Il candore arcaico di Henri Rousseau (Palazzo Ducale – Venezia)


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“Autoritratto – 1893”

La reggia del Doge di Venezia ospita la retrospettiva pittorica di Henri Rousseau. Il doganiere autodidatta e ingenuo che viene ormai considerato universalmente come il precursore dell’arte Naif.

La sua pittura simbolica e ricchissima di colori si mostra fiera e onirica nelle otto sezioni che compongono la mostra veneziana.

Non particolarmente amato dalla critica del suo tempo per il suo stile bidimensionale e semplice, colpisce al cuore invece quella che sarà l’elité intellettuale e pittorica del periodo.

Autori come Apollinaire, Jarry uniti ad altri grandi nomi della pittura del tempo come Cezanne, Carrà, Frida Kahlo, Diego Rivera, Kandiskj, Picasso renderanno Rousseau un artista spartiacque che accompagna la fine della pittura classica e conduce alla nascita della pittura Naif.

La carriera artistica ed umana di Rousseau inizia a Naval, piccola città francese in cui il pittore nasce e muove i primi passi nel mondo. Figlio di una famiglia di estrazione piuttosto modesta non rivela subito grandi attitudini scolastiche e personali, ma il futuro ha in serbo per lui la gloria dei grandi.

Nel 1777 trova lavoro nella città di Parigi come doganiere. Un titolo questo, che lo accompagna fino alla sua morte.

Artista estremo quanto cinicamente ironico nella rappresentazione del mondo che lo circonda, dipinge la sua prima opera nel 1886.

“La sera di Carnevale” contiene già tutti gli elementi che caratterizzano la sua produzione artistica. Sono ben visibili infatti le due figure, appena abbozzate, che vengono sovrastate dagli alberi spogli e dal cielo plumbeo.

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Vendere svastiche e vivere felici. Intervista a Max Papeschi


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benvenuto su Words social Forum Max

“I messaggi arrivavano da tutto il mondo e si potrebbero classificare in tre gruppi:

  • complimenti generici
  • richieste d’interviste
  • insulti

L’ultima categoria , la più nutrita ed originale, si potrebbe a sua volta suddividere in quattro sottocategorie:

  • Attivisti di sinistra che mi danno del neonazista
  • neonazisti che mi danno del comunista
  • patrioti americani che mi danno dell’anarchico
  • un pubblico eterogeneo che mi dà dello stronzo.

(Vendere svastiche e vivere felici, pg. 26 – 27, Sperling &Kupfer) 

Come Max Papeschi descriverebbe se stesso. Come uomo prima e artista poi?”

La mia ex fidanzata mi ha definito un “stronzo insopportabile, come darle torto.

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“Non ci vuole niente a diventare famoso per 15 minuti, se ti abbassi i pantaloni a Piazza San Pietro. (Andy Warhol) Tu i pantaloni li hai calati letteralmente per girare il corto soft porn Max Papeschi fuck Minnie. Il tuo é stato uno splendido modo di sfruttamento di ogni sito. Se i nuovi mezzi di comunicazione come My Space, Facebook, Istagram, non fossero esisti, che direzione, credi, avrebbe preso la tua carriera artistica?”

Impossibile prevederlo, però se consideriamo il fatto che prima di usare i social network ero un regista cinematografico sull’orlo del fallimento e che non faccio uso di sostanze stupefacenti,  forse l’alcolismo sarebbe stata la mia successiva attività artistica.

“Dopo aver sposato Minnie, creato un Topolino nazista, venduto tua madre, fatto cadere il governo Berlusconi, essere diventato uno degli artisti più richiesti al mondo, cosa ti manca per essere completo?”

Spero di non scoprirlo mai.

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“Come nasce tecnicamente un tuo lavoro e dove trai la giusta ispirazione?”

Per quanto mi riguarda la fase di documentazione prende una parte importantissima del mio tempo, mi riferisco un po’a tutto, dal leggere libri e giornali al guardare film e documentari a viaggiare per il mondo incontrando persone interessanti. La realizzazione dell’opera in senso stretto è solo una fase successiva del mio lavoro.

“In una tua recente intervista descrivi la tua arte come una serie di “multipli e d’immaterialità”, puoi spiegarci questo concetto?” 

E’ un discorso molto complesso, riguarda il fatto che nel mio caso i lavori potrebbero tecnicamente essere stampati in centinaia di copie o non esserlo del tutto e questo non cambierebbe nella sostanza il nocciolo del mio lavoro.

Per dettagli consiglio di leggere “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” di Benjamin.

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“Un tuo grande merito è comunque quello di aver riscritto ed aggiornato in maniera allegorica le grandi tragedie del dopoguerra. Opere come: Duck eat Duck, Greetings from Auschwits, It’s a bird, It’s a plane, It’s SuperJesus, That’s the Napalm Show! 

