Ascoltare con gli occhi – il NoirDesire di Flavio Di Nardo


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La fotografia di Flavio Di Nardo è un mezzo d’indagine dell’anima umana. Gli elementi centrali attorno cui si sviluppa la foto sono solitamente due: in primo luogo abbiamo l’interiorità denudata delle modelle lasciate libere di esprimersi – lontane dal mondo – tramite le contrazioni delle proprie carni, svelando i propri desideri; in secondo luogo entra in gioco il fotografo che modifica la propria flessibilità cercando di cogliere l’assoluta e pura bellezza dell’essere che si mostra ormai privo di carcassa.
Gli spazi nudi e crudi che fanno da contorno, si annientano in un profondo e infinito nero, che sotto le dolci carezze delle muse si lascia agitare parendo quasi un mare oscuro in frenetica agitazione. Questi vuoti di colore hanno la funzione di mantenere l’attenzione dell’osservatore sull’enigma centrale: la rilucente modella.
La soluzione al gioco si trova nell’opera completa e perfettamente coagulata. La prospettiva come chiave estetica di riscoperta: uno sguardo sui lembi umani che spesso trascuriamo o di cui ignoriamo l’affascinante bellezza, una reinterpretazione del linguaggio del corpo.

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La sessuale ironia di Sandra Torralba


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Basta vedere pochi scatti di Sandra Torralba per rimanerne ammaliati e incuriositi.
Folgorati dalla genialità dei simboli e del modo in cui vengono espressi, la sua ironia ci trasporta foto dopo foto a scoprire la sessuale chiave di lettura del suo mondo e di ciò che la circonda.
Una sessualità pura, nella sua essenza più schietta: un corpo nudo, privato di perversione, ma incuriosito dal mondo pornografico di cui ne studia le tecniche e l’avanzare.
Ma l’ironia di Sandra Torralba può esplorare qualsiasi mondo, e così la “caduta di un sogno” o una morte può trasformarsi in un elemento “piacevole”, dandoci una possibilità di crescita e rendendo possibile il “viverlo in modo diverso”.
I suoi lavori sono il prodotto di una precedente carriera da psicologa e psicoterapeuta (poi abbandonata per la fotografia) che vanta alcuni diplomi tra cui quello in Terapia Sessuale e quello in Counsuelling umanistico; un curriculum che si esprime e valorizza la foto attraverso elementi che la arricchiscono e la rendono quasi “universale”.

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Cos’è la fotografia per Sandra Torralba?

Per me la fotografia è un modo per fare i conti con la vita e comprenderla, una passione, una professione, un’arte, un piacere, uno sbocco e un dono. Rende la mia vita semplice, felice, piena e in generale più bella.

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Quando è iniziato questo tuo percorso e come si è evoluto nel tempo?

Scatto foto da quando ne ho memoria. Facevo film fotografici con i miei amici da quando avevo 10 anni. Ma non avrei mai pensato che la cosa non sarebbe terminata ed avrebbe impegnato la mia vita. Pensavo di voler essere una scrittrice. Ho sviluppato una carriera in psicologia e psicoterapia, è stata la mia professione per 4 anni, poi la misi in secondo piano. Non era ancora il 2008 quando mio marito ed io tornammo in Spagna, dove decisi di sospendere tutto e permisi alla fotografia di trasformare la mia vita.

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Nel 2009 hai pubblicato una raccolta intitolata “Visionarios”, qual è il tuo rapporto con la Fede e la Spiritualità?

Non sono una persona religiosa. Sono scettica nei riguardi della fede e della spiritualità, anche se sono rispettosa e comprensiva nei riguardi di queste dimensioni umane, posso solo essere cinica riguardo le mie sensazioni in proposito.

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Nel 2008 con “sleeping people” hai voluto descrivere la sensazione di essere solo un “osservatore” della vita… come descriveresti questa sensazione oggi?

Ci sono momenti nelle nostre vite in cui noi siamo dei passeggeri. Non sempre consci; la vediamo andare, intrappolati nelle routine e nei doveri, progettando per il futuro, seguendo un piano e lasciando sfuggire il tempo fra le nostre dita. Questo intendo quando dico “il presente è quello che lasciamo andare mentre progettiamo il futuro”.
Non c’è nulla che può essere fatto nei riguardo del tempo che sfugge, ma credo che esserne consapevoli dia significato alle nostre vite, tutti i giorni. Non ho bisogno di essere tutti i giorni eccezionale, non credo che la felicità sia uno stato costante di esistenza: credo che un momento felice al giorno o un piccolo pensiero possa rendere un giorno vissuto. Non riguarda l’essere tiranneggiati dal fare il più della nostra esistenza, riguarda solo la consapevolezza che la vita finisce, e non avremo nessun giorno indietro.

