Poesie alla madre – parte 4


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rose bianche di Fernanda Cataldo

le certezze cambiano, il mondo cambia
sono molto più interessanti i ritratti dopo
dalle etichette rassicuranti messe lì
sul momento
ho conservato la tua fotografia, fantasticando
mi chiedo se dove dormi puoi ascoltare
il canto grave delle cicale nel manto di rose bianche
della tua ultima dimora e nel sole brutale
che continua a riscaldare il tuo nome
alla chaux è quasi sempre autunno dalla finestra
avvolge le gru, l’ardesia dei tetti
i campanili e la verde lastra della foresta
quel tanto d’avvertire che tutto
rimane ancora vivo
impressione bizzarra prima della salita
tagliato il filo di lana si crolla a terra sfiniti
con l’affannoso fiato.

***

“Tu non sei più vicina a Dio
di noi; siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare in te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta”.

Rainer Maria Rilke

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Prospettive. Omaggio di parole ad Helmut Newton


Helmut Newton

Helmut Newton è certamente uno dei più grandi fotografi del Novecento, per questo le sue inimitabili foto di moda, così come i nudi e i ritratti continuano ad essere esposti ancora oggi.
Helmut Newton, pseudonimo di Helmut Neustädter (Berlino, 31 ottobre 1920 – West Hollywood, 23 gennaio 2004), un fotografo di moda tedesco, naturalizzato australiano, famoso in particolare per i suoi studi sul nudo femminile.

DI SPALLE di Massimo Botturi

Si, mia cara, voltata e pensierosa
sei la magnolia glabra
l’ombra del sasso che uscì da terra e pose
le sue rotondità contro il cielo.
Qui, di spalle, più flebile respiro ti ascolto
come un pesce
sul fondo di una barca in ritorno
quasi cieca, quasi agonia del lusso d’amare
quasi rosa.
Amore caro
di spalle sei la nuda follia degli aviatori
che toccano col piede la notte
e dopo il mare; uscendo di carlinga
col vizio dei divini
degli angeli terreni e inconclusi.
Si, di spalle
sei la caciara grande e il silenzio, una partita
di dadi, morra e dopo destino.
Vieni dunque
come l’arcano e il seme nascosto
vieni in erba, in mille e poi cinquanta e più rivoli
fai l’acqua
e poi fai anche il vino di Cana. Fai peccati
tenendomi su te come l’argano dei porti
l’uccello dell’inverno che strozza, un partigiano
col fazzoletto rosso sul collo.
Vieni e siedi
perché di spalle sei cosa semplice, improvvisa
come una nevicata in pianura
l’eco azzurro, di ciò che cade e poi si rialza;
sei spuntata
come un errore mai da correggere
petrolio, un verde di marcite e di voglia di scappare.
Sei piede ligneo e gran scalatore
l’osso cavo, di certe provvigioni magrissime
sei cane
airone bianco di tangenziale
e altro ancora.

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Inediti di Massimo Botturi – proposta di Emilia Barbato


massimo

Sono nato il 31 marzo del 1960, in un comune dell’hinterland milanese.
Erano gli anni del “miracolo economico” e i miei genitori pura statistica delle migrazioni interne. Migrazioni da est a ovest, troppo spesso dimenticate, o sottovalutate. Comunque sia, a casa mia la letteratura era roba al massimo chiusa nei libri di scuola, accuratamente toccati con i guanti perché non si sporcassero.
Il meglio delle mie letture, si riduceva a una sbirciatina serale al Corriere d’Informazione, qualche notizia di sport, qualche autografo di Rivera, che non ho ancora capito quanto fosse autentico, o semplicemente un autentico tentativo di mio padre di indorarmi la pillola amara dello stare solo fino a sera tardi.
La poesia l’ho ignorata fino alle scuole superiori, complice un professore illuminato e appassionato dell’antologia di Spoon River. La sua capacità di eloquenza, il fascino con cui trasmetteva quelli che considerava valori universali e fondamentali, stimolarono in me i primi tentativi di comunicare, a mio modo, un mondo interiore in continua turbolenza. Imparai quattro accordi di chitarra, e a buttarci sopra pseudo canzoncine d’amore, e di disperazione.
Fine dei giochi con il servizio militare, vera tabula rasa di ogni velleità non solo scribacchina, ma anche di studio. Tornai nauseato, con qualche poesiola piena di rabbia e rancore nei confronti di un sistema che non sentivo mio, che non sentivo per nulla a misura d’uomo. Poi il lavoro, rullo compressore, schiacciasassi.
Buio completo fino a 40 anni. Un tentativo nei miei confronti di mobbing male riuscito e la riscoperta di un po’ di tempo libero, mi riaccesero la voglia di leggere e scrivere.
Internet, i siti di scrittura, il confronto, l’incoraggiamento; questa fu la vera miscela che innescò la passione di scrivere con una certa costanza, cosa che perdura e trova motivo di curiosità, interesse e apprendimento continui.
Nel 2003 risposi alla sirena di un editore, il primo libro, nessun contratto, nessun obbligo di copie. Puro piacere di divulgare.
Il fattore sorpresa mi giocò a favore, il libro lo vollero in molti, oggi sorrido alla maggior parte di questi testi, ma erano me allora, e ci sono molto affezionato.
Ho pubblicato altri due volumi negli anni successivi, con più maturità nella scrittura ma anche molto disincanto nei confronti dell’editoria.
Nel maggio del 2009 è uscito l’ultimo lavoro “Il posto delle fragole” nato sotto lo stimolo e la supervisione dell’amico Menotti Lerro, per la Genesi editrice di Torino. La prosa ha sempre rappresentato invece una sfida impari, ho scritto qualche breve racconto, uno di questi “Emilia” risultò tra i 20 vincitori, con relativa pubblicazione, in un volume edito da Marsilio “Parole di carta2” Ma in tutta sincerità, ho sempre avuto un timore referenziale nei confronti di ciò che richiede doti che non sento di possedere. La costruzione di un romanzo, o anche di un racconto che non rappresenti una pura pagina di diario, sono obiettivi che cercherò di perseguire nel tempo.

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