Il cammino immaginato di Umberto Padovani e Leonardo Alberto Caruso


Nella bellissima cornice di Palazzo Ducale, presso la galleria Divulgarti viene presentata la bipersonale di Umberto Padovani e Leonardo Alberto Caruso. La mostra curata da Loredana Trestin porta in scena un duplice racconto. Un cammino immaginato, che si dipana in altrettanti sentiri di significato e senso. Strade parallele e storte che abbracciano le canzoni di De André e si stemperano nelle incisioni. Un percorso di formazione fantastica quella dell’artista ligure, una ricerca maniacale del simbolo che si trasforma in qualcosa di assolutamente nuovo alla vista. E’ proprio nelle incisioni che l’attenzione si focalizza. All’interno di queste figure deformiche stigmatizzano il nostro mondo e i personaggi bipolari che lo popolano.

Ci troviamo di fronte ad una narrazione che unisce la tecnica all’esoterismo medievale con uno stile fumettistico e sarcastico. Un insieme tenue e colorato di emozioni e linee che si abbracciano.

Lo scultore Carlo Alberto Caruso, maestro indiscusso della scultura propone una “madonna” che è l’emblema dell’immaginato. Un misto di linee e forme classiche che si perdono volutamente nell’espressività mai banale dei volti e dei corpi. In una commistione di rigidità delle pose mitigata perfettamente dalla morbidezza delle emozioni che si vengono a creare.

Dott. Christian Humouda

Safu e la non estetica delle emozioni


Fulvio Salvi, in arte Safu, espone la sua personale presso il cortile maggiore di Palazzo Ducale a Genova. Una mostra pittorica e scultorea che viene proposta dalla Galleria Divulgarti sotto la cura artistica di Loredana Trestin.

Quella di Safu è un’ arte ricercata, che pone le sue basi sul non estetismo di Asgen Jorn. Un non-estetico che rifiuta il concetto di bellezza, senza apparire brutto. Le opere di Fulvio Salvi ricalcano un po’ questo concetto trasmettendo altresì, una forte componente personale, che trova le sue fondamenta solo parzialmente nei corpi neri e scheletrici di Basquiat. Quello che possiamo vedere all’interno dell’opera dell’artista genovese è qualcosa di più profondo. Una visione del mondo e del colore atta a coprire le brutture emozionali del proprio io.

Si rimane pertanto positivamente colpiti dalla capacità espressiva della cromia, che ci inebria, privandoci però, di quella possibilità di comprensione che solo in un secondo momento è possibile osservare. I quadri infatti, epurati dal colore, sono dei veri e propri fantasmi, vittime e carnefici di un mondo fantastico. Che rompe lo schema noioso dell’arte contemporanea producendo un contenuto di natura visiva. Un’emozione fruibile da chiunque abbia tempo e voglia di ascoltare. Qui ritorna nuovamente la scuola del genio del novecento Jorn e del gruppo CoBrA, fondato lo ricordiamo, per liberare l’artista dal controllo della ragione borghese.

Un’asimmetria oculare quella di Safu che cerca di donarci una duplice visione del mondo, una visione divisa tra la sfera fantastica e quella più meramente reale.

Le presentazioni del professor Daniele Grosso e del prof. Roberto Guerrini aprono ad una proiezione più ampia di ricerca storica. Un’indagine storico-iconografica che ci permette una maggiore comprensione dell’interiorità dell’artista, in un percorso che si propone come ultimo scopo quello di dare in modo più esaustivo possibile una descrizione sul passato dell’arte. La mia critica invece si basa su ciò che stiamo osservando e vivendo in questa nostra contemporaneità.

Safu è un graffittaro degli anni duemila, che presenta una carica interiore ben superiore a quella politica. Per questo non mi sento di associare le sue opere al ben più famoso Basquiat. Quella mostrata è un’ arte poliedrica che abbraccia in parte il design della forma e la stigmatizzazione deformata dei personaggi.

La sua visione del mondo è una liberazione da un controllo imposto, che si dipana sulle tele come un momento di assoluta libertà, una rottura verso una convenzione estetica e personale, troppo sottile per essere vista.

Dott. Christian Humouda

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Equilibri di vita Marco Miele e Alessandro Dellara


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Il cortile Maggiore del Palazzo Ducale di Genova accoglie grazie alla curatrice Loredana Trestin la bipersonale di Marco Miele e Alessandro Dellara.