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Pensi che questa indifferenza si viva anche nei confronti della sessualità?

In un certo senso può darsi. Prendi la pornografia, c’è una vastità di prodotti porno che arrivano all’osservatore senza alcun auto-criticismo, interrogativo o riflessione. Questo sta succedendo in tutto il mondo dell’audio-video. Da un certo punto di vista ciò è meraviglioso, soprattutto per l’immensa proliferazione di materiale e per la democratizzazione del mondo audiovisivo. Tutti ora possono esprimere se stessi attraverso il mondo audiovisivo: ed è precisamente questo il motivo per cui più auto-criticismo e un approccio critico sono necessari. Il consumo passivo, indifferente e/o la semplice accettazione di ciò che ci viene scaraventato contro è un problema.

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Come nacque l’idea per “self-portait”?

Ci sono diversi motivi che mi spinsero a realizzare degli autoritratti.
Per prima cosa per motivi pratici: è più facile esplorare una sola persona e usare una sola persona come modella, sempre disponibile, sempre volenterosa…
Inoltre, da psicoterapeuta, usavo me stessa in primo luogo per iniziare ad esplorarmi: solo quando le emozioni e i pensieri sono puliti la riflessione può estendersi agli altri.
In secondo luogo, il mio messaggio è abbastanza personale (non autobiografico, ma personale). Non ha senso per me usare qualcun altro per incorporare il mio messaggio, eccetto alcune serie recenti, dove uso mio figlio e mia nonna: sono parte di me, e io sono una parte di loro.

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Come descriveresti “The Downfall of the dream”?

“The downfall of the dream” partì con la storia di un sogno umano e su come i fallimenti della vita portano alla deriva. È come se traessero godimento da un sapore che hanno già provato: i protagonisti di queste azioni continuano a desiderare, continuano a sognare. Ma le memorie e i sogni sono spesso sfocati, e con il tempo divengono consapevoli del proprio decesso. Questa è la farsa degli espedienti dall’esistenza: non c’è vita senza morte come non c’è sogno senza la sua caduta.

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“Estranged Sex” è uno dei tuoi lavori più influenti. Da cosa nasce l’idea e come vivi il mondo della sessualità?

Estranged sex è partito come un esercizio. Sebbene io abbia iniziato a fotografare rivolgendomi a tematiche sessuali, era solo un tipo di esercizio che seguiva la prima immagine della serie. Il compito era quello di fare un autoritratto sessuale. “Sarà facile”, pensavo. Ed infatti feci 4 autoritratti totalmente differenti.
Nella prima che inizia la serie volli parlare di come le donne dovrebbero vedere i porno hardcore e su come non era necessario restare nel softcore. Volevo solo esprimere il fatto che loro possono, che qualcuno lo fa, e per questo ho interpretato una donna che guarda un film hardcore dove c’è del sesso anale. Ma questo era troppo semplice e non del tutto interessante o comunque originale. Credevo ci fosse stata la possibilità che alcune donne l’avessero vista diversamente. Quindi mi chiesi come avrei potuto creare una foto che contenesse del porno ma che non volesse essere un chiaro “fai l’affare”. Pensai che se avessi rappresentato solo un’osservatrice come una ragazza che guarda un porno, sarebbe stato solo quello, una ragazza che guarda il porno senza incoraggiare un pensiero che avrebbe indotto qualcosa. Ma se avessi presentato un’immagine imbarazzante, contenente porno e sessualità ma allo stesso tempo strana e non eccitante, un’immagine che conteneva tutti gli ingredienti (una ragazza bagnata, un po’ di carne, porno nel computer), e, non solo un lavoro tranquillo in termini di eccitazione… avrei probabilmente catturato l’attenzione dell’osservatore e avrei iniziato una conversazione.
Non era un’aspirazione, solo una conversazione riguardo il porno e dove ci collochiamo nei suoi riguardi. E questo è come nacque la serie con il concetto di “estranged” (allontanare n.d.T.) che ha il significato di qualcosa che usiamo per chiuderci e conoscerci, e (la sessualità) non è altro (come pensiamo che sia: genere, identità…).

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Cosa senti di dovere fotografare?

