Intervista a Manuela Maroli


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The wounded child ( 2014 ) Bibliocaffè letterario, ROMA ( IT ) Thanks to Ilaria Palomba & Luigi Annibaldi

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The wounded child ( 2014 ) Bibliocaffè letterario, ROMA ( IT ) Thanks to Ilaria Palomba & Luigi Annibaldi

In culo oggi no
mi fa male

E poi vorrei prima chiacchierare un po’ con te
perché ho stima del tuo intelletto

Si può supporre
che sia sufficiente
per chiavare in direzione della stratosfera

Jana Cernà
Benvenuta su Words Social forum Manuela!

Grazie dello spazio che mi avete concesso, affronto quest’intervista con la massima spontaneità e trasparenza, come se fossimo in un salotto tra amici e colgo l’occasione per salutare i lettori del vostro centro sociale dell’Arte!

Come e quando nasce il tuo percorso artistico “trasfigurativo” in Marked Melody?

Voglio fare una precisazione, il mio percorso artistico nasce nel 1999, nel campo della Body Art, la mia interiorità “chiamava” a gran voce, è iniziata così una ricerca dionisiaca appena dodicenne. Le mie ferite interiori sono emerse in superficie, nel mio caso nella carne. Era più che altro un’esigenza, un bisogno di comunicare la mia sofferenza, la mia gioia di vivere, la mia rabbia, la mia ribellione. L’esperienza di piercer è stata molto importante ed ha cambiato il mio rapporto con il corpo, riscoprendone la sacralità, la “religiosità”. All’epoca ero conosciuta come Manu piercer.

Arriviamo quindi alla “trasfigurazione”, nel 2010 nasce il Nick name “fotografico” Marked Melody, collaboravo con il video artista e docente DAMS Alessandro Amaducci e posavo, in qualità di modella/performer per una serie di opere fotografiche che furono esposte a Palazzo Leonardo a Torino. Volevo un nome che richiamasse la musicalità della Vita, dunque scelsi Melody, e Marked ( Marcata ) per via dei miei tratti somatici piuttosto marcati e androgeni; esprimeva bene anche la mia personalità impetuosa, “dinamitardica”. Nel 2013 è avvenuta la mia Rinascita ed ho iniziato a compiere atti poetici, ispirata inizialmente da una violenza verbale nei miei confronti, dalla rabbia creai: “Giù le mani dal clitoride” la mia prima performance. Fu uno scandalo a Torino soprattutto per l’immagine che avevo scelto come locandina, ho avuto infatti problemi di censura su facebook e il giorno della performance avevo il profilo bloccato. Ero sulla strada giusta, dunque! Una nuova me stessa era nata, un’altra era morta. Più mi riScoprivo, più avevo bisogno di tirar fuori i tesori che vi trovavo dentro.

Cosa pensi che Manuela invidi a Marked Melody e viceversa?

Bella domanda! Ho il Sole in Leone e il mio ascendente è Acquario ( come Carl Gustav Jung ). Questi due segni diametralmente opposti generano una “macchina” potente che se non gestita, può sbandare e andare fuori strada. Manuela e Melody sono rispettivamente il Leone e l’Acquario, nessuna ha nulla da invidiare all’altra, poiché in realtà sono una cosa sola.

Quali autori hanno maggiormente influenzato il tuo modo di creare?

Citerò artisti, scrittori, poeti e filosofi. Marcel Duchamp per la decontestualizzazione, Hakim Bey è invece il mio grande punto di riferimento a livello mistico, concettuale e poetico, Lao Tse per la saggezza, Alejandro Jodorowsky per la temerarietà, Ilaria Palomba ( filosofa e scrittrice ) per il pensiero critico del contemporaneo; infine grazie alle letture di alcuni testi di Claudio Marucchi ( filosofo e scrittore ) ho approfondito il misticismo ed altre conoscenze. Tuttavia, il mio modo di creare deriva dalla mia personale ricerca in cui fondo poesia, filosofia e misticismo libertario; sono molto ispirata dalle persone che mi capita di incontrare ogni giorno, o da emozioni che nascono a seguito di fatti importanti che accadono nella mia vita, in quella degli altri e ciò che accade nel mondo.

