Klaus Nomi e l’inesperibile di Rilke


Capita di imbattersi in video che pensi siano soliti.
Poi, noti che, a parte il poeta, il grande poeta che già conosci, esiste in quel video, una recitazione nella recitazione, una melodia che fa della recitazione e del testo della poesia un capolavoro di espressività, con in aggiunta un testo proprio. Mi riferisco a Rainer Maria Rilke e la sua “Esperienza della morte” e a Klaus Nomi che interpreta la “Cold Song”, tratta dal King Arthur di Henry Purcell.

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Incontrare uno sguardo di Preziosa Salatino


“Imparo a vedere. Non so perché, tutto penetra in me più profondo e non rimane là dove, prima, sempre aveva fine e svaniva. Ho un luogo interno che non conoscevo. Ora tutto va a finire là. Non so che cosa vi accada…”
(R.M. Rilke)

Quando incontri un fotografo come Francesco Faraci inizi a guardare il mondo in un altro modo. Gli occhi si allargano, diventi più attento ai contorni delle cose, alle forme e a ciò che muta forma. Inizi a sezionare porzioni di orizzonte, intuisci che l’universo intero può entrare in un rettangolo. Soprattutto ti accorgi che le storie più belle non si devono inventare né cercare lontano. Il famigerato concetto di “straniamento” (Verfremdung: l’unica parola tedesca che hai memorizzato mentre preparavi gli esami di Storia del Teatro) diventa chiaro d’un tratto: “osservare gli estranei come se fossero conoscenti, ma i conoscenti come fossero estranei ” (B. Brecth) . Non so se funziona così con ogni fotografo, ma frequentare Francesco significa adattarsi ad alcune regole: una passeggiata non è mai una semplice passeggiata, prendere un caffè non è mai solo “prendere un caffè” (soprattutto non è mai solo UNO!….), e stare tranquillamente seduti a parlare in un luogo aperto – che sia una strada, un bar o uno scoglio davanti al mare- è impresa ardua. Anche nel mezzo della più profonda delle conversazioni, se si crea attorno una qualche “situazione” gli occhi partono da soli, seguiti istintivamente dai piedi…

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Poesie alla madre – parte 4


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rose bianche di Fernanda Cataldo

le certezze cambiano, il mondo cambia
sono molto più interessanti i ritratti dopo
dalle etichette rassicuranti messe lì
sul momento
ho conservato la tua fotografia, fantasticando
mi chiedo se dove dormi puoi ascoltare
il canto grave delle cicale nel manto di rose bianche
della tua ultima dimora e nel sole brutale
che continua a riscaldare il tuo nome
alla chaux è quasi sempre autunno dalla finestra
avvolge le gru, l’ardesia dei tetti
i campanili e la verde lastra della foresta
quel tanto d’avvertire che tutto
rimane ancora vivo
impressione bizzarra prima della salita
tagliato il filo di lana si crolla a terra sfiniti
con l’affannoso fiato.

***

“Tu non sei più vicina a Dio
di noi; siamo lontani tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare in te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta”.

Rainer Maria Rilke

***

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Dentro la notte


I giorni vengono distinti fra loro, ma la notte ha un unico nome.
Elias Canetti

notte

Lunga è la notte di Peppino Impastato

Lunga è la notte
e senza tempo.
Il cielo gonfio di pioggia
non consente agli occhi
di vedere le stelle.
Non sarà il gelido vento
a riportare la luce,
nè il canto del gallo,
nè il pianto di un bimbo.
Troppo lunga è la notte,
senza tempo,
infinita.

 


Superba è la notte di Alda Merini

La cosa più superba è la notte
quando cadono gli ultimi spaventi
e l’anima si getta all’avventura.
Lui tace nel tuo grembo
come riassorbito dal sangue
che finalmente si colora di Dio
e tu preghi che taccia per sempre
per non sentirlo come rigoglio fisso
fin dentro le pareti.

Una poesia ad una notte d’estate di Luca Piccolo

Il giallo scuro dei lampioni
dà sapore alla carta
che strofino.
Il balcone ch’odora
di notte, mi riscalda
e distrae con i suoi rumori.
Indifferenti auto, bici,
persone
non odon queste parole
di poesia.

XVIII di Rainer Maria Rilke

Effondermi voglio. Agisci. Per quanto puoi
dilaga. Non hai dato tu forma al volo dei pastori,
ancor più grandosa di quanto nel grembo
di principesse ininterrotto lignaggio e ardire futuro
plasmasse l’effige regale? Se le polene,
nel legno stupitodell’immoto intarsio
accolgono i tratti del regno marino che sovrastano muti:
come potrà, un essere che sente, se lo vuole e a te si discopre,
non somigliarti infine sempre più, altera notte.


Alla notte di P. B. Shelley

I
Avvìati svelto sull’onda d’occidente
spirito della Notte!
fuori dell’antro offuscato d’oriente
dove hai intrecciato tutto un lungo giorno
di solitudine sogni di gioia e paura
che ti rendono terribile e cara –,
sia veloce il tuo volo!

II
Avvolgi la tua forma in un grigio manto
intessuto di stelle;
acceca coi capelli gli occhi al giorno,
bacialo fino a stremarlo,
poi vaga su città, su terra e mare
tutto toccando con la bacchetta oppiata –
vieni, a lungo cercata!

III
Quando mi sono alzato e ho visto l’alba
ho preso a sospirarti;
con la luce più alta, svanita la rugiada,
il meriggio che gravava su fiore e albero,
e il giorno allo stremo che non si decideva
ospite odioso a togliersi di mezzo,
ho preso a sospirarti.

IV
Morte è venuta, tua sorella, gridando:
vuoi forse me?
Tuo figlio Sonno, soave occhivelato
come un’ape meridiana ha sussurrato:
mi anniderò al tuo fianco?
vuoi forse me? E io di rimando,
no, non te!

V
Morte verrà quando sarai morta,
presto, troppo presto –
Sonno verrà quando sarai sparita;
all’una e all’altro non chiederei la grazia
che chiedo a te, amata Notte –
sia veloce il tuo volo che si avanza,
vieni presto, presto!


Notturno Invernale di Antonia Pozzi

Così lieve è il tuo passo, fanciullo,
che quasi non t’odo,
dietro me, sul sentiero.
E così pura è l’ora, così puro
il lume delle grandi stelle
nel cielo viola
che l’anima schiarisce
dentro la notte
come i tetri pini che albeggiano
nel biancore della neve.
Un alto sonno tiene la foresta
ed i monti
e tutta la terra.
Come una grazia cade
dal cielo il silenzio.
Ed io ti sento l’anima battere,
dietro il silenzio,
come un filo vivo di acque
dietro un velo di ghiaccio –
e il cuore mi trema,
come trema il viandante
quando il vento gli porta
attraverso la notte
l’eco d’un altro passo
che segue il suo cammino.
Fanciullo, fanciullo,
sopra il mio cammino,
che va per una landa senza ombre,
sono i tuoi puri occhi
due miracolose corolle
sbocciate a lavarmi lo sguardo.
Fanciullo, noi siamo
in quest’ora divina
due rondini che s’incrociano
nell’infinito cielo,
prima di mettersi in rotta
per plaghe remote.
E domani saremo
soli
col nostro cuore
verso il nostro destino.
Ma ancora, nel profondo, tremerà
il palpito lontano delle ali sorelle
e si convertirà
in nuova ansia di volo.