Sento il bisogno di dover fotografare tematiche che mi sono care o molti dei pensieri del mondo psicologico ed emozionale. Ci sono temi politici, che riguardano tutto il mondo e occupano molti dei miei pensieri ma non sono capace di racchiuderli in una fotografia.
Ho l’impressione di essere umoristica, sebbene alcune delle mie serie appaiano tristi e oscure (v. “the downfall of the dream”). “Estranged sex”, “the ideal man”, “sleepy people” sono basate sull’humour.

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Credi ci sia una grande differenza tra la sessualità di un tempo e quella moderna?

Non lo so. Voglio dire, ci sono differenze ovvie nelle leggi, regole, su cosa è visto normale e su cosa non lo è, su cosa è ammesso e cosa non lo è. Potrebbe sembrare di trovarsi in un circolo continuo dove alcune cose tornano indietro e avanzano (per menzionare qualcosa pensa ad esempio all’aumento dell’omofobia in questi giorni). Ma comunque non so come le persone facevano esperienza con i propri corpi e la propria sessualità 100 anni fa o 2000 anni fa. Ipotizzo che ci sia sempre stato un grande piacere e come sempre una grande repressione e un controllo sociale compulsivo su questo argomento. Quindi in questo senso penso che gli uomini abbiano fatto sempre le stesse cose.

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Con estranged sex ti sei avvicinata anche al mondo della video-art…

Molte delle mie serie contengono spezzoni di video-art, nella forma di “making of” dei pezzi d’Arte. Ma come tutto in “estranged sex”, la produzione è diventata più complessa, rifinita ed elaborata rispetto alle altre serie.
Il Video è più complicato; e diventa ancora più difficile e complicato per me rispetto alla fotografia, soprattutto senza alcun capitale e supporto per attuare le mie idee. Ma ho alcuni stralci video che produrrò il prossimo anno e che credo saranno di una estrema bellezza e di una penetrante sofferenza.
Non credo che i video e la fotografia vadano mano nella mano o che l’una si evolva nell’altra, o che uno scarseggia e l’altro può soddisfare maggiormente. Sono diversi canali d’espressione e io vedo soltanto l’uno o l’altro nella mia mente.

[Estranged Sex XVII- The Making of: http://vimeo.com/16216767%5D

Pensi sia necessario assecondare i propri impulsi sessuali?

Bene, credo che siamo esseri sociali e quindi uno debba seguire i propri bisogni il più possibile senza urtare o attentare contro la libertà dell’altro.
Credo che ognuno debba essere educato liberamente e con amore, rispettando la natura umana e il corpo, e quindi dopo si debba esplorare la di lui – o la di lei – sessualità con minore repressione e con meno ostacoli: ciò è diverso dal dire che tutto è consentito.

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Cosa comporta il making of di un tuo set?

Stanno crescendo in complessità e organizzazione. Ho iniziato da sola e ora è raro non avere un truccatore, un assistente, un proprietario di location, e infine 4-5 modelli. Io devo fare la scenografia, la direzione artistica, della luce e della fotografia, ma è d’aiuto avere alcune persone che mi danno una mano.

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Pensi che l’ironia sia un buon metodo per comunicare dei messaggi?

Penso che l’humor sia un buon mezzo per comunicare messaggi. Humor e neutralità. Ambedue in accordo nell’osservatore, per pensare liberamente, senza essere influenzati e senza la densa aura del giudizio morale.

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Qual è la foto a cui ti senti più legata?

Non credo ce ne sia una in particolare. Sono legata a molte foto, specialmente quelle più personali che contengono i miei unici amori o che comunicano qualcosa in cui io credo profondamente o che supporto.
Adoro “Downfall of the Dream 06” (quella con mia nonna) soprattutto per il tempo che abbiamo speso insieme per crearla, la sua complicità ed innocenza. Poi amo “The hope’s Crevice 01” con mia nonna e mio figlio, per la stessa ragione. Molte immagini mi permettono di godere ed affrontare i periodi di malattia e morte, trasformando qualcosa di triste e doloroso in una meravigliosa esperienza.
Oltre queste, amo le foto in cui compaiono mio marito e mia madre per l’onestà che noi tutti ci mettiamo e per la loro costante dedizione e l’incondizionato supporto.

