Prospettive. Omaggio di parole a Michael Kenna


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Michael Kenna, nato nel 1953, è un fotografo inglese noto per i suoi bianco e nero, insoliti, paesaggi con luce eterea fotografati all’alba o di notte, con esposizioni di fino a 10 ore.

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Silente
dopo un lungo cammino
rinasci.

Fiorisce intorno a te
silenziosamente la vita.

Con i tuoi rami
brami vittoria

Amore per la solitudine,
gioia per la comprensione
di un nuovo io.

Un nuovo essere che impedisce a te,
grande creatura,
di morire.

Amore, vita e solitudine?
Il sospiro ti dice: “apprezza”.

Tra i tuoi rami il desiderio cresce,
abbonda la voglia di scoperta,
vette indistinte
formano disegni nel cielo,
chiari e vivaci.

Tienili accesi
con le fibre ottiche della tua mente.

Di Angelica D’Alessandri

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TESTO E INTESSERE di Antonio Devicienti

L’occhio è quello della fotocamera Hasselblad: aracne intesse (lenta, elegantissima) tramatura di luce e silenzio.
Il testo sacro, tessitura di segni e di sillabe che le labbra appena pronunciano, ha un moto levissimo di lettura (e d’onda).
Lo spazio tra lo specchio imponderabile intessuto da aracne (è tessuto di fibre e di vuoto tra le fibre) e il bianco tessuto della carta lascia danzare la figlia dell’aria e la scrittura dei cercatori di stelle (che con polso di poeti dipinsero le parole interroganti. Trepidanti).
Pellegrino-e-viaggiatore il fotografo tende la sua ciotola-fotocamera per ricevere in elemosina il riso bianchissimo della mattinata tessuta di sguardo, tramata di stupescente inapparenza.

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Inediti di Maria Grazia Di Biagio


c7480b9c4b6e11e29a6422000a9e06c4_7Maria Grazia Di Biagio, Laureata in lingue e letterature straniere all’Università G. D’Annunzio di Pescara, dove attualmente vive e lavora, ha contribuito, con una Tesi sul “Dialetto Vallese di Rimella”, alla stesura di un vocabolario a salvaguardia dei dialetti Walser in Piemonte.
Nel 2012 vince la II edizione del Dieci Lune festival dell’Autore 2012 a Napoli con la silloge poetica “Nella disarmonia dell’inatteso”, in seguito pubblicata dalla Casa Editrice Bel-Ami organizzatrice del Premio, con prefazione di Dante Maffia.
Collabora con il Blog di Poesia La presenza di Erato.
Suoi testi sono presenti in diverse antologie e riviste letterarie, tradotti in inglese, olandese e rumeno.

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Questa pace che stanca l’orizzonte
per eccesso di riverberi
approda incolore sui resti
inghiotte rottami – ritorna –
Talvolta porta un legno in bocca
il più delle volte nessuno
Se così è l’eterno
dovrò fare una breccia per tornare
di qua – dove una luce non dura.

*

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Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Rosangela Betti


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Rosangela Betti nasce a Mercatale-Sassocorvaro (PU) il 27 ottobre 1946.
Studia alla scuola d’Arte F. Mengaroni di Pesaro. Non porta a termine gli studi. E’ autodidatta in tutte le sue forme espressive. Vive e lavora a Rimini.
Prima mostra di pittura a Pesaro nel 1968.
Dall’ottobre del 1980 inizia ad esprimersi con il mezzo fotografico.
Prima personale di fotografia alla galleria Ken Damy a Brescia nel 1982.
E’ stata pubblicata su varie riviste di settore e non. In Italia e in Giappone.
Hanno scritto di lei: Italo Zannier-Giovanna Calvenzi-Roberta Valtorta-Giuliana Scimé-Roberto Mutti-Paolo Barbaro-Denis Cur-ti-Ken Damy-Ando Gilardi.
Vari articoli che parlano del suo lavoro sono apparsi su importanti quotidiani, quali: La Repubblica-Corriere della Sera-L’Unità-Il Resto del Carlino e settimanali quali L’Espresso.

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STONATE ECLISSI di Fabio Bosco

Sangue
sulle ali degli angeli
e sulle rive di presagi indecifrabili,
rossi riflessi che non sono alba,
ma ferite
a dipingere contorni
di un pianto che mi corrode i tendini,
accovacciato in angoli di letti disfatti.
Benvenuta ora in questi luoghi ostili…
entra,
e divorami gli occhi
danzando scalza in giardini marmorei,
dona sussulti alle mie indegne notti
dove piogge sventrano silenzi
di salmastre lacrime
e neri vellutati germogli
di sospiri insalubri
scindono svenduti attimi
dall’eterno declino
di due lugubri amanti…
entra,
e osservami disciogliere
in sospirati sguardi
di un etere ipnotico,
disegni scarlatti di un sogno morente;
come graffiti di luce
in un abbraccio di nero,
il tempo sarà vigile assenza,
giallastro vomito
di luci al neon
a inquinare l’armonia geometrica
che queste mani invocano…
vieni,
e non conoscerai odio più grande
di quello che provo per me stesso;
da un grembo a una tomba,
ciò che sarò
non è poi così diverso
da ciò che sono stato:
un corpo imputridito
consegnato al tempo che ci separerà,
per sempre.