Notte di Fernanda Ferraresso

E’ perché si fa notte dentro un passaggio mai pago
una zattera dentro il paesaggio chiuso da un magico cerchio
vocabolo dei segni disattesi e vocabolario del presagio
ampio quanto la curvatura minima dell’occhio
che dentro vi salta esponendosi a se stesso.

Notte
nello scavo che altre notti preannuncia
nella debolezza e nella lentezza
navigazione dentro l’ orma
dove qualcosa  resta
la soglia sconosciuta che si estende
celebrando  un abbraccio intatto
un  silenzio incorrotto
dove tutto si scompagina
e in altro  scompaiono
persino i pallidi clamori dell’estasi
poiché ciò che resta  è

lontananza necessaria
un’attesa che ci promulga

La notte di Cesare Pavese

Ma la notte ventosa, la limpida notte
che il ricordo sfiorava soltanto, è remota,
è un ricordo. Perdura una calma stupita
fatta anch’essa di foglie e di nulla. Non resta,
di quel tempo di là dai ricordi, che un vago
ricordare.
Talvolta ritorna nel giorno
nell’immobile luce del giorno d’estate,
quel remoto stupore.
Per la vuota finestra
il bambino guardava la notte sui colli
freschi e neri, e stupiva di trovarli ammassati:
vaga e limpida immobilità. Fra le foglie
che stormivano al buio, apparivano i colli
dove tutte le cose del giorno, le coste
e le piante e le vigne, eran nitide e morte
e la vita era un’altra, di vento, di cielo,
e di foglie e di nulla.
Talvolta ritorna
nell’immobile calma del giorno il ricordo
di quel vivere assorto, nella luce stupita

***

Avanza la notte
nelle urla il silenzio
sono feto d’utero stretto.
M’ incerta la nascita la morte
mi macera il giorno
con muri riversi
nuda e spersa calcino
d’affanno e inganno
per la terra
ancora trema
Mi vacilla, sobbalza d’intorno polvere
mi amalgama ai respiri morti
mi confonde
d’ orrido e sangue
in croce
le lacrime di Dio
attendo.

di Enza Armiento

Un miagolio fra le righe: i Gatti nella Letteratura


Claudia Congiu

brano tratto da Il gatto in noi di William S. Burroughs

Il gatto non offre servigi. Il gatto offre se stesso. Naturalmente vuole cura e un tetto. Non si compra l’amore con niente. Come tutte le creature, pure i gatti sono pratici. Per capire una questione antica bisogna riportarla al presente. Il mio incontro con Ruski e la mia mutazione in uomo-gatto rimettono in scena il rapporto tra i primi gatti domestici e i loro protettori umani.

Si consideri la varietà dei felini selvatici, molti delle dimensioni di un gatto domestico, alcuni notevolmente più grandi, altri decisamente più piccoli, tali da avere in età adulta la taglia di un gattino domestico di tre mesi. Numerosi, in questo lignaggio gattesco, sono quelli che non possono essere addomesticati a nessuna età, tanto sono fieri e selvaggi nel loro spirito felino. Ma con la pazienza e gli incroci… otto etti di gatto senza pelo, sinuoso come una donnola, d’incredibile finezza, con lunghe zampe sottili, denti aguzzi, grandi orecchie,e occhi di un lucente colore ambrato. Non è che unadelle esotiche selezioni che fanno spuntare prezzi sbalorditivi nei negozi di gatti… gatti volanti e plananti… un gatto di un blu elettrico acceso,emanante un leggero odore di ozono… gatti acquatici con zampe palmate (torna in superficie con una grossa trota tra le mandibole)… delicati, sottili agtti di palude dall’ossatura leggera e larghe zampe piatte, possono sfrecciare su sabbie mobili e fango a incredibile velocità… minuscoli gatti lemuri con occhi enormi… un gatto scarlatto-arancione-verde dalla pelle di rettile, lungo collo nerboruto e zanne al veleno – un veleno simile a quello del polpo dall’anello azzurro: fai due passi e cadi a faccia i giù, e un’ora dopo sei morto… gatti moffetta con uno spruzzo mortale che uccide nel giro di secondi come artigli nel cuore… e gatti con artigli velenosi che schizzano il veleno da una grossa ghiandola posta al centro della zampa.

E poi ci sono i miei gatti impegnati, in un rito vecchio di migliaia di anni: leccarsi tranquilli dopo il pasto. Animali pratici, preferiscono che siano gli altri a provvedere il cibo… alcuni invece no. Deve esserci stata una scissione precisa tra i gatti che hanno accettato l’addomesticamento e quelli che non l’hanno accettato.

Torniamo pure, con un sospiro di noia, allo stato attuale. Ci saranno via via sempre meno begli animali esotici. Già estinto è il gatto messicano senza pelo. I minuscoli gatti selvatici, pesanti tra il chilo e il chilo e mezzo, che possono essere facilmente addomesticati, si fanno sempre più rari, distamti – melanconici spiriti smarriti, in attesa di una mano umana che non verrà mai, fragili esseri mesti come una barchetta di foglie morte che il bambino spinge nello stagno. O i fosforescenti pipistrelli che spuntano ogni sette anni riempiendo l’aria con impossibili tumulti di profumi… i melodiosi richiami lontanidei gatti pipistrello e dei lemuri plananti… le foreste pluviali del Borneoe del Sudamerica… Stanno scomparendo… e per lasciar posto a cosa?

Il gatto di Charles Baudelaire

Vieni bel gatto, vieni sul mio cuore amoroso;
trattieni i tuoi artigli
ch’io mi sprofondi dentro i tuoi begli occhi d’agata e metallo.
Quando a bell’agio le mie dita a lungo
ti carezzan la testa e il dorso elastico,
e gode la mia mano ebbra al toccare il tuo corpo elettrico,
vedo in spirito la mia donna:
profondo e freddo come il tuo, il suo sguardo, bestia amabile,
penetra tagliente come fosse una freccia,
e dai piedi alla testa
una sottile aria, rischioso effluvio,
tutt’intorno gira al suo corpo bruno.

Le Petit Chat di Edmond Rostand

E’ un gattino nero, sfrontato, oltre ogni dire,
Lo lascio spesso giocare sul mio tavolo.
A volte vi si siede senza far rumore,
Quasi un vivente fermacarte.
Gli occhi gialli e blu sono due agate.
A volte li socchiude, tirando su col naso,
Si rovescia, si prende il muso tra le zampe,
pare una tigre distesa su di un fianco.

Ma eccolo ora – smessa l’indolenza –
Inarcarsi – somiglia proprio ad un manicotto;
E allora, per incuriosirlo, gli faccio oscillare davanti,
Appeso ad una cordicella, un mio turacciolo.
Fugge al galoppo, tutto spaventato,
Poi ritorna, fissa il turacciolo, tiene un po’
Sospesa in aria – ripiegata – la zampetta,
poi abbatte il turacciolo, l’afferra; lo morde.
Allora, senza ch’egli la veda, tiro la cordicella,
ed il turacciolo si allontana, e il gatto lo segue,
descrivendo dei cerchi con la zampa,
poi salta di lato, ritorna, fugge di nuovo.
Ma appena gli dico “Devo lavorare,
vieni, siediti qua, da bravo!” si siede..
E mentre scribacchio sento
che si lecca col suo lieve struscio molle.