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Untitled_Radura Photographer: Marika Maroli

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Untitled_Radura Photographer: Marika Maroli

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Untitled_Radura Photographer: Marika Maroli

Una delle artiste contemporanee di spicco della body art è senza dubbio Gina Pane che definiva le sue performance e il suo corpo in questa maniera: “Vivere il proprio corpo vuol dire allo stesso modo scoprire sia la propria debolezza, sia la tragica ed impietosa schiavitù delle proprie manchevolezze, della propria usura e della propria precarietà. Inoltre, questo significa prendere coscienza dei propri fantasmi che non sono nient’altro che il riflesso dei miti creati dalla società… il corpo (la sua gestualita) è una scrittura a tutto tondo, un sistema di segni che rappresentano, che traducono la ricerca infinita dell’Altro.”, che cos’è per te il corpo?

Per me il corpo è la tela più preziosa che esista, come ho detto molte volte, ed ho sempre vissuto il mio corpo come un’opera d’arte, grazie appunto alla mia esperienza di piercer; il corpo per me è Sacro ed ho un grande rispetto per la Vita, faccio arte pro-vita. Utilizzo il mio corpo come strumento di lotta contro il servilismo intellettuale, filosofico e spirituale. Il corpo è la poesia dell’anima.

Le tue performance si cibano non solo di poesia ma anche di sociale. Un’iniziativa particolarmente rilevante è stata: “giù le mani dal clitoride” esibizione nata per contrastare le mutilazioni genitali femminili. Come nasce tecnicamente un tuo lavoro?

Le mie opere nascono da un’idea, emozione, ispirazione. Dopodichè lascio fiammeggiare l’azione liberamente nell’improvvisazione. Dal momento che la maggior parte delle mie performance hanno un approccio che amo definire “individualmente collettivo” è molto importante il ruolo dei partecipanti. Spesso sono i partecipanti a creare le mie azioni, mi piace dare l’input e poi vedere cio’ che accade, è molto emozionante poiché non so mai cosa accadrà, e devo dire che l’empatia che si crea, le emozioni che si sprigionano sono potenti e davvero fantastiche, magiche direi!

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Giù le mani dal clitoride ( 2013 ) Thanks to Manuela Livorno ( Go_Diva Worm Art ) Photographer: Fed Conti

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Giù le mani dal clitoride ( 2013 ) Thanks to Manuela Livorno ( Go_Diva Worm Art ) Photographer: Fed Conti

“Dell’erotismo si può dire che è l’approvazione della vita fin dentro alla morte.” Bataille.
Che cosa c’è di concettualmente e visivamente erotico nel tuo modo di esibirti?

Il termine esibizione non si addice alle mie performance poiché le vivo con un sentimento di condivisione totale (scusate se sono così puntigliosa a volte, ma ci tengo ad essere precisa, per non essere fraintesa).
L’erotismo è uno scoppio, per questo motivo utilizzo i palloncini, amo trasmettere e comunicare una sensazione di travolgente meraviglia. Quando scoppio i palloncini sto comunicando: “ehi, sono qui, tu? ci sei? che fai? Sei sveglio, svegliati e stupisciti e stupiamoci, insieme! Utilizzo anche l’erotismo come strumento di sovversione, di ribellione; ad esempio nella mia performance “Me Lo Dia” avevo effettuato una vera e propria “distruzione creativa”, coinvolgendo l’erotismo in un contesto letterario/poetico; devo molto alle letture giovanili di De Sade, dalle quali rimasi completamente affascinata, insieme alle letture di Pierre Louis, Saffo e Jana Cerna, una delle mie scrittrici preferite; figlia della famosa Milena di Kafka.

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Omnia vincit amor ( love conquers all ) 2015 Photographer: Stefano Boffi

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Omnia vincit amor (Love conquers all) 2015 Photographer: Stefano Boffi

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Omnia vincit amor (Love conquers all) 2015 Photographer: Stefano Boffi

Come definiresti la poesia?

La poesia è la sporcizia che pulisce il mondo, è fottere il presente in ogni posizione, è un calcio all’impossibile.

L’arte è per te santa o puttana?

Santa puttana. Amo unire gli opposti.

L’incontro con la scrittrice Ilaria Palomba (Homo Homini Virus) come ha modificato/arricchito il tuo modo di creare?

L’incontro con Ilaria è stato molto importante per me. Fui invitata da lei a fare una performance a Roma per la presentazione del suo saggio sulla Performance Art ed accettai subito. Rimasi estasiata dall’incontro con Ilaria, Olivia Balzar e Luigi Annibaldi, tre persone eccezionali. Posso affermare che il nostro incontro ci ha arricchite entrambe a livello interiore ed artistico. E’ stato uno scambio, un dare e ricevere. Amo tantissimo Ilaria, la sua intelligenza e la sua dolcezza, è una delle persone più importanti della mia Vita.