Sono grandi opere quanto colpi di teatro. Ti chiedi mai, (volendo citare Damien Hirst) “For the love of God” What you have done?”

Non, je ne regrette rien (volendo citare Édith Piaf)

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“It’s on America’s tortured brow

Mickey mouse has grown up a cow

Now the workers have struck for fame

‘Cause Lennon’s on sale again,

See the mice in thier million hordes

But to the Ibeza to the Norfolk

Broads rule Britannia is out of bounds

To my mother, my dog, and clowns

(David Bowie)

Guardando le tue opere mi è tornata in mente questa famosa canzone di Bowie, un attacco alla società occidentale e in particolare all’America, capitalistica in cui tutto pare essere in vendita. 

Come il pubblico americano ha accolto la tua arte e il tuo stile dissacrante?”

In realtà la mia non è tanto una critica nei confronti della cultura americana quanto verso i poteri e i mezzi di comunicazione di stampo occidentale di conseguenza globalizzati. Che poi le icone occidentali siano rappresentate in massima parte da personaggi d’oltreoceano è un altro discorso. A San Francisco ho già fatto due personali e l’accoglienza del pubblico non è stata molto differente da quella che ho avuto in Europa,  sarebbe interessante vedere le reazioni in stati un tantino più conservatori, posti dove ancora non hanno digerito l’abolizione della schiavitù per capirci.

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“Che cosa ti fa paura e ti spinge a creare/dissacrare?”

Mi fa paura il fatto di vivere in mondo dove una SuperElite composta dallo 0,00001% della popolazione controlla tutte risorse economiche di questo pianeta e di conseguenza prende tutte le decisioni politiche, al di là di singoli governi ormai creati solo per la facciata.

“Tutto sembra essere concesso all’arte contemporanea, le tue opere hanno una dissacrante intelligenza, ma qual é il limite che un artista deve porsi? Ci sono limiti nell’arte che non vanno superati o tutto è da considerarsi lecito?”

Bisogna avere qualcosa da dire, se la provocazione è utile a far passare il messaggio è sempre lecita, altrimenti è solo un esercizio di stile.

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“Chagall disse di Picasso: “Che genio era quel Picasso… un vero peccato che non abbia dipinto nulla” Hai mai paura che qualcuno possa fare  una  critica simile al tuo lavoro?

Ne hanno fatte talmente tante che una in più o una in meno non cambierebbe nulla e comunque, resti tra noi, ma non mi è mai piaciuto Chagall.

“Com’é cambiato il modo di fare arte e vivere l’arte dopo la strage di Charlie Ebdo? E’ stata un’ulteriore conferma di quanto sia importante la libertà di poter dissacrare e ridere su ogni cosa o tutti hanno già dimenticato?”

La seconda, purtroppo.

“L’arte, deve abbracciare o temere il denaro? Si può vedere svastiche e vivere felici?”

Il denaro serve per fare arte e facendo arte è più facile essere felici. 

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Grazie Max, infinitamente

Grazie a te.

All images and materials are copyright protected and are the property of Max Papeschi

Official Site: http://www.maxpapeschi.com

Official Facebook page: https://it-it.facebook.com/maxpapeschi

Christian Humouda

Il giardino delle delizie di Mia Mäkilä – The garden of earthly delights to Mia Mäkilä


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“Caroline and the Snow Grump”, 2012

Benvenuta su Words Social Forum Mia / Welcome on Words Social Forum Mia

Thank you! / Grazie!

“Come ti sei avvicinata all’arte? Ricordi i tuoi primi passi ed il momento in cui hai deciso di diventare un’artista? / How did you get near art? Do you remember your firs steps and the moment you settled to become an artist?”

E: I have always known that my destiny was to be an artist. I was only five years old when I told my parents that I wanted to become an artist. I was always creating my own little worlds, through stories and drawings. When I was a teenager I went to art school but it was hard because I was self taught and I couldn’t stand to follow the basic rules of art – I have never been interested in depicting the world, I want to express myself and what’s inside myself. So I was an art rebel in art school, I always wanted to go my own way. But the price has been high – I have always been independent in my creativity, but also very lonely as an artist, it’s been a hard balance. At least I can say that I did it ‘My Way’, to quote Frank Sinatra.

I: Ho sempre saputo che il mio destino era quello di essere un’artista. Avevo solo 5 anni quando dissi ai miei genitori che volevo diventare un’artista. Io creavo continuamente i miei piccoli mondi personali, attraverso storie e disegni. Da adolescente ho frequentato la scuola d’arte ma era dura perchè da autodidatta non mi adattavo a seguire le regole base dell’arte – non sono mai stata interessata a rappresentare il mondo, io voglio esprimere me stessa e ciò che c’è dentro me stessa. Così ero una ribelle dell’arte in una scuola d’arte, ho sempre voluto andare dritta per la mia strada. Ma il prezzo è stato alto – sono sempre stata indipendente riguardo alla mia creatività, ma anche molto sola come artista, è davvero un difficile bilancio. Alla fine posso dire che “I did it my way” (l’ho fatto a modo mio), per citare Frank Sinatra.

