica nessuno fa caso al turbine di schegge che vorticano nella luce prima di spargersi a terra. I gasteropodi molli e teneri nei gusci di lamiera ridono e comunicano fra loro imperturbabili, a voce o coi portable, e le loro risate rendono più irreale, trasumana e imperscrutabile la scena. La polvere ocra si gonfia sulle strade sterrate che intersecano i mercati e le bidonville, ma il miracolo (la luccicanza del sacro) è che questo coacervo amorfo è attraversato e come sospeso in una dimensione onirica dalle meravigliose, altere e illese donne senegalesi, inspiegabilmente intatte, pulite e eleganti, flessuose e sofficemente ancheggianti nelle loro livree sgargianti e fiabesche, da cui affiorano le carni strepitosamente lucide e nude, o dalle folate dei bambini dagli occhi allegri e malinconici, d’uccello e di scimmia, di cane e di statua greca del periodo arcaico. Fra 15 giorni è la grande festa dei montoni, il Tabaski, e i piccoli greggi sono disseminati ovunque, rovistando fra l’immondizia accatastata e brucando i rari arbusti. Un bambino abbraccia e sbaciucchia una capra barbuta come si fa da noi con i pupazzi dei Pokemon. 

Qui insomma il tecnologismo e il consumismo occidentale si sono andati a sovrapporre violentemente e discontinuamente a una cultura arcaica, generando una sorta di tribalismo tecnologico, di tecnologismo istintuale. Arrivano le auto, i cellulari, le mitologie televisive, ma continuano a colonizzare, in forma meno cruenta ma più strisciante e insidiosa, un tessuto che non ha avuto il tempo di strutturare difese e anticorpi culturali, attecchiscono su psichi irriflessive, che ne vengono spesso devastate, o li metabolizzano in una forma confusa e instabile, una forma estremamente dinamica, ma che in ogni caso porta con sé tutti i deterioramenti e impurità dell’imitazione. Senghor è stato un “grande” presidente (guida dell’indipendenza nel 1960, più volte candidato e inspiegabilmente privato del Nobel per la letteratura) perchè è stato uno dei teorici della negritudine e della riscoperta delle radici territoriali. Eppure si ha talvolta la preoccupante impressione che perfino quello di Natura sia una categoria “bianca”, importata, o tout court un artefatto che i neri potrebbero rifiutare. 

Da una parte bisogna ovviamente considerare la relatività del concetto di natura. Nel quartiere di Wakhinane fotografo degli splendidi aironi bianchi, che nidificano liberamente sui rari alberi, e spiego ai bambini che mi accompagnano che mi piace fotografare “les oiseaux”. Mi fanno capire che hanno degli uccelli molto migliori, e li seguo in una catapecchia maleodorante di pesce essiccato. Nella semioscurità, con gli sguardi luccicanti di orgoglio, mi mostrano il tesoro di 4 galline spelacchiate e starnazzanti. Mi viene in mente che la nostra più preziosa rivista di ambientalismo si chiama Airone, e che qui forse gli preferirebbero un nome come Gallina. Forse non avrebbero torto, un airone è infine una gallina stinta, nasuta e col collo curvo. 

Oppure la verità è un’altra, e cioè che l’africano è un sincretista, assimila, mescola, centrifuga, secondo una modalità che è infine squisitamente culturale, e proprio in virtù della quale, insieme a una serie di comportamenti che a noi possono apparire spuri o kitsch, ha elaborato nel tempo ciò che chiamiamo negritudine o identità culturale africana. Alcuni studiosi di colore sono arrivati peraltro a considerare lo stesso relativismo di matrice antropologica, che vorrebbe salvaguardare i caratteri etnici di questi popoli, come un’ennesima ideologia di sopraffazione, finalizzata a confinare le culture africane in un presunto primitivismo, e incapace di riconoscere la dinamicità della loro nuova realtà. 