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Daguerre: dalla realtà alla quintessenza di Fosca Massucco e Maria Grazia Di Biagio


Il Daguerrotipo (1840) – Operazioni di creazione

“La prima consiste nel nettare e pulimentare la lamina
e renderla propria a ricevere lo strato sensibile”

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Il baccano della quiete di collina
è un intrico di chiame in sottofondo.
Posando lento il suono, il sole
turba l’aria di acacie e cinciarelle

poi il colpo di fucile

spezza il baccano – rimbalza – muore.
Latrati e cani saltellano stanando
il fagiano in caccia di ranocchie.

“La seconda, nell’applicazione di questo strato.”

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D’inverno i gelsi del canale sono pugni
tesi al cielo – ma al tempo di trattura
i bachi divorano le dita aperte
scuotendo teste a otto, salendo al bosco –
bollente la vendetta delle filerine!

“La terza, a sottomettere nella camera oscura la lamina preparata a ricevere
l’azione della luce affine di ricevervi l’immagine della natura.”

Infine sarò fiore di tarassaco –
nel Campo di Marte non mi risolvi
con lo sguardo – pappo piumato.
Mi disperderò silenzioso nell’aria
– tu ancora cerchi.

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“La quarta, nel fare apparire questa immagine
che non è visibile al suo uscire dalla camera oscura.”

Posano dietro le gelosie,
sono tornati i pipistrelli e le vespe
che moleste cercan le fessure.
La luce abbacina a lungo
il sole splende altrove.

Rincasa il ragno ballerino –
atto incosciente,
si rassegna alla gloria pervicace.

“La quinta finalmente ha per iscopo di togliere lo strato sensibile che
continuerebbe ad essere modificato dalla luce
e tenderebbe necessariamente a distruggere interamente la prova.”

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Riconsegno il senso alle cose –
autentica percezione di forma.
La mia ricerca è sempre controluce,
il rospo nella luna. Perturbo
miserevoli condizioni al contorno –
levigata dalla vita, mai vinta.

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Nota di Maria Grazia Di Biagio

Quest’ultima fatica poetica di Fosca Massucco ne conferma e, se possibile, perfeziona lo stile rigoroso per nitore delle immagini e precisione formale.
La poetessa si pone, qui, di fronte alla realtà circostante da un punto di vista oggettivo e del tutto originale: si fa lastra di rame nel processo di dagherrotipia, pronta a lasciarsi “impressionare” dalle immagini che osserva.
Nei versi risuona più che mai la rivelazione di Novalis: (“In der Nähe des Dichters bricht die Poesie überall aus”) “Accanto al poeta la poesia erompe dappertutto”.
È così, la poesia erompe nel primo componimento, descrivendo un moto parabolico, dal fulgido ossimoro del primo verso al “colpo di fucile”, passando per sinestesie di grande efficacia plurisensoriale, fino a ricadere sulla morte del “fagiano in caccia di ranocchie” a sua volta cacciato, che chiude il cerchio della legge naturale cui soggiace ogni vita.
Ad acuire il senso tragico sotteso al discorso poetico, sulla seconda scena cala il silenzio delle vendette inconsapevoli. Cinque versi vergati con perizia e splendide metafore, ci consegnano immagini vivide di gelsi e bachi. Verità bollenti come l’acqua che ucciderà i filugelli, per estrarre intatta di seta preziosa dei bozzoli, ci rimandano al Postulato fondamentale di Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” e Fosca lo sa. Sa che la morte è un passaggio, un mutamento di stato, come per il “fiore di tarassaco” che si trasforma in soffione per poi disperdersi “silenzioso nell’aria”.
Forte di tale consapevolezza, la poetessa non si arrende alla propria caducità, vive appieno la sua esistenza godendo della “gloria pervicace” della luce, indispensabile al processo vitale di ogni creatura, anche di quelle che per istinto la rifuggono.
Certo, non è indolore osservare le cose “controluce”, ma solo così si può vedere “il rospo nella luna” riflessa nello stagno, accolto a sua insaputa nella sfera eterna e incorruttibile dei corpi celesti.
Alla poetessa non è dato; non qui, non ora. Può solo constatare, non senza angoscia, la propria condizione di elemento minimo, quasi irrilevante ai bordi del sistema fisico che governa la realtà circostante.
La lastra “impressionata”, “levigata dalla vita, mai vinta”, lascia cadere lo strato sensibile per riconsegnare “il senso alle cose” fissate nella loro forma quintessenziale: il dagherrotipo dell’anima del mondo.

