Ascoltare con gli occhi – il NoirDesire di Flavio Di Nardo


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La fotografia di Flavio Di Nardo è un mezzo d’indagine dell’anima umana. Gli elementi centrali attorno cui si sviluppa la foto sono solitamente due: in primo luogo abbiamo l’interiorità denudata delle modelle lasciate libere di esprimersi – lontane dal mondo – tramite le contrazioni delle proprie carni, svelando i propri desideri; in secondo luogo entra in gioco il fotografo che modifica la propria flessibilità cercando di cogliere l’assoluta e pura bellezza dell’essere che si mostra ormai privo di carcassa.
Gli spazi nudi e crudi che fanno da contorno, si annientano in un profondo e infinito nero, che sotto le dolci carezze delle muse si lascia agitare parendo quasi un mare oscuro in frenetica agitazione. Questi vuoti di colore hanno la funzione di mantenere l’attenzione dell’osservatore sull’enigma centrale: la rilucente modella.
La soluzione al gioco si trova nell’opera completa e perfettamente coagulata. La prospettiva come chiave estetica di riscoperta: uno sguardo sui lembi umani che spesso trascuriamo o di cui ignoriamo l’affascinante bellezza, una reinterpretazione del linguaggio del corpo.

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“IBLIS” di Enrico Khu Manzo


Era impaziente, le sue mani si muovevano come prese da scatti di tosse: nella piccola stanza sembravano le uniche cose vive; mentre i libri sugli scaffali riposavano, piccole nicchie che contenevano sapere raccolto da menti illuminate da bagliori dell’immaginazione, assistevano alla scena. Seduto sulla poltrona a tre passi da un camino spento, questa figura, silenziosa e sottile, attendeva impaziente. I suoi occhi erano chiusi, ad un osservatore poco attento, poteva sembrare dormiente ma in realtà era così vigile che la pelle era tesa più di quella di un tamburo.
Proprio come in un racconto gotico, la porta scricchiolò sotto al tocco secco di quattro colpi, che lasciarono un’eco impercettibile tra i libri e gli oggetti di quella wunderkammer. I suoi occhi si aprirono lenti, il sole che alzandosi ad est avrebbe avuto meno voglia di guardare oltre i monti era più veloce a confronto alla lentezza di quelle due perle scure che adesso fissavano la porta. I suoi occhi erano di un colore quasi indefinito, ma se dovessi dargliene uno sceglierei volentieri il rosso rubino, e le ciglia erano spade lunghe come ali di corvi. Il suo corpo non si mosse: era fisso e immobile, anche le mani si calmarono, non fece nessun cenno, nessun movimento, non sembrava intenzionato a rispondere ai colpi che l’avevano destato. Ma la porta si aprì comunque, senza nessun cigolio. Un piccolo servitore in livrea, tremante, fece capolino con una testa piccolissima e guardò nella stanza impaurito, cercava qualcuno che non subito riuscì a vedere, fin quando una voce dalla poltrona a tre passi dal camino spento parlò:
“Dimmi…”

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