SONY DSCEppure bisogna anche ammettere che esistono valori peculiari di questi popoli, esiste una loro identità, radicata nella biologia, nella geografia e nella storia che va difesa dalle acculturazioni e contaminazioni occidentali. Basti pensare alla ricchezza emotiva (all’abissale divario fra indici del benessere e benessere percepito, in gergo sociologico) dei bambini di Wakhinane, città- dormitorio della quale di giorno essi diventano padroni incontrastati. Ebbene, è difficile immaginare una forma umana dell’ allegria più pura di quella che si impossessa di questi bambini. E’ un’allegria che scoppia, che crepita, che spumeggia dal sangue giovane, che si sgrana a raffiche dagli occhi e dai polmoni. E’ il corpo libero che pulsa, che si rotola nella sabbia e armeggia con le lattine di pomodoro. E’ un’allegria unanime e sincrona, a fasci, più peculiarmente di quanto il riso non sia sempre una manifestazione psichica collettiva. 

Qui siamo vicini alle radici biologiche e culturali dell’uomo, e ogni fenomeno psichico si manifesta nella sua forma più pura, intensa e disinteressata. Se l’Africa è un’immagine altamente probabile del nostro futuro, è perché è da questo centro che si è irradiata la nostra specie, ed è qui che, grazie alla nuova velocità di scambio informativo del mondo globalizzato, la tecnologia di ritorno potrebbe assumere le sue caratteristiche definitive e più propriamente umane. Dopo le mutazioni che milioni di anni fa hanno prodotto la nostra variante depigmentata e esangue, fisicamente degenerata, l’africano ha ora la possibilità di riappropriarsi del mondo, o solo, speriamo dal nostro punto di vista, della propria funzione e identità.

L. B.

Livio Borriello: il soggetto telescopico e la letteratura quantica – Esclusiva WSF.


“Io voglio un mondo che accada in un altro spazio, visto da altri occhi, percepito da un altro corpo, suscitato da altri desideri, e cioè, poiché per l’uomo la realtà è ciò che riesce a vedere, percepire, desiderare, voglio un’altra realtà”.

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E’ un po’ così che si comincia a leggere Borriello, con il rischio di perdere subito, al primo capoverso, i punti di riferimento di un mondo conosciuto, prevedibile, dei suoi galatei semantici e delle sue consuetudini oggettive e narrative.
Livio ti porta fuori strada, lo fa consapevolmente, divertendosi. Ti prende su in un punto trafficato del viale e con una semplice svolta secca, che ti fa barcollare, entra nella traversa che non immaginavi, ti fa scendere in corsa davanti al palazzo delle filigrane esistenziali e non c’è più un’anima singola che passeggi nell’intorno, solo quest’occhio gigantesco narrante che dà le vertigini, in costante rivoluzione narrativa intorno al mondo.

“Tutti questi universi rotanti nelle strade, questi ammassi molli e frastagliati di carne, sviluppatisi come per decompressione da una specie di punto di risucchio, di inghiottitoio, di trituratore della materia, questi scarabocchi, enigmi o microcosmi si aggirano per le strade, svolgono funzioni, eseguono atti, ma si lasciano dietro una specie di residuo insolubile”.

Ci viene annunciato, talvolta lucidamente, altre beffardamente, ma sempre come cosa scontata, come condizione data, che la realtà percepibile e l’Io che la governa sono esplosi, liquefatti, che attraverso il logos si sta tentando una ricombinazione di fattori secondo un disegno alternativo, seguendo il filo che lega ogni evento al mondo, interno o esterno che avvenga, passato o futuro che si ponga.

“Effetti delle donne sul sangue. A. fa aumentare la luce. La passante di stamattina lo ha reso schiumante. B. lo intiepidisce. C. lo rende acquoso, più torrenziale, qualcuna lo fa oscuramente greve, violaceo, torbido……nessuno può amarci per quel che siamo, perchè quest’entità è opaca, è sepolta al di sotto del mondo, o forse è spaventosa”.

