Ascoltare con gli occhi – il NoirDesire di Flavio Di Nardo


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La fotografia di Flavio Di Nardo è un mezzo d’indagine dell’anima umana. Gli elementi centrali attorno cui si sviluppa la foto sono solitamente due: in primo luogo abbiamo l’interiorità denudata delle modelle lasciate libere di esprimersi – lontane dal mondo – tramite le contrazioni delle proprie carni, svelando i propri desideri; in secondo luogo entra in gioco il fotografo che modifica la propria flessibilità cercando di cogliere l’assoluta e pura bellezza dell’essere che si mostra ormai privo di carcassa.
Gli spazi nudi e crudi che fanno da contorno, si annientano in un profondo e infinito nero, che sotto le dolci carezze delle muse si lascia agitare parendo quasi un mare oscuro in frenetica agitazione. Questi vuoti di colore hanno la funzione di mantenere l’attenzione dell’osservatore sull’enigma centrale: la rilucente modella.
La soluzione al gioco si trova nell’opera completa e perfettamente coagulata. La prospettiva come chiave estetica di riscoperta: uno sguardo sui lembi umani che spesso trascuriamo o di cui ignoriamo l’affascinante bellezza, una reinterpretazione del linguaggio del corpo.

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“Il buio che rivela” di Tina Pernice


Caravaggio_-_Il_riposo_durante_la_fuga_in_Egitto

Nato in un freddo giorno, un giorno di Settembre del 1500, nato a Milano, bambino assai prodigio, bambino scalmanato. E se lo portò appresso quel ciglio molto superbo, quel velo avvelenato, quel tocco un po’ violento, quel desiderio andato. Non potrò mai conoscerlo, eppure così vicino, con quei suoi insegnamenti, quei forti accenti e limpidi disegni. Aveva due fratelli, aveva anche una sorella, un padre andato con la peste, una madre assai bella. Di gran prodigio sai, fu mandato a bottega, a imparare un mestiere a imparare l’arte vera. Il suo maestro era, amico di Tiziano, un gran pittore sai dell’epoca infinita. In quattro anni come apprendista pittore, imparò ad usare il pennello, imparò ad usar il colore, con accenti e guizzi di delicato pudore. Imparò a copiare la scuola veneziana, di Giorgione , Tiziano e Veneziano, a notare la pittura lombarda di Foppa e Bergognone, di Savoldo e Romanino. Del colore visto, della luce notata, ne fece insegnamento, tanto da diventare poi maestro d’ingegno, maestro grande, maestro potente. Eppure potente non fu in vita mai, eppure la sua arte fu riconosciuta dopo. Con la morte della madre, si trasferì a Roma, o forse perché violento, scappò da altra gente. L’arrivo a Roma fu semplice e non datato, però lo si suppone da certe sue amicizie altolocate. Ospite da monsignor insalata, e poi da un cardinale, che passione aveva per le sue opere immortali, per la sua pittura pulita, per la sua santa eloquenza a parlare con le opere, a parlar con i santi. E proprio in questo periodo compose un’opera complessa, un riposarsi in Egitto che poi Egitto non pareva. Sembravano persone, pie sicuramente, ma uomo e anche donna, bimbo, angelo e animali, di foggia assai normali. Mostravano nel volto la pace interiore, la forza e la dolcezza, ma anche la spossatezza. La donna assai materna, l’uomo coi piedi stanchi, l’angelo assai strano con ali un po’ diverse dai soliti colori, dalle solite fattezze. Continua a leggere