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Homo homini virus ( 2015 ) Con Ilaria Palomba Cassero LGBT Center Photographer: Ariase Baretta

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Homo homini virus ( 2015 ) Con Ilaria Palomba Cassero LGBT Center Photographer: Ariase Baretta

Come definiresti il connubio artistico che siete riuscite creare?

Potentissimo. Abbiamo creato la performance “My body is my spirit” durante il primo evento d’arte che ho curato per Svergin_Arte, il collettivo che ho fondato nel 2014. Ilaria ha espresso che non è più interessata alla performance art anche a causa di alcuni“artisti” che hanno mostrato il loro lato più individualista; siamo pieni di queste famose “prime donne”, che siano uomini o donne non importa. Capisco Ilaria perfettamente poiché ho vissuto i suoi stessi turbamenti. Suggerisco ai lettori di WSF di leggere il suo romanzo “Homo homini virus” che ha vinto, tra l’altro, il premio Carver 2015 e che spiega meglio di me queste dinamiche assurde. Questo è stato un anno molto difficile per me, mi sono fermata a riflettere su quale senso avesse continuare a fare performance art immersa in un ambiente che ho scoperto competitivo, freddo, ipocrita e crudele. Credo che chi faccia arte debba prendersi una grande responsabilità verso la collettività, da ciò ne consegue che non puoi batterti per ideali, erigendoti a paladino della giustizia e poi sei tu il primo a commettere ingiustizie! La maggior parte degli artisti che ho conosciuto sono troppo centrati su se stessi. L’egocentrismo, il narcisismo cela in realtà una grande carenza emotiva, molti artisti hanno l’unico interesse di ingigantire il loro Ego, di gonfiare il loro portafogli e non di essere parte di un progresso culturale! Vivono di invidia e gelosia, questo denota sicuramente una scarsa fiducia in se stessi e nelle proprie capacità. Per me non si possono nemmeno definire artisti, sono solo mestieranti. Per questi “artisti” fare arte è creare sotto le macerie degli altri. Lo trovo ripugnante.

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La Fenice ( 2014 ) Thanks to Lavanderie Ramone Photographer: Sergio Cippo

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La Fenice (2014) Thanks to Lavanderie Ramone Photographer: Sergio Cippo

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La Fenice ( 2014 ) Thanks to Lavanderie Ramone Photographer: Sergio Cippo

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La Fenice ( 2014 ) Thanks to Lavanderie Ramone Photographer: Sergio Cippo

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La Fenice ( 2014 ) Thanks to Lavanderie Ramone Photographer: Sergio Cippo

Quanto è difficile essere “entità libere” nell’Italia di oggi?

E’ molto difficile. Bisogna lottare contro tutti, contro il mondo intero. Sono sicuramente una persona scomoda, e lo sarò sempre più, non me ne vogliate.

Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi futuri progetti?

Vivere al meglio la mia Vita e migliorare la vita degli altri, della collettività. Mi aspetta il Tour “ME.LO.DIA” ed ho ideato insieme al mio uomo una performance live che proporrò a breve nelle Marche. A maggio avrò una piccola parte nel film “Fallacy”, sotto la regia di Kevin Bisbangian ( U.K. )

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People Kill Artists ( 2015 ) Roma Thanks to Ilaria Palomba & Luigi Annibaldi Photographer: Serena Dattilo

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People Kill Artists ( 2015 ) Roma Thanks to Ilaria Palomba & Luigi Annibaldi Photographer: Serena Dattilo

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People Kill Artists ( 2015 ) Roma Thanks to Ilaria Palomba & Luigi Annibaldi Photographer: Serena Dattilo

Grazie Manuela!

Grazie a te Christian e allo staff di W.S.F.
Approffitto dello spazio concessomi, condividendo i miei links e faccio un appello a tutti gli artisti a visitare il mio gruppo di Svergin_Arte su facebook, gruppo dell’omonimo collettivo artistico e con il quale ho intenzione di creare davvero qualcosa di straordinario, se solo gli artisti iniziassero ad uscire dal loro narcisismo per giungere all’alterità. ( Siamo sempre lì, è un cane che si morde la coda ).
Credo che le collaborazioni artistiche siano molto stimolanti e favoriscano il vero progresso dell’umanità. Non dimenticate che tante rivoluzioni culturali del passato sono nate da collaborazioni artistiche tra varie personalità. Siamo niente senza l’Altro!