Le fotografie di marco Miele sono spaccati di quotidianità che dialoga con l’osservatore in un linguaggio non verbale che si apre alla luce naturale del mondo. Riprendendo le parole di Angelo Bacci ” le foto di Marco Miele raccontano e rappresentano uno spaccato artistico del tutto originale, speciale e straordinario in quanto con lo scatto riesce a sostanziare ciò che lo colpisce e che coglie con una sensibilità, estro e intensità sorprendenti. Insomma trasmette dei messaggi che mettono a nudo il suo rapporto tra realtà, fantasia e creatività, elementi che con i vuoti e i pieni, la luce e le ombre racconta con l’anima. Le sue immagini fotografiche, hanno una profondità e una personalità forte, un messaggio semplice e chiaro, umile, ma efficace, ricco di valori e sentimenti umani, sociali e spirituali, riesce comunque a raggiungere e far vibrare le corde dell’anima, in quanto la rende viva e partecipe!

Le opere dello scultore Alessandro Dellara sono la rappresentazione fisica di questo legame. Uno studio quasi antropologico della ricerca clarkiana della relazione. Una scultura che cambia e muta a seconda del tipo di fruitore che la possiede. Oggetti piccoli, geometrici che dialogano ed emozionano. Una danza di forme e significazioni che si traslano in linee funzionali. Opere di diverso formato e consistenza che si tramutano in rags senza dimenticare le torri leopardiane di antica memoria che si evolvono in altrettanti vasi dislessici modellati secondo l’antica tecnica etrusca del bucchero. Qui il più nobile degli elementi, la ceramica nera e lucida prende forme affusolate, rotonde, materne. Perché la capacità dell’uomo o della donna di accogliere un sentimento non sempre è visibile alla vista, e come l’amore, una volta finito, non ha più motivo di ritornare.

Dott. Christian Humouda

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Il sogno a mani aperte di Emilio Cupolo dal 5 marzo al 19 marzo 2019 Palazzo Ducale


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Da Arturo Martini a Emilio Cupolo è il titolo della mostra curata da Loredana Trestin per Divulgarti.

La scultura minimale di Martini  si scontra con le tele di grandi dimensioni dell’artista genovese. Un incontro di significazioni che si susseguono passo dopo passo nella narrazione presentata da Loredana Trestin. Una serie d’immagini familiari, spaccati di vita che ricordano da vicino il percorso biblico della famiglia tradizionale. I dipinti fatta eccezione per due grosse tele immateriche di colore rosso e azzurro, presentano linee essenziali che accolgono limitandone la visione della profondità, figure bidimensionali che si accostano le une alle altre in uno strano abbraccio. Una pittura Fauve, diretta, violenta, bestiale nel suo susseguirsi. La belva qui è il colore che si dipana sulle tele, cercando una sua dimensione di esistere.

Immagini familiari che si esprimono dentro a spazi ristretti che inneggiano alla vita e alla morte di un’ illusione. Una luce di fede che apre all’uguaglianza e al bene e colpisce per intensità e forma. Essenziale come un ricordo, un passaggio, un incontro, che a volte si dimentica.

Dott. Christian Humouda

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L’equazione mistica di Vincenzo Gualano


 

Da venerdì 1 a venerdì 15 febbraio 2019, presso Divulgarti a Palazzo Ducale di Genova (piazza Matteotti, 9)

Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita.”

Co le parole di Shakespeare possiamo aprire la personale di Vincenzo Gualano, giovane artista che nella splendida cornice del cortile maggiore di Palazzo Ducale espone la sua prima personale curata da Loredana Trestin per Divulgarti.

Una tecnica innovativa la sua, che nonostante cerchi di mescolare un astrattismo concettuale a un surrealismo onirico non dimentica i canoni di una pittura classica seppur nella sua ipermodernità più oggettiva.

Nelle opere di Gualano si evidenzia l’evoluzione matematico stilistica di un giovane artista nella ricerca continua di un sé indefinito. Qui l’arte si trasla, si mescola e sottostà a delle barriere concettuali volutamente rigide che nel loro divenire non si sottraggono alla fluidità di nuove forme creative di “figure umanoidi” nell’atto umanissimo di due entità che si toccano, si baciano e vivono tra le pieghe di una stoffa colorata. Linee curve, simboli matematici ed equazioni contemplative s’imprimono radicalmente sulle tele scivolando e perdendosi in una nuova concezione di figurativo. dove la recherche du temp perdu si unisce a quella della gravità.

Una riscoperta del vecchio per trovarci del nuovo”, uno spaccato del passato personale e artistico dell’autore che s’imprime sulla tela prima e sulla stoffa poi, in un abbraccio commovente.

Christian Humouda

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