Intervista a Ilaria Novelli e la ricerca del sè


tryptdefi Benvenuta su Words Social Forum Ilaria!

Parlaci di come realizzi le tue opere, Ilaria.

Ciao e grazie per l’invito! Al momento sto lavorando a delle opere tradizionali, amo molto dipingere e quindi molto spesso la tecnica che utilizzo e’ proprio la pittura ad acrilico o ad olio. Mi sento in totale libertà quando creo e quindi non mi affido mai ad un unico mezzo o metodo, a volte ho bisogno di comunicare in altri linguaggi più contemporanei ed immediati e mi servo di tecniche digitali per colorare le mie illustrazioni d’inchiostro o comporre i miei collage.

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Raccontaci il tuo percorso artistico e di chi sei

Per molti anni ho represso la mia natura artistica e ho seguito fino all’università un percorso scolastico tradizionale, studiando al liceo scientifico prima e alla facoltà di Lingue Orientali dopo. Solo in seguito ho rivisto le mie priorità e ho deciso di lasciare l’ università ed iscrivermi all’Accademia di Moda e Costume dove ho appreso in forma rudimentale le tecniche pittoriche e grafiche. Sono convinta però che l’arte deve avere alla base un’esperienza di vita, credo che per me tutto sia stato importante: dall’imparare altre lingue al fare lavori che non avevano nulla a che vedere con la pittura, quello che si ritrova nei miei lavori non e’ mera invenzione, e’ la mia vita.

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Bologna in Lettere-Concorso Letterario Sistemi d’attrazione


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In occasione della terza edizione del Festival Multidisciplinare di Letteratura Contemporanea “Bologna in Lettere”, che quest’anno sarà dedicato a Pier Paolo Pasolini e che avrà luogo negli ultimi tre weekend del mese di Maggio, il Comitato Promotore è lieto di annunciare l’istituzione di un Concorso Letterario di scrittura creativa denominato Sistemi d’Attrazione.

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Ichi the killer – Koroshiya Ichi


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Capo di Suzuki: Kakihara! Cos’é questa storia?!”

Kakihara: Solo una piccola tortura”

Liberamente tratto dal manga di Hideo Yamamoto, Takashi Miike rielabora con il suo stile poliedrico uno dei fumetti più estremi, mai concepiti

Il boss Anjo, a capo dell’omonimo clan, scompare misteriosamente insieme a cento milioni di yen. Il suo braccio destro Kakihara si mette sulle sue tracce, mentre sullo sfondo un misterioso killer sconosciuto decima lentamente il clan.

Ichi the killer è la summa di una serie di generi che si fondono all’interno di un magma incandescente. Un vulcano di idee pronte ad esplodere in tutta la loro leopardina forza espressiva.

Il regista non mette in scena solamente una mera storia di vendetta, ma mutua la struttura architettonica dal film “un nido di vespe”, rendendo ogni oggetto, stanza, persona, un insetto esso stesso.

Un nuovo ciclo vitale che si sublima in un concetto più ampio che si completa in una moderna ridefinizione del concetto di umanità.

Ogni personaggio che si muove nel quartiere controllato dagli Anjo pare essere solo un tassello dentro ad una struttura che pare poter agire autonomamente.

Dentro a questo mondo si muove la banda che fa capo a JiJiii interpretato dal regista Tsukamoto che come un grande burattinaio tira le fila gruppo. Niente è come sembra, neanche per il piccolo e apparentemente indifeso Ichi. Un personaggio contorto e aggressivo che ogni qual volta uccide i bulli del suo passato, ha bisogno di liberare il suo senso di colpa attraverso l’atto della masturbazione.

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I personaggi femminili appaiono vittime e carnefici del loro stesso masochismo. Donne sottomesse, ma allo stesso tempo incapaci di vivere diversamente la loro sessualità. Le figure che si muovono all’interno della pellicola non sono dotate di sentimenti di bontà o altruismo, ma sono solamente la rappresentazione di diverse gradazioni di male.