Links:
https://www.facebook.com/sverginarte
https://sverginarte.wordpress.com/
https://www.facebook.com/aao.artists
http://www.theothersociety.com/
https://www.facebook.com/marked.melody
https://www.facebook.com/markedmelodyperformanceart
https://www.facebook.com/groups/596220160516280/?ref=ts&fref=ts https://markedmelodyperformanceart.wordpress.com/

Il femminile tra mito e logos – La grande madre: dalla nascita al ritorno – di Gabriella Laconi Vascellari


Sono il poeta della donna come dell’uomo,
e dico che è grande essere donna come essere
uomo e dico che non c’è niente di più grande
che la madre degli uomini.

Walt Whitman

Yonia

Yonia

Il mito è chiaramente il luogo in cui l’essere, incontrando il divenire, dà forma ad un cosmos simbolico, dove la passione, spesso, ha l’aria d’essere un’idolatria e l’illusione è il dio terapeutico idolatrato capace di rimuovere l’infelice pathos, prospettando un felice ethos.
Esso è quindi filosofia che raccoglie il primitivo ingenuo filosofare per innestarlo in quello che segue, dove i mithologhemi[1] diventano filosofemi che, rispecchiando l’incremento problematico dell’esser-ci e le sue implicazioni poilitiche[2] mirano a cogliere la individualità essenziale della realtà ed a spiegarne la immutabile verità, aiutando l’anima a volgersi da un giorno tenebroso ad un giorno vero[3].
Va detto che i mithologhemi, che pure possono avere di si per sé, soprattutto nel loro ambito, ma anche oltre, la stessa funzione delle teorie scientifiche, danno fondamento all’esser-ci. Rispondendo al desiderio di integrare nella storia una situazione primordiale non storica che pure direbbe ciò che è stato in principio, essi animano, nella singolarità di più codici, un gioco di analogie, di specchi, di reciproci riflessi che mai corrisponde ad un oggetto reale se non all’allusione al suo spettro significante.
Non si sa quanto poi essi possano riflettere dell’uomo la nostalgia di un legame più stretto con la Natura o l’angoscia del rischio di potersi alienare nel sempre nuovo.
Sta di fatto che, i mithologhemi, parlando per immagini e presentificandosi per rituali, rendono efficace e attuale il logos che vede e vuole l’uomo integrato nella sacralità di una poiesis cosmica senza che rinneghi la responsabilità verso se stesso ed il sociale.
Le loro risposte metastoriche alle domande sull’origine sono tali da dischiudere nuovi sensi e da questi altri ancora. Intessono un’ampia e sottile rete iconica capace di tenere rapportati lo spazio sacro delle ierogamie tra dei con le loro valenze cosmicizzanti e quello profano delle unioni sessuali tra uomini.
Queste sono per lo più deputate a perpetuarne la specie, ma ancor prima a favorire lo sviluppo cosciente di ogni Io nella interdipendenza destinale del maschile e femminile.
I mithologhemi, avvalendosi del simbolo – mai in senso assoluto, ma sempre in rapporto ad una totalità simbolica più ampia – parlano del salto nel mondo e dell’esserne presi e determinati; raccontano anche il bisogno tutto umano di capire quella forza che, immettendosi nelle opposizioni, rende possibile lo stesso divenire nella totalità delle relazioni prima naturali e poi culturali.
Sul presupposto di correlazioni semantiche, leggibili in una visione del mondo fondata su una religiosità naturale, mai esclusiva, essi tendono a rappresentare ogni origine nelle eterne immagini (archetipi). Queste vengono proposte all’ascolto ed alla ripetizione nei riti esistenziali e percepite non certo nella concretezza di un esteriore spazio e tempo del mondo empirico, ma in quello intimo della psiche, responsabile dello sviluppo ontogenetico della coscienza egoica.
Sull’onda di istanze definitorie che muovono da un presente ad un lontanissimo inafferrabile passato del passato, preludio del proprio esser-ci, a motivare e compensare i possibili vuoti di identità, si configura un incipit indifferenziato: Uroboros[4]; a cui segue un incipit di differenziazione: Grande Madre[5].