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Come uno strano incrocio tra un orientale devoto e un esistenzialista scettico, Borriello rende il mondo soggetto, proietta l’individuo nella materia. Fate attenzione perciò, la sua voce magnetica mina il sonnolento percorso delle vostre rassicuranti letture. O al contrario, svegliando le vostre difese concettuali, vi fa assopire in pochi istanti.

La parola di Borriello pesa, letteralmente, è un Cinema stringente diretto dalla sensazione corporea più che della vista e dell’udito.
La sua scrittura è esattamente quel genere di carogna che non è poesia, non è prosa. Non è interessata a collocarsi, la Proesia soggettiva di Borriello, punta piuttosto a disperdersi. Non c’è una trama né un finale che rassicuri, per questo è rivoluzionaria. Potremmo parlarne a lungo, ancora, preferiamo cedere la parola a lui stesso che ha molto di interessante da suggerire, soprattutto a chi non vive l’arte e la letteratura come semplice intrattenimento tra un officio e un altro della stanca esistenza che solitamente muoviamo.

“Essere di sinistra nel 2009 significa avventurarsi come uno speleologo nell’interiorità, rinnegare il visibile”.
Cominciamo dalle fonti. La nostra generazione soffre di eterna nostalgia “settantina”, ci sembra che nulla di creativo sia stato prodotto dopo quegli anni, solo pastoni di idee riciclate e l’imbuto sociale dell’omologazione dove siamo collettivamente franati come polli in batteria. Spiegaci meglio la tua affermazione tra virgolette e dicci la verità: come si esce da questa impasse? Che contributo può dare una prospettiva letteraria soggettiva come la tua che tende a scardinare l’ipocrita oggettività dei fatti?

beh sì, io credo appunto che rifondare la vita sociale e politica sia rifondare la nostra rappresentazione e percezione del mondo, il nostro sistema di valori, il nostro modo di rapportarsi alla realtà…e questa è da sempre, da enkedhuanna a omero al contemporaneo, il compito “di fatto”, preterintenzionale, indiretto dell’espressione estetica… la differenza fra destra e sinistra è solo di valori, a dx il denaro e il successo, a sx la giustizia sociale e tutto ciò che quest’idea comporta, il resto è pretestuoso. gli infiniti mondi possibili che può o deve immaginare la politica, coincidono con gli infiniti mondi possibili pensabili dall’individuo percipiente. pensa a cosa estrae joyce da un’ordinaria giornata di giugno… quella descrizione è un’idea politica.
’68 e ’77…non è nostalgia, così come non sarebbe stata nostalgia rimpiangere la rivoluzione francese che so nel 1803…lo sciocco e il passatista sarebbe stato chi allora avesse giudicato nostalgico questo rimpianto, questo recupero di memoria…noi siamo fatti di passato quanto di presente e futuro…è la natura linguistica umana… il ’77 situazionista è stata l’ultima fase politica italiana davvero nuova, autentica e viva…c’erano stupidaggini e ingenuità, ma c’era un afflato possente e autentico…quando a castelporziano nel ’77 eravamo in 10.000, nudi sulla spiaggia, ad ascoltare ginsberg, per ritrovarci poi a bologna a pensare nuove visioni del mondo, avevamo davvero qualcosa da dire, e la sincerità e la fede per realizzarla…poi è stato buttato il bambino con l’acqua sporca. i grillini riprendono solo una parte di quei valori…ma senza rigore… e infatti non c’è certo il meglio della società che si muove con loro…il problema forse è proprio che non c’è una dimensione temporale in quello che fanno…

Da: un mal di testa, un’eccitazione sessuale, un serio scoramento da visione sociale apocalittica? La scrittura si genera nel corpo, questa è la tua idea e anche un po’ la mia. Ho scoperto con l’esperienza che è meglio non muoversi dall’intelletto, luogo di ogni blocco, ma da uno stato interno particolare, semi-ipnotico, in cui la scrittura prende vita. Parlaci degli stati fisiologici da cui muove la tua ispirazione.