Ichi the killer è dunque un “teorema” pasoliniano che riprende in parte le tematiche del non visto già proposte in Visitor Q, evolute o semplicemente mutate all’interno di un nuovo piano sensoriale.

Un’inno all’amore impossibile e all’evidente incapacità di poter raggiungere un sentimento che non può essere dissoluto, se non dal dolore perfetto.

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Il finale per nulla scontato, é l’ulteriore chiusura verso il rumore del mondo, la gioia definitiva, l’orgasmo di eros e thanatos.

L’addio alla vita dei preraffaeliti.

Perchè cos’é dopotutto la vita, se non una piccola, dolce, tortura?

Il limite estremo della grandezza dei piaceri è la rimozione di tutto il dolore. Dove sia il piacere, e per tutto il tempo che vi sia, non vi è posto per dolore fisico, o dell’anima, o per l’uno e l’altro insieme”

Epicuro

Christian Humouda

Confini. Il dove della poesia italiana: Pier Paolo Pasolini


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Alla mia nazione

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

Poesie disperse II

La diversità che mi fece stupendo
e colorò di tinte disperate
una vita non mia, mi fa ancora
sordo ai comuni istinti, fuori dalla
funzione che rende gli uomini servi
e liberi. Morta anche la povera
speranza di rientrarvi, sono solo, per essa, coscienza.
E poiché il mondo non è più necessario
a me, io non sono più necessario.
(Ombra di Sofocle)

Tuo figlio è già in un palcoscenico,
non te ne sei accorto? In un palcoscenico vivente
che ha per fondali paesaggi veri dell’alta Lombardia.,
e le mura della tua bella villa di campagna.
Egli si rappresenta a te.
Ma tu, anziché contemplarlo, lo insegui per
prenderlo.
Ah, vecchia, maledetta abitudine al possesso!
Te lo dico bonariamente, con la tua ironia
che ti distacca dalla violenza della vita
e della tua coscienza: ma questa
tua vecchia abitudine al possesso è la tua morte.
Morte che nessuno, mai, in nessun luogo, piangerà.

Dies irae

No, col mio onesto cuore non mi alleo.
E’ troppo puro, ha il freddo della morte,
e voi, che non sfruttate il suo ardore
ingenuo, i suoi richiami perentori,
avete la speranza che lo ascolti
questo ladro di sé che io sono…

Quel giorno, vinto, ascolterò il mio pianto,
man in mano avrò il cipresso, non l’ulivo!
Voi lo sapete, o angeli, che tenta
la mia voce il barbaro che stette
dinanzi ad una terra d’albe e gemme;
fu la terra ch’io vidi sul Livenza

sul Po, sul Reno quando una bipenne
di oro fanciullesco nella mano
agitavo gioioso sul padano
paesaggio: lì la mia famiglia, indenne
verde tribù, viveva nel creato.
Ma ERA già la mia condanna in me.

E si scatenerà se i dolci fili
della gioia avrò perso…O Dio, c’è
già in me il mio fantasma, il mio automa,
che mi sopporterà, nel vecchio aroma
della mia stanza, del paese, e ahimè,
del mondo, quasi increato ancora,

a cui il morto, ormai, non si appassiona.

Carne e cielo

O amore materno,
straziante, per gli ori
di corpi pervasi
dal segreto dei grembi.

E cari atteggiamenti
inconsci del profumo
impudico che ride
nelle membra innocenti.

Pesanti fulgori
di capelli…crudeli
negligenze di sguardi…
attenzioni infedeli…

Snervato da pianti
ben soavi rincaso
con le carni brucianti
di splendidi sorrisi.

E impazzisco nel cuore
della notte feriale
dopo mille altre notti
di questo impuro ardore.

L’angelo impuro

Eccomi dunque in piena
eccelsa confidenza
con la mia presenza,
angelo impuro ch’amo.

Quanto sterile orrore
urge se tocco il corpo
che da ragazzo amavo
perchè certo d’amore.