Poesie di Fosca Massucco.
Le fotografie sono di Daguerre, reperite in rete già manipolate.

Recensione di Fosca Massucco: “Nella disarmonia dell’inatteso” di Maria Grazia Di Biagio – Ed. BelAmi (2012)


ph Fosca Massucco

ph Fosca Massucco

Con Maria Grazia Di Biagio ho avuto l’onore di lavorare in Giuria al Premio di Narrativa e Poesia Di Liegro nell’edizione 2012 ed è stato uno degli incontri più intensi dell’anno.
Poi esce il suo nuovo libro di poesia, edito da Bel-Ami.
Io di lei stimavo il cuore e la gentilezza, un po’ da nobildonna un po’ da mamma, mi appassionavo a leggere i suoi scritti on line qui: http://poesia-mariagraziadibiagio.blogspot.it
Poi mi arriva “Nella disarmonia dell’inatteso” e sull’incipit mi si stringe il cuore – early poems, T. S. Eliot e una frase (poco conosciuta normalmente ma che ha accompagnato e quasi perseguitato la mia vita) lì scritta, come se mi aspettasse:

“…i nostri giorni d’amore son pochi:
facciamo almeno che siano divini”

Già quello mi sarebbe bastato a rendere gradito un libro di poesie, la scelta di un incipit che facesse suonare mille campanelli.
Poi però ho letto le poesie e ci ho trovato dentro immagini, strategie di pensieri e scene che mai avrei supposto. Spero non se la prenderà Maria Grazia, ma difficilmente mi sarei immaginata che dentro di lei albergasse una poeta così gioiosa.
Con il suo permesso vi riporto i versi che mi stanno accompagnando in questi giorni:

“Cerco in ogni albero il suono inconsapevole
utile al mestiere del liutaio”

 apre la prima serie di sorprese immaginifiche.

“Tutto quello che ho perso resta
mi aspetta nel deposito oggetti smarriti
di una qualche stazione che non mi rivedrà.
Ho un biglietto di sola andata
tante cose ancora da trovare”

che è un delizioso omaggio alla Wisława Szymborska del “Discorso all’Ufficio Oggetti Smarriti”.

“Presto o tardi fa sera.
Ogni gatto torna al suo padrone
e dai tetti scendono i ricordi”

e mi rimanda alla nebbia gialla che si struscia contro i vetri nella Love Song of J. Alfred Prufrock di nuovo di Eliot, così come le donne che vanno e vengono tra parentesi parlando di Michelangelo diventano:

“(è quasi un’utopia nella memoria
il tuo volto così puro, inconciliabile
con la prosa delle umane preoccupazioni)”

inciso in mezzo ad una poesia.

E che dire di un Salinas femminile? “La Voce a Te Dovuta” riecheggia minimale in

“Se un giorno tu dirai di me al passato 

ti prego, fallo sottovoce, che io non senta”

e anche:

“Se questo amarti è un dono o una condanna
io non te lo so dire,
ma so che il mio presente è nella notte
dei tuoi occhi e l’unico riposo che conosco
è nel tuo palmo caldo
dove poso la guancia per dormire”

Un po’ di cattiveria esce, ma è nostalgica e melò come Dorothy Parker e, come nelle sue poesie, le negazioni sono richieste e preghiere stemperate di ridicolaggini:

“E’ bella la tua voce quando dice non ti amo
[…]
Ma adesso baciami bugiardo. Non ti amo anch’io”.

Insieme ad un poco di Gozzano mi ritrovo a leggere un Qoelet reinterpretato:

“Si sta sciogliendo in gocce l’affanno di questo cielo,
del resto ogni stagione ha il suo tempo
e questo è il tempo delle piogge”

Ma oltre all’elaborazione e alla restituzione personale dell’interpretazione, Maria Grazia è anche una piccola collezione di delizie personali come:

“Sono imperfetta e sono anche futura
nell’idea pura, un’intenzione
prima che si tocchi la materia”

E poi arriva quello che vorrei aver scritto io, un po’ alla Bre:

“Il sole arriva prima
e si trattiene
un po’ di più la sera
non per amore
di quest’angolo di terra.

E’ solo che
la Terra gira
e quasi sembra amore”.

Il libro si chiude con uno scoglio immenso:

“Ho mentito.
Non è vero che sto scrivendo
sono solo versi bianchi
ma ho finito i fogli colorati”

che i versi, quelli veri, terminano così: con l’attesa dei prossimi, ancora bianchi.