La Gatta di Umberto Saba

La tua gattina è diventata magra.
Altro male non è il suo che d’amore:
male che alle tue cure la consacra.
Non provi un’accorata tenerezza?
Non la senti vibrare come un cuore
sotto alla tua carezza?
Ai miei occhi è perfetta
come te questa tua selvaggia gatta,
ma come te ragazza
e innamorata, che sempre cercavi,
che senza pace qua e là t’aggiravi,
che tutti dicevano :”È pazza”.
È come te ragazza.

Il Gatto Nero di Rainer Maria Rilke

Anche il fantasma evanescente è vero.
Se un giorno riesci a intravederlo suona.
Questo nero sipario copre invece
lo sguardo acuto delle tue pupille,
come cella ovattata che ad un tratto
spezza veloce e insieme dissolvente
il terribile grido di un demente.
Sembra il custode antico di ogni sguardo
che vuol celato in lui:
tutti li stringe a sé
per sonnecchiarvi sopra,
ostile e pigro
del tutto in sé racchiusi, il lungo giorno.
Ma se a un tratto si desta
e volge il muso in pieno
volto, e ti guarda fissamente
ritrovi allora il lampo del tuo sguardo
nelle tonde pupille – misterioso –
chiuso in quell’ambra come morto insetto.

Il Gatto nella Casa Vuota di Wislawa Szymborska

Morire – questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto
nella casa vuota.
Graffiare rampando sui muri.
Strofinarsi fra i mobili.
Qui nulla sembra mutato,
eppure è cambiato.
Nulla sembra spostato,
eppure è sconvolto.
E la sera la lampada non luce.

Si sentono i passi sulle scale,
ma non son quelli.
Anche la mano, che posa il pesce sul piattino,
non è più quella, che lo posava.

Qui qualcosa non comincia più
alla sua solita ora.
Qui qualcosa non si compie
come dovrebbe.
Qui qualcuno è stato, è stato,
ma poi di colpo è sparito
e caparbiamente ancora non c’è.

Ha guardato in tutti gli armadi.
Ha percorso le mensole.
Si è infilato sotto il tappeto a controllare.
Ha perfino infranto il divieto
E ha buttato all’aria le carte.
Che altro c’è da fare.
Dormire e attendere.

Ma lascia solo che torni,
che si faccia vedere.
Lo verrà a sapere
che così col gatto non si fa.
Camminerà verso di lui
Con l’aria di chi proprio non vuole,
piano  piano,
su zampe molto imbronciate.
E niente balzi e miàgoli all’inizio.

da Poesie Per un Gatto di Vivian Lamarque

Sei quasi commovente
quando mi segui per niente
quando ti sposti di stanza
solo perché io mi sposto di stanza
devi allora da capo cercare
nuovo luogo e modo di fare ciambella
una nuova posizione
è questo il tuo discreto modo
di dare dedizione.

