Perché dovreste leggere Oriana Fallaci (lasciando da parte l’Islam)


Da quando ci sono stati gli attentati a Parigi, tre cose hanno dilagato sui social network: la bandiera francese, la scritta “Pray for Paris” e le citazioni di Oriana Fallaci, opportunamente raccolte da Wikiquote (che per l’occasione deve aver registrato un record di visite). Ipocrisia a parte, Oriana Fallaci è stata recentemente rivalutata solo per l’ultima parte della sua produzione letteraria – la più discutibile e la meno coinvolgente di tutta la sua bibliografia. Visto che sono stanca di veder uscire libri dell’ultimo minuto sulla Fallaci e l’Islam, messi su alla bell’e meglio da editoroni che vogliono sfruttare l’onda politico/intellettuale del momento per far cassa, ho pensato di spiegare qui perché Oriana Fallaci andrebbe letta a prescindere dall’Islam – anzi, dimenticandoselo totalmente. Perché prima di tutto era una giornalista, e prima ancora di essere una giornalista era una scrittrice brava, capace, caparbia, intelligente, con una grande proprietà di linguaggio e molte cose da raccontare. Ha avuto una vita molto più intensa di qualunque suo improvvisato detrattore da salotto o ammiratore da “copincolla” su Facebook. Ha partecipato alla Resistenza ancora piccola e ricevuto un riconoscimento dall’Esercito Italiano a quattordici anni, età in cui la cosa più azzardata che avessi fatto io fu tingermi i capelli di blu; è stata la prima donna italiana inviata al fronte come inviata speciale; è stata la prima a sostenere che l’omicidio di Pasolini avesse un movente politico; fu creduta morta durante il massacro di Tlatelonco e si risvegliò in obitorio; si innamorò dell’anarchico greco Alexandros Panagulis e per affrontare il dolore della sua morte scrisse “Un Uomo”, che è tuttora uno dei libri più belli che la letteratura italiana possa offrire (secondo il mio immodesto parere).

E faceva un caldo atroce quel mercoledì 5 maggio 1976, il puzzo dei petali cotti appestava, mi toglieva il respiro quanto la certezza che tutto ciò non sarebbe durato che un giorno, poi il ruggito si sarebbe spento, il dolore si sarebbe dissolto nell’indifferenza, la rabbia nell’ubbidienza, e le acque si sarebbero placate morbide molli obliose sul gorgo della tua nave affondata: il Potere avrebbe vinto ancora una volta. L’eterno Potere che non muore mai, cade sempre per risorgere dalle sue ceneri, magari credi di averlo abbattuto con una rivoluzione o un macello che chiamano rivoluzione e invece rieccolo, intatto, diverso nel colore e basta, qua nero, là rosso, o giallo o verde o viola, mentre il popolo accetta o subisce o si adegua.

Fra i suoi libri da leggere indipendentemente dall’Islam e dalla sua (e vostra) opinione a riguardo c’è appunto “Un Uomo” che primeggia fra tutti: è un romanzo straziante, intenso, innamorato e folle che andrebbe letto a prescindere da tutto. Da ogni pagina, ogni parola, si evince l’amore folle che la legava a Panagulis e come si sia aggrappata alla sua scrittura per sopravvivere al lutto. Se la letteratura che vale non è viscerale, tormentata, piena di amore e dolore fusi insieme a creare un’unica creatura che fa piangere per bellezza e intensità, cos’è? E cos’è che al giorno d’oggi merita una lettura, se non un accorato appello all’amore e all’essere umano? La Fallaci aveva in sé il talento del trasporre la propria passione su quella, ed è il motivo per cui si deve leggere la sua opera: per farsi trascinare.

“Niente e così sia” e “Se il sole muore” sono due riflessioni vere, vissute dalla Fallaci in prima persona, sulla guerra e sui viaggi nello spazio: sulla follia dell’uomo in terra e sulla sua ossessione di andare altrove, lontano da sé stesso e dai propri mostri. “I sette peccati di Hollywood”, il primo esperimento di giornalismo letterario della Fallaci sulle luci e le ombre del mondo dei divi (e sull’incapacità di incontrare Marilyn Monroe) con una prefazione di Orson Welles. “Il sesso inutile”, un reportage sulla condizione delle donne in ogni parte del mondo vissute in prima persona da una donna, e da lei raccontate a uomini e donne; uno spunto di riflessione tuttora inutile, visto che la Fallaci è ancora considerata una “stronza” per lati del carattere che, in un uomo, sarebbero stati tollerati, se non esaltati (e non è retorica spicciola, questa: è la pura verità, e paventarsi dietro un misero “ma siamo nel 2016, ci siamo evoluti” non cambierà le cose)(per la cronaca: NO, non ci siamo evoluti). Sullo stesso argomento, a chi può interessare, andrebbe letto anche “Penelope alla guerra”. In ultimo c’è “Inshallah”, il suo romanzo più lungo concentrato sulla vita, la morte e l’assoluta anarchia che regnano in tempo e terra di guerra – l’ultimo lavoro prima della pausa fra la sua produzione letteraria e giornalistica e i libri pubblicati dopo l’attentato dell’11 settembre. Da quel momento in poi la sua fama è cambiata radicalmente e oggi viene ricordata per quel solo periodo della sua produzione letteraria, offuscando del tutto i suoi lavori precedenti che andrebbero ricordati non per l’opinione personale di chi li ha scritti ma per i capolavori della letteratura italiana che sono tutt’oggi.