io non svaluto la razionalità o l’intelletto, tutt’altro, dico invece che anche quella è una funzione corporea…il linguaggio è fatto di fisicità, di aria che vibra e si sagoma in un certo modo… tutto ciò che pensiamo è nel nostro sangue o nella pappa del cervello…wittgenstein ci faceva notare che la sola differenza fra un computer sufficientemente sofisticato e un uomo è che l’uomo ha un corpo…(cioè un corpo umano – molle e plastico, perché anche un computer ha un corpo…) per me non c’è discontinuità non solo fra il mio colon, i miei neuroni e i miei concetti, ma anche fra questi concetti e l’aria o i cristalli liquidi di cui sono fatti, e il palazzo di fronte che essi attingono, e il colon e i neuroni di un tizio del palazzo di fronte… un testo alla fine ha una fisiologia che riproduce quella del corpo da cui si è esfoliato…ma anche più ampiamente quella della realtà, con le sue leggi e meccanismi…

Non volevo svalutare l’intelletto, credo che ognuno abbia una sorta di procedura d’innesco, e che questa, con buona pace delle accademie, non sia altro che una negoziazione cerebro-viscerale. Mi par di capire che tu vada oltre, sei così libero che puoi concepire ovunque e istantaneamente o hai anche tu quella sorta di maldipancia che t’ispirano?

concepisco, se concepisco, tutt’altro che a comando…ma è il corpo a farlo, solo nel senso che una connessione logica è un fatto fisico…serve un certo tipo di ispirazione per dire che 2+2 fa 4, perché questo processo consiste in una permutazione di minuscole particelle del mio corpo.. non so se è troppo diverso che scrivere in versi…certo, questa è un’operazione più complessa, che si produce in uno stato privilegiato…ma per riprendere il tuo esempio dell’eccitazione erotica, direi che in genere è più fruttuoso magari quel momento di disincanto e lucidità assoluta che coincide con la depressione post-orgasmica…

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Nei miei scrittori preferiti annovero quel dionisiaco saltinbanco della metafora che è Tom Robbins, un tizio su cui le etichette ne han dette di tutti i colori: post-psichedelia, neo-beat, avant-pop etc. (C’è sempre un trattino a cauterizzare l’ossessione moderna delle scatole). Uno dei motivi per cui mi piace è che mi fa ridere, un po’ lo stesso effetto della famosa Suora nella 500 che pensa, sul tuo blog. Anche Borriello usa l’umorismo, vogliamo sdoganare ufficialmente la dignità della componente ilare come effetto metamorfico percorribile in letteratura?

conosco poco tom robbins.. cmq terrò presente la tua segnalazione, anche se al momento leggo soprattutto filosofia o scritture anti narrative… la componente ilare non so se sia necessario sdoganarla…si può dire che i comici, avendo in mano la comunicazione, hanno in mano l’italia…penso non solo a grillo, ma a quanto le satire di crozza a ingroia, maroni o bersani abbiano influenzato le elezioni…i palinsesti televisivi si costruiscono sui comici… l’ultimo oscar italiano (per quel che vale) è di benigni, l’ultima palma d’oro di nanni moretti, e prima di troisi… sanremo senza elio e le storie tese e arbore non avrebbe avuto quel fiacco rilancio che lo fa ancora sopravvivere…. se il padre dante vale ancora qualche fico secco, non dobbiamo ringraziare il sommo carmelo bene, ma benigni (che peraltro apprezzo più come intellettuale che come comico).. forse la rappresentazione più viva, penetrante e vertiginosa dell’italia degli ultimi anni si deve cercare nelle satire di corrado guizzanti, più che nei romanzetti imitativi e sfiatati su cui si accapigliano nei blog letterari… ma tanti altri sono bravi, la cortellesi, perché no checco zalone… la cosa ha però troppi aspetti sospetti… l’umorismo finissimo di proust, o persino di beckett, concorrevano alla profondità d’analisi… la comicità in tv e in rete diventa spesso una delle forme della superficialità e della labilità comunicative contemporanee…