Marina: L’iperbole sistematica di Duilio Caocci


Il 31 ottobre del 1941 un cappio ben stretto chiudeva definitivamente la gola di Marina. Una gola che aveva gridato versi stupendi e parole inquiete.
“Sono molto malata … /, sono finita in un vicolo cieco”. Queste sono le ultime parola che Marina Ivanova Cvetaeva lascia scritte a Mur, il suo figlio più piccolo, prima di concedersi l’estrema e più forte emozione.
L’ammalò il bisogno di gridare il grido del mondo, di tuffarsi nell’eterno dolore, di cogliere il senso dell’uomo.
L’ammalò la consapevolezza di essere una delle sorgenti dell’unico, ininterrotto fiume della poesia perché ”… in sostanza non esistono poeti, ma esiste il poeta, lo stesso dall’inizio alla fine del mondo: una forza che si tinge di volta in volta dei colori dei tempi, generazioni, paesi, idiomi, volti, che passa attraverso la forza degli elementi portanti, come un fiume che scorre con qualsiasi sponda, con qualsiasi cielo, con qualsiasi fondale”.
Ed allora lei volle essere insieme sponda e fondale, il letto stesso del fiume ad essere travolta e a sua volta travolgerlo.
Anna Achmatova, interpretando il gesto di Marina avrebbe sostenuto che “… l’ha uccisa l’epoca, l’epoca ci ha uccisi, come ha ucciso me. Noi eravamo sani era la pazzia a circondarci arresti, fucilazioni, sospetti, sfiducia di tutti verso tutto”.
La stessa epoca che, il 14 aprile del 1930, “… in un pianoro di codardi e codarde” dovette udire lo sparo “simile a un Etna” di Vladimir Majakovskj suicida.
La stessa epoca che, ancora per motivi politici, uccise Sergej Efron, marito di Marina, ed Ariadna, sua figlia. Ed infiammò lo spirito patriottico di Georgij che si trovava da poco in URSS e che, nato in esilio nel 1925, poté conoscere questa terra solo dai racconti che dovette fargli sua madre, Marina.
Eppure, paradossalmente, in questa epoca così intollerante ideologicamente, vissero oltre a Majakovskj, Boris Pasternak, Esenin (il “poeta contadino” morto a Leningrado nel 1925 anch’egli suicida) e si formarono i numerosi gruppi letterari che fecero della Russia un importantissimo centro di cultura. E noi sappiamo quanto siano numerose le epoche storiche caratterizzate da aspri regimi dittatoriali che videro fiorire grandi figure letterarie. La scrittura aveva voglia del nuovo, gridava contro il vecchio. Non si trattava, nel della Cvetaeva, di prese di posizioni politiche chiare ma di un inconsapevole grido CONTRO. La sperimentazione era vissuta come una febbre e le correnti letterarie nascevano numerose e spontaneamente. Ma Marina, insofferente e schiva, non poteva aderire pienamente a nessun gruppo ed iniziò la sua attività di “rottura e riconquista”. Nei suoi versi l’uso continuo del mio produce un reticolo figurale estremamente fitto. Non solo si attualizzano eroi della storia russa (penso a Stèphan Razin e ad altri) o il don Juan ma se ne opera una continua travisazione facendo recuperare loro una esemplarità rivoluzionaria.
Il personaggio di Don Juan, della grande tradizione europea, nel ciclo scritto dalla Cvetaeva, viene catturato dall’immaginazione e risemantizzato quasi totalmente. Diviene occasione per una protesta che si legge tra i versi “ … nella mia patria non c’è dove baciarsi … e le madonne guardano con occhi severi”.
Del Don Juan che conosciamo, nella prima parte, non resta che un uomo riconoscibile per il particolare colto cinematograficamente dalle labbra.
Nel dato biografico ritrovo la medesima tendenza al travisamento che costringe Marina a vivere una vita desiderata più che una vita vissuta a farsi scheggia nel mondo, a perdere una visione di se ed il non riconoscersi è ciò che la porta, con un radicale tentativo di ridarsi lo statuto perduto, al suicido.
Ed allora anche il suo procurarsi la morte diviene una ulteriore prova dell’amore folle per la vita. Lo stesso amore folle che le trasfigurava il sentimento per le cose e le persone. Ma bisogna anche dire che Marina dovette uccidersi per la sua perenne insoddisfazione oltre che per le continue umiliazioni che sopportò nell’esilio politico dal Maggio del ’22 al ’39.
“Amore folle per la vita febbrile, delirante sete di vivere”. “… la mia vita era un sogno sulla vita e non vita”. Queste sue parole sono del 1914 e rappresentano la presa di coscienza di uno stato di insopportabile insoddisfazione che se nella vita è rappresentato da gesti clamorosi come certe fughe, e dall’atteggiamento da “cane sciolto” che non vuole mai il peso della adesione ai vari gruppi nei quali sarebbe volentieri stata accolta fin dalle prime sue pubblicazioni, nella scrittura è constatabile a livello stilistico dalle continue interruzioni del ritmo ad opera di frequenti proposizioni incidentali, dall’uso di strofe costituite da preposizioni brevi che si legano l’una all’altra per scatti analogici.
Ed a livello contenutistico dalla tendenza alla iperbole che si rivela facilmente nei saggi su Pasternak e Majakovskj con frasi di questo tipo: Pasternak “avrà, anzi ha già, una moltitudine di assetati con lui, isolata fonte, dà da bere…In riva a Pasternak, come in riva ad un ruscello, ci si può incontrare per poi nuovamente lasciarci, dissetati, purificati, portando il ruscello in noi e su di noi. Su Majakovskj, invece come su di una piazza, o ci si affronta o ci si accorda. Pasternak ha tanti lettori quante teste. Majakovskj ha un solo lettore – la Russia”. “Majakvoskj s’avvera con la montagna. Con Pasternak – s’avvera la montagna. Majakvoskj si sentì, supponiamo, Urali Urali divenne. Non esiste Majakovskj, esistono gli Urali. Pasternak imbevutosi degli Urali, creò gli Urali – da sé. Non esistono gli Urali. Esiste Pasternak”.
E nella corrispondenza, ad esempio con Rilke, che non aveva mai conosciuto ed al quale, nel seguente esempio, scrive per la prima volta “Voi siete un fenomeno della natura … siete il quinto elemento incarnato – la poesia stessa siete ciò da cui nasce la poesia e che è più di lei stessa (di Voi)”.
Infine e soprattutto nella poetica della immedesimazione “Diventa tu stesso ponte o che il ponte diventi te, identificati oppure identifica…” e nel “Corno di Rolando”: “…io sole per tutti – fra tutti contro tutti, sto in piedi e mando, impietrita nello slancio, questo fragoroso appello nel vuoto dei cieli…”.
Questa concezione poetica di Marina ci fa comprendere anche lo stretto rapporto che si era instaurato tra vita letteratura e tutto il rapporto discorsivo che il suo essere poetessa esercitava sulla sua percezione del mondo.
“Come sempre la mia vita era un sogno sulla vita e non vita”.
Rapporto quindi strettissimo tra arte e vita che poteva trasformare una visione del mondo in una progressiva e schizofrenica appropriazione che poi divenne deleteria.
Ma qui naturalmente non si vuole fare della psicoanalisi spicciola di una poetessa. Si tratta semplicemente di evidenziare alcuni tratti di una personalità complessissima ed assai importante nel panorama letterario novecentesco. Non bisogna infatti dimenticare che il testo è anche derivazione del vissuto di un autore e che una giusta interpretazione non può e non deve prescindere dalla comprensione di una personalità. Con questo non si vuole tornare ad una concezione che vede il testo come diretta filiazione di una più o meno presumibile intentio auctoris, ma recuperare quanto di illuminante può esservi nella vita di ogni autore.
E nelle varie espressioni (anche paraletterarie). In questo senso si collocano questi miei appunti.
Nel senso della rivalutazione di alcune “parole chiave” che si incontrano nella scrittura di Marina. In particolare, se pare lecito inglobare i vari tratti, da me citati in precedenza, come iperbolici, come tratti sistematicamente deformati nel senso dell’esagerazione ed inseriti in un più generale gusto per il clamoroso, si potrebbero rivedere alcuni giudizi.
Mozzone e Sugliano titolano il saggio già citato “Amami, amami, amami” e proseguono leggendo l’opera di Marina come una epistola erotica. In questo senso suggeriscono la possibilità di una relazione lesbica con Soneka a cui la poetessa dedica il Racconto a Soneka. Estrapolerebbero questa conclusione da pagine di questo tipo “…io, il mio amore per lei, il suo amore per me, il nostro amore – non rientravano in alcun comandamente. Di me e di lei non cantavano in chiesa, non avevano scritto nei vangeli.” Forse è ingrato da parte mia soffermare l’attenzione su un particolare del loro saggio del resto eccellente. Forse nemmeno l’argomento merita tanto spazio.
E nemmeno mi sembra opportuno indugiare sul pettegolezzo. Ma, poiché questa illazione deriva da una scelta interpretativa più ampia mi sembra di dove obbiettare.
Quando la poetessa scrive “Vi amo!”, anche in altre circostanze, fa riferimento ad un amore tutto intellettuale e ciò è chiaro nella corrispondenza con Rilke ed in tanti altri luoghi.
“Dirti ti amo per un poeta assume un significato diverso dal volgere umano delle cose.
Amo i tuoi orizzonti impossibili …” dice Alda Merini che con la Cvetaeva ha molto in comune.
Questa è, a aprer mio, una adeguata considerazione dei “ti amo” di Marina: l’eroico slancio in ogni pur piccola manifestazione di sé, l’iperbole costante del dire, una poesia che è carne ed in cui l’autrice si mette in gioco come capro sacrificale.

Di Duilio Caocci
(articolo già presente nella Rivista di cultura poetica – Erbafoglio – anno VI – n.13/14 – giugno 1993)

Da “Agli ebrei”

Tu, che giorno per giorno mi misuri,
Sei mai stato con me, calda e randagia,
In giro per le piazze arroventate —
Quando spunta la luna?
E in una bettola pestifera,
Sotto il fischio d’un valzer travolgente,
Hai spezzato come un bifolco ubriaco
Le mie dita tornite?
Con che voce farfuglio mentre dormo —
Hai mai sentito? — Oh, fumo e cenere!
Che vuoi saper di me se non hai mai
Insieme a me bevuto né dormito?

*

Da “L’amica”

Ho un fiore appuntato sul petto,
Chi ce lo mise, – non me lo ricordo.
Insaziata è la mia fame
Di tristezza, amore e morte.
Col violoncello, o lo stridìo di porte,
Col tintinnìo di bicchierini,
Sferragliando gli sproni, o anche con l’urlo
Dei treni nella sera,
Con schioppettate di doppiette
O bubbole di troike —
Ma chiamatemi, chiamate,
Non amati da me!
E c’è ancora una delizia:
Sto aspettando chi per primo
Farà centro, fulminandomi
Come deve — a bruciapelo.

*

Ai miei versi scritti così presto

Ai miei versi scritti così presto,
che nemmeno sapevo d’esser poeta,
scaturiti come zampilli di fontana,
come scintille dai razzi.

Irrompenti come piccoli demoni
nel sacrario dove stanno sogno e incenso,
ai miei versi di giovinezza e di morte,
versi che nessuno ha mai letto!

Sparsi fra la polvere dei magazzini,
dove nessuno mai li prese né li prenderà,
per i miei versi, come per i pregiati vini,
verrà pure il loro turno.