Ma non inorridire,
non so abbandonarmi…
Al dio che non dà vita
chiedo di non morire.

Pier Paolo Pasolini nacque a Bologna nel 1922. Seguì il padre, militare di carriera, nei suoi trasferimenti. Frequentò il liceo e l’università a Bologna, dove ebbe maestri Contini e Longhi e frequentò Leonetti e Roversi e si laureò in Lettere con una tesi sul linguaggio del Pascoli, nel 1945. Trascorreva le estati a Casarsa, nel Friuli, luogo d’origine della madre dove si rifugiò per sottrarsi alla chiamata di leva. In friulano compose i suoi primi versi, Poesie a Casarsa (1942), poi editi con altri testi friulani in La meglio gioventù (1958). Nel’45 uccisero il fratello Guido in un conflitto a fuoco fra due gruppi partigiani di diverso orientamento politico. Nel 1947 si iscrisse al Partito Comunista. Avviatosi alla carriera dell’insegnamento, nel friulano, venne allontanato dall’insegnamento e poi anche espulso dal PCI in seguito a un oscuro episodio di omosessualità che sfociò in processo per corruzione di minori. Questo fu il primo di una lunga serie di processi che diedero a Pasolini la coscienza della propria diversità e ne segnarono il destino di emarginato e ribelle.
In seguito allo scandalo dovette lasciare Casarsa, assieme alla madre, e si trasferì a Roma, stabilendosi prima in una borgata, vivendo di lezioni private e dell’insegnamento in una scuola privata. La scoperta del mondo del sottoproletariato romano gli ispirò – oltre ad alcuni dei versi contenuti nelle Ceneri di Gramsci (1957) e nella Religione del mio tempo (1961), che seguivano quelli dell’Usignuolo della Chiesa cattolica (ma degli anni 1943-1949, e cioè anteriori alle Ceneri) – soprattutto i romanzi Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959), che fecero scandalo, ma lo avviarono al successo letterario. Con gli antichi compagni d’università Leonetti e Roversi, fondò e diresse dal’55 al ’59 la rivista «Officina», che vide fra i collaboratori Fortini, Volponi e altri importanti critici e letterati militanti.
Cominciava la sua attività nell’ambito del mondo cinematografico: collaborò ad alcune sceneggiature come per Le notti di Cabiria di Fellini, quindi a partire dal ’61 diresse numerosissimi film, da Accattone a Uccellacci e uccellini, da Edipo re a Teorema, da Medea al Decameron. Molti di questi film fecero scandalo, come i romanzi, e in qualche caso costarono a Pasolini processi e condanne.
Negli anni Sessanta pubblicò ll sogno di una cosa (un romanzo scritto nel 1949), scrisse alcune tragedie, altri versi (Poesia in forma di rosa, 1964; Trasumanar e organizzar, 1971) e svolse un’intensa attività di critico militante su vari giornali e riviste (fra l’altro diresse con Moravia e Carocci «Nuovi Argomenti»), attività che, dopo la raccolta Passione e ideologia (1960), sfociò in numerosi volumi, in parte usciti postumi: da Empirismo eretico (1972) e Scritti corsari (1975) a Descrizioni di descrizioni (1979). Morì assassinato a Ostia in circostanze oscure nel 1975.

VIVA LA LIBERTÀ di Roberto Andò – RECENSIONE


Viva la libertà

CAST: Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi, Michela Cescon, Anna Bonaiuto, Eric Trung Nguyen, Judith Davis, Andrea Renzi, Gianrico Tedeschi, Massimo De Francovich.