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Marc Chagall, il suprematista innamorato


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“Il compleanno – 1915”

“Mia soltanto è la patria della mia anima. Vi posso entrare senza passaporto e mi sento a casa; essa vede la mia tristezza e la mia solitudine ma non vi sono case: furono distrutte durante la mia infanzia, i loro inquilini volano ora nell’aria in cerca di una casa, vivono nella mia anima.” Marc Chagall

Costruttivismo, fauvismo, espressionismo, primitivismo, cubismo, futurismo, ci sono autori che trascendono le correnti antichizzandone i concetti e le idee.

Marc Chagall 1908 – 1985” é una retrospettiva ricchissima che ripercorre tutte le fasi creative e personali del maestro russo. Dai primi anni nella natìa Vitebsk fino alla sua morte, in un percorso umano ed artistico che si dipana sulle 300 tele presenti all’interno del Palazzo Reale di Milano.

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L’arte del tutto


 Vi starete domandando se questo sia l’ennesimo articolo che vi vuole spiegare cos’è l’arte, decifrare in modo concettuale il talento, quel genio insito nell’artista che ha la capacità di sorprendere sempre.
No, non è questo il mio obiettivo oggi!
Vorrei invece soffermarmi e riflettere con voi sul concetto di arte oggettiva e arte soggettiva, ovviamente per ciò che concerne il web e tutto quel marasma di pseudo artisti che ogni santo giorno ci deliziano con le loro creazioni. Per poter far questo, credo sia corretto in primis cercare di chiarire cosa si intende comunemente per arte oggettiva e cosa la differenzia dalle forme d’arte soggettive.

Secondo G. I. Gurdjieff, scrittore e filosofo armeno, l’arte contemporanea è soggettiva, nel senso che non riesce ad arrivare a tutti i fruitori, semplicemente può piacere o meno. Invece molte delle forme d’arte del passato possono ritenersi oggettive in quanto create con una conoscenza tale da provocare un effetto univoco su ogni individuo. (cit.Wikipedia).

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Prospettive: “L’Occhio di Parigi” – Brassai


4x5 originalQuesta è la storia di Brassai, un nottambulo che, nella grande insonnia della Parigi degli anni 30, decise di fotografare quel che accadeva di notte per le Rue. Il suo vero nome era Gyula Halasz, figlio di un docente di letteratura ungherese e di madre armena, nacque in Transilvania, tra le fredde e boscose montagne di Brasov, insieme al Novecento, nel 1899. Studiò a Budapest pittura e scultura, prima di essere chiamato, giovanissimo, nell’esercito Austroungarico per combattere la Prima Guerra Mondiale. Archiviata la Grande Guerra e dopo una breve parentesi a Berlino, nel 1925 emigrò verso il fronte opposto: Parigi. Una città ancora orgogliosa della Bella Epoque, che aveva sventato una invasione ed era pure sopravvissuta ai bombardamenti tedeschi. Fiera e vittoriosa, era adagiata in un tempo sospeso, a cullare nelle sue brasserie, nell’arrondissement di Montparnasse, gli artisti del surrealismo.

Una città illuminata, dove già da molti anni i lampioni non erano più una novità, dove cominciava a risuonare nei vivaci e ambigui locali notturni qualche nota jazz, migrata da oltreoceano nella terzaclasse di una nave arrugginita. Una città  dove partivano deboli i primi segnali televisivi e venivano addiruttura installati i semafori. Brassai, pionere della fotografia notturna, ci ha lasciato una testimonianza unica di queste strade della notte parigina, ed era difficile, all’epoca,  spiegare a qualcuno che uscivi di notte per fare delle foto…Figuriamoci riuscire a farlo diventare un lavoro e un’arte. All’inizio fu infatti vittima di diverse disavventure come scippi, aggressioni e più volte, per scappare, mandò in mille pezzi la macchina fotografica, ma piano piano imparò a muoversi disinvolto e sicuro, tra le vie secondarie e oscure della Bella Paris, come uno di quei signorotti usciti dal balletto, o quel ladruncolo o quel pappone che andava fotografando dopo il tramonto.  La notte di Parigi era tutt’altro che dormiente, animata da prostitute, clochard, amanti, operai al lavoro, forze dell’ordine e gangster, ed i suoi occhi stranieri avevano fatto un patto con questi nottambuli:  inquadrarli tutti nell’eternità.