Uroboros

Uroboros

Grande Madre

Grande Madre

In quest’ultimo inizio l’Io, non del tutto fuori dalla fase uroborica, si dispone ad emanciparsi dall’inconscio nelle lotte eroiche dell’esser-ci, che gli consentono di conquistare innanzitutto i suoi spazi di realtà autonoma, definendosi nel maschile o nel femminile. Questa differenza è peraltro destinata a superare il suo originario significato biologico,diventando luogo simbolico cui rapportarsi nella ripartizione dei ruoli sociali.
Olre che nella differenza sessuale di un lui e di una lei, l’Io deve, in ogni modo, sperimentarsi, passando per la dinamica di processi maturazionali dalla doppia risultanza del distruttivo e del costruttivo. E ciò, sempre, sotto lo scudo della Grande Madre che, in quest’ottica, può apparirgli buona e terribile, signora della vita e della morte, della memoria e dell’oblio. quasi ad esorcizzarne la valenza negativa – causa anche delle insuperabili paure inconsce dell’uomo nei confronti della donna – l’idealità, non solo eroica, traduce in memoria collettiva l’evento della morte. Per ogni io che declina, cedendo in successione il proprio spazio biodinamico e fenomeno logico all’esser-ci di altri io, il ricordo risolve la disperazione dell’assenza nell’illusione culturale della presenza.
Del femminile, i misteri di creazione e nutrimento e gli stessi caratteri elementari di conservazione e di trasformazione, definiscono il corpo, fondamento di tutti gli eventi psichici, come quel numinoso[6] che, pur differenziandosi in una considerevole molteplicità di figure, conserva l’aspetto pulsionale ed istintuale della vita che continua a vivere in quella regolarità che è ripetizione dell’identico.
Della Madre – anche come terra ed in senso più lato come Natura – fluisce eternamente, nei frutti, la vena creativa del suo potere sacrale che diversi riti intendono comunque propiziarsi. In particolare, quello misterico delle Thesmoforie[7], consacrato da Demetra che veglia sulla fertilità delle donne e del territorio coltivato e che, nelle invocazioni rituali, è detta “generosa di cibo”[8].

Demetra

Demetra

Questa nativa “generosità” può venire meno nel momento in cui si fanno errori per comportamenti sviliti da inganno o sviati da impulsi contrastanti. Questi errori, commessi comunque per non-conoscenza, sono capaci di interrompere quella benvoluta correlazione euritmica o più semplicemente armonica tra naturale e culturale.
La Natura ne soffre, quindi, le conseguenze negative in una malattia che, nei sintomi, ha tutto il sapore d’essere la punizione di un dio, per il quale le ragioni del cuore, che la ragione non può non comprendere, devono accordarsi con quelle razionali cui è affidato l’ordine onto-teo-logico di quella realtà che, identica a se stessa, per esser-ci non ha bisogno di parole. “La terra è sconvolta…muorendo nei germogli fruttiferi, nelle mandrie che non generano, nei parti non avvenuti delle donne”[9].
Alla fecondità, sempre auspicata, si riferiscono le metafore, identità spesso “metonimizzate”, del solco e del campo arato[10], rievocate persino nella formula contrattuale delle nozze, al momento della stretta di mano dal padre allo sposo: “Ti do una figlia da arare”[11].
Tutte queste metafore sono rivolte alle donne che, nel concepimento e nel parto, imitano la terra[12].
Per Edipo, giunto a scoprire la verità, Giocasta, matrice sua e dei suoi figli, è “la femminea zolla due volte feconda”[13].
Della Madre i mithologhemi dicno e la nascita e la morte, fenomeni che sfuggono all’ordine del prevedibile, ritenuti – come le mestruazioni, il coito, il parto, il puerperio – tali da rendere impura la donna che ne celebra di persona i rituali. L’uomo ne è escluso per non essere contaminato. Di fatto all’impurità è connesso il contagio dal quale si esce coi riti catartici (purificatori) che ripristinano la possibilità interrotta di un rapporto con la divinità.
Morire è anche un ritornare alla Madre che come archetipo implica non solo una relazione di filiazione fisica, ma anche psichica, eternamente presente nell’inconscio collettivo che guarda a Lei come ad un Femminile onnipotente cui si è legati da sempre e per sempre nel ritorno.
Un inno orfico alla Physis riportato da Karoli Kerenyi, nel suo libro dice: “Natura! Noi siamo circondati ed avvinti dalla Natura, incapaci di uscirne ed incapaci di inoltrarci più profodnamente in lei. Senza esserne pregata ed ammonita, essa ci accoglie nel girotondo della sua danza e ci trascina con sé, finchè noi non ci stanchiamo e non caschiamo dalle sue braccia”[14].
Se si assecondano poi motivazioni emotivo-concettuali e non certo filologiche, tenta molto l’abusiva integrazione in clausola: “per ricadere nel suo grembo”.
E’ lento e difficile e per nulla indolore il distacco ombelicale dell’uomo dalla Madre Natura che gli Inni Orfici celebrano come “padre di se stesso e senza padre, splendida gioia ed infinita”[15].
Omero la chiama “potnia”, potente con termine preso da un’antica tradizione sacrale[16].; Saffo ne utilizza l’attributo divinamente in adonio, nella sua preghiera ad Afrodite, la dea che domina il mondo con gli incanti della seduzione: il desiderio, l’amore, la carezzevole persuasione.