Marina Ivanovna Cvetaeva nasce a Mosca nel 1892 da Ivan Cvetaev, storico dell’arte e fondatore del Museo Puškin, e Marija Mejn, pianista di origini polacche. Trascorre l’infanzia con la sorella minore Anastasija (detta Asja) e i fratellastri Valerija e Andrej, figli del primo matrimonio del padre. Inizia a scrivere poesie a sei anni. Si iscrive a un ginnasio ma, per i continui viaggi della famiglia all’estero, continua gli studi in istituti privati in Svizzera e Germania (1903-1905), terminandoli poi a Mosca. Nel 1909 si trasferisce a Parigi dove frequenta lezioni di letteratura francese alla Sorbona. L’anno seguente pubblica la prima raccolta Album serale. Nel ’12 sposa Sergej Efron, cadetto dell’accademia ufficiali, esce la raccolta La lanterna magica e nasce la figlia Ariadna. Nel ’13 esce la terza raccolta: Da due libri. Dopo la Rivoluzione, inizia per lei un periodo di disperazione: la morte della figlia minore Irina, la malattia di Ariadna, la scomparsa del marito. Nella guerra civile Efron combatte coi bianchi e, dopo la vittoria dei bolscevichi, emigra. Nel maggio del ’22 Marina con la figlia si reca all’estero in cerca del marito, riparato a Praga. Negli anni Venti pubblica varie opere sulle riviste russe dell’emigrazione. Escono i volumi: Versi per Blok, Il distacco, Psiche, Il mestiere, la satira lirica L’acchiappatopi, e le tragedie Teseo e Fedra. Nel ’28 esce l’ultima raccolta: Dopo la Russia. Negli anni Trenta pubblica soprattutto saggi e racconti: Il mio Puškin, I poeti con la storia e i poeti senza storia, Il racconto di Sonečka. Nel ’39, dopo aver soggiornato a Berlino, in Cecoslovacchia e in Francia (qui per ben 14 anni), torna in URSS col figlio quattordicenne Georgij. Il marito era già rientrato. Tra agosto e ottobre il marito e la figlia Ariadna sono arrestati. L’8 agosto ’41 Marina raggiunge Elabuga (Repubblica tartara) insieme al figlio. Cerca invano un lavoro. Il 31 agosto si suicida, impiccandosi a una trave. Il 2 settembre viene sepolta in una fossa comune nel cimitero di Elabuga.

Più in là di un giorno. Interventi nella giornata contro la violenza sulle donne.


 

in collaborazione con Critica Impura

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LE COLPE IMPUDICHE

di Meth Sambiase

E’ il giorno contro la violenza delle donne. Da vari anni, nel calendario italiano ed occidentale in genere, si stanno intensificando le orazioni celebrative  dedicate ai pro o ai contro, alla memoria, alla salute, etc. Caviamo allora dall’almanacco di oggi, il giorno contro la violenza sulle donne, ma allontanandoci dalla geografia dei dati e dei convegni , che addensano questa data ma non la rivoluzionano, non sventrano i motivi della violenza rivoluzionando il dato “certo” per cominciare a ricercare le “cure certe”. Quindi, il limite di questo giorno, e di molti altri di questi giorni,  è nell’accettare la natura del male, sensibilizzandosi nello sdegno o nel compiacimento dell’andamento dei vari insiemi grafici, ma lasciando inespressa la soluzione.

foto di Antonella Monzoni

La stratificazione millenaria della non colpevolezza maschile per lo stupro e per l’uso sistematico della  violenza , beneficia generosamente dell’ immunità morale – quella stessa che fino a qualche spicciolo di tempo fa in questo Paese così pietoso di professione aveva nel codice il delitto d’onore – che finisce per impedire una rivoluzione legislativa e sociologica che imponga e definisca un’identità sessuale senza né vittime né carnefici giustificati. E’ nella continuità della visione debole della donna che nascono le variabili e croniche giustificazioni naturali\fisiologiche\morali\razziali\ sulla “naturalezza dell’esigenza” di predare da parte di non bene identificati maschi alfa una donna, femmina omega ma anche femmina zeta , se l’analfetizzazione di ritorno di questi tempi non consente di riconoscere l’omega-fine del mondo. E’ colpa del patriarcato, rispondono da alcune parti, anche dei movimenti femministi; è stato il patriarcato ad impedire di capovolgere la concessione “laica” della predazione della donna nel suo “naturale” opposto, il sacro tabù dell’inviolabilità. Patriarcato? Patriarca\il padre che vuole sapere di chi è\figlio che deve assomigliare al padre non solo alla \madre che alla fin fine è solo un’intercambiabile\donna.  Non è così illogica la concatenazione.

Ma è un falso. Non è stato il patriarcato. E’ stato ancor  prima della distinzione aristotelica tra uomini schiavi e donne, pensiero greco, pensiero genesi della filosofia occidentale. Sarà cominciato con la distribuzione della divinità nei simulacri delle statue? Sin, la Luna padre del tempio, Shamash, il Sole giudice del cielo e della terra, sono ugualmente uomini nella prima mitologia che ha lasciato tracce archeologiche, mentre la regina della terra, Ishtar è l’unica donna del pantheon semita. Nel suo tempio, vi erano due gradi di secerdotesse, le cosiddette “sgualdrine del tempio”, Qadischtu o Harimtu le sacre prostitute. Il sacro, riferimento per la costruzione del divieto, del tabù, viene quindi associato a cosa? alla prostituzione necessaria perché lo vuole da dea. Ti penetro in nome di quanto è più sacro, come potrebbe essere questo un tabù? E’ patriarcato? (un dettaglio specifico: non c’è concetto di proprietà privata come inviterebbe la sociologia del patriarcato).

