Ad Vivum – In anteprima per WSF, Giuseppe Lo Schiavo


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Ho immaginato questa serie fotografica come un viaggio temporale, un ponte tra i ritrattisti fiamminghi come Vermeer, Jan van Eyck, Robert Campin e la fotografia digitale. La contaminazione di un mezzo espressivo contemporaneo con un’estetica classica. Ritratti senza espliciti riferimenti temporali, cronologicamente incerti. Ho chiesto ai soggetti di imprigionare un emozione, ma di non rivelarla chiaramente, di essere emotivamente sfuggenti. Soggetti con un’identità da scoprire scrutando tra 3 filtri emotivi, l’espressività del soggetto, la reazione emotiva dell’artista che indirizza la visione e la riflessione dell’osservatore che cerca di individuare cosa del soggetto si voleva cogliere. Nelle immagini convivono luci calde e fredde diffuse e distribuite sui soggetti come nei ritratti fiamminghi. Sculture di ombre dolci, soggetti immobili, duri e lisci come il marmo. Il nome “ad vivum”viene dal latino ed è ripreso dalle incisioni che alcuni pittori inserivano sotto al ritratto per identificare che era stato dipinto dal vivo.

Giuseppe Lo Schiavo, nato nel 1986, fotografo. Una sua opera, Levitation, è attualmente esposta al secondo piano della Saatchi Gallery di Londra. Vanta numerosi premi fotografici ed esposizioni.

Andrea: – Ritratti. Giuseppe, la scorsa estate abbiamo presentato la tua serie “I stay here”, vincitrice della mostra Young at Art, brillante e diciamolo… con i piedi ben piantati a terra. Oggi siamo qui con Ad Vivum, un ritratto completamente diverso, sospeso e metafisico, che vive un tempo improvviso e sconvolto… non una mera sperimentazione, bensì il risultato di un’esperienza coinvolgente. La sensazione esterna è che qualcosa nell’artista si sia sradicato e purificato, verso la costruzione di una fotografia piena, scivolosa e con un linguaggio ruvido. Puoi confermarcelo? Cosa ha influenzato o come hai direzionato il tuo percorso artistico in quest’ultimo anno? –

Giuseppe: – In realtà io sono lo stesso di “I stay here” sempre con i piedi per terra, ma la testa sganciata dal corpo. Il mio percorso artistico non segue una via rettilinea, ma caotica e imprevedibile, cambio spesso, ma non so se si possa parlare sempre di evoluzione. Sicuramente nei primi lavori, come hai detto tu per “I Stay here”, avevo la necessità di una fotografia molto più diretta, univoca, con un messaggio chiaro e provocatorio. Ad Vivum ha un approccio più intimo, era un’idea che curavo da tempo dentro di me, era partita diversa, malata di confusione. Quindi ho aspettato, piano piano il tempo la curava, la rendeva snella e ad un certo punto me l’ha presentata pronta per essere sviluppata. Tecnicamente non è stato semplice anche se l’atto finale di fotografare è stato quello più veloce, solitamente quando arrivo al momento di scattare in mente io già sto scegliendo la texture della carta. –

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Andrea: – Quindi vuoi dirmi che anche nella fotografia digitale lo scattare la foto è solo l’inizio del processo creativo, che poi continua la sua trasformazione fino alla materia, diventando oggetto scolpito, reale e tangibile che deve soddisfare l’aspettativa di qualcuno…

Giuseppe: Nel mio caso si, inizia il processo che io definisco “pittorico” perché in base al carattere della fotografia scelgo la tecnica di stampa che più mi soddisfa, dalla stampa Giclèe a quella Lambda il gioco è scegliere l’inchiostro che segnerà la carta. È una fase che amo, perchè è l’unico momento dove puoi avere un confronto tangibile con quello che hai creato. Poi scelto il numero di esemplari da stampare della stessa foto, la tanto decantata edizione, si passa dal corniciaio. Mi sento come mastro Geppetto, ogni stampa finita è un oggetto con una sua vita propria e una sua personalità. Due settimane fa ho spedito una stampa compresa di cornice ad Istanbul alla galleria MixerArt, erano i giorni peggiori per gli scontri a Piazza Taksim, ho voluto renderla partecipe di quel momento storico scrivendo dopo la mia firma uno dei simboli che hanno aiutato la diffusione della protesta #OccupyGezi. La foto è arrivata in galleria completamente distrutta, sarà di sicuro un caso, ma mi piace pensare che sia stata vittima anche lei di quei giorni di attentati alla democrazia.

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Andrea: – Ti sembrerà assurdo, ma guardando le tue foto, la cosa che frastorna di più, è questo silenzio scolpito, che sembrano emanare, quasi muto, raffermo… inonda tutti i contorni. Ho provato un senso di pietà, assolutamente neutro, ma umano ed intimo. Come ci sei riuscito? –

Giuseppe: – La parte più delicata era proprio comunicare attraverso altre persone, sono stato più regista che fotografo, non era facile far capire gli stati d’animo che volevo cogliere. Avevo bisogno di sguardi vivi, intimi e sfuggenti e di lasciare molte finestre aperte a chi si confronta con questi ritratti. Ho mescolato le radici del ritratto con la tecnica della fotografia digitale intraprendendo un dialogo muto con il tempo. Volevo dei ritratti duri come il marmo, vivi e fragili come il legno e senza tempo come il rame. –

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Andrea: – Cosa ti ha portato a scegliere proprio i ritratti fiamminghi per contaminare i tuoi ritratti? Ho l’impressione che la scelta delle “Ragazze con l’orecchino di perla” non sia stata facile –

Giuseppe: – I ritratti fiamminghi hanno rivoluzionato l’arte del ritratto non soltanto perché hanno inserito nuovi modelli estetici, poi diventati canoni per quasi tutti i momenti artistici successivi, ma perché hanno portato l’arte del ritratto a tutti gli strati sociali, diventano laici, liberi ed estremamente espressivi. I ritrattisti fiamminghi sono stati i primi fotografi senza macchina fotografica, utilizzavano la camera oscura, basta guardare alcune opere di Vermeer dove è presente la profondità di campo con curiose sfocature tipiche del mezzo fotografico. La selezione delle ragazze è stata lunga, l’ho curata con la mia assistente e stylist Danizza della Vecchia e con l’aiuto di Giovambattista Scuticchio Foderaro, che ha creduto nel progetto e mi ha dato carta bianca sulla scelta delle ragazze nella sua agenzia. Ragazze diverse, dalla fiamminga vera alla ragazza albina di origini africane. –

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Andrea: – Una domanda che avresti voluto che io ti facessi? –

Giuseppe: – Cosa ci fai ancora in Italia se la maggior parte dei riconoscimenti li hai ricevuti all’estero? –

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AD VIVUM

L’intera serie fotografica si trova qui: http://www.giuseppeloschiavo.com/portfolio/uncategorized/advivum/