Saffo

Saffo

In verità la Natura è la potente Madre che procrea instancabilmente e che è sempre pronta a riprendersi le sue creature per poi restituirle alla vita possedendole in questo modo sempre più. A lei vien voglia di adattare l’affermazione di Ibsen: Non si possiede eternamente che ciò che si è perduto”.
Infondo, che si voglia o no, le apparteniamo soprattutto nel non-esserci. Solo che Henrik Ibsen non parla il linguaggio degli dei greci. Anzi gli uomini dei suoi dramma – di ben altro contesto, definibile post-moderno anche per la pretesa emancipazione da ogni dialettica connessione con il passato – non sono più mossi dall’esigenza di edificare un propio io, governato da un’anima capace di accogliere quel desiderio di infinito leggibile nell’eterno ritorno dell’uguale. Nelle loro crisi di identità i suoi uomini sono invece irretiti entro l’alternativa di essere monadicamente se stessi o di non esserlo per niente.
Si logorano nella passività di una grigia esistenza simbolicamente dall’anitra selvatica che, imbalsamata, è pur non essendoci.[17]
Il femminile non si riconosce nel solo mythos della Grande Madre, il cui simbolo a dodona è la colomba afroditica nera come il buio grembo materno, come la terra umida e feconda, come la notte madre del giorno.
Nel mythos di Demetra e Kore il femminile assume valenze che mettono in crisi la priorità primordiale della sua maternità materiale, valorizzando il diritto del principio fecondatore, come dire il seme al solco. “Genera l’uomo che la feconda, lei, come ospite ad ospite, conserva il germoglio, se un dio non lo soffoca prima”[18]. E a dirlo non a caso è Apollo, il dio che impersona il principio di individuazione nel quale si esprime lo stesso esser-ci dell’essere sia maschile che femminile – pur nella condizione naturalmente privilegiata di quello rispetto a questo.

Apollo

Apollo

Articolo preso da erbafoglio, rivista di cultura poetica, anno X n.19/20, Luglio 1997.

[1] Mythològhema è un’esposizione le cui componenti mitiche, rispondendo ad esisgenze di esemplificazione razionale, seguono, all’interno del loro codice, concatenazioni logiche che dicono il senso e il non-senso delle cose.
[2] Platone, Fedro.
[3] Plat, Repubblica.
[4] Uròboro è un antico simbolo egiziano iconograficamente rappresentato dal serpente che si morde la coda,assunto dalla simbolica psicologia analitica come archetipo dell’indifferenziato che precede lo sviluppo della personalità e la differenziazione degli opposti, dacché prende avvio la dinamica psichica.
[5] Vedi: Erich Neumann, storia delle origini della Coscinza, Astrolabio Ubaldini, Roma, 1978; Erich Neumann, La Grande Madre, Astrolabio Ubaldini, roma, 1981.
[6] Termine coniato da Rudolf Otto (cfr Il Sacro. L’irrazionale nell’idea del destino e la sua relazione col razionale, Feltrinelli Milano, 1966) e ripreso da Jung per indicare quella qualità che l’uomo ha sperimentato con forte emozione come appartenere al divino.
[7] Festa in onore di Demetra (thesmoforia, legislatrice): duravano cinque giorni, dopo la semina d’autunno, e la dea vi è celebrata come istitutrice dell’agricoltura, del matrimonio e di tutto il vivere civile.
[8] Cfr, Callimaco, Inno a Demetra.
[9] Soph., Ed. Re.
[10] Cfr, Pindaro, IV Ritiro.
[11] Cfr, Menandro, Perikeiromène – Samia – Discolos.
[12] Cfr, Platone, Menesseno.
[13] Cfr, Soph, Ed. Re.
[14] Karoli Kerenyi, Miti e Misteri, Boringhieri, Torino, 1984.
[15] Cfr, O. Kern, Orph. Fragm., Berlin, 1922.
[16] Cfr., Hom.
[17] Mircea Eliade, Il Sacro e il Profano, Boringhieri, torino, 1984.
[18] Eschilo, Eumenidi.