Ergo non possono non essere consenzienti, le donne, non possono rifiutarsi, è sacrilegio. E’ fatta. Si continua a porre strati. La grande meretrice dell’Apocalisse seduta sulla bestia a sette teste (sette falli? numero perfetto?), “La donna che si spaccia per profetessa e insegna e seduce i miei servi inducendoli a darsi alla fornicazione” (Giovanni, 3:20). Indurre alla fornicazione: non è stato l’uomo che ha fornicato ma la donna che ha indotto alla fornicazione. La portata rivoluzionaria – per questa parte di civiltà occidentale – del messaggio evangelico, si arena subito, modificandosi sulla morale. Si può rispettare il corpo della donna a patto che essa sia in una convenzione, sia dall’indubbia morale: ipotizziamo: paziente rinunciataria, obbediente, passiva. Merce inutile, tutto sommato, roba di poco conto. L’ultima santa popolare è una bimbetta massacrata che “perdona” il suo assassino, Maria Goretti. Chiediamoci quale uomo massacrato e sodomizzato avrebbe perdonato il suo assassino. Niente di niente  anche dalla  Rivoluzione laica per eccellenza,  quella delle idee illuminate, che transita e non passa sulle donne, “Jean-Jacques Rousseau, per certi versi filosofo della Rivoluzione, vedeva uomini e donne come creature separate, con diritti differenti” (H. C. Mansfield). Ma le rivoluzioni, seppur borghesi e maschili, non sono mai controllabili. Ed ecco, finalmente, una contestazione. A Rousseau risponde  Mary Wollstonecraft, con il suo libro La rivendicazione dei diritti delle donne (1792). Passionale, ardente, propositivo. E’ cominciato il femminismo? Si, a ben vedere, finalmente. Ma le prime femministe (la citata Wollstonecraft ed Elisabeth  Stanton) non si pongono il problema della violenza alle donne. Hanno la condizione femminile da dibattere, e la risolvono con la moralità. Anche la differenziazione tanto cara alla Beauvoir tra trascendenza (il crearsi) e l’immanenza (l’essere frutto della creazione degli altri) non regge interesse per la modifica delle regole del maschio alfa contro la violenza sulle donne. “Il secondo sesso” è un libro che con generosità d’idee e con coraggio,  trascende la forma dell’iconografia femminile, ma è concentrato sul sesso. “Come si può conquistare l’indipendenza dal sesso? vi chiederete. La Beauvoir pensa che sia la passività della donna nell’atto sessuale a renderla un oggetto erotico per gli uomini e anche per se stessa, impedendole così di diventare un soggetto indipendente. E’ quindi nel sesso, e non nella debolezza delle donne o nell’aggressività degli uomini (quasi mai nominata dalla Beavoir) che l’autrice individua la causa principale dell’oppressione femminile” (H.C. Mansfield). Della grande triade di intellettuali femministe degli anni della “rivoluzione sessuale degli anni ‘Sessanta” in poi, Betty Friedman, Kate Millet e Shulamith Firestone, non arriva nemmeno qui una preoccupazione né ai maltrattamenti fisici né alla  violenza sessuale E’ sotto esame la costruzione di una nuova identità femminile – si potrebbe obiettare – quindi si lasciano indietro porzioni di vita sociale che tutto sommato non toccano l'”insieme” delle donne, ma sono episodi isolati, sebbene cronicizzati. L’oppressione ha quindi due volti distinti? E in quale fascia d’attenzione si pone la differenziazione fra oppressione sociale e oppressione fisica? Sarebbe interessante lasciare i luoghi sociologici e ripartire da quelli corporali, il corpo sociale è un ossimoro, una definizione tanto vuota quanto piena di ogni pre-giudizio? Se indubbio sia il risultato di un peso maschile contro uno femminile sulla bilancia della forza fisica, la tara è nello scarto della giustificazione storiografica. Tagliare, troncare, sconsacrare quel pensiero “naturale” è il netto, la finalità del nuovo contro la coabitazione imposta della violenza. La Comunità Europea, nel 2000, in un rapporto (Rompere il silenzio) cita a proposito della violenza domestica “che essa è  il sintomo più evidente dello squilibrio di poteri nel rapporto tra uomini e donne”. Trattandosi di linguaggio squisitamente politico, la nuova struttura della “comprensione e spiegazione” della violenza, diventa squilibrio di potere. Da pochi anni, ricordiamo,  è nato  un neologismo, femminicidio. Farà strada, è una nuova forma di “comprensione” per definire la natura del male. Anche il fenomeno delle Indignate è di natura politica, sebbene sia immesso nei lavori  intellettuali per ridare dignità all’immagine della donna fuori dai nuovi ridicoli stereotipi del consumismo globale, che fanno leva sicura su quella immagine intercambiabile di sacra offerta. Fra i lavori in corso, quello di Loredana Lipperini, che nel suo libro “Ancora dalla parte delle bambine”, pone il problema anche dell’insufficiente attenzione verso la protezione dell’adolescenza da parte di una certa, incomprensibile, maternità che ha sposato appieno i valori dell’apparenza e del post-consumismo. Ancora oggi, il blog della giornalista è seguitissimo e fonte di spunti critici, ma la cifra sull’autodeterminazione sessuale della donna è fuorviante dalla domanda di cambiamento che in questo giorno si scrive. Sebbene una parte del nuovo femminismo americano abbia nuovamente preso la strada verso esso, dal quel valore “bellezza uguale desiderio” che Naomi Wolf, aveva messo a fuoco nel suo libro “Il mito della bellezza”, in cui spiegava che la bellezza è un mito imposto alle donne dagli uomini, e le donne ne sono ossessionate. Punto a suo favore: è vero. La Wolf, appena l’anno scorso, ha subito pesanti attacchi dalle femministe americane per il suo ultimo libro, “voci critiche mi accusano di essenzialismo – si difende la scrittrice – per aver ricacciato il genere del corpo. Una certa corrente ortodossa del pensiero femminista contemporanea sostiene che il genere sia sempre, ovunque e comunque “socialmente costruito”, vale a dire esistente solo negli schemi mentali o nei comportamenti mentali”. Se i comportamenti mentali derivati da schemi mentali sono ancora inattaccati, se l’abuso di un genere (e qui si ritorna allo schema della Beavoir) resta annesso nella concessione storica perché anche  l’ortodossia femminista si frantuma nel suo potenziale rivoluzionario, allora è facile credere che questo giorno contro la violenza della donna, lo metteranno nel calendario fino alla fine dei tempi.

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in collaborazione con Critica Impura

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SCRIVERE CON IL CORPO: Annemarie Schwarzenbach e il divenire mondo, una donna in viaggio oltre la modernità dissonante.

Di Antonella Pierangeli

In viaggio con le nostre biciclette e con la Ford, non cercavamo l’avventura, ma soltanto un attimo di respiro, in paesi nei quali le leggi della nostra civiltà non valevano ancora e dove speravamo di fare l’impagabile esperienza che queste leggi non sono affatto inevitabili, immutabili, indispensabili. Provate a immaginare: il tempo non contava! Gli orologi, i calendari erano superflui! E avevamo perfino trovato persone, contadini, nomadi per i quali il denaro non significava niente”

                                                                         Annemarie Schwarzenbach,  Kabul, 1939

Scrivere con il corpo è, nel caso di Annemarie Schwarzenbach scrittrice, fotografa e viaggiatrice instancabile, dare voce ad una necessità insopprimibile dell’anima prima ancora che concretizzare, attraverso la trasmigrazione della scrittura dal corpo nomade alla pagina, quella sorta di essenzialismo temporaneo che, in attesa di un tempo utopico in cui non sarà più possibile parlare del binarismo dominante uomo-donna, realizzi finalmente un linguaggio che distrugga partizioni, classi e retoriche, regolamenti e codici.

L’angelo devastato – così Klaus Mann ebbe a definire l’efebica, inquieta, Schwarzenbach – e le sue opere, in un Novecento così profondamente immerso in una palude di cultura maschile e maschilista, nella loro essenza di opera aperta, trovano pace soltanto nel turbine tattico del nomadismo intellettuale e geografico in cui si dividono, si fanno testimonianza, si vitalizzano in una proliferante – e questa volta sì – femminilità generativa. La sua assillante urgenza espressiva è decifrare, non importa se con la scrittura o con la macchina fotografica, quella che Genet chiama “la spaziosa carne cantante” sulla quale si iscrive non si sa quale Io, più o meno umano, ma sempre in via di trasformazione. La scrittura ribelle e nomade e il suo vagare nel mondo, basti pensare al bellissimo Dalla parte dell’ombra fino allo struggente Morte in Persia,  è infatti l’unico luogo in cui la Schwarzenbach non è costretta a riprodurre steccati, in cui non deve piegarsi alle convenzioni familiari o sociali (che pure sconvolgerà con la sua vita anticonformista e assolutamente diversa, lei omosessuale, tossicomane, vagabonda eternamente in rivolta) ma è un altrove che scrive se stesso e che inventa altri mondi, anche scritti sul corpo, vivendo una sorta di trance erratica che non cancella le differenze, ma le anima, le persegue, le arricchisce. La sua avventura umana ed intellettuale che la spingerà insieme ad Ella Maillart fino in Afghanistan a bordo di una vecchia Ford, e che darà vita allo stupendo La via per Kabul, è una assoluta incarnazione di fierezza e coraggio di donna nello spento mondo della vecchia Europa abbrancata dallo spettro del Nazismo. Nella sua erranza di donna trova fondante, per riappropriarsi della propria identità, lo scrivere di se stessa e di quello che chiama “l’ascolto del proprio corpo in stato di grazia” e tale tattilità simultanea segna l’emergere dell’Io scrivente, non l’appiattirsi nella scrittura di genere. In questo modo la parola diviene, nell’asessuato trionfo della scrittura, carne linguistica, materia organica, scrittura dei vuoti, delle cadute e dei silenzi. Che poi la mano che muove la penna sia di una donna, non possiamo considerarlo soltanto un puro accidente…