Mentre l’Italia si arrovella, più o meno consapevolmente, nelle elezioni più importanti degli ultimi 20 anni, questo film silenzia di fatto l’intera campagna elettorale a cui abbiamo assistito in questi mesi. Imu, Irpef, Iva, Pil, sigle che cambiano la vita delle persone, affrontate senza alcun tipo di ritegno, passione o contenuto, sbandierate come fossero prive di sacrificio. No. Ci voleva il pazzo shakesperiano, ideato da Roberto Andò, con la meravigliosa (doppia) faccia di Toni Servillo a riabituarci ad un vocabolario accessibile del linguaggio politico (purtroppo è solo Cinema…ragazzi), a fornirgli quello slancio di speranza e di cultura di cui i cittadini avrebbero davvero bisogno. Parole tanto lontane dal populismo, quanto a loro modo vicine, nella semplicità colta di un linguaggio che è l’appartenenza, che è stato spazzato via e si rifugia indifeso, ora, complice, nell’antipolitica. Nello stomaco dell’anti-se-stesso. Viva la libertà suona infatti quasi come un eufemismo. “Lo sai com’è fatto questo paese” “Alla gente piace anche la merda, ma non per questo bisogna dargliela” “Se i politici sono mediocri, i loro elettori sono mediocri, se i politici sono ladri, i loro elettori sono ladri” (dal film).

La scena si apre teatrale, grigia, con Servillo nei panni di Enrico Olivieri, leader dell’opposizione, che si prepara all’ennesima contestazione pubblica. I sondaggi lo danno per spacciato e anche nel partito i malumori crescono, sempre più decisi a spodestarlo. Enrico, ormai depresso, decide quindi di scomparire. Se ne va di notte in gran segreto a Parigi, da una donna conosciuta vent’anni prima. A Roma, mentre il partito si interroga sulla misteriosa scomparsa del segretario, il suo assistente personale, Andrea Bottini, rintraccia Giovanni, il fratello gemello (sempre magistralmente interpretato da Toni Servillo) che in maniera casuale e divertente, diventa la soluzione al problema spacciandosi per Enrico, senza che nessuno si accorga della differenza, perlomeno fisica. Già perché il fratello è un filosofo, folle e bipolare, appena uscito dal manicomio, autore di un libro intitolato “L’Illusione della realtà”, talmente geniale ed ironico da riuscire a diventare quel leader platonico e poetico che Enrico non sarebbe mai stato, risvegliando anche gli elettori più intorpiditi e conquistando tutti, persino la moglie e le persone più intime. Ve lo immaginate un leader che recita, appassionato, Bertolt Brecht alla sua piazza San Giovanni gremita, commuovendola? Ecco andate a vedere il film per averne idea.

A chi esita. (la Poesia di Bertolt Brecht usata come comizio nel Film)

Dici:/per noi va male. Il buio/cresce. Le forze scemano./Dopo che si è lavorato tanti anni/noi siamo ora in una condizione/più difficile di quando si era appena cominciato./ E il nemico ci sta innanzi/ più potente che mai./Sembra gli siano cresciute le forze, ha preso/una apparenza invincibile. E noi abbiamo commesso degli errori,/non si può più mentire./Siamo sempre di meno. Le nostre/parole d’ordine sono confuse. Una parte/delle nostre parole/le ha stravolte il nemico fino a renderle/irriconoscibili./ Che cosa è ora falso di quel che abbiamo detto?/Qualcosa o tutto?/Su chi contiamo ancora?/Siamo dei sopravvissuti, respinti/via dalla corrente? Resteremo indietro, senza/comprendere più/nessuno e da nessuno compresi?/O contare sulla buona sorte?/ Questo tu chiedi. Non aspettarti nessuna risposta/oltre la tua.

I tempi di questo film sono veloci e vagamente onirici: arrivato alla scena finale speravo dentro di me che fosse effettivamente la conclusione, era il momento giusto per tagliare netto e la doppia interpretazione di Toni Servillo, mediata dal bravo Valerio Mastandrea, ne ha tagliato la pellicola in maniera ancora più precisa, in un sorriso caustico come di chi non ha più identità.