La fisica dei quanti e altre linee di pensiero hanno accompagnato la chiusura del secondo millennio facendo tremare le certezze scientifiche dell’Ego, il famoso organo al comando della modernità. Vedi un convergere di nuove prospettive che puntano oltre, in questo senso? Insomma, si farà questo ”uomo nuovo” o siamo destinati a estinguerci?

siamo destinati a rincoglionirci, o qualcosa del genere…siamo in troppi nella piccola zolla del pianeta, e il tempo sociale che ci è assegnato è sufficiente solo a pensare e dire coglionate… ma finché non ci sarà dato il tempo giusto e fisiologico per pensare, per decodificare, il mondo è destinato ad essere dominato dai fraudolenti, dagli ingannatori…o più ampiamente dall’apparenza

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Nel tuo libro “Mica me”, per larghi tratti, sembra di ascoltare la voce dell’Uno che intraprende una narrazione telescopica, ad angolo giro, della realtà. Il protagonista è un “uomo-materia che si agita in un cosmo ridotto a uomo”. Ci spieghi meglio la “visione”?

il virgolettato non mi pare che sia mio…cmq la sostanza più o meno è quella…anche la faccenda dell’angolo giro è giusta…in questo cosiddetto libro, Mica me, l’io narrante cerca nuove coordinate, cerca di situarsi in un altro spazio fisico e corrispondentemente linguistico, logico, psicologico,… a tratti forse ci riesce, e accede a una dimensione in cui il mondo appare nella sua continuità, nella sua unitarietà, incrinato da quelle crepe rappresentate da ciascun io… la forza che produce questa deflagrazione e dissoluzione mi è parso l’eros, quel che ci fa uscire fuori di noi …bisogna riconoscere che è la pulsione più potente, quella che ci sradica più profondamente dal nostro centro…anche se pochi la considerano da questo punto di vista, è un tema un po’ rimosso dal dibattito “serio”…ne parla solo la psicanalisi, qualche autore come barthes nei Frammenti, e appunto la letteratura…

“Il romanzo è il vero conio del potere, è il modulo prestampato che distribuisce il sistema editoriale, e che il romanziere accetta suo malgrado di compilare.”
Nel tuo articolo: Antiromanzo, pubblicato nel 2005 su Nazione Indiana, hai suscitato un bel vespaio di polemiche. La letteratura, secondo te, ha ancora senso se si pone come punto di rottura di una falsa oggettività moderna. Ci spieghi perchè, come romanzieri, salveresti Handke, Celati e Aldo Nove?

non sono certo il primo a mettere in discussione la necessarietà del romanzo… non ne voglio decretare o vaticinare anch’io la morte, solo sostenere che mi sembra un modulo letterario come un altro, sorpassato in quanto a potenza narrativa dal cinema, e che non mi sembra attualmente sfruttare al meglio le potenzialità specifiche della parola, la sua capacità di esplorare tutto il possibile, la sua assoluta forza d’astrazione… credo che troppa letteratura sia impantanata in se stessa, nella letteratura appunto, di cui a me interessa poco… a me interessa la parola, che non è un agone sociale ove esibire la propria destrezza, ma l’essenza profonda dell’uomo, ciò che lo costituisce…. eseguire l’esercizio romanzo con più destrezza del collega è un’attività buona per i talent, per la gare di bambini prodigio su mediaset…