Daniela Montella 

Comunicato Stampa – ALDO TAMBELLINI. TOTAL TRANSMISSION A SYRACUSE REBEL IN NY


foto da mettere nel lancio e nell'articolo in home page (1) (2)

Il week end dal 26 al 28 giugno vede protagonista della rassegna Video Ergo Sum ospitata alla Casa del Boia, un illustre cittadino di Lucca, Aldo Tambellini, filmaker sperimentale, video artista e poeta, celebrato fino a novembre nel padiglione Italia della Biennale di Venezia.
Nato a Syracuse nel 1930 (New York), a 18 mesi viene portato da dai genitori – padre brasiliano e madre italiana – a Lucca, dove si iscriverà alla Scuola d’Arte Passaglia.

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Le Bord des Mondes al Palais de Tokyo di Cristina Balma-Tivola


“Si possono fare opere d’arte che non siano ‘d’arte’?”. La mostra Le Bord des Mondes in corso dal 18 febbraio al 17 maggio al Palais de Tokyo di Parigi si apre con questa domanda di Marcel Duchamp, cui tenta di dare risposte – parziali, temporanee, spesso solo accennate – attraverso la messa in scena della produzione e/o della riflessioni di artisti sui generis (definitivi di volta in volta visionari, sperimentatori, poeti o pirati) il cui lavoro origina dai più diversi campi disciplinari e dalle più diverse prospettive di indagine sul reale dando luogo a risultati invero poetici e ricchi di potenziale ispirazione.

Bridget Polk _ Balancing Rocks

Bridget Polk _ Balancing Rocks

Bridget Polk _ Balancing Rocks2

Bridget Polk _ Balancing Rocks [2]

L’americana Bridget Polk, con le cui opere s’apre l’esposizione, siede in attesa che parti delle sue sculture crollino e abbiano bisogno d’essere risistemate: le Balancing Rocks – risultato delle tre fasi di meditazione, performance e produzione in cui ella articola il processo produttivo – sono infatti composizioni impossibili di laterizi di cemento, pietre porose smussate da vento e pietre arrotondate dall’acqua dei fiumi, in equilibrio precario l’una sull’altra per il tramite di precari punti d’appoggio reciproci di minime dimensioni e con una distribuzione improbabile dei volumi. Incontro del mondo naturale con quello culturale, esse dimostrano simbolicamente che nella vita è possibile tentare di organizzare il caos, ma l’equilibrio raggiunto sarà sempre effimero, perché sottoposto, oltre che alla nostra, anche all’azione di altri elementi del contesto.

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Il cranio di Cartesio di Bizzarro Bazar


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Réné Descartes è riconosciuto come uno dei massimi filosofi mai esistiti, il cui pensiero si propose come spartiacque, gettando le basi per il razionalismo occidentale e facendo tabula rasa della logica tradizionale precedente; secondo Hegel, tutta la filosofia moderna nasce con lui: “qui possiamo dire d’essere a casa e, come il marinaio dopo un lungo errare, possiamo infine gridare “Terra!”. Cartesius segna un nuovo inizio in tutti i campi. Il pensare, il filosofare, il pensiero e la cultura moderna della ragione cominciano con lui.“

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Inviate speciali: “Tatoueurs, tatoués” – Quai Branly – Cristina Balma-Tivola


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Dal 6 maggio 2014 al 18 ottobre 2015 il museo parigino del Quai Branly ospita la mostra “Tatoueurs, tatoués” che presenta – nelle parole degli stessi curatori Anne e Julien, fondatori del gruppo/rivista Hey! Modern art & pop culture – una panoramica di ragioni, significati e modalità dell’atto di tatuarsi nel mondo contemporaneo, e spiega il modo in cui il tatuaggio, dall’antichità ai giorni nostri, non ha mai smesso di mutare, scomparire, rinascere in funzione di istanze collettive o individuali sino a divenire una moda cui conformarsi o, al contrario, un segno distintivo dell’identità di una persona.

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Inviate speciali: Le Kâma-Sûtra: spiritualité et érotisme dans l’art indien di Emiliana Losma


Dal 2 ottobre 2014 all’11 gennaio 2015 la Pinacothèque de Paris presenta la mostra “Le Kâma-Sûtra: spiritualité et érotisme dans l’art indien”. Dopo averla visitata mi piacerebbe cambiare il titolo in “Il Kâma-Sûtra: spiritualità è erotismo nella vita indiana”. Oltre trecento opere esposte, un complesso eterogeneo di oggetti (statue, intagli, bassorilievi, sculture, libri, carte, acquarelli…) e materiali (pietra, legno, ceramica, bronzo e rame…) che risaltano grazie alla monocromia di una serie di ambienti mai bianchi.

Shiva&Parvati

Shiva et Parvati, Inde centrale, XIe siècle, pietra.

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Inviate speciali: Niki de Saint Phalle di Cristina Balma Tivola ed Emiliana Losma


AfficheNiki

Nella locandina della mostra che porta il suo nome, Niki de Saint Phalle è ritratta in bianco e nero – con una marcata post-colorazione in rosso di capelli e maniche della camicia – mentre impugna il fucile verso di noi e prende la mira, un occhio socchiuso, l’altro a guardarci intensamente. Pur se celata dalle mani e dall’arma, però, possiamo intuire l’espressione sorridente del suo viso – quella stessa che accompagna gran parte delle sue opere gioiose, propositive, potenti, o con la quale commenta produzioni che mettono in scena l’esistenza del dolore, della sofferenza, della cattiveria, della violenza come parte della vita e della società in cui viviamo.
L’esposizione “Niki de Saint Phalle”, aperta dal 17 settembre 2014 al 2 febbraio 2015 al Grand Palais de Paris, presenta l’intero percorso esistenziale e professionale dell’artista attraverso una scelta ampia, ma rigorosa, delle sue opere.

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