“Situarsi in un posto nel mondo” è ciò che Annemarie vuole fare, appunto, scrivendo e viaggiando in quelle che lei chiama “cartografie della mente”, che sono poi mappe del suo pensiero errabondo, della sua randagìa esistenziale, ricostruibili dal luogo parziale dal quale lei stessa si guarda attorno. Nel suo desolato vagare, invita il lettore a considerare il suo viaggio “corporeo” come una mappa attraverso cui orientarsi e questa mappa ha un perno che nemmeno Annemarie immagina sarà così unico e irrinunciabile: fare della differenza – sessuale, culturale, esistenziale – qualcosa di positivo e creativo, sottraendola a quella tonalità negativa che le deriva dal fatto che ogni differenza, in un mondo dominato dalla logica del dominio maschile, è l’Altro, il che poi significherebbe che una donna è l’Altro dell’uomo, che lo straniero è l’Altro del cittadino socialmente riconosciuto e così via. Nella sua ricerca disperata della liberazione dal proprio ruolo, la viaggiatrice inquieta Annemarie ha un’unica domanda scritta sul corpo e quindi nella carne: come fare di questa differenza, anche se desolata e dissonante, qualcosa che apra uno spazio di soggettività intensiva, di aumento della consapevolezza e della percezione dell’essere?

La sua scrittura – nel costruire nuove pratiche di liberazione attraverso la sua vorticante espressività – finisce così per essere la forza che scombina la linearità dei procedimenti e delle pratiche di sopraffazione di un mondo profondamente violento e castrante, quello della ferinità maschile, che Annemarie aborre e fugge, mettendo in evidenza nelle sue opere come il “divenire donna”, contraddizioni, paradossi, punti di non ritorno compresi, crei e rigeneri la passione della libertà, la dignità, la giocosità e perfino la leggerezza dell’essere. Il suo viaggio iniziatico riguarda infatti una corporeità in divenire che va oltre i confini dell’Io e che la lega, come donna, in una rete di incontri con multipli altri, dove parti di sé contaminano e influenzano altre parti di sé. Il suo viaggio verso ciò che lei stessa definisce “la modernità” è, dunque,  l’opera aperta per eccellenza come la scrittura e il corpo sono, appunto, la matericità dell’opera. Un materialismo corporeo di donna, immanente, finalmente, si sottrae così al “fallologocentrismo” sociale, aberrazione della volontà che sta ad indicare ogni forma di dominio regolativo e di potere, di matrice maschile.

Ora proprio la figura della Schwarzenbach, androgina, eterea e in metamorfosi, è l’altro grande punto di forza del libertario e dissonante viaggio della scrittura verso la consapevolezza della sua forza: il divenire donna senza più padroni equivale infatti al divenire materia senza forma, che disgrega le identità per aprire a strade ambigue e nomadi. Così come le nevrosi di Annemarie fanno del suo corpo un relais di una rete tra umano e inumano, anche in questo contesto la sua opera apre un conflitto con l’immaginario maschile che, da sempre spaventato dal femminile per la sua materialità concreta e simbolica al medesimo tempo, si difende ricacciandolo in una dimensione di follia e di adimensionalità storica: Annemarie è infatti malata di mente, dunque condannata all’oblio dalla stessa maschilista scienza medica. Ma proprio in quel preciso istante in cui si emette la condanna al mutismo forzato e alla forzata pace interiore, le angosce che emergono come fantasmi fluttuanti dalla mente di Annemarie incidono nel suo destino i segni dell’affiorare di nuove possibilità del divenire. Sono infatti i luoghi ambigui che, nel reale della memoria, aprono tracce impreviste: la Persia favolosa percorsa in notti senza tempo, la materia senza forma della felicità di un istante fluttuante come le tende berbere in Turchia, la perdita di confini corporei nella notte cagliata di Kabul, lo sdoppiamento identitario, durante una festa in costume, con il cuore colmo di seduzioni sottili e di odalische impertinenti.

Annemarie Schwarzenbach è, dunque, veramente una creatura eccezionale. Attraverso le sue pagine, racconta la sua inesauribile voglia di sapere, capire o meglio comprendere la vita, il tutto con un’intensità tale da farci sentire una specie di richiamo, un urlo di libertà emergere dalle sue parole. Per anni dimenticata, caduta nell’oblio e oggi più che mai attuale. Una donna tra gli uomini del suo tempo, diversa, ribelle, il suo sguardo e la sua luce poetica a conferirle una posizione particolare nel mondo. Un’osservatrice attenta, dallo sguardo perspicace e rivelatore. Spinta dalla sua vita privata non facile, in un momento storico peculiare e indimenticabile come quello popolato dagli spettri del nazismo, Annemarie viaggia dunque disperatamente, tentando voracemente la fuga dalla sua gabbia dorata e dal suo ruolo di figlia. Proprio il viaggio è filo conduttore della sua poetica, una sorta di commutatio loci, in realtà anche terza via di fuga di fronte ad una scelta difficile tra una famiglia devota all’ideologia nazista ed un legame, quello con i fratelli Mann ed in particolare con il suo amore infelice Erika, di rotta contraria. Annemarie sembra votata alla distruzione, donna sempre in lotta e in fuga ma con forza sovrumana intraprende il suo percorso iniziatico alla ricerca della propria identità, verso la libertà, il buio e la vita.

Sono vicende umane, plasmate da un coraggio che conduce a sentieri impensabili. E’ proprio questo che la induce a dire, di fronte al deserto, in Afghanistan, in una notte senza stelle: “Si dovrebbe poter diventare un pezzo di deserto e un pezzo di montagna, e una striscia di cielo di sera. Ci si dovrebbe affidare a questo paese e disfarsi in esso. Vivere contro è una tale impresa che si muore di angoscia.”

http://www.youtube.com/watch?v=N6kbfB_e7BI&feature=relmfu

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in collaborazione con Critica Impura

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Nel paradiso dei poeti Rilke incontra Susana Chavez e …

di PINA PICCOLO                                                             

[..]un giorno vi sarà la fanciulla, e la donna, il cui nome non significherà più solo un opposto al maschile, ma qualcosa di proprio, qualcosa che non induca a pensare a complementi e confini ma soltanto a esistenza e vita: la creatura femminile.
Questo progresso trasformerà (dapprima assai contro la volontà dei maschi superati) l’esperienza dell’amore, che adesso è piena di errore, la cambierà dalla radice, la muterà in una relazione che è intesa da uomo a uomo, non più da maschio e femmina. E questo amore più umano (che si compirà infinitamente attento e lieve, e buono e chiaro nel legare e sciogliere) somiglierà a quello che noi lottando e con fatica andiamo preparando, l’amore che consiste in questo: che due solitudini si proteggano, si limitino e si inchinino l’una innanzi all’altra. [Rainer Maria Rilke, Lettera a un giovane poeta, 14 maggio 1904]

 

SANGUE NOSTRO

Sangue mio,

di alba,

di luna tagliata a metà

del silenzio.

della roccia morta,

di donna in un letto,

che salta nel vuoto,

Aperta alla pazzia.

Sangue chiaro e nitido,

fertile e seme,

Sangue che si muove incomprensibile,

Sangue liberazione di se stesso,

Sangue fiume dei miei canti,

Mare dei miei abissi.

Sangue istante nel quale nasco sofferente,

Nutrita dalla mia ultima presenza.