“Sono stato ispirato a diventare un fotografo, dal mio desiderio di tradurre tutte le cose che mi incantarono, nella Parigi notturna che stavo scoprendo”

E fu proprio a Montparnasse che ampliò le sue conoscenze artistiche fino a trovare lavoro come fotogiornalista presso la rivista Minotaure (avamposto del surrealismo) , dove illustrò un articolo di Salvador Dalì dal titolo: “La bellezza terrificante e commestibile dell’architettura dell’Art Nouveau” e si affermò in breve tempo come  ritrattista ufficiale degli artisti legati alla rivista come Breton, Dalì, Giacometti, Picasso, ecc (in basso)

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Era il 1933, stesso anno in cui pubblicò una raccolta di foto, scattate nei suoi viaggi al termine della notte con la sua Voigtlander Bergheil: “PARIS DE NUIT” che gli fece guadagnare il soprannome “L’occhio di Parigi” e destò l’interesse di molti artisti dell’epoca. Un occhio ungherese, immigrato e vinto. A guardarle una ad una,  non sembra difficile capirne il perché.

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“Parigi è come una puttana. Da lontano pare incantevole, non vedi l’ora di averla tra le braccia. E cinque minuti dopo ti senti vuoto, schifato di te stesso. Ti senti truffato.”

Diceva contemporaneamente il suo amico e scrittore Henri Miller, appena trasferitosi a Parigi, in Tropico del Cancro.

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“Mi piacciono gli esseri viventi; mi piace la vita, ma preferisco catturarla in modo che la foto non si muova.”

Lo scopo della fotografia di Brassai è quello di intensificare la vita in qualsiasi forma essa si presenti davanti ai nostri occhi, per quanto depravata, nascosta ed inaccettabile essa ci possa sembrare. Una dichiarazione d’amore alle infinite realtà soggettive, che influenzerà i flash di un certo tipo di fotografia fino ai giorni nostri.
“La Fotografia, nel nostro tempo, ci lascia una pesante responsabilità. Mentre stiamo giocando nei nostri studi coi vasi di fiori rotti, con le arance, mentre studiamo i nudi e le nature morte, un giorno sappiamo che saremo chiamati a pagarne il conto: la vita sta passando davanti ai nostri occhi senza essere guardata”

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“Per me la fotografia deve suggerire, non insistere o spiegare”

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“Tutto quello che volevo esprimere era la realtà, perché nulla è più surreale”

Nonostante le frequentazioni surrealiste, Brassai mantenne sempre una certa distanza critica dal movimento e dai suoi automatismi.  Distanza che si conferma nelle sue foto, dove due sono gli elementi principali e intrinsechi che si occupano di creare delle visioni del reale nel reale, come degli spazi rubati, dei riflessi, delle duplicazioni:

1) la luce notturna artificiale, libera o distorta dalla nebbia, una specie di occhio di bue che cade sulla scena realizzandola, senza inventare nulla

2) gli specchi, con il loro inquadrare fisso e inopportuno l’inesistente

Il soggetto deve restare la realtà e il genio al massimo deve avere la pazienza di catturarla e ritagliarla, aspettando i lunghi tempi di esposizione in notturna, mai riplasmarla o esasperarla. Un vero e proprio realismo poetico.

“Il surrealismo delle mie immagini non è altro che il reale reso fantastico da una visione particolare”.

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Quando nel 1940 l’esercito tedesco occupò Parigi, Brassai inzialmente fuggito a Sud,  tornò in città per recuperare e salvare i negativi che aveva nascosto, ma il divieto di scattare foto in pubblico imposto dall’esercito occupante, lo spinse verso altre forme di espressione come la poesia, il disegno e la scultura, già praticati prima dell’arrivo a Parigi. Solo con la Liberazione, nel 1945, tornò alla fotografia proseguendo il percorso già intrapreso, ma forse, la guerra, quelle notti giovanili, curiose ed affamate, le aveva offuscate.

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“Dopo venti anni si può iniziare a essere sicuri di ciò che la fotocamera farà”

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Nella sua continua ricerca di forme di espressione figurativa, nel 1956 arrivò addirittura un successo cinematografico: fu premiato il suo film “Tant qu’il y aura des bêtes” (As long as there are beasts) a Cannes come il più originale e fu menzionato, ovviamente, anche per la fotografia. Oltretutto va ricordato che Brassai scrisse ben 17 libri, il più tradotto:  “Conversazioni con Picasso” nel 1964. Considerato uno dei più grandi fotografi del ‘900, ottenne il primo riconoscimento a Parigi nel 1974 come Cavaliere all’Ordine delle Arti e della Letteratura e dopo quttro anni vinse il Grand Prix National de la Photographie. Morì dieci anni dopo e fu seppellito a Montparnasse, luogo dove nacque la sua prima foto.