La ragazza che non voleva smettere di correre. Inediti di Vera Bonaccini


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Vera nasce a Milano nel Febbraio del 1977. Vive in Liguria. Scrive da sempre su tutto quello che le capita a tiro: fogli, scontrini, muri, a volte anche sulle proprie mani. Quando non scrive, scatta fotografie, disegna, legge o dorme. Fa parte del collettivo Nucleo Negazioni con cui ha pubblicato la raccolta di racconti Nagasaki Luna Park (Edizioni La Gru) e l’antologia poetica: “I ragazzi non vogliono smettere” (Matisklo Edizioni). Una sua poesia è presente nell’antologia “Guadagnare soldi dal caos” (La Gru). È nella redazione di Bibbia d’asfalto – poesia urbana e autostradale e collabora col progetto di scrittura collettiva Carrascosaproject.

È la responsabile della collana di narrativa contemporanea, Vertigini, per Matisklo Edizioni.

Il suo ultimo libro di poesia è “Little Town Blues”, uscito nel 2015 per Matisklo Edizioni.

Da grande vuole fare il pirata.

***

NESSUNO.VUOL.GIOCARE

perse il personaggio
verso febbraio o marzo,
cadde in un tombino
e se ne dimenticò,
sopra e sotto
a un palco
sfoggiava denti bianchi
e mani aperte tese
con unghie rovinate
dare lo smalto,
un senso,
un corpo alle parole,
dislessica la voce
che se la portò via
dare un tetto,
un nome,
un volto alle parole,
distopica la luce
che il buio illuminò
masticò il personaggio
intorno a aprile o maggio,
l’appese ad un ombrello
e se ne dimenticò,
fuori o dentro
al mondo
sfoggiava paradossi,
capelli acculturati
con punte rovinate
dare un accendino,
un bacio o due parole,
logica agli eventi,
battezzare un colore
dare una sigaretta,
uno strappo sul furgone,
speranza a un’alba nuova,
un calcio ad un pallone
depose il personaggio
tra giugno e il carnevale
in una grotta bianca
tra l’universo e il mare,
sospeso in un ricordo
tra maschere di cera
sfoggiava l’eresia
di quel che ancora era
e le candele son lucciole
e le lucciole candele
se nessuno sta a guardare
nessuno vuol vedere
e le cartucce son lucciole
e le lucciole illusione
se nessuno sta a guardare
triste è il mondo di cartone
dare un volto,
un corpo, un astro,
un salto sulla sabbia,
dare corda a una sirena,
impiccarsi sulla spiaggia
dare forma a un mondo amorfo,
dare vita a una sorpresa,
l’esplosione di una bomba,
la rivolta che è sospesa
e le quartine son lucciole
e le lucciole illusione
se nessuno vuol giocare
il deserto è religione

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Le sfumature dell’anima di Ksenja Laginja


Ksenja by Giulio De Paoli

“Giulio De Paoli ph” 2015

Benvenuta su Words Social forum Ksenja

“La tua carriera artistica nasce sul tavolo da disegno, ma come sei passata dalle linee rette del  tecnigrafo a quelle morbide e sfumate dei tuoi lavori?”

Innanzitutto ti ringrazio, Christian, per questo splendido invito e ringrazio WSF, cara creatura, per l’ennesima ospitalità. Non ho mai vissuto passaggi e paesaggi così netti dacché ricordi. Sono partita dalle linee fluide per approdare al rigoroso silenzio della linea retta, poi tutte queste sfumature si sono sovrapposte in prospettive, assonometrie e ogni confine è caduto. Ho mischiato rette e sfumature perché entrambe mi compongono da sempre e continuo a seguire questo percorso. La linea, l’architettura sono il tutto, questi elementi sono rintracciabili ovunque e in queste terre tutto è possibile. Amo le linee rigorose, le figure geometriche, i tagli, le ferite e amo la fluidità della carne e dei liquidi biologici; tutto è rappresentabile e sviscerabile, anche le emozioni.

E credo non esistano confini precisi tra queste due visioni, o almeno mi piace pensare ciò.

“La contaminazione intesa come invasione di uno spazio da un corpo estraneo è particolarmente presente nei tuoi lavori. L’impressione che traspare dalla lettura dei tuoi testi poetici e dalle tue illustrazioni è una volontà di non isolamento nei confronti del nuovo, cosa apportano questi corpi estranei al tuo modo di creare?”

Questi corpi di carta, inchiostro, pixel e idee, rappresentano l’incontro dell’Io con ciò che vedo e vivo ogni giorno. L’isolamento non mi serve, se non nell’attimo in cui rappresento tutto ciò. Lì sono da sola. Ed è una fase delicata in cui mi chiudo per limare e asciugare tutta questa complessità di intenti. In ogni cosa che faccio cerco la semplicità. Non amo scrivere in “maniera complessa” perché non amo chiudermi di fronte alle persone, ed è bello quando chi ti ascolta, vede o legge di te, riesce a entrarci dentro, a sentire qualcosa. Nel disegno mi muovo sempre attraverso le visioni, ma in modo un po’ differente: qui posso lasciar fuoriuscire il nero che non riesco o non voglio incanalare nella scrittura. Questi corpi “estranei” arricchiscono il mio mondo, sono i figli prediletti che mi completano.

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