[Susana Chavez, Traduzione di Valeria Campilongo, poesia tratta dalla rivista letteraria Sagarana http://www.sagarana.net/anteprima.php?quale=319 ]

foto di Antonella Monzoni

Nell’epoca di Lady Gaga e di personaggi e pratiche che presumibilmente incarnano il superamento del femminismo in seguito a una sedicente  realizzazione delle sue rivendicazioni, il termine “fanciulle” contenuto nella lettera di Rilke, per il suo sapore arcaico, e la scelta di “uomo” per indicare persona, potrebbero suscitare in noi un moto di stizza. Tuttavia la sostanza liberatoria di quel prognostico a oltre  cento anni dal suo proferimento  è ben lungi dall’aver trovato attuazione, in nessun angolo della terra, compresi i paesi “nordici”. I rapporti tra uomo e donna hanno, nella maggioranza dei casi, continuato ad essere governati da errore e non manifestano quella leggerezza e attenzione auspicate dal poeta tedesco. Dal Messico all’Italia basta aprire i giornali per rendersi conto delle dimensioni  della crisi tra uomini e donne. La resistenza del maschio al cambiamento, giustamente sottolineata da Rilke, si esprime in una gamma di comportamenti che vanno da piccoli tiranneggiamenti quotidiani alla violenza esplosiva che lascia donne e ragazze morte sul campo.

Dal controcanto di Susana Chavez, in apparenza più attuale, alimentato com’è dall’ immagine del sangue creata dalla poeta/attivista vittima di femminicidio  a Ciudad Juarez, la città sprofondata a simbolo dell’uccisione di massa delle donne, si intuisce un ulteriore ammorbamento dei rapporti uomo-donna. Nella denuncia poetica si concretizza  allo stesso tempo la determinazione a uscire dal silenzio. Al grido di “No una mas”, le donne di Ciudad Juarez da anni chiedono la solidarietà di tutte/i, esponendosi in prima per persona per porre fine a questo stato di cose.  Questa rivolta si è estesa e ha portato all’adozione del termine femminicidio in moltissimi paesi del mondo per indicare l’uccisione di donne e ragazze quale eliminazione di “femmine” che cercano di liberarsi da un ruolo subalterno. Un’ulteriore svolta è stata l’istituzionalizzazione di una giornata, il 25 novembre, dedicata a livello internazionale a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza contro le donne, la cui massima espressione è il femminicidio. E proprio in questa giornata mi piacerebbe immaginare l’incontro tra Susana Chavez e Rilke, nel paradiso dei poeti. Me li immagino come Damiel e Cassiel de “Il cielo sopra Berlino” dialogando, invisibili, su un autobus che percorre la periferia di una qualsiasi grande città del mondo.

E di che parlerebbero? La poesia e il femminicidio possono sembrare argomenti lontani tra di loro anni-luce ed è quindi lecito chiedersi come possa la poesia contribuire ad arginare questa fiumana di sangue.  Ai due “angeli a questo punto potrebbe aggiungersi Lorenzo Calogero, poeta di grande talento ma poco conosciuto , a differenza di Rilke escluso dall’amore e forse morto suicida che in uno dei suoi 804 quaderni di riflessioni poetiche, filosofiche e mediche affermava, “La poesia potrebbe essere definita come il modo con cui si realizza della vita e poiché il più alto vertice della vita è il sentimento amoroso si comprende come essa potrebbe essere definita come niente altro che il modo dell’amore[..]” Ripensando al rapporto poesia/femminicidio, i tre potrebbero discettare sul fatto che oltre a rendersi veicolo per rompere il silenzio denunciando con passione l’esistente, la poesia potrebbe fare leva sulla sua capacità di mettere in contatto concetti, spazi, elementi che nella logica lineare, quella che comanda il nostro prosaico vivere quotidiano, stanno su piani diversi e irreconciliabili. La contiguità di suoni apre la porta a suggestioni e commistioni che mai potrebbero essere generate dal linguaggio discorsivo, legato alla “concretezza” dell’esistente, a una sua presunta “naturalezza” e immutabilità. Le immagini e metafore che formano il tessuto della poesia  possono rafforzare l’anelito a un modo di rapportarsi diverso, possono scardinare l’ineluttabilità dei rapporti storici ed attuali. Anche se la poesia non è costituita che da suoni e silenzi, essa può svelare mondi e possibilità da attuarsi anche a piccoli passi nella vita quotidiana, nei rapporti tra uomo e donna, anche quelli che non siano di natura amorosa. I tre potrebbero ricordare che non a caso tra le diverse arti è proprio nella poesia che l’amore ha trovato il veicolo migliore per essere espresso, basti pensare alla vasta produzione incentrata sull’amore che caratterizza le origini della poesia in area italica e francese, la sua importanza nella poesia araba e persiana. E si auspicherebbero tra i poeti vivi la ripresa di una ricerca e  sperimentazione poetica che esplori nuovamente questo sentimento.

Mi raccontava un mio amico poeta e giornalista che da anni vive con i Rom che nei suoi vari tentativi di organizzare laboratori di poesia  tra i Rom in Kosovo e in Serbia, a sua grande sorpresa,  le uniche poesie generate da queste popolazioni che vivono in situazioni durissime erano poesie d’amore. Il mio amico si aspettava poesie piene di rabbia e di denuncia e invece loro riferivano che l’astio e la durezza riempivano i loro giorni, per la poesia riservavano un altro combustile ed era l’amore.  Guidati da una sorta di caparbietà nel voler preservare un nucleo di purezza in quello spazio sentivano l’esigenza di metterci dell’altro. Un anelito appunto di cambiamento. Allora alla discussione dei tre poeti, potrebbero aggiungersi anche le considerazioni degli aspiranti poeti tzigani.

Per finire  incorniciando in maniera più compiuta queste riflessioni sperando di alimentare ulteriori spunti e pensieri  vorrei proporre di nuovo parole di Rilke e di Susana Chavez, mondi e stili che possono sembrare irreconciliabili, ma che si ritrovano a praticare l’arte della poesia incarnati in sessi,  secoli e condizioni che non potrebbero essere più diversi. Se avessero avuto oggi la facoltà di dialogare fra di loro immagino potrebbero dar luogo a vulcaniche  commistioni poetiche in grado forse di rischiarare i tortuosi sentieri che ci si aprono davanti.

“Questo è il paradosso dell’amore fra l’uomo e la donna: due infiniti si incontrano con due limiti; due bisogni infiniti di essere amati si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare. E solo nell’orizzonte di un amore più grande non si consumano nella pretesa e non si rassegnano, ma camminano insieme verso una pienezza della quale l’altro è segno.”

Rainer Maria Rilke

DONNA ASCIA

Donna

lontana,

improbabile

mascherata di ragione,

forza senza sangue.

Piccola incantatrice nata dalle sue tempie

che chiamano dubbio.

Profondità dell’intimo che non conosce maniere

accattivante con i suoi silenzi.

Atroce,

irresistibile, il desiderio di mordere la notte

che barcolla tra delusioni

impreziosita da racconti

immobile nella distanza.

Donna istante,

ascia

che trascini,

che tagli lingue e le spargi

nella mano di Dio che si contorce dalle risate con te.

Fuggitiva dalla tua cattura andrò via

sapendo perfettamente

che sei invincibile.

Susana Chavez [traduzione di Valeria Campilongo, tratta dalla rivista Sagarana http://www.sagarana.net/anteprima.php?quale=319%5D