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LINKS
http://www.sandratorralba.com
http://www.sandra-torralba.blogspot.com
http://www.facebook.com/pages/Sandra-Torralba/169765809755544

Debora Barnaba: un delicato cuore messo a nudo


La sfera microcosmica e privata dell’uomo si trasforma spesso in una esperienza universale: non è quasi mai un errore, soprattutto se tale trasformazione è volta a comprendersi capendo ciò che ci circonda. In questa particolare direzione sembra andare la fotografia di Debora Barnaba: svelarsi e scoprirsi, corrisponde a svelare e scoprire un mondo femminile che si riflette ed influisce anche sulla sfera maschile.
Le foto sono attimi pieni di estetismo comunicante, opera di un delicato cuore “mis à nu”.
Ogni selezione esprime una precisa idea, che si evolve cronologicamente scatto dopo scatto e che porta a procedere insieme all’Artista in ragionamenti esteticamente incantanti, ma che dis-incantano e ci costringono a giungere ad una personale conclusione e traduzione delle foto.

“His Lunch” è un set che rappresenta schiettamente il sentimento, che prova una donna, dopo essere stata “divorata” e sventrata da un uomo a cui s’è concessa nuda, senza veli. Il cibo gradualmente sventrato; una bottiglia ed un calice ormai vuoti; poche briciole sul tavolo; ed un corpo che si accartoccia e si scartoccia, sono quello che resta del Suo passaggio.

“Kissing” è un riferimento alla violenza che può essere generata “dal fraintendimento di un bacio”. Il rossetto, che è una metafora del Sangue, in certi punti del corpo lascia lo spettatore emozionato dalla crudezza e dalla sensualità celata dal forte estetismo.

“Empty” e “Places” invece sono magnifici esempi di fotografia che riesce a comunicare e trasmettere emozioni, anche privandosi della presenza di figure “umane”.

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Sei spesso protagonista delle tue foto, come mai questa scelta?

È nata per caso, inizialmente mi era difficile trovare qualcuno disposto a posare per me, mi piace molto lavorare di notte, e anche per una questione di costanza. Per poter capire fino in fondo il corpo e il suo modo di comunicare ci vuole una gran continuità nello sperimentare e difficilmente si trovano persone disposte a scavare così a fondo per così tanto tempo.

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Cosa rappresenta per te la fotografia?

E’ il mio modo di comunicare, di parlare. Di dire qualcosa al mondo.
Ho sempre disegnato e per questo odiato la fotografia, fino al momento in cui, passata alla pittura, mi sono ritrovata senza soldi, tele e colori. Quindi ho iniziato a fotografare quello che avrei voluto dipingere: corpi e quindi me stessa.
Da lì è nata la passione: il mezzo fotografico non rende meno importante un contenuto rispetto alla pittura.

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Che valore dai ad un corpo nudo? Da cosa nasce l’esigenza e la voglia di privarsi di veli davanti all’obiettivo?

Il corpo nudo è meraviglioso, mi ha sempre intrigato capire i movimenti, gli slanci del corpo. Il modo di esprimere quello che si ha dentro se lo si sa usare. Ho fatto anni di nuoto sincronizzato che mi hanno insegnato ad usarlo per poter dire qualcosa, comunicare attraverso di esso. E’ stata una scoperta stupefacente. Scelgo il nudo nel mio lavoro per togliere qualsiasi idea di gusto, moda, classe sociale e tempo storico a cui fare riferimento. Voglio essere universale, un corpo nudo lo è. In un corpo nudo ci siamo tutti, di qualsiasi classe o gusto, o epoca storica.

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Molto toccante è la serie di foto intitolata “Kissing” (2010), da cosa è nato il set?

E’ nata per caso, baciandomi con indosso un rossetto rosso un ginocchio. Lì ho notato un segno, e mi è piaciuta subito l’idea di poter segnare il mio corpo con i baci. E’ stata una forte esperienza, mi segnavo baciandomi, ma con la curiosità di vedere fin dove ci si potesse baciare. Volevo scoprire i miei limiti fisici. Mi sono accorta che ne abbiamo molti. Che possiamo baciare pochissimo di noi stessi. Ma non è stato un atto di amore verso me stessa. Erano baci usati per segnare, non per apprezzare o amare.

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Quali sono le sensazioni che ti spingono a prendere la macchina fotografica tra le mani e iniziare a scattare?

Di solito sono forti emozioni, che mi porto dietro da tempo. Per arrivare a pubblicare una serie ce ne sono moltissime altre di studio in precedenza. Ma quello che deve arrivare alla fine non è uno sfogo personale, quanto una elaborazione di emozioni e stati d’animo. Ne devo uscire e vederle da fuori per poterne parlare in modo meno personale e più universale possibile.

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Ci sono fotografi che ti hanno ispirato particolarmente, o personaggi del mondo fotografico di cui hai molta stima?