Un viaggio escavatore nella depressione dell’uomo? Forse in una più grande, in una depressione collettiva. La metafora è chiara, agisce per contrappasso, nemmeno tanto velato. L’opposizione in Italia si è flagellata nell’inseguimento della dialettica dell’avversario carismatico, senza mai averne le “doti”, perdendo sul terreno tutti quelli che erano i valori progressisti sul quale era fondata la propria aderenza con la vita delle persone, anzi facendo sì che l’avversario se ne impossessasse, rafforzandosi e li restituisse al panorama politico, svuotati di significato, sminuiti, inutilizzabili. La foto appesa di un altro Enrico, Berlinguer, quasi accusatorio, nella sede del partito, era quel poco che ne rimaneva, come un mito inerte. Cambi di segretari, cambi di nome, cambio di colori, cambio di alleati. La credibilità si è persa nel continuo battibecco pirandelliano (magari) tra la realtà e la finzione con cui abbiamo, tutti, trascinato il Paese in un limbo. Voglio dire che in Italia si è spesso parlato dell’assenza di un “Berlusconi” di sinistra, come fosse una necessità. Per carità. Ecco paradossalmente Giovanni, il fratello di Enrico, pur vestito in maniera assolutamente positiva, veste per un attimo questo sogno aberrante passato per la testa di ognuno di noi e alla fine lo supera! Perché quello che ci era sembrato folle, durante tutto il film, non era un folle, era un politico ideale, anzi erano due, era anche un uomo. I folli siamo noi ed Enrico a non essercene accorti prima.

«Il mio è un messaggio agli italiani: siate onesti, smettete di tingervi» (dal film)

Buon voto.

L’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero. Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale. (Pier Paolo Pasolini)

Le assenze del cuore: Madre


E’ un regalo silenzioso, ad un’assenza che non si placa e mai si placherà.
Auguri Madre.
14.08.1942

Gustav Klimt, Madre e figlio

Le Mani della Madre di Rainer Maria Rilke

Tu non sei più vicina a Dio
di noi; siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare in te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.

La mamma di Ada Negri

La mamma non è più giovane
e ha già molti capelli
grigi: ma la sua voce è squillante
di ragazzetta e tutto in lei è chiaro
ed energico: il passo, il movimento,
lo sguardo, la parola

A mia madre di Eugenio Montale

Ora che il coro delle coturnici
ti blandisce nel sonno eterno, rotta
felice schiera in fuga verso i clivi
vendemmiati del Mesco, or che la lotta
dei viventi più infuria, se tu cedi
come un’ombra la spoglia
(e non è un’ombra,
o gentile, non è ciò che tu credi)
chi ti proteggerà? La strada sgombra
non è una via, solo due mani, un volto,
quelle mani, quel volto, il gesto d’una
vita che non è un’altra ma se stessa,
solo questo ti pone nell’eliso
folto d’anime e voci in cui tu vivi;
e la domanda che tu lasci è anch’essa
un gesto tuo, all’ombra delle croci.

Lettera Alla Madre di Salvatore Quasimodo

Mater dolcissima, ora scendono le nebbie, il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve; non sono triste nel Nord:
non sono in pace con me, ma non aspetto perdono da nessuno, molti mi devono lacrime da uomo a uomo.
So che non stai bene, che vivi come tutte le madri dei poeti,
povera e giusta nella misura d’amore per i figli lontani.
Oggi sono io che ti scrivo:
Finalmente, dirai, due parole di quel ragazzo che fuggì di notte
con un mantello corto e alcuni versi in tasca.
Povero, così pronto di cuore lo uccideranno un giorno in qualche luogo.
Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo di treni lenti che
portavano mandorle
e arance, alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze, di sale,
d’eucalyptus.
Ma ora ti ringrazio, questo voglio, ell’ironia che hai messo sul  mio labbro,
mite come la tua. Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.

E non importa se ora ho qualche lacrima per te, per tutti quelli  che come te
aspettano, e non sanno che cosa.
Ah, gentile morte, non toccare l’orologio in cucina che batte
sopra il muro
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto del suo quadrante,
su quei fiori dipinti: non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde?
O morte di pietà, morte di pudore.
Addio, cara, addio, mia dolcissima Mater.

Supplica a Mia Madre di Pier Paolo Pasolini

E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…