Handke e gli altri che cito probabilmente (e in certi lavori) rispetto ad altri hanno proposto percezioni nuove, hanno estratto altri mondi dal mondo, hanno lavorato sui meccanismi preliminari e profondi di rappresentazione del mondo. il mondo in cui ci siamo comodamente stabiliti, è solo un infinitesimo dei mondi possibili, e a mio avviso non è più quello più adeguato per stanziarci… le nostre conoscenze si sono moltiplicate esponenzialmente, la nostra sensibilità si è sofisticata e scavata, la psicanalisi, la filosofia, la letteratura ci hanno additato altri ordini di realtà, ma noi continuiamo a vivere in quella più meccanica e ordinaria, forse quella probabilisticamente più “reale”…ma era anche più reale la realtà animale rispetto a quella umana…se facciamo cose strane come vestirci, spostarci tramite ferri assemblati, provare sentimenti o leggere, possiamo anche andare oltre, provare a sintonizzarci in altri spazi mentali e linguistici…percepire ad esempio l’intreccio, il chiasma, l’intersezione fra le nostre psichi..noi viviamo come se fossimo psichi, ego separati, ma in realtà siamo costituiti, strutturati come un unico organismo linguistico che ciascuno sagoma individualmente attraverso il proprio corpo…paradossalmente, è proprio questa deficiente consapevolezza che produce quel gregarismo “cattivo” che caratterizza la nostra epoca…avendo coscienza che i miei sentimenti sono un prodotto culturale e collettivo, io riesco anche a riconoscere più originalmente e autenticamente la mia individualità corporea…

la letteratura e le arti propongono un sistema di rapporti e un ordine di realtà diversi, diverse scale cromatiche e sensoriali, diverse interazioni fra le psichi, fra questi meccanismi di linguaggio che popolano le materie inerti del mondo, diversi valori sociali…in una giornata di tempo calendariale, per tornare a joyce, ci può stare un mese di tempo-lettura, un minuto cela vertiginosi e fantasmagorici labirinti, un anno si può racchiudere in 3 righe, nei colori di van gogh esplode un’altra risonanza del rosso o del verde, van gogh trova altro verde nel verde, e lo può far diventare addirittura un rosso, o un odore, o un rapporto fra parole ovvero un concetto… una musica di schumann o stratos può potenziare indescrivibilmente una pulsione interrelazionale, può aprire abissi negli uomini e dunque nella società, può disseminarvi felicità, pensieri, vita. il lavoro profondo e davvero rivoluzionario dell’arte deve riguardare quest’ordine di percezioni e rappresentazioni, non può ridursi a una combinazione di moduli espressivi, a una raffinazione delle tecniche di linguaggio, né a un esercizio da “intenditori”, di raffinato buon gusto…il neo formalismo di certe tardo-avanguardie o la retorica dell’artigianalità di certi celatiani non ci portano da nessuna parte… bisogna cercare nuovi sentimenti, nuovo corpo, non nuove parole…. rischiare anche di essere scomposti, sporchi, incompiuti, ma bisogna produrre con le parole progetti, proposte, ipotesi… con ciò, non bisogna parlare a casaccio e sforzandosi di essere fantasiosi e originali… non bisogna dimenticare il richiamo all’onestà, alla responsabilità, alla necessarietà della parola di celati…

“esiste l’inferno? – sì – chi ci andrà? – chi è normale, chi dice cose sensate…chi funziona bene, in quanto esaurito dal funzionamento…la privazione di dio che è l’inferno consisterà nell’inerzia totale delle molecole a cui saranno ridotte. prive…di ogni ubiquità quantica, queste molecole saranno condannate alla fissità, all’incoscienza eterna. mentre le mie schizzeranno dall’orbita, produrranno luce e emissioni deviate, e sopravviveranno sempre e ovunque…in un tentativo di dissiparsi, che è l’unico paradiso possibile.”

l’universo è dissipazione, certo, ma noi dobbiamo “dissipare bene”… non possiamo prescindere dalle scelte etiche…la letteratura apparentemente ne prescinde, ma solo come metodo… l’effetto se non il fine della sua ricerca “libera” e “scatenata” dai finalismi, dissacratoria e demolitoria, non può che essere la proposizione di una nuova etica, di una nuova idea del bene…è una direzione fatale, forse trascendente, da cui dobbiamo avere il coraggio e il senso di responsabilità (intesa come capacità di “rispondere” all’altro) di non sottrarci… un’etica della dissipazione è pur sempre un’etica, un’etica più libera, più compenetrata, confusa e dissolta nelle cose, un’etica che riconosce l’uomo come fibra dell’universo, che riconosce dunque l’universo e la sua vastità…

Quali sono i riferimenti letterari e filosofici che ti hanno ispirato, e cosa legge Livio Borriello oggi?

bah, ti faccio un elenco dei libri più importanti per me…i jornaux intimes e il mio cuore messo a nudo di baudelaire… proust… totalità e infinito di e. levinas…osservazioni sui fondamenti della matematica di wittgenstein…il visibile e l’invisibile di merleau ponty… modelli matematici della morfogenesi di rené thom… (questi cosiddetti “filosofi” sono in realtà per me i maggiori scrittori del novecento)…vari altri francesi, barthes, foucault, bataille ecc… poi la grande poesia italiana, in cima a tutto dante, leopardi, ungaretti… il maggiore minore sandro penna… landolfi, handke, novarina…il cinema di herzog… e mille altri, naturalmente… per i miei riferimenti contemporanei, si può dare un’occhiata al mio sito-blog www.livioborriello.it, nella sezione Terza persona…

borriello

Il WSF dispone di una alacre non-Redazione. Tu che sei un non-romanziere, ci daresti tre buoni non-consigli da far arrivare a qualcuno dei non-scrittori in formazione che frequentano questo blog?

posso fornire dei consigli buoni per un sicuro insuccesso, che mi sembra tuttavia meglio che niente… uno potrebbe essere di credere in sé stesi…e di conseguenza di non credere in se stessi… il secondo di scrivere poco…io ho pubblicato pressochè un solo libro in 50 anni, ottenendo così uno strepitoso e indiscutibile insuccesso…sono così belli gli alberi, perché sacrificarli alle nostre vanità e fatuità? è così bello il silenzio… forse in vita nostra ciascuno di noi riesce a scrivere 10 righe che valeva davvero la pena fossero scritte, che avevano davvero bisogno di essere scritte, e di cui il mondo aveva bisogno… provarsi piuttosto a vivere molto…la scrittura è un accidente secondario della vita, un suo residuo…sì, è anche un tentativo di solidificarla, di sconfiggere il tempo e la morte che è il fine del suo meccanismo…ma si sa che è un tentativo impossibile, e che forse può avere qualche chance di successo solo se vi rinunciamo.
il terzo è di non credere non dico alla letteratura nella sua dominante accezione mondana e salottiera, ma alla letteratura in sé…credere invece alla parola, che è ciò che ci costituisce essenzialmente, e al corpo, che ne garantisce l’autenticità…sentire il proprio corpo, configurarlo in parole, e confluire in un quell’organismo unico e tentacolare che è il linguaggio… questa è l’unica rivoluzione possibile… se si intende la formula nel senso in cui l’ho illustrata prima, si vede che è proprio l’inverso di quello che si fa alla tv, nelle redazioni editoriali e nei concorsi letterari….

E dunque, diamo inizio alla dispersione in danze di ringraziamento per l’occhio telescopico di Livio Borriello che oggi si è insinuato in noi. WSF si sta costituendo in collettivo culturale e intende raccogliere e rilanciare attivamente qualsiasi virus espressivo possa intossicare la coscienza ambulatoriale che pesa sui nostri tempi. Vuoi tu, Livio, prendere in partner questo blog per rifornirci estemporaneamente delle tue illuminazioni inedite finchè seccatura non ti separi?

il vostro progetto di comunicazione collettiva, richiamato anche nel nome del blog, mi piace…tendo anche al superamento del concetto di proprietà intellettuale, o comunque al riconoscimento di un’area comune, anonima credo lo sia in qualche modo tutto il linguaggio…dunque duplicherò senz’altro qualcuna delle mie parole nel vostro blog, nel vostro spazio, nello spazio che fa capo al vostro corpo.