Sicuramente! Moltissimi mi ispirano e mi piacciono particolarmente. Andiamo da Newton, a Mapplethorpe, a Friedlander. Fotografi molto diversi che mi danno forti emozioni. E’ importante per me studiare il loro lavoro, rielaborarlo, assimilarlo e farlo mio.

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Che impatto noti nel pubblico a cui proponi le tue foto?

Reazioni molto diverse: c’è chi si sente parte del lavoro, preso da quello che vede, da quello che esprimo, lo sente proprio. E c’è chi mi vede come una narcisista che non fa altro che scattarsi per sedurre lo spettatore. Dipende dalla sensibilità delle persone.

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Il valore estetico delle tue foto è molto curato. Cosa percepisci come Bello e cosa come Brutto?

Mentre lavoro non me lo domando, cerco l’armonia. Credo che sia questo a rendere qualcosa bello o brutto. Non credo che possa esistere una definizione reale di bello o brutto. Credo che si distinguano per questo. L’armonia è fondamentale nel mio lavoro. Anche se ci sono contrasti devono essere comunque armonici nel contesto.

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BIOGRAFIA

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Debora Barnaba, artista e fotografa, è nata a Milano nel 1985 e risiede attualmente a Varese. Oggi è rappresentata internazionalmente dalla galleria di arte contemporanea Theca Gallery di Lugano. Dopo aver frequentato studi artistici in disegno e pittura si accosta da autodidatta al medium fotografico che, dal 2006, diviene la sua principale forma espressiva. È allieva di nomi prestigiosi quali Maurizio Montagna, Roger Weiss e nel 2009 di Oliviero Toscani, con cui collabora alla realizzazione di un progetto riguardante la città di Firenze, poi pubblicato nel catalogo: “Santo Spirito”. Nel 2010 la rivista “il Fotografo”, importante testata di settore, le dedica la cover story e pubblica la serie completa di scatti della performance Kissing. Nello stesso anno l’Università di Bologna la invita a tenere una lezione riguardante il suo lavoro sul corpo attraverso fotografia e performance. Nel 2011 esce la sua prima monografia “Visioni del Vuoto: Varese”, un catalogo, comprendente i testi critici di Riccardo Crespi e Sandro Iovine, che documenta in modo originale e inedito la Città Giardino.

Mostre personali

Debora Barnaba: Untitled Show, Theca Gallery, Lugano, Svizzera, settembre 2013

Mostre collettive

Il paesaggio contemporaneo, Deodato Arte, Milano, Italia, 2012
Nonsolocorpisoli, I Macelli, Firenze, Italia, 2012
Circuiti dinamici, Circolo culturale Bertolt Brecht, Milano, Italia, 2011
Locus animae, Palazzo del Turismo, Jesolo, Italia, 2010
Artparty, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea, Castello di Masnago, Varese, Italia, 2010
Cristalli di Rocca, a cura di Carolina Lio, Rocca Grimalda, Italia, 2008
Body-il corpo umano nell’arte contemporanea, Spazio Expo Culturali GB Design, Firenze, Italia, 2007

Riconoscimenti
Finalista Premio Giovani Artisti Borgomanero, III edizione, 2012
Terza classificata, Premio Ghiggini Arte Giovani XI edizione, 2012
Menzione speciale della giuria, Giovani Artisti Borgomanero, II edizione, 2011

Cataloghi
AAVV., Premio giovani artisti, cat. Mostra, Italgrafica Editori, 2012
AAVV., Ghiggini arte, cat. Mostra, 2012
CRESPI Riccardo, IOVINE Sandro, MANZOTTI Riccardo, Visioni del Vuoto: Varese, Arterigere Edizioni, Varese, 2011
BARNABA Debora, Visioni del vuoto: Varese, Arterigere, 2011
AAVV., Premio giovani artisti, cat. Mostra, Italgrafica Editori, 2011
IOVINE Sandro, Il Fotografo, Kissing me, rivista mensile, Sprea Editori, 2010
AAVV., Locus animae, rassegna d’arte contemporanea quinto episodio, cat. Mostra, Nextitalia, 2010
AAVV., Artparty, sferica, cat. Mostra, Quir Editore, 2010
AAVV., Circuiti dinamici, cat. Mostra, Seriart Editore, 2010
AAVV., Ghiggini arte, cat. Mostra, 2010
TOSCANI Oliviero e ALTRI, Santo Spirito, La Sterpaia, Firenze, 2009
AAVV., Cristalli di Rocca, cat. Mostra, 2008

LINKS
http://www.deborabarnaba.it
http://www.facebook.com/pages/Debora-